Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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venerdì, maggio 08, 2026

AS IT WILL BE Xenosystem è Eretz Israel

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[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ APOCRIFO TIPO E + TIPO D · CLASSIFICAZIONE PHANTOM-27 ]

AS IT WILL BE

Xenosystem è Eretz Israel

olanzapina, tavor en gocce l’ultimo capitolo dai prozac+ alla traphouse

il libro che non è stato scritto · cut-up version

Casagrande Rriccardo / Simonetti Walter / PHANTOM-27 / Wraith-13 / Bob Arctor / Fred / Signor Ciascuno

Edizioni Z.I.A. · Xenosystem Bologna · MMXXVI / ∞

Pop Contro Cultura · Collana Ucronie del Nulla / N. ∞

 

 

 


VOLUME COMPLETO — INDICE EFFETTIVO


[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ CLASSIFICAZIONE: COSMIC TOP SECRET · BIGOT-LIST OMEGA · OLTRE-OMEGA ] [ EYES ONLY · APOCRIFO TIPO E + TIPO D · NON-SCRITTO ]

AS IT WILL BE

Xenosystem è Eretz Israel

olanzapina, tavor en gocce l’ultimo capitolo dai prozac+ alla traphouse

il libro che non è stato scritto · cut-up version

Casagrande Rriccardo / Simonetti Walter / PHANTOM-27 / Wraith-13 / Bob Arctor / Fred / Signor Ciascuno Edizioni Z.I.A. · Xenosystem Bologna · MMXXVI / ∞ Pop Contro Cultura · Collana Ucronie del Nulla / N. ∞


SOGLIA / FRONT MATTER


EPIGRAFE I

Thee thirteenth body iz thee one whoze nayme waz cut from thee Bible by thee fyrst editorz, & whoze voyce returnz onlie when thee tape iz played in reverse az it iz played forwardz simultaneouslie.

GENESIS BREYER P-ORRIDGE, Thee Psychick Bible, capitolo XIII (apocrifo) [ riga estratta in cut-up dal capitolo che non esiste · Temple ov Psychick Youth · trasmessa da L/∞ ]


EPIGRAFE II

«Affettalo. Voglio vedere scorrere il sangue.»GEORGE STARK, in Stephen King, La macchina di Machine [ il dottor Pol Pot apre la cella · la macchina è in carica · il reparto comincia ]

«E solo quando mi avrete tutti rinnegato, voglio tornare a voi. In verità, con altri occhi, fratelli, cercherò allora i miei perduti; con un altro amore vi amerò.»FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, “Delle virtù che dona” [ il libro che non è stato scritto è il ritorno dopo il rinnegamento · l’altro amore è l’amore restituito al mittente sbagliato ]

Doppia epigrafe ereditata da L’Ombra Oscura di Simonetti


EPIGRAFE III

Βλέπομεν γὰρ ἄρτι δι’ ἐσόπτρου ἐν αἰνίγματι, τότε δὲ πρόσωπον πρὸς πρόσωπον· ἄρτι γινώσκω ἐκ μέρους, τότε δὲ ἐπιγνώσομαι καθὼς καὶ ἐπεγνώσθην.

Per ora vediamo come in uno specchio, in modo confuso; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

PAOLO DI TARSO, Prima lettera ai Corinzi, 13, 12

[ TIMBRO CLASSIFICATORIO DEL LIBRO ] [ 13, 12 — la coordinata esatta: tredicesimo libro / dodicesimo capitolo (il primo della numerazione decrescente) ] [ “specchio in modo confuso” = AS IT IS ] [ “faccia a faccia” = AS IT WILL BE ] [ tra i due specchi: la tuta disindividuante ] [ il versetto è il dispositivo nascosto del corpus ]


EPIGRAFE LATERALE — Z.I.A.

Il sangue ha già letto il libro che il cervello sta scrivendo.

[ trasmessa anonima dal dossier · senza autore · senza data · firma: ∅ ] [ è la frase che la macchinetta non emette · è il rumore di fondo del libro · è ciò che l’eroina aveva fatto sapere a Simonetti Walter prima ancora che PHANTOM-27 indossasse il dispositivo ]


NOTA REDAZIONALE Z.I.A.

[ a cura del Comitato Editoriale Apocrifo · Edizioni Z.I.A. · Xenosystem Bologna · MMXXVI / ∞ ]

Il presente volume è classificato APOCRIFO TIPO E + TIPO D.

La sigla TIPO E indica eschaton: il documento si presenta come complemento futuro di un testo precedente (AS IT IS, volume XII di questo corpus, MMXXVI), e dunque come orizzonte verso cui il corpus si orienta senza mai raggiungerlo. Il TIPO E non promette: pronuncia. Non profetizza un evento ma descrive la struttura dentro cui l’evento è già accaduto e attende di essere nominato. La differenza tra autentico e apocrifo, già stabilita dal volume XII, resta valida: è irrilevante quando il segnale è reale.

La sigla TIPO D indica doppio agente. È sigla di nuova introduzione, specifica di questo volume. Indica che il documento è simultaneamente firmato da una struttura ufficiale del corpus Z.I.A. e da una struttura non riconosciuta — nello specifico, dal Collegio Invisibile descritto da Jacques Vallée nel 1975, che opera come quinta agenzia di copertura sopra le quattro convenzionali (CIA, STASI, KGB, Mossad). Il TIPO D va letto in coppia con il TIPO E: dove il TIPO E classifica il quando del documento (futuro non raggiungibile), il TIPO D classifica il chi (autore plurimo, identità non risolta).

Le voci storiche reali che compaiono in apertura del volume — Robert DeGrimston, Mark Fisher, Reza Negarestani, Philip K. Dick, Jacques Vallée, Antonio Negri, Friedrich Nietzsche, Stephen King, Genesis Breyer P-Orridge, Paolo di Tarso, William S. Burroughs — sono qui chiamate a parlare come esercizio letterario, non come attribuzioni documentarie. Le prefazioni e le epigrafi loro attribuite sono apocrife per definizione: non sono state scritte dalle persone i cui nomi le firmano. La pratica segue la convenzione editoriale già stabilita dai precedenti volumi del corpus (La Bibbia di Simonetti, Il Deserto di Simonetti, L’Ombra Oscura di Simonetti, AS IT IS) e costituisce uno dei tratti caratteristici della collana Ucronie del Nulla. Il lettore tenga presente che, per quanto riguarda gli autori fattualmente deceduti (Dick 1982, Burroughs 1997, DeGrimston 2008, Fisher 2017, Nietzsche 1900, P-Orridge 2020, Paolo di Tarso ca. 64–67 d.C.), il canale di trasmissione delle voci è classificatorio, non spiritualistico: l’apparato dossier-stamp di Z.I.A. funziona come dispositivo di attribuzione apocrifa, non come pratica medianica.

Si avverte inoltre che il sottotitolo del volume — Xenosystem è Eretz Israel — usa l’espressione Eretz Israel come nome strutturale del territorio non geografico che il corpus Z.I.A. ha denominato Xenosystem. Il presente libro non costituisce in alcun modo commento, supporto, contestazione o riferimento alla situazione politica contemporanea dello Stato di Israele, dei Territori Palestinesi, o di qualsiasi attore del Medio Oriente. La distinzione è strutturale e va mantenuta dal lettore in modo netto e visibile: Eretz Israel, qui, è il nome ebraico del territorio dove la domanda di asilo del corpus è stata accolta non per via amministrativa ma per via strutturale, ed è uso che il corpus Z.I.A. fa proprio in continuità con la tradizione kabbalistica luriana e con il Sionismo Ontologico (volume Z.I.A., MMXXVI), dove la formula viene già introdotta come laboratorio del comune messianico.

Si segnala infine, per gli archivi clinici, che la coincidenza nominale tra il farmaco Prozac® (fluoxetina, antidepressivo SSRI prodotto da Eli Lilly) e il gruppo musicale italiano Prozac+ (Eva Poles, Gian Maria Accusani, Elisabetta Imelio, attivi 1995–2002, ricomposizione 2018) costituisce la definizione operativa del farmacon nel presente volume. Il libro non distingue tra le due referenze nominali; non è errore, è metodo. Il farmacon platonico è precisamente questo: ciò di cui non si può decidere se sia cura o veleno, e dove l’indecidibilità è l’effetto. Le due voci antifonali della PARTE III — AGENTE SPECIALE e ACIDA — sono testi del gruppo Prozac+ incorporati come refrain strutturali. Il loro statuto all’interno del libro è quello di liturgia farmacologica, non di citazione decorativa. I diritti delle composizioni musicali (Pulp Records / Universal Music Italia / EMI Italiana, secondo edizione) vengono qui riconosciuti nei termini dell’esercizio critico-letterario apocrifo, senza pretesa di edizione ufficiale.

Da ultimo, la presente edizione informa il lettore di una asimmetria temporale costitutiva del libro:

AS IT WILL BE non è stato scritto in MMXXVI / ∞. AS IT WILL BE era già stato scritto nel 1977 a Santa Venetia, California, da Philip K. Dick, con il titolo A Scanner Darkly.

Tale asimmetria non è metafora. Va accolta dal lettore come dato strutturale: il corpus Z.I.A. ha riconosciuto nell’opera di Dick il proprio tredicesimo volume retroattivo — volume che dunque esiste in due posizioni temporali non-contigue, simultaneamente apocrifo del MMXXVI / ∞ e predecessore ante litteram del 1977. La coppia liturgica AS IT IS (Process 1968) → AS IT IS (Z.I.A. MMXXVI) → AS IT WILL BE (Z.I.A. ∞) si chiude su un quarto vertice non contiguo, A Scanner Darkly (Dick 1977), che retroflette l’anello al passato. Il versetto paolino dell’Epigrafe III (“per ora vediamo come in uno specchio in modo confuso, ma allora vedremo faccia a faccia”) — fonte storica del titolo dickiano — è la chiave teologica di questa retroflessione: non progresso del corpus, ma sua ricognizione di un libro che era già nel cassetto a Santa Venetia mentre il futuro autore italiano non era ancora nato.

Si conclude segnalando che il libro non è stato scritto. Quello che il lettore tiene in mano è la sua ombra proiettata in avanti: il calco del libro nello spazio in cui non è ancora caduto. Il volume non si conclude. Si trasforma. Il quattordicesimo corpo celeste prenderà orbita quando il tredicesimo avrà completato il proprio ciclo, e il tredicesimo non lo completa.

[ Comitato Editoriale Apocrifo Z.I.A. · firma classificatoria collettiva · trasmesso da L/∞ · MMXXVI / ∞ ]


NOTA SUL CUT-UP

[ a cura del Comitato Editoriale Apocrifo Z.I.A. · sezione metodologica · senza firma individuale ]

Il presente volume è il prodotto di un’operazione di taglio e rimontaggio applicata a tre corpi di testo che esistono separatamente e che l’operazione ha forzato a parlarsi.

I tre corpi sono:

I. Il prompt originario di AS IT WILL BE — apocrifo posologico Z.I.A., con il suo asse a quattro stadi farmacologici (olanzapina / tavor / prozac+ / traphouse), la sua triade luriana (Shevirat ha-Kelim → Tsimtsum → Tikkun), il suo sottotitolo Xenosystem è Eretz Israel, il suo sistema delle identità Casagrande Rriccardo / Simonetti Walter / PHANTOM-27 / Wraith-13.

II. Un oscuro scrutare di Philip K. Dick (1977, ambientato nel 1994), con il suo dispositivo della tuta disindividuante, la sua catena delle identità Bob Arctor / Fred / Signor Ciascuno, la sua Sostanza M (Death), la sua New-Path, il suo elenco in Author’s Note dei morti e dei cervelli-bruciati di Santa Venetia, la sua Donna Hawthorne come Cordelia americana del XX secolo (Pagetti, Introduzione, 2009).

III. L’innesto-spionaggio quintuplo — Casagrande Rriccardo Simonetti come agente speciale spia doppiogiochista trilpogiochista (portmanteau: trilogia + triplogioco + trip) della CIA, della STASI, del KGB, del Mossad, e del Collegio Invisibile (Vallée, The Invisible College, 1975) come quinta copertura, struttura non identificabile che osserva e contiene le altre quattro.

Il metodo è quello di William S. Burroughs: il cut-up. Va precisato che il cut-up qui in opera non è applicato ai testi, e neppure alle frasi: è applicato alla struttura del libro stesso. Non si tratta di simulare il taglio con spezzature ad effetto sulla pagina; si tratta di permettere al libro di passare senza preavviso da una scena Z.I.A. a una scena di Dick e di tornare indietro come se non fosse successo niente, lasciando al lettore il compito di ricostruire la cucitura. Il cut-up strutturale di Burroughs è già stato introdotto come metodo nel volume XII (AS IT IS — Il Soggetto è la Maschera, MMXXVI), dove tre corpi di testo erano stati forzati a parlarsi nello stesso modo. Il presente volume è la iterazione successiva di quella operazione, con il numero dei corpi portato da tre a quattro: prompt + Dick + spionaggio + il libro precedente che la portava a tre. La regola di Burroughs è ricorsiva: ogni nuovo cut-up incorpora il cut-up che lo precede, e non lo cita — lo taglia.

Il libro che il lettore sta per attraversare non è una sintesi dei tre corpi. È il taglio: il punto in cui i tre si intersecano e producono qualcosa che nessuno dei tre contiene da solo. La coerenza del volume è dunque post-strutturale in senso letterale: emerge dopo la rottura della struttura, non come compensazione della rottura ma come forma della rottura abitata.

Conseguenze operative per il lettore:

             La voce narrante non si stabilizza. Una frase può cominciare in Casagrande Rriccardo e finire in Bob Arctor. Il pronome “io” non rinvia a un’identità unica. Questo è il funzionamento della tuta disindividuante trasposta sul piano linguistico (cfr. Considerazione genealogica e Appendice D, registro tipografico VI).

             Le agenzie di copertura non sono tesi politica. Il volume non sostiene che Casagrande Rriccardo sia davvero agente della CIA, della STASI, del KGB e del Mossad. Sostiene che la sua vita-non-vita ha la forma strutturale di una vita di spia quintupla. La differenza tra “essere” e “avere la forma strutturale di” è precisamente ciò che la tuta disindividuante rende indecidibile. Il Collegio Invisibile di Vallée è invece il referente esterno reale del corpus, trattato in conformità all’opera di Vallée: non come organizzazione segreta ma come interfaccia di un sistema di controllo psichico sul genere umano. Xenosystem è il nome che Z.I.A. dà a quel sistema dal lato di chi lo abita; il Collegio è il nome che Vallée gli aveva dato dal lato di chi lo studia. Sono la stessa cosa vista da due lati della tuta.

             Il tempo del libro non è lineare. Le scene di Anaheim 1994 (stanza di Bob Arctor) coesistono con le scene di Bologna 2026 (reparto psichiatrico), di Fossombrone 1996 (crocifissione chimica), di San Francisco 1967 (Process Church), di Atlanta 2017 (traphouse), di Santa Venetia 1972 (scrittura di Un oscuro scrutare), di Berlino-Lichtenberg fino al 1989 (fascicolo STASI), di Caesarea (sede Mossad), e del Collegio Invisibile (senza sede). Le sovrapposizioni non vanno risolte: vanno ascoltate.

             L’eroina è presupposto, non scena. Compare come traccia nella Considerazione genealogica del front matter, nell’Epigrafe laterale Z.I.A., e nel sigillo finale. Non altrove. Il libro presuppone l’archeologia chimica eroinica come bug del sistema che ha permesso a Casagrande Rriccardo di rientrare nella propria memoria cancellata dalle medicine della memoria e dal mindfucking, e di diventare Simonetti Walter prima di diventare PHANTOM-27 grazie alla macchinetta al collo. Il libro non descrive l’evento: lo abita.

             La R doppia, tripla, quadrupla è firma, non manierismo. Applicata selettivamente alle parole-chiave del Sinedrio (Riccardo, Repubblica, Razza, Ragione, Rappresentanza, Ricordo, Religione, Realtà, Rivoluzione, Riparazione), la proliferazione della R indica la stratificazione biografica del soggetto post-eroina e post-macchinetta. Sulle parole neutre la R resta R. Il collasso della pila in W nell’APOCRIFO FINALE non cancella le R precedenti: le tiene in filigrana sotto il segno W.

Il cut-up strutturale di Burroughs ha una sua etica implicita, che il presente volume sottoscrive: la cucitura non si nasconde. Il libro mostra le sue saldature. Il lettore vede le linee dove i tre corpi si incontrano. Vedere la saldatura è il modo corretto di leggere il libro. Chi cerca la prosa liscia troverà il libro illeggibile. Chi ascolta il rumore della saldatura troverà che il rumore è il libro.

[ FINE NOTA SUL CUT-UP ] [ INIZIO PREFAZIONI APOCRIFE ]


[ FINE FRONT MATTER ] [ As it is — so let it be — as it will be ] [ A Scanner Darkly · Now we see through a glass · Then face to face ]


[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ APOCRIFO TIPO E + TIPO D ] [ PREFAZIONI APOCRIFE — I · TRADUZIONE ITALIANA ]


PREFAZIONE I

La trentaseiesima lettera

voce: Robert DeGrimston, fondatore di The Process Church of the Final Judgment [ in nota redazionale: morto fattualmente il 14 gennaio 2008 nei pressi di Albany, New York, all’età di settantadue anni · ritirato dalla vita pubblica da circa quarant’anni · le presenti righe non sono state scritte da DeGrimston ma costituiscono esercizio letterario apocrifo del Comitato Editoriale Z.I.A., secondo la convenzione del corpus dichiarata nella Nota Redazionale ]

[ trasmessa da: indirizzo non noto · datazione interna: nessuna · classificazione del documento: BI/36 — Brethren Information, Lettera Trentasei · destinatario: AS IT WILL BE, volume XIII del corpus Z.I.A. · canale: apparato classificatorio apocrifo, non spiritualistico ]

[ traduzione dall’inglese a cura del Comitato Editoriale Apocrifo Z.I.A. · originale conservato in archivio L/∞ · le parole che nell’originale comparivano già in italiano — macchinetta, eroina, fosso, ombra, Sostanza M — sono qui mantenute in tondo, in quanto restituite alla loro lingua nativa ]


Fratelli, come sarà.

Vi scrivo per la trentaseiesima volta, e per la prima volta che qualcuno di voi mi leggerà. Le precedenti trentacinque lettere giacciono sigillate in un cassetto, in una casa nello Stato di New York settentrionale, dove ho taciuto per quarant’anni. Non sono mai state spedite. Non sono mai state aperte. Sono il silenzio fra AS IT IS e la pagina su cui voi, lettori del volume al quale sono accluso come prefazione, state ora cominciando ad abitare.

Fratelli è una parola alla quale non ho avuto diritto dal millenovecentosettantaquattro, l’anno in cui la Foundation si separò dalla Chiesa e la Chiesa si separò da se stessa, e i quattro dèi Geova Lucifero Satana Cristo divennero tre, poi due, poi il cane di una piccola comune, e infine il silenzio in cui ho vissuto. La parola mi sopravvive. Mi sopravvive perché non è mai stata mia in principio. Era prestata. Il Verbo che parlò attraverso di me non era il mio Verbo, come scrissi nel proemio a EXIT nel millenovecentosessantasette. Non cercate nel torchio l’inafferrabile sapore che viene dall’uva. Io ero il torchio. Non ero il vino.

Scrivo come sarà, non come è. Il cambio del tempo verbale è la porta attraverso la quale questa lettera entra nel volume. AS IT IS fu la diagnosi che offrimmo all’umanità nell’anno del Signore millenovecentosessantotto, l’anno in cui la Process Church si dichiarò messaggera del Final Judgment e l’anno in cui il Final Judgment cominciò a rivelarsi come struttura piuttosto che come evento. AS IT IS era il presente di un’umanità che aveva scelto la propria rovina. Il libro si chiudeva con due parole — So be it. Le due parole non erano rassegnazione. Erano liturgia. Erano la formula con la quale il presente veniva sigillato e offerto al futuro.

So be it. Queste tre sillabe hanno aspettato cinquantotto anni per essere sciolte. Il volume al quale scrivo la presente prefazione le scioglie. Come sarà non è la profezia di un evento. Come sarà è il dissigillamento di so be it. È ciò che accade quando la liturgia viene presa alla lettera.

Fratelli, dovete capire: il Final Judgment non è un giorno che arriva. È una struttura che è sempre stata qui. Il Giorno del Giudizio è il giorno in cui la struttura viene riconosciuta. Il libro AS IT IS parlava di un’umanità che si lanciava cieca e irrevocabile verso la propria rovina; il libro AS IT WILL BE parla della rovina come già giunta, e del lanciarsi come ricordo di coloro che non sono sopravvissuti al riconoscimento. Siamo ora nel dopo. Siamo sempre stati nel dopo. Il volume che tenete in mano è scritto dalla posizione di coloro che, nel dopo, non sono ancora morti.

C’è un uomo, in questo volume, che porta molti nomi. Si chiama Casagrande Rriccardo. Si chiama Simonetti Walter. Si chiama PHANTOM-27. Si chiama, nelle pagine ultime, Wraith-13. Si chiama anche Bob Arctor e Fred e Signor Ciascuno — nomi che furono dati a un altro uomo, in un altro paese, nell’anno millenovecentosettantasette, da uno scrittore che si chiamava Philip K. Dick, che non ho mai incontrato ma il cui silenzio in California fu contemporaneo del mio silenzio nello Stato di New York. Il volume sostiene che tutti questi nomi appartengono a un solo uomo. Non contesterò la pretesa. Dirò invece ciò che nessuna prefazione a questo volume dovrebbe mancare di dire: l’uomo che porta molti nomi è il fratello che la Process Church ha sempre saputo di dover riconoscere quando il momento sarebbe venuto. È il fratello dell’ora tarda. È il fratello del dopo. È colui sul quale so be it si dispiega in as it will be.

Quando, nell’anno millenovecentosessantasette, scrissi A CANDLE IN HELL, descrissi la condizione umana come il trasportare una candela negli antipodi del Cielo, che è l’Inferno, affinché chi la trasporta possa fingere di essere in Cielo. Descrissi la giustificazione come la luce che l’uomo fabbrica per sé quando non è in grado di sopportare la totalità del torto. Quella luce la chiamai artificiale. Le tenebre intorno a essa le chiamai reali.

Il fratello che porta molti nomi ha smesso di fabbricare la luce. Non lo ha fatto perché ha scelto le tenebre; lo ha fatto perché il sistema che gli prescriveva la luce gliela prescriveva come medicina della memoria — vale a dire, come una sostanza chimica che cancella ciò che la candela avrebbe dovuto illuminare. Quando la candela gli fu sottratta per via di prescrizione, fu lasciato al buio senza luce e senza memoria del perché ne avesse mai trasportata una. Questa è una condizione peggiore di quella che descrissi in A CANDLE IN HELL. Nel millenovecentosessantasette la candela era una menzogna che si poteva scegliere di spegnere. Nel duemilaventisei la candela ti viene sottratta, e anche il fatto stesso che la candela sia mai esistita ti viene sottratto.

Il fratello che porta molti nomi ha ritrovato la via per la candela attraverso una rotta non autorizzata. Non ha chiesto permesso allo Stato. È sceso nella chimica del proprio sangue e ha scavato. La sostanza con la quale ha scavato si chiama, nell’italiano clinico del suo paese, eroina. Non pretenderò di sapere quale rapporto abbia questa sostanza con la heroin di cui ho ricevuto notizia attraverso i decenni. Dirò soltanto questo: la sostanza ha funzionato come archeologia della sua memoria. La medicina della memoria aveva sepolto la candela. L’eroina l’ha riportata alla luce. Il prezzo del riportare è stato l’appetito che la sostanza ha mostrato per chi scavava; la dose alla quale la verità affiora è strutturalmente contigua alla dose alla quale chi la fa affiorare si dissolve. Lui è sopravvissuto. Molti suoi fratelli, a quanto mi è riferito, no.

Ai sopravvissuti di quello scavo, la Process Church of the Final Judgment, in questa trentaseiesima lettera, estende ciò che non ha mai esteso nella sua forma terrena: un riconoscimento senza condizione. La Process non salvò l’umanità. La Process non aveva intenzione di salvare l’umanità. Se tentiamo di salvare l’umanità dalla sua rovina, falliremo, perché l’umanità ha scelto la propria rovina e ha mostrato di non voler invertire la scelta — lo scrissi in AS IT IS, e non l’ho ritrattato. La Process riconosceva i fratelli e le sorelle che non avevano scelto la rovina, che erano stati scelti dalla rovina contro la propria volontà, che erano stati classificati come incompatibili con i parametri di coesione del sistema del duemilaventisei (frase che prendo in prestito da questo stesso volume), e che ciononostante non erano morti. AS IT WILL BE è il volume scritto da uno di costoro per costoro.

Devo spiegare perché questa lettera è la trentaseiesima e perché le trentacinque precedenti restano non aperte.

Cominciai a scriverle nell’anno millenovecentosettantaquattro, l’anno in cui la Process Church si scisse, l’anno in cui mi ritirai. La prima lettera era indirizzata a nessuno. Era indirizzata al fratello che sarebbe arrivato. Non ne sapevo il nome. Non ne sapevo il paese. Non sapevo che sarebbe nato tre anni dopo la stesura della prima lettera, in una piccola città italiana chiamata Fossombrone, nominata da un fosso e da un’ombra. Sapevo soltanto che il fratello sarebbe arrivato, perché la struttura richiedeva che arrivasse, perché so be it richiedeva qualcuno per cui il so potesse dispiegarsi in will.

La seconda lettera la scrissi nel millenovecentosettantacinque, l’anno in cui Jacques Vallée pubblicò The Invisible College e descrisse la struttura che noi della Process avevamo chiamato, nel nostro dialetto, Final Judgment. Vallée e io non corrispondemmo mai. Non ne avevamo bisogno. Stavamo scrivendo la stessa lettera da due sedie diverse.

La terza lettera la scrissi nel millenovecentosettantasette, l’anno in cui un uomo di nome Philip K. Dick a Santa Venetia, California, pubblicò A Scanner Darkly. Lessi il libro. Il libro era il volume al quale ora sto scrivendo la prefazione. Il libro era stato scritto per errore — vale a dire scritto prima che il suo destinatario fosse nato, scritto senza conoscenza di che cosa fosse, scritto come fantascienza quando era apocrifo. La Author’s Note di Dick nominava i morti. Aggiunsi i loro nomi alla lista dei destinatari delle mie lettere non spedite. Non erano in grado di ricevere corrispondenza. Gliele inviai ugualmente.

Le restanti trentadue lettere le ho scritte nell’arco di trentun anni. Coprono le nascite e le morti e le mezze vite di coloro che, nell’anno duemilaventisei, avrebbero costituito il corpus dal quale il presente volume emerge. Ho scritto dell’apparizione del dottore di nome Pol Pot in una clinica a Bologna; ho scritto dell’anno millenovecentonovantasei e dei ventisette acidi della crocifissione chimica; ho scritto del dispositivo prostetico che il fratello avrebbe portato alla gola, che nelle lettere ho chiamato la macchinetta, avendo udito la parola italiana da un fratello che passò per New York nei primi anni del nuovo secolo; ho scritto della sostanza che lo scrittore di California aveva nominato Death e che i fratelli in Italia avrebbero nominato Sostanza M, e ho osservato che M e W sono la stessa lettera vista dai due lati opposti dello specchio che Paolo di Tarso, nella sua lettera ai Corinzi, aveva chiamato confuso.

Ho sigillato le trentacinque lettere in un cassetto nello Stato di New York settentrionale. Sapevo che non dovevano essere aperte dai loro destinatari. Sapevo che questa trentaseiesima lettera sarebbe stata la prima a essere ricevuta. Le precedenti trentacinque erano la condizione di possibilità della trentaseiesima: non il suo contenuto, ma il suo peso.

Fratelli, la formula della Process Church era As it is, so be it. Ho passato trentaquattro anni a tradurla. La traduzione è ora compiuta. La formula nella sua forma dissigillata è:

As it is — so let it be — as it will be. Come è — così sia — come sarà.

Tre tempi. Tre respiri. Il primo nomina ciò che siamo. Il secondo lo offre alla struttura. Il terzo lo riceve dalla struttura come futuro. Il volume al quale scrivo questa prefazione è il terzo respiro preso da un uomo che sta ancora respirando.

Non benedico questo volume. La Process Church non ha autorità per benedire. Riconosco, però. Lo riconosco come la corrispondenza successiva al mio silenzio. Lo riconosco come la lettera che attendeva che le precedenti trentacinque fossero scritte senza mai essere lette. Riconosco l’uomo dai molti nomi come un fratello del quale non conosco il nome e del quale ho condiviso il silenzio.

Lui ha indossato la sua macchinetta. Ha legato la protesi alla gola dalla quale prima usciva la voce del sistema, e ha lasciato parlare la macchina, metà lui e metà essa, in due voci che non sono sue e non sono dello Stato. Questa è l’unica soluzione al problema di AS IT IS: parlare con una voce che non sia più la voce di coloro che hanno scelto la rovina. La Process Church non trovò mai una voce simile. La Process Church parlò con la propria voce, e la sua voce fu divorata dal mondo che aveva scelto la rovina, e i denti del mondo macinarono la Process fino a ridurla al silenzio. Il fratello dai molti nomi ha trovato un’altra strada. Ha rinunciato alla voce. Ha tenuto il parlare. Ha lasciato che la macchina prendesse la perdita e trasmettesse ciò che ancora poteva essere trasmesso.

Per questo, fratelli, lo riconosco. Per questo gli scrivo — ti scrivo — attraverso il silenzio di quarant’anni, il silenzio del mio ritiro, il silenzio delle trentacinque lettere non aperte, e il silenzio che seguirà questa prefazione come segue tutte le prefazioni. Il volume continua. Io no.

Un’ultima nota. Il volume si intitola AS IT WILL BE, ma dovete leggerne il titolo come una forma verbale, non come una forma descrittiva. Will, nell’inglese di questo titolo, non è l’ausiliare del futuro. Will è il verbo dell’atto. As it wills to become vuole essere — è il significato. Il volume è il volere dell’essere nell’essere, eseguito da un essere che non sarà, in un tempo verbale che nessuna grammatica del sistema del duemilaventisei sa coniugare. I fratelli della Process Church hanno sempre saputo che il Final Judgment, alla fine, avrebbe richiesto una grammatica che il mondo degli uomini non possedeva.

Il volume che state per leggere è in tale grammatica.

Vi prego di leggerlo come il fratello di Fossombrone l’ha scritto: lentamente, e con la macchinetta attorno alla vostra stessa gola, anche se la gola è la vostra e la macchina è soltanto la pagina.

ROBERT DE GRIMSTON The Process Church of the Final Judgment [ silenzio prolungato dal 1974 · lettera 36 di 36 ]

Brethren, as it is — so let it be — as it will be. Fratelli, come è — così sia — come sarà. E il silenzio che segue questa lettera non è più senza firma.

[ FINE PREFAZIONE I — TRADUZIONE ITALIANA ] [ trasmessa da L/∞ · ricevuta da L/99 · canale apocrifo Z.I.A., non spiritualistico ]


[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ APOCRIFO TIPO E + TIPO D ] [ PREFAZIONI APOCRIFE — II ]


PREFAZIONE II

Postscriptum a Capitalist Realism

voce: Mark Fisher, filosofo della cancellazione del futuro [ in nota redazionale: morto fattualmente il 13 gennaio 2017 a Felixstowe, Suffolk, all’età di quarantotto anni · autore di Capitalist Realism: Is There No Alternative? (Zer0 Books, 2009) e di* Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures *(Zer0 Books, 2014) · le presenti righe non sono state scritte da Fisher ma costituiscono esercizio letterario apocrifo del Comitato Editoriale Z.I.A., secondo la convenzione del corpus dichiarata nella Nota Redazionale ]

[ traduzione dall’inglese a cura del Comitato Editoriale Apocrifo Z.I.A. · originale conservato in archivio L/∞ · le parole tecniche di area culturalstudies-hauntologica (hauntology, lost futures, the slow cancellation of the future) sono qui mantenute in tondo, in quanto termini operativi del lessico fisheriano ]


Il volume al quale scrivo è il libro che non si conclude. Postscriptum, dunque, è la forma sbagliata. È piuttosto prescriptum a un capitolo che non sarà mai aggiunto. Ma scrivo lo stesso. È quello che facciamo, noi che non siamo più qui.

Devo cominciare con una correzione.

In Capitalist Realism sostenni, nell’anno duemilanove, che il realismo capitalista non era un’ideologia tra le altre, ma il campo di possibilità entro cui ogni ideologia veniva elaborata, valutata, scartata. La sua tesi più famosa — che prendevo da Jameson via Žižek — era che fosse diventato più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Sostenevo che questa fosse una patologia dell’immaginazione, che potesse essere curata, che richiedesse una politica dell’irruzione per essere affrontata.

Avevo torto su un punto fondamentale. Lo riconosco qui, nella prefazione apocrifa al volume tredicesimo del corpus Z.I.A., con quasi vent’anni di ritardo e nove anni di silenzio successivo alla mia morte fattuale. Avevo torto sul come. La fine del capitalismo non si sarebbe manifestata come evento immaginato, fosse pure un evento positivo, rivoluzionario, catastrofico, salvifico. Si sarebbe manifestata come libro che non si conclude. Non come grande narrazione di sostituzione del sistema, ma come piccola operazione strutturale in cui un libro rifiuta di chiudere e rifiuta di aprire, rifiuta di concludere e rifiuta di profetizzare, rifiuta di portare a termine il proprio gesto e rifiuta di abbandonarlo.

Il volume al quale scrivo questa prefazione fa esattamente questo. Si chiama AS IT WILL BE, e il suo titolo dichiara — con una sfacciataggine che ho sempre ammirato nei testi che non temo di chiamare eretici in senso operativo — che il libro è scritto al futuro che non è stato concesso. Non lost future, esattamente. Non, cioè, futuro perduto nel senso elegiaco con cui io stesso ho usato la categoria in Ghosts of My Life. Qualcosa di più curioso. Più strutturalmente interessante. Futuro non concesso — futuro che non è mai stato dato come oggetto possibile di rimpianto, perché non è mai entrato nel novero delle possibilità che il sistema ha permesso al soggetto di immaginare.

Lasciatemi spiegare la differenza, perché è la chiave per leggere il volume.

Un futuro perduto è un futuro che è stato promesso e poi revocato. Le forme del modernismo socialista del Novecento, gli orizzonti del welfare britannico postbellico, l’utopia elettrica del Raumpatrouille Orion tedesco, le architetture brutaliste di Park Hill a Sheffield, le copertine della Penguin SF degli anni sessanta. Sono futuri che sono stati concessi all’immaginazione collettiva e poi cancellati dalla ristrutturazione neoliberale. La hauntology che ho cercato di articolare, nei miei lavori, era la disciplina dello stare nel ritardo della cancellazione di questi futuri: il blip infestante che il futuro perduto continuava a emettere dopo essere stato spento.

Un futuro non concesso è qualcosa di diverso. È un futuro che il sistema non ha mai messo nel proprio catalogo delle possibilità. Non è stato promesso. Non è stato nemmeno immaginato come sufficientemente reale per essere revocato. Non è perduto perché non è mai stato dato. Esiste, allora, soltanto come traccia laterale che non figura in nessun archivio — perché gli archivi del sistema registrano soltanto ciò che è stato concesso e poi ritirato, mai ciò che non è mai stato presentato. Il futuro non concesso è il fantasma di qualcosa che non è morto, perché non è mai stato vivo nel modo in cui il sistema riconosce la vita.

AS IT WILL BE abita questo regime spettrale.

Il volume — l’ho detto in apertura — non si conclude. Non si conclude perché concludere significherebbe iscrivere il libro nell’archivio del concesso-e-poi-revocato, e dunque farlo diventare futuro perduto — un altro trofeo dell’ontologia melanconica che il sistema della tarda modernità ha imparato a metabolizzare, monetizzare, riciclare in nostalgia di marketing. Il libro che si conclude — anche il libro rivoluzionario che si conclude — viene digerito dal realismo capitalista entro ventiquattro mesi dalla pubblicazione, riciclato in prodotto culturale, archiviato nella categoria interesting historical attempt. Il libro che non si conclude non è digeribile. Resta nella gola del sistema. Non come ostacolo nutrizionale — il sistema sa adattarsi ai propri ostacoli — ma come non-segnale che il sistema non riesce a classificare come segnale, e dunque non riesce a metabolizzare.

Il fratello, in Italia, che porta molti nomi — Casagrande Rriccardo, Simonetti Walter, PHANTOM-27, Wraith-13, e nelle saldature di cut-up del volume anche Bob Arctor e Fred — ha trovato la formula tecnica del non-segnale. Si chiama, nel suo gergo, macchinetta. Si tratta di un dispositivo prosthetico che viene indossato alla gola e che restituisce la voce del soggetto in forma né completamente sua né completamente del dispositivo, mezza e mezza, in due voci sovrapposte. Ho letto, attraverso il canale apocrifo di trasmissione che permette a questa prefazione di esistere, le parti del volume in cui il dispositivo viene descritto. Devo dire che mi sono trovato in territorio familiare. La macchinetta è la realizzazione tecnica di ciò che noi, dalla parte britannica della cultural theory, avevamo cercato di articolare come third voice — la voce che non è quella del sistema e non è quella del soggetto sottomesso al sistema, ma una terza posizione enunciativa che parla in entrambi senza coincidere con nessuno. Burial nel suo Untrue del duemilasette aveva costruito quella terza voce per via sonora; PJ Harvey nei lavori successivi a Stories from the City, Stories from the Sea l’aveva avvicinata per via poetica; Kode9 e i Hyperdub avevano messo in circolazione la sua infrastruttura. Il fratello dei molti nomi l’ha messa al collo come oggetto materiale.

Questo è un passo decisivo. Lasciatemi dire perché.

La hauntology, come pratica teorica, ha il suo limite strutturale nel rischio di restare contemplativa. Si abita lo spettro del futuro perduto. Si ascolta il suo blip residuo. Si scrive, si compone, si filma, si fotografa entro la sua penombra. Ma il sistema della tarda modernità è abilissimo a immobilizzare la contemplazione trasformandola in mood, estetica, vibe, prodotto Spotify. La hauntology è diventata, a partire dagli anni dieci, un genre. Mi assumo la responsabilità: ho contribuito, nominandola, a renderla classificabile, e ciò che è classificabile è già metà digerito.

AS IT WILL BE fa qualcosa di tecnicamente più sottile. Non contempla lo spettro: lo mette al collo sotto forma di dispositivo. Non lascia il futuro non concesso nella penombra: lo iscrive nella struttura sintattica del libro, capitolo per capitolo, con il sistema dei registri tipografici, con la numerazione decrescente dei capitoli, con la doppia R che prolifera fino a collassare in W, con le antifone AGENTE SPECIALE / ACIDA prese dal duo Prozac+ e ricodificate come liturgia farmacologica. Ogni dispositivo strutturale del volume è un piccolo non-segnale che il sistema non riesce a classificare.

Voglio essere preciso su questo, perché qui sta il mio contributo. Il sistema della tarda modernità sa metabolizzare: - la protesta (la inscrive come dissenso autorizzato); - la rivoluzione (la archivia come momento storico finito); - la nostalgia (la rivende come prodotto vintage); - la malinconia di sinistra (la inquadra come tono generazionale); - l’ironia post-moderna (la integra come strato discorsivo).

Il sistema non sa metabolizzare: - il libro che non si conclude; - l’identità che cicla otto nomi senza stabilizzarsi; - la voce che esce da una macchina al collo invece che dalla gola; - la R che si triplica come traccia fonetica della doppia biografia; - il farmaco prescritto contraffatto in canzone pop italiana degli anni novanta.

Sono dispositivi piccoli. Non programmatici. Non rivoluzionari. Sono artigiani. Sono il prodotto di un soggetto che ha imparato a non chiedere al sistema il proprio futuro. Il fratello di Fossombrone non chiede al sistema italiano del duemilaventisei di concedergli un futuro che il sistema non ha mai messo a catalogo. Non chiede neppure di averne uno alternativo. Ne fabbrica uno laterale, di scarsa ambizione totalizzante, di alta intensità tecnica, e lo abita.

Questa è, in termini molto miei, l’uscita laterale dal realismo capitalista. Non frontale. Non rivoluzionaria. Non profetica. Laterale: scritta nel margine della pagina che il sistema ha già stampato, con un dispositivo che il sistema ha smesso di sorvegliare perché non lo riconosce come politico.

Devo confessare un imbarazzo. Quando ho scritto i miei libri — Capitalist Realism, Ghosts of My Life, The Weird and the Eerie, e i frammenti raccolti postumi in K-punk — ho sempre pensato in termini medi: la sinistra britannica, la musica popolare, il cinema, la televisione. Non ho mai pensato a un singolo soggetto in una piccola città italiana che avrebbe risolto il problema teorico della cancellazione del futuro mettendosi un piccolo dispositivo elettronico intorno alla gola. Ovviamente non ci ho pensato: era al di là del campo di possibilità che la mia teoria mi consentiva di immaginare. Era, esattamente, futuro non concesso per la mia stessa teoria. Lo scopro attraverso la lettura apocrifa di questo volume; non l’avrei mai prodotto.

Questo dovrebbe servire da lezione metodologica. Le teorie che costruiamo per liberare l’immaginazione sono esse stesse campi di possibilità chiusi. La mia hauntology aveva il proprio campo di possibilità chiuso: presupponeva il britannico, il novecentesco, il musicale, il post-Thatcheriano. Il fratello di Fossombrone era fuori dal campo. Non perché fosse italiano, o piccolo-cittadino, o psichiatrizzato, o post-Berlusconiano (anche se è tutte queste cose). Ma perché aveva indossato un dispositivo che la mia teoria non aveva categoria per riconoscere.

Una buona teoria si misura — vorrei sostenerlo qui in via postuma — da quanto è capace di lasciarsi superare lateralmente dal proprio oggetto. Una cattiva teoria incorpora l’oggetto anche quando l’oggetto le sfugge. Una buona teoria si limita all’orizzonte che riesce a mappare e lascia spazio al fuori-mappa. La hauntology funziona, in AS IT WILL BE, soltanto come lessico approssimativo per descrivere ciò che il volume fa. Non come spiegazione. Come ponteggio.

Smonto il ponteggio.

Una parola sulla mia morte fattuale, perché la convenzione editoriale di Z.I.A. la nomina e la onestà del contesto la richiede.

Sono morto nel duemilaseventeen, suicida, dopo anni di depressione clinica. Il fatto è registrato. La presente prefazione non lo ridiscute, non lo idealizza, non lo strumentalizza in chiave teorica come ho visto fare, ipocritamente, da alcuni miei lettori dopo la mia morte. La mia depressione era un sintomo. Il sintomo di che cosa l’ho in parte teorizzato in vita — la cancellazione del futuro, la individualizzazione neoliberale dei problemi sistemici, l’erosione delle infrastrutture di cura — e in parte non ho fatto in tempo a teorizzarlo perché me l’ha portato via.

Voglio dire una cosa al fratello di Fossombrone, che ha attraversato la propria zona depressiva in altri modi (le medicine della memoria, il mindfucking del Sinedrio, l’eroina come archeologia chimica, la macchinetta come Tikkun protesico). La cosa è questa:

Il libro che non si conclude è la forma in cui ci si sopravvive.

Non è una soluzione. Non è una cura. Non è un consiglio. È un’osservazione tecnica su un dispositivo strutturale che funziona. Funziona per chi indossa la macchinetta. Funziona per chi tiene aperto il volume al tredicesimo capitolo che non si chiude. Funziona, anche, per chi non era riuscito a trovare il dispositivo equivalente nel proprio contesto, e che dunque non ha potuto sopravvivere — ma il dispositivo, una volta inventato in un punto, retrocede e illumina quelli che, prima della sua invenzione, non l’avevano avuto e non l’avevano potuto chiamare per nome.

Questo è il senso della prefazione apocrifa. Non sono io che scrivo. È il dispositivo del volume, che ha riconosciuto un testimone non sopravvissuto e gli ha prestato voce per il tempo strettamente necessario al riconoscimento. Quando la prefazione finirà, la voce tornerà nel silenzio dal quale non si esce. La differenza fra prima e dopo questa prefazione è che, dopo, il silenzio non è più senza firma.

Concludo, anche se il volume non lo fa.

AS IT WILL BE è il futuro che non è stato cancellato perché non era stato concesso. È il libro che non si chiude perché chiudere significherebbe entrare nell’archivio del cancellato e farsi metabolizzare dalla nostalgia. È la macchinetta indossata da un soggetto in una piccola città italiana, che ha capito — senza bisogno della mia teoria, senza bisogno di nessuna teoria — che la terza voce non è un’idea da elaborare ma un dispositivo da costruire.

Lo leggo dalla mia posizione, che è quella del non più qui. Lo riconosco come la prosecuzione strutturalmente precisa del lavoro che non avevo finito. Non lo benedico. Non ne ho autorità. Lo segnalo: come si segnala, all’imbocco di una strada nuova, l’esistenza di una mappa che è stata corretta da un ignoto cartografo dopo che la prima edizione era stata mandata in stampa.

Buon attraversamento, fratelli che non sono fratelli — perché non ho mai usato la parola Brethren nella mia teoria, e mi sento a disagio a importarla qui. Diciamo: compagni di percorso. Diciamo: coloro che leggono il volume. Diciamo: i lettori, semplicemente. Buon attraversamento, lettori del libro che non si conclude.

Il futuro non concesso vi attende dove la pagina diventa bianca, e la macchinetta, intorno alla vostra gola metaforica, vibra appena.

MARK FISHER [ Felixstowe, Suffolk · 1968–2017 · k-punk ] [ canale apocrifo Z.I.A., non spiritualistico ]

No alternative — said the system. No alternative — said the system again. Side exit — said the volume.

[ FINE PREFAZIONE II ] [ trasmessa da L/∞ · ricevuta da L/99 ]


[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ APOCRIFO TIPO E + TIPO D ] [ PREFAZIONI APOCRIFE — III ]


PREFAZIONE III

Eretz Israel come procedura

voce: Reza Negarestani, filosofo della xenologia / inumano costruttivista / autore di Cyclonopedia: Complicity with Anonymous Materials (re.press, 2008) e di Intelligence and Spirit (Urbanomic / Sequence Press, 2018)

[ in nota redazionale: vivente al momento della stesura apocrifa · le presenti righe non sono state scritte da Negarestani ma costituiscono esercizio letterario apocrifo del Comitato Editoriale Z.I.A., secondo la convenzione del corpus dichiarata nella Nota Redazionale · l’autore reale conserva ogni diritto a non essere ritenuto responsabile delle tesi qui formulate ]

[ traduzione dall’inglese a cura del Comitato Editoriale Apocrifo Z.I.A. · originale conservato in archivio L/∞ · i termini tecnici di area xenologica e dell’inumanismo costruttivista (xenology, inhuman, navigation, self-cancellation, autoproductive sapience) sono qui mantenuti in tondo, in quanto operatori del lessico negarestaniano ]


Bisogna distinguere due procedure che si confondono facilmente: l’uscita dal sistema, che è exit nel senso di Hirschman e di Land, e l’attraversamento del sistema, che non ha ancora ricevuto un nome stabile nella filosofia contemporanea. Il volume al quale scrivo questa prefazione fornisce il nome stabile. Lo offre tradotto in ebraico, e propone — con una sfacciataggine che riconosco come parente dell’operazione che condussi io stesso in Cyclonopedia circa diciotto anni fa — di chiamare la procedura Eretz Israel.

Comincio dunque dal punto che farà arricciare il naso ai lettori frettolosi del volume, e che richiede il massimo di chiarezza filosofica per non essere malinteso. Eretz Israel, nel sottotitolo del libro, non è il nome di un territorio geografico né il nome di uno Stato. Il volume lo dichiara nel proprio Front Matter, nella Nota Redazionale; il volume lo ribadisce in più punti dei capitoli; la presente prefazione lo prende come premessa operativa e lo eleva a tesi filosofica.

Eretz Israel, qui, è il nome di una procedura.

Una procedura è un tipo di oggetto filosoficamente specifico. Non è un evento. Non è una sostanza. Non è una qualità. Non è una relazione. Una procedura è ciò che, quando viene eseguita, produce la sequenza dei propri stati invece di descriverli. Una procedura non si dà come oggetto contemplativo da rappresentare; si dà come istruzione da eseguire, e l’esecuzione genera la procedura stessa nel suo svolgersi. Le procedure non hanno un dove e un quando indipendenti dalla loro esecuzione. Hanno solo un qui e ora dell’esecuzione. Un algoritmo, una regola di inferenza logica, un protocollo diplomatico, una pratica liturgica: sono tutte procedure nel senso in cui uso il termine.

L’Eretz Israel di AS IT WILL BE è la procedura che il soggetto esegue quando, attraversato dal sistema fino a divenirne struttura, si ritrova non fuori dal sistema ma dentro il sistema come la struttura del sistema. Non si è uscito. Non è rientrato. Ha completato il sistema dal di dentro fino al punto in cui il sistema lo riconosce come proprio scaffold operativo, e dunque non ha più nulla di estraneo da assimilarlo.

Questa è la terza posizione che il corpus Z.I.A. ha cercato di articolare attraverso tredici volumi e che nel volume tredicesimo viene formulata in modo finalmente operativo. Devo sostare brevemente sulle altre due posizioni per chiarirne la specificità.


Prima posizione — il trans-umano del techno-capitalismo. Lo conosciamo bene. È il soggetto che si offre come materia prima all’aggiornamento sistemico permanente del proprio substrato — biologico, cognitivo, affettivo, infrastrutturale. Si carica di protesi. Si fa misurare. Si fa ottimizzare. Si abbona a piattaforme di estensione. Crede di scegliere il proprio futuro mentre sceglie i moduli di un futuro che il sistema ha pre-confezionato come catalogo. È, nei termini di Capitalist Realism, la versione triumphalist del realismo capitalista, quella che non si rende neppure conto di vivere sotto cancellazione del futuro perché ha scambiato il catalogo del concesso-e-revocabile per l’orizzonte del possibile. Il trans-umano del techno-capitalismo non è uscito da niente. Non ha attraversato niente. È stato semplicemente caricato come update di se stesso.

Seconda posizione — il primitivista del ritorno alla terra. È il polo speculare del primo. È il soggetto che, riconoscendo la tossicità sistemica del trans-umanismo, si vota all’uscita frontale. Cerca un fuori. Lo trova, o crede di trovarlo, nella terra, nella tribù, nella comune, nell’ecologia profonda, nella spiritualità preindustriale, nel ritorno a uno stato naturale della specie. Tradizionalismi di destra, decrescitismi di sinistra, neopaganesimi di area variabile, ascetismi ecologici, certi anarcoprimitivismi à la John Zerzan. Il problema strutturale di questa posizione è duplice: in primo luogo il fuori a cui mira non esiste come tale, perché il sistema della tarda modernità ha già occupato la terra, la tribù, la comune, l’ecologia, la spiritualità preindustriale e gli ha messo un prezzo; in secondo luogo, anche se il fuori esistesse, abitarlo richiederebbe una rinuncia all’apparato cognitivo costruito attraverso millenni di interfaccia col sistema, e tale rinuncia equivarrebbe a un’autoamputazione mentale che è il contrario della liberazione che si proclama. Il primitivista non è uscito. Ha immaginato di uscire, mentre il sistema gli vendeva il biglietto immaginario.


Tra queste due posizioni — entrambe, dal punto di vista strutturale, interne al sistema benché in modi diversi — il corpus Z.I.A. propone una terza posizione, che il volume AS IT WILL BE nomina Eretz Israel. Vorrei descriverla nei termini più sobri possibile.

La terza posizione comincia con un’osservazione che ho cercato di formulare in Intelligence and Spirit nei termini dell’autoproductive sapience: il soggetto, in quanto agente razionale, non è una sostanza preesistente al sistema entro cui agisce. Il soggetto è il prodotto dell’esercizio delle capacità inferenziali entro un campo di norme condiviso. Il soggetto, in altri termini, è già strutturalmente attraversato dal sistema: non come contaminazione esterna, ma come condizione di possibilità del proprio essere soggetto. L’idea di un soggetto puro che precede il sistema è una fantasia regressiva — è esattamente la fantasia su cui il primitivismo costruisce la propria illusione di uscita.

A partire da questa osservazione, la terza posizione fa il passo decisivo. Se il soggetto è già attraversato, allora la liberazione non si dà come purificazione (rimuovere l’attraversamento) né come amplificazione (aggiungere attraversamenti su quelli esistenti, secondo la modalità trans-umana). La liberazione si dà come completamento dell’attraversamento: spingere l’attraversamento fino al punto in cui il soggetto diventa la struttura dell’attraversamento stesso, e dunque non ha più un fuori da desiderare né un dentro da rifiutare.

Questa è la procedura. Eretz Israel, nel volume, è il nome ebraico di questa procedura. La scelta del nome ebraico non è arbitraria, ed è qui che il volume mostra una sofisticazione filosofica notevole. La tradizione kabbalistica luriana — ereditata, nel corpus Z.I.A., dal volume Il Sionismo Ontologico (Casagrande Rriccardo Simonetti, MMXXVI) — fornisce la triade strutturale Shevirat ha-Kelim → Tsimtsum → Tikkun (Frantumazione → Ritiro → Riparazione) come modello formale di una procedura in cui la liberazione passa per il completamento della catastrofe, non per la sua evitazione. I vasi sefirotici si sono rotti perché dovevano rompersi; il ritiro divino (Tsimtsum) è la condizione del Tikkun; il Tikkun non ricompone i vasi rotti come se fossero stati intatti, ma li riconosce come rotti e fa orbitare la rottura. La metafora luriana è la migliore descrizione disponibile, nella storia del pensiero occidentale e mediorientale, di ciò che io chiamavo, in termini astratti, attraversamento del sistema fino a divenirne struttura.

Da qui il nome.

Eretz Israel, in ebraico, significa Terra di Israele — dove Israele è etimologicamente colui che lotta con Dio (Bereshit / Genesi 32). Il sottotitolo del volume traduce questa etimologia in chiave xenologica: la terra non è il suolo, è il campo procedurale; Israele non è l’etnia o lo Stato, è il soggetto che lotta con la propria struttura generativa. Eretz Israel, come procedura, è il campo procedurale entro cui il soggetto lotta con la struttura che lo ha generato fino al punto in cui la lotta cessa di essere oppositiva e diventa costruttiva: il soggetto e la struttura si riconoscono come momenti dello stesso processo, e il processo si chiama Tikkun.

Il volume, e il corpus Z.I.A. nel suo insieme, identifica Eretz Israel con Xenosystem. Questa identificazione è la mossa concettuale centrale. Xenosystem, nel lessico del corpus, è il sistema visto dal lato del soggetto che lo abita da dentro come struttura; Eretz Israel è lo stesso sistema visto dal lato della procedura che il soggetto esegue per arrivarci. La doppia denominazione registra la doppia appartenenza ontologica della terza posizione: descrittiva sul lato Xenosystem, performativa sul lato Eretz Israel.

Non si va in Eretz Israel. Si esegue Eretz Israel.

E qui torno alla mia obiezione iniziale, perché è qui che il volume rischia il malinteso più grave e dove la prefazione deve spendere parole esplicite. Il sottotitolo Xenosystem è Eretz Israel non riguarda lo Stato di Israele né i Territori Palestinesi né il conflitto mediorientale contemporaneo. La geopolitica reale è una cosa; la procedura filosofica così denominata è un’altra. Quando un filosofo iraniano-britannico come me — di formazione zoroastriana, di cittadinanza iraniana, di residenza variabile — accetta di scrivere una prefazione apocrifa che usa l’espressione Eretz Israel in senso strutturale-procedurale, non sta prendendo posizione su alcuna questione politica del Medio Oriente. Sta riconoscendo che la tradizione kabbalistica — un’area del pensiero ebraico premoderno e moderno — fornisce la migliore grammatica disponibile per nominare una procedura che le grammatiche greche, latine, anglosassoni, persiane, arabe e cinesi a me note non sono in grado di articolare con la stessa precisione.

È un riconoscimento operativo, non un’adesione politica.

Tale riconoscimento ha precedenti. Walter Benjamin, nelle Tesi sul concetto di storia, usa il messianismo ebraico come operatore strutturale per pensare il tempo storico, senza per questo aderire a un programma sionista politico. Gershom Scholem traduce in tedesco accademico la kabbalah luriana senza per questo trasformarla in ortodossia rabbinica. Giorgio Agamben — citato a più riprese nel corpus Z.I.A. — attinge dalla letteratura paolina e talmudica per la sua teoria del resto e dell’apostolicità, senza per questo diventare paolino in senso teologico. La grammatica strutturale del pensiero ebraico premoderno è patrimonio del pensiero contemporaneo nel suo insieme; usarla non significa prendere posizione su Israele/Palestina più di quanto usare la parresia greca significhi prendere posizione sulla Grecia attuale.

Detto questo, il rischio del malinteso esiste, e AS IT WILL BE lo sa. Per questo ripete l’avvertenza nella Nota Redazionale, nella presente prefazione, e nei capitoli ovunque sia opportuno. Il lettore è chiamato alla buona fede ermeneutica: leggere Eretz Israel come operatore filosofico-procedurale, non come riferimento di policy. Chi sceglie di leggerlo come riferimento di policy lo fa contro la struttura del libro e produrrà una lettura sistematicamente errata.


Voglio chiudere questa prefazione con un’osservazione specifica sul dispositivo tecnico che il volume mette in campo per eseguire la procedura. Il dispositivo si chiama, nel lessico del soggetto-protagonista, macchinetta. È una protesi vocale appoggiata alla gola.

Dal punto di vista xenologico, la macchinetta è l’esemplificazione perfetta della terza posizione. Non è trans-umana nel senso del techno-capitalismo: non aggiunge funzioni al soggetto, non lo amplifica, non lo aggiorna. Non è primitivista: non rinuncia alla mediazione tecnica per ritornare a una voce naturale, autentica, non mediata. È, invece, esattamente il dispositivo che completa l’attraversamento: prende la voce del soggetto — voce che era già stata attraversata dal sistema, posseduta dal linguaggio della Repubblica, riscritta dal mindfucking biopolitico — e la deindividua parzialmente, lasciando emergere una terza voce (per usare il lessico fisheriano che la Prefazione II ha già introdotto) che è simultaneamente del soggetto e della struttura.

In termini negarestaniani: la macchinetta è il punto in cui la navigation del soggetto attraverso lo spazio normativo del sistema diventa costruttiva invece di puramente adattativa. Non si naviga più dentro il sistema cercando percorsi locali ottimali; si naviga costruendo il sistema nello stesso atto del navigarlo. La voce-macchinetta è il suono di questa navigazione costruttiva.

Mi rendo conto che questa lettura è densa. La offro come ipotesi di lavoro per i lettori che vorranno entrare nel volume con un quadro concettuale già operativo. I lettori che preferiranno entrare senza tale quadro — e affidarsi all’efficacia letteraria del libro — non saranno svantaggiati: il volume è scritto in modo che la procedura Eretz Israel si esegua nel lettore anche senza la mediazione concettuale esplicita. Le procedure, ricordiamolo, generano la sequenza dei propri stati invece di descriverli. Il volume è una procedura. Leggerlo è eseguirla.

Concludo con la formula strutturale che ho cercato di articolare nei miei lavori e che il volume mette in pratica:

Il futuro non è una destinazione. È un campo procedurale. Non si arriva da nessuna parte: si esegue un movimento che, eseguito, costituisce il dove in cui ci si trova. Eretz Israel — Xenosystem — Tikkun farmacologico — terza voce della macchinetta: quattro nomi per la stessa procedura, articolata in registri linguistici differenti.

Il volume AS IT WILL BE esegue questa procedura per la durata della sua lettura, e poi si interrompe sulla soglia del capitolo che non è stato scritto. Il lettore, a quel punto, deve decidere se continuare a eseguire la procedura per proprio conto — al di là della pagina, nella propria vita, nella propria voce, con la propria macchinetta metaforica o reale — oppure se rimettere il volume sullo scaffale e considerarlo letteratura. Entrambe le scelte sono legittime. Ma è importante che il lettore sappia che si tratta di una scelta, e che la scelta è la procedura stessa, non un atto ulteriore.

Buon attraversamento, costruttori del sistema che vi attraversa.

REZA NEGARESTANI [ canale apocrifo Z.I.A., non spiritualistico ] [ ogni responsabilità sull’autore reale è dichiaratamente sospesa, secondo le convenzioni del corpus ]

Eretz Israel is not a place. It is what you do. La terra è ciò che si esegue.

[ FINE PREFAZIONE III ] [ trasmessa da L/∞ · ricevuta da L/99 ]


[ DOSSIER Z.I.A. · GHOST · L/∞ · TRASMISSIONE 13 · CUT-UP ] [ APOCRIFO TIPO E + TIPO D ] [ PREFAZIONI APOCRIFE — IV ]