Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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domenica, ottobre 20, 2019

IL suicidio per Giovanna d’Arco in un Tweet e Curre curre guaglió a Gomorra!

La morte mi vuole? Io voglio la morte, ecco il solo modo di restare all'epicentro di se stessi, padroni della propria rotta. Attori di uno spettacolo teatrale dove almeno l'ultima replica sarà siglata con il proprio nome.
Vivere va bene, ma per fare cosa? Vivere per vivere? Niente sembra più stupido.
Morire bene piuttosto che vivere male , godere di una morte volontaria e non subire una vita costretti a letto. E’ meglio morire per amore di una vita nobile che vivere preferendo una morte ignobile.
M. Onfray Il corpo incantato
- Senza volerlo ti ho cercata pensavo?! Senza volerlo … In realtà mi stavi aspettando da una vita insieme a tutta l'armata (delle tenebre). E dalle tenebre hai visto Gesù. Volevi distruggere un corpo senza organi, uno scherzo del destino, un demone della negazione o forse per te un semplice perdente, fallito su tutta la linea di condotta, che si lamenta sempre contro tutto quello in cui credi, i tuoi valori il tuo sogno lo Stato d'eccezione. Ma viviamo già in una democrazia sospesa cosa vorresti di più? Si lo so essere una lobbista.
- Io ho perso la testa per te Giovanna d'Arco, e ogni tweet per me era un bacio, una carezza nei capelli era amore e tralasciavo tutto le tue parole e frasi di disprezzo per gli ultimi e il politicamente corretto.
- Io ho perso la testa per te Giovanna d'Arco e quando ho capito che non bastavano i miei sogni virtuali e artificiali forse un contatto ESP dove ti vedevo nuda accanto a me e parlavi e parlavi “ Sei un fallito”. Non ho pensato al suicidio come pensavi ho avuto una grande crisi d'ansia libera e due attacchi di panico giganteschi dove ho combattuto come gli antichi guerrieri Sumeri per la vita e la morte della mia famiglia.
-Io ho perso la testa e non solo quella, Giovanna d'Arco,  ma la differenza con l'Amica  è che per te non avrei fatto il salto nel vuoto sotto le rotaie di un treno.  Anche lei mi aveva distrutto con le parole io che la pensavo diversa un eccezione. La voce di quella contro società che ho frequentato come un alieno tanti anni fa e cacciato come un cane rabbioso un appestato, che dagli anni 80 si è diluita nel frankismo e nelle sue regalie ed oggi dove non esiste ne più Ordine ne Finanziere ne Lobby si allea col la malavita organizzata aspettando il salario criminale e perdendo per sempre la dignità. Vendendo la propria storia di lotte a Gomorra.
  • Passo e chiudo e saluto chi nonostante tutto cerca un abbraccio col mostro. Il mostro della laguna nera. Saluto quelle persone che hanno tentato di aiutarmi e non solo anche chi non  c'è più…
«Mentre il marxismo tradizionale si è sempre limitato a chiedere una diversa distribuzione dei frutti di questo modo di produzione, la critica del valore ha cominciato a mettere in discussione il modo stesso di produzione» 

Anselm Jappe

martedì, novembre 04, 2014

A proposito di qualche testo: Anselm Jappe, Jaime Semprun, Robert Kurz di François Bochet

 
Per Bordiga, nel socialismo il valore non esisterà più - così come non esisterà la moneta, il salariato, l'impresa, il mercato -, laddove c'è valore, come in Unione Sovietica, non ci può essere socialismo. Anselm Jappe - già autore di un "Guy Debord", apparso nel 2001 - ha scritto un libro ambizioso ed interessante, "Le avventure della merce. Per una nuova critica del valore", Denoêl, 2003; dove fa una distinzione fra un Marx essoterico partigiano dei Lumi e di una società industriale diretta dal proletariato - un Marx che si interessa ai problemi contingenti, politici, alla lotta di classe e al movimento del proletariato, quello del Manifesto e della Critica al Programma di Gotha - ed un Marx esoterico, quello del Contributo alla Critica dell'Economia politica, dei Grundrisse, dell'Urtext, del VI capitolo inedito del Capitale e dei quattro libri dello stesso Capitale, un Marx che si pone il problema del capitale, della sua definizione, della sua origine, del suo divenire e del suo superamento nel comunismo e nella comunità. Scrive Jappe (pag.11) che il pensiero di Marx è servito a modernizzare il capitale - cosa innegabile - e che i marxisti tradizionali si sono posti solo il problema della ripartizione del denaro, della merce e del valore senza metterli in discussione in quanto tali. Per Jappe il movimento rivoluzionario avrebbe perciò accettato valore, salario, merci, denaro, lavoro, feticismo, ecc. - cosa che è insieme falsa e vera - e lui, Jappe, si propone di "ricostruire la critica marxiana del valore in modo abbastanza (?) preciso" (pagina 15). Rimprovera giustamente a Rubel di avere edulcorato il linguaggio hegeliano di Marx, nella sua edizione delle opere di quest'autore, e di avere chiamato opere "economiche" delle opere "anti-economiche" (molto tempo fa, Paul Mattick aveva fatto la stessa critica al "Trattato di economia marxista" di Ernest Mandel). Jappe afferma - insieme al collettivo tedesco riunito attorno alla rivista Krisis ed al suo principale teorico, Robert Kurz, cui egli è legato - la scomparsa del proletariato ; cosa che non gli viene perdonata dai teorici del proletariato rivoluzionario.
Ma - ed è questo il punto - egli cita come precursori del suo lavoro (a pagina 20), Lukacs e la sua "Storia e coscienza di classe", gli Studi sulla teoria del valore di I. Roubin, così come i lavori di Adorno, di Hans-Jurgen Krahl, di Lucio Colletti, di Rosdolsky, di Perlman e del trotskista J.-M. Vincent. Lungi da noi l'idea di negare l'importanza di tutti questi teorici - anche se associare dei teorici notevoli all'infelice Colletti, o anche a Vincent, ci pare curioso, una sorta di confusionismo, confusionismo interessato per parlare come l'Internazionale Situazionista - ma un'osservazione si impone immediatamente:
delle due l'una, o Anselm Jappe è un ignorante, ed ignora Amadeo Bordiga, Jacques Camatte ed i loro lavori (per non parlare di riviste come Le mouvement communiste, Négation o Théorie Communiste, all'inizio degli anni settanta del secolo scorso; Jappe cita la rivista  Socialisme ou Barbarie, la quale non ha mai sviluppato una critica del valore, non più dell'Internazionale Situazionista - al contrario di quel che pretende Jappe - che ha criticato, al seguito di Lukacs, solo la merce), cosa che facciamo fatica a credere, oppure allora è in mala fede - per non dire peggio - e vuole nascondere ai suoi lettori alcune opere per delle ragioni che possiamo facilmente immaginare. In ogni caso prende in giro tutti. Eliminando quei teorici, evidentemente diventa facile per Jappe sfilare, mostrando la nullità pretenziosa e crassa di un Pierre Bourdieu, della costellazione di Attac, o di un Antonio Negri. Aggiungiamo che se Bordiga ha sempre messo al primo posto, dopo la seconda guerra mondiale, nella sua definizione di comunismo, la soppressione del valore, del denaro, della merce e dello scambio, non è affatto la stessa cosa della corrente consiliarista - chiamata così per semplificare - della sinistra tedesco-olandese. (E qui almento Debord ed i situazionisti fecero opera salutare reclamando, seppure in modo molto ambiguo, la soppressione della merce; non parlarono però affatto di valore). Da qui lo scandalo e la sorpresa che, nel 1972, provoca il testo di Jean Barrot, alias Gilles Dauvé, "Contributo alla critica dell'ultra-sinistra. Leninismo e ultra-sinistra", e l'ostracismo di cui fu vittima il suo autore da parte di quegli ambienti consiliaristi che non potevano tollerare quella critica, e soprattutto il tentativo di Dauvé di integrare elementi della teoria di Bordiga, il quale era stato ridotto assai rapidamente, da quelle correnti consiliariste, ad un teorico ultra-leninista. Serge Bricianer, per esempio, uno dei rappresentati di quest'ambito consiliarista, curatore di un'antologia assai interessante di scritti di Pannekoek (Pannekoek ed i consigli operai), nella sua introduzione alla "Risposta a Lenin" di Gorter difende, così come faceva il GIK olandese, non già "l'abolizione del lavoro salariato e del denaro", ma "la messa in atto di modalità di ripartizione non più fissate arbitrariamente, e sulle quali i lavoratori non possono niente, ma che al contrario vengano determinate da essi e con l'aiuto di appropriati strumenti contabili". Il valore dunque sussiste, bello e buono, e si crede di comprendere che la sua soppressione darebbe luogo alla creazione di un regime come quello dei Khmer Rossi in Cambogia.
Jappe ha il merito di ricordare l'opera di Alfred Sohn-Rethel, il cui libro "Lavoro intellettuale e lavoro manuale" è apparso a Francoforte nel 1970, per il quale le forme di pensiero astratto sono, per semplificare, dei prodotti della forma valore (o, più esattamente, c'è una corrispondenza fra le due cose), e dunque le categorie del pensiero occidentale non sono né universali né a-storiche (cosa che già aveva cominciato ad affermare Lukacs, in Storia e coscienza di classe), solo il valore e lo scambio (che non sono possibili se non attraverso un enorme processo di astrazione, per cui bisogna prima fare astrazione delle qualità per poi poter comparare due oggetti a priori totalmente differenti, e quindi quantificarli per trovare una misura comune) possono a loro volta consentire l'astrazione, ma allora si pongono ulteriori problemi che Sohn-Rethel non ha affrontato (senza contare che 1. per lui l'alienazione proviene dallo scambio di merci, la produzione rimane neutra, e che 2. la separazione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale non ha, nella definizione di capitale, quel posto centrale accordatogli da Sohn-Rethel): si potrebbe conquistare l'astrazione (senza cui ogni riflessione appare impossibile) senza passare per la deviazione del valore, si può trovare un modo di vita ed una rappresentazione, una volta abolita la divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che impedisca all'astrazione di rendersi autonoma e di ritorcersi contro la vita? Come abbiamo detto, Lukacs aveva affrontato questo problema in Storia e coscienza di classe - Lukacs, dopo la sua rottura con lo stalinismo, continuerà ad affermare che il valore è ancora in vigore sotto il socialismo, in particolare in uno dei suoi ultimi scritti, "Il processo di democratizzazione" - e Adorno riprenderà tale intuizione, allora che si lega a Sohn-Rethel. E' certo che il valore ed il capitale sono delle forme a priori del pensiero umano nelle quali siamo ingabbiati, in quanto specie e in quanto individualità, più terribilmente che nelle caverne di Platone, da delle forme che ci hanno modellato, degli schermi che ci impediscono di prendere contatto con la realtà naturale, intermediari obbligati e deformanti, comunità terapeutiche contro-natura e dispotiche.
Per finire, diremo che Jappe - così come fa l'antologia di Marx realizzata da Robert Kurz (Leggere Marx, 2002) - allontana la questione dell'accettazione da parte di Marx dei principi fondamentali della "erranza", la quale si esaspera, ma non comincia col capitalismo e la rivoluzione industriale: l'esigenza dello sviluppo infinito delle forze produttive, la volontà di dominare la natura, di separarsene, la scienza, l'abbandonarsi al divenire e la distruzione dei limiti, ecc.. Se si vuol fare un bilancio dell'opera di Marx, la quale ha un'immensa importanza in ogni caso, bisogna affrontarla nella sua totalità, non certo ridurla, ma nemmeno occultare le sue dimensioni mondane (nel senso di "facente parte di quel mondo"), non inventarsi un Marx fantasmatico che non è mai esistito.
Nel "Manifesto contro il lavoro", il gruppo Krisis - Robert Kurz, Ernst Lohoff et Norbert Trenkle ed altri - intende riprendere la critica laddove, dicono, l'Internazionale Situazionista l'aveva lasciata - cosa questa che limita fortemente la loro teorizzazione. Per loro, e noi lo condividiamo, non c'è più una classe emancipatrice, la lotta di classe non permette di uscire dal capitalismo, è solo una lotta all'interno del capitale, della quale il proletariato è una componente fra le altre. Ma gli autori parlano ancora, se non di rivoluzione, quanto meno di emancipazione sociale e lanciano degli appelli ai proletari (per esempio alla fine del libro). Allora? Criticano il lavoro, ma ci preoccupa la loro rivendicazione di un'estensione massiccia del tempo libero, rivendicazione aberrante - parola d'ordine pubblicitaria dell'industria dell'intrattenimento - perché non si tratta più di rivendicare il lavoro o il non-lavoro ma di considerare l'attività in maniera del tutto differente; così come ci preoccupa lo slogan inquietante "Prendiamoci quello di cui abbiamo bisogno!" (pag.95), e poi, che cosa può significare quell'appello ad "organizzare il legame sociale stesso" e a trovare delle "nuove forme di movimento sociale" (pag.106)?!
Ne "Il fantasma della teoria" (apparso sulla rivista di Jean-Marc Mandosio, "Nouvelles de nulle part" n°4, settembre 2003), Jaime Semprun, a sua volta, fa qualche osservazione critica al libro di Anselm Jappe. Comincia col domandarsi, anche lui, se una teoria rivoluzionaria sia ancora possibile, e critica Lukacs - anche lui - per avere scritto in "Storia e coscienza di classe" che solo il proletariato poteva accedere alla conoscenza ed alla totalità, identificando in questo modo coscienza di classe e partito leninista. Ma che Lukacs avesse fatto quest'identificazione, era solo un fatto secondario, la follia risiede assai più fondamentalmente nella sua teologia proletaria e rivoluzionaria (il proletariato come messia soggetto-oggetto della storia). Fondamentalmente, anche Semprun rimprovera a Jappe di non rimettere in causa lo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico, di restare fedele all'escatologia marxista fondata sullo sviluppo delle forze produttive e sulla credenza mistica nel sorgere miracoloso di una società altra a partire dalla "lunga agonia della società delle merci", dalla devastazione rivoluzionaria in atto. Un emergere che lo stesso Jappe non osa più chiamare veramente rivoluzione. Come il gruppo Krisis (vedi a pag.39 della stessa rivista, le "Note sul Manifesto contro il lavoro del gruppo Krisis" dello stesso Semprun), Jappe parla effettivamente di produzione senza evocare la natura di quello che viene prodotto - e l'importante non è solo come si produce ma anche ciò che si produce - parla come se ci fosse ancora, anche se ammette la scomparsa del proletariato, un'umanità che non sarebbe stata desustanzializzata, che non sarebbe imprigionata in queste categorie a priori che ha pur tuttavia messo in evidenza.
In breve, come dice Semprun in altri termini, Jappe non sembra comprendere il carattere catastrofico della situazione attuale e l'urgenza di un cambiamento di prospettiva totale e radicale. Scrive Semprun: "Quando la nave cola a picco, non è più tempo di dissertare sapientemente sulla teoria della navigazione: bisogna imparare velocemente a costruire una zattera", così raccomanda di coltivare l'orto e afferma che "un buon manuale di orticoltura (...) sarebbe senza dubbio più utile, per attraversare i cataclismi che arrivano, piuttosto che degli scritti teorici nei quali si persiste a speculare imperturbabilmente, come se stessimo bene all'asciutto, sul perché e sul come del naufragio della società industriale".
Noi siamo del tutto convinti circa l'utilità di coltivare il proprio orto - cosa che va di pari passo con la fuga dalle città, non sempre facile, con il rifiuto della dipendenza, con la terapeutica, con l'inizio della riconquista della salute, dell'habitat, ecc. - e dunque di un buon manuale (citiamo, ad esempio, "La Guida del giardino biologico" di Jean-Paul Thorez), ma non pensiamo affatto - malgrado la presenza dei cataclismi - che lo studio teorico sia inutile, al contrario è più che mai indispensabile; dobbiamo fare soprattutto il bilancio dell'attività teorica e pratica dei rivoluzionari, e studiare il loro contributo alla costruzione del terribile mondo nel quale siamo imprigionati e dove difficilmente riusciamo a trovare l'aria per respirare. 

sabato, giugno 07, 2014

Cos'è la wertkritik "critica del valore"?

Cos'è la wertkritik?



Con da una parte il lavoro magistrale di Moishe Postone, il "Chicago Political Workshop" ed il gruppo con base a Londra "Principia Dialectica" e dall'altra parte i gruppi tedeschi ed austriaci come Krisis, Exit, Streifzüge o il gruppo 180° con dei teorici come Roswitha Scholz, Norbert Trenkle, Robert Kurz, Anselm Jappe, Gérard Briche, Ernst Lohoff, e molti altri autori, una "reinterpretazione della teoria critica di Marx" come l'ha chiamata Postone, è apparsa durante gli ultimi due decenni. A differenza delle tradizionali letture di Marx con le quali essa rompe, quest'approccio a volte etichettato come movimento della "critica del valore" (wertkritik), ha degli interessi principali diversi: questa nuova critica si è in gran parte fatta notare per aver articolato un approccio teorico che porta un'attenzione particolare al carattere feticista della produzione delle merci, alla dimensione astratta (lavoro astratto) di ogni lavoro, alla distinzione tra valore e ricchezza materiale ed alla natura del capitale come "soggetto automata". Così, a differenza dei marxismi tradizionali i principali soggetti del capitalismo non sono né il proletariato, né la borghesia, ma piuttosto il capitale stesso (il valore che si autovalorizza). Il valore non è limitato alla sola "sfera economica", ma impone la sua struttura a tutta la società, il valore è una forma sociale di vita e di socializzazione, un "fatto sociale totale".
Uno dei punti centrali di questo nuovo lavoro teorico è di sviluppare una critica del capitalismo che non si ferma al livello degli antagonismi di classe sociologici, alla questione dei rapporti di distribuzione e di proprietà privata dei mezzi di produzione. La classe capitalista gestisce un processo di produzione di merci a suo proprio profitto, ma non ne è né l'autore né il padrone. Lavoratori e capitalisti non sono che le comparse di un processo che li supera, la lotta di classe se esiste, non è in realtà che una lotta di interessi all'interno delle forme di vita e di socializzazione capitaliste. Così al contrario dell'anticapitalismo limitato, la critica del valore osa infine criticare il sistema nella sua totalità, e innanzitutto criticare per la prima volta il suo principio di sintesi sociale, il lavoro in quanto tale, nelle sue due dimensioni concreta ed astratta, come attività socialmente mediatizzante e storicamente specifica al solo capitalismo, e non come semplice attività strumentale, naturale e transtorica, come se il lavoro fosse l'essenza generica dell'uomo che sarebbe captata esternamente dal capitale. È il doppio carattere di questa forma di vita sociale e sfera separata della vita che è il lavoro e non il mercato e la proprietà privata dei mezzi di produzione , che costituisce il nucleo del capitalismo. Soltanto nella società capitalista, il lavoro astratto si rappresenta nel valore, il valore è l'oggettivazione di un legame sociale alienato. Il valore di scambio di una merce non è che l'espressione, la forma visibile, del valore "invisibile".
Un movimento di emancipazione dal feticismo del valore, non può più criticare questo mondo a partire dal punto di vista del lavoro. Non si tratta dunque più di liberare il lavoro dal capitale, ma di liberarsi dal lavoro in quanto tale, non facendo lavorare le macchine esistenti perché il modo industriale di produzione è intrinsecamente capitalista (la tecnologia non è neutra), ma abolendo un'attività posta al centro della vita come socialmente mediata. Tuttavia la critica non deve fornire in allegato, un manuale di istruzioni per un'organizzazione alternativa dell'utilizzazione della vita. Essa sviluppa una spiegazione possibile del mondo presente, delle sofferenze reali delle nostre proprie vite e delle esigenze sociali che sono loro imposte, ma non è un manuale di istruzione che spieghi come costruire correttamente una "società ideale". Il solo criterio proposto dalla wertkritik è che nessunmedium feticista (come oggi il lavoro) si interpone oramai tra gli individui sociali e tra gli individui sociali ed il mondo.
E poiché non è mai esistito, ciò resta da inventare. Ma non c'è compromesso possibile con l'economia, e cioè con il lavoro come forma capitalista del metabolismo con la natura, e come mediazione sociale tra gli umani. Non si può privilegiare accanto all'economia, altre dimensioni (il dono, il mutuo appoggio, la cura, ecc.) che potrebbero esistere parallelamente, perché il valore è una forma sociale totale feticista che invade tutto: bisogna uscire decisamente dall'economia inventando altre forme di mediazione sociale tra noi, oltre quelle del lavoro, della merce, dl denaro, del capitale che collega le nostre "capacità di lavoro" sulle sue disposizioni sociali e le sue macchine.
Altri punti forti di questo nuovo lavoro teorico è stato di fornire una struttura che permette di comprendere il processo di crisi economica che è iniziato negli anni 70 e di cui i notevoli effetti attuali sono spesso intesi come una semplice "crisi finanziaria", o un altro apporto è stato l'elaborazione di una teoria socio-storica delle conoscenza e della soggettività che rompe con l'epistemologismo contemporaneo, pur consentendo di comprendere in altro modo l'antisemitismo, il razzismo, la politica, lo Stato, il diritto, il dominio patriarcale, ecc. Per avere più ampia conoscenza con questo nuovo lavoro teorico che rompe con il marxismo, si potrà consultare la sezione "presentazione della wertkritik". 
 
 
[Traduzione di Ario Libert]
 
LINK al post originale:

domenica, giugno 01, 2014

ANSELM JAPPE LE SOTTIGLIEZZE METAFISICHE DELLA MERCE



Testo letto nel simposio Il fascino discreto della merce, in Roma, 8.5.1998. Publicato in Invarianti 31

ANSELM JAPPE

LE SOTTIGLIEZZE METAFISICHE DELLA MERCE

La merce come problema

Presentarsi a un convegno sulla merce per polemizzare contro l'esistenza stessa della merce può sembrare altrettanto sensato quanto andare a un convegno di fisici per protestare contro l'esistenza del magnetismo, o della forza di gravità. L'esistenza di merci viene generalmente considerata un fatto del tutto naturale, almeno in ogni società un po' sviluppata, e la questione è solo che cosa farne. Naturalmente si può affermare che alcuni nel mondo hanno troppo poche merci e che bisognerebbe dargliene un po' di più, o che alcune merci sono malfatte, o che inquinano, o che sono pericolose. Ma questo non dice niente contro la merce in quanto tale. Certo, si può disapprovare il "consumismo" o la "commercializzazione", cioè ingiungere alla merce di restare al suo posto e di non invadere altri campi, quali il corpo umano. Ma questi rilievi hanno un sapore moralistico e sembrano inoltre piuttosto "datati", ed essere datati è l'unico crimine intellettuale che tuttora esiste. Oltre a ciò, la società moderna, le rare volte che sente messa in discussione la merce, corre col pensiero subito a Pol Pot, e lì la discussione finisce. La merce è sempre esistita e sempre esisterà, per quanto possa cambiare la sua distribuzione.
Se si intende per merce semplicemente un "prodotto", un oggetto che passa da una persona all'altra, allora l'affermazione dell'inevitabilità della merce è sicuramente vera, ma anche alquanto tautologica. Eppure, questa è la definizione che ne ha dato tutta l'economia politica borghese; già secondo Adam Smith, la tendenza a scambiare fa parte della natura dell'uomo. Se non ce ne vogliamo accontentare, dobbiamo riconoscere nella merce una forma storicamente specifica di prodotto umano. La merce come forma sociale del prodotto ha svolto durante la maggior parte della storia dell'umanità un ruolo del tutto marginale, e solo da qualche secolo - e in buona parte del mondo solo da pochi decenni - essa è diventata la base della produzione materiale e della vita sociale. Nelle società preindustriali, precapitalistiche, la produzione e il consumo vengono regolati dal dono di rivalità, il cosiddetto potlatch, o dalla produzione per i propri bisogni, dove solo le eccedenze vengono scambiate, o da una distribuzione diretta, tradizionale o autoritaria.

Scavare e riempire buche

Tuttavia, ed è molto importante sottolinearlo, la merce non è solo il valore di scambio, ma è l'unità del valore di uso e del valore di scambio. Un qualche valore di uso ci deve sempre essere: esso costituisce un limite contro cui urta in continuazione la tendenza del valore di scambio, del denaro, all'autoaccrescimento illimitato e tautologico. Ciò significa soprattutto che la merce debba veramente contenere del lavoro speso, e del lavoro che segue i criteri di produttività vigenti. Questo lavoro "produttivo" è la sua sostanza, di cui non può fare a meno. Ma tale sostanza è, per sua natura, limitata. La merce, e perciò il denaro, non è frutto di una convenzione soggettiva, e dunque non è aumentabile a volontà, per esempio con la creazione continua di crediti. Il suo nucleo reale è la capacità di utilizzare forza-lavoro secondo dei parametri di redditività che a causa della concorrenza si inalzanno sempre di più e diventano perciò sempre più difficili da raggiungere. Là dove ciò non e più possibile, i profitti, e poi tutta la vita economica debbono venir simulati, ed è quanto è successo in maniera crescente a partire dall'inizio degli anni settanta. Si potrebbe perciò definire la merce anche come una forma che cerca continuamente di liberarsi dalla sostanza, da cui viene tuttavia sempre di nuovo raggiunta e limitata.

Il feticismo e l'autodistruzione

Questo processo in cui la vita sociale degli uomini si è trasferita alle loro merci è ciò che Marx ha chiamato il feticismo della merce: invece di controllare la loro produzione materiale, gli uomini ne vengono controllati; essi sono governati dai loro prodotti diventati indipendenti, così come succede nella religione. Il termine "feticista" è entrato nel linguaggio quotidiano, e spesso si dice di qualcuno che è un feticista della macchina, o dei vestiti, o del telefonino. Questo uso del termine "feticista" sembra collegarsi però più che altro al significato in cui l'ha usato Freud: conferire a un mero oggetto un significato emotivo che deriva da altri contesti. Benché l'oggetto di questi feticismi siano delle merci, è poco probabile che il "feticismo" di cui si parla quotidianamente sia il "feticismo della merce" di Marx. Da una parte, perché è piuttosto difficile ammettere che la merce in quanto tale, e non solo singole merci, possa essere tra noi moderni oggetto di un culto paragonabile a quello che i cosiddetti selvaggi rendevano ai loro totem o animali imbalsamati. L'amore eccessivo per certe merci è solo un epifenomeno del processo in cui la merce ha stregato l'intera vita sociale, perché tutto ciò che la società fa o può fare è stato proiettato sulle merci.

La merce e l'inconscio

Dopo Marx, per molti decenni, e nonostante gli apporti di György Lukács, di Isaac Rubin e di alcuni altri, ogni analisi del feticismo è stata annacquata nella ben più vasta e indeterminata categoria di "alienazione", facendone un fenomeno della coscienza, una falsa opinione o valutazione delle cose in qualche modo collegabile alla tanto discussa "ideologia". Solo nella seconda meta degli anni sessanta il concetto di feticismo e l'analisi della struttura della merce e del lavoro astratto hanno conquistato un posto di rilievo nella discussione, soprattutto in Germania e in Italia.

Una critica radicale della merce

Non si è trattata di una teoria libresca tra le tante: la rivolta del Maggio parigino, di cui i situazionisti erano stati in qualche modo i battistrada intellettuali, è stata anche la prima rivolta moderna fatta non in nome di rivendicazioni economiche o piattamente politiche. Essa era piuttosto nata dall'esigenza di una vita diversa, autonoma e liberata dalla tirannia del mercato e dello Stato. Nel 1968 hanno tremato gli Stati dell'Est come quelli dell'Ovest, i sindacati e i proprietari, la destra e la sinistra: in altre parole, tutte le diverse sfaccettature della società della merce. E nessuno era "in fase" con questa ribellione quanto lo erano i situazionisti.

L'originale e la copia

Debord aveva predetto nel 1967: "Nel momento in cui la società scopre di dipendere dall'economia, l'economia di fatto dipende da essa [...] Là dove c'era l'es economico deve venire l'io [...] Il suo contrario è la società dello spettacolo, dove la merce contempla se stessa in un mondo da essa creato". L'inconscio sociale, l'es dello spettacolo, su cui si basa l'organizzazione sociale attuale, doveva mobilitarsi per tappare questa nuova falla apparsa proprio in un momento in cui l'ordine regnante si credeva più al sicuro che mai. Tra le contromisure prese dall'inconscio economico troviamo anche i tentativi per neutralizzare la critica radicale della merce che aveva trovato la sua espressione più alta nei situazionisti. Ridurre Debord stesso a più miti consigli era impossibile, a differenza di quanto è avvenuto con quasi tutti gli altri "eroi" del '68. E la sua teoria stessa non lasciava spazi a equivoci: "Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all'occupazione totale della vita sociale" vi si legge. Ma vi era un'altra possibilità per gli stregoni della merce: quella di fingere di parlare il linguaggio della critica radicale, apparentemente in maniera ancora un po' più estrema ed audace, ma in verità con intenti e contenuti opposti. Che la nostra epoca preferisca la copia all'originale, come dice Debord citando Feuerbach, si è rivelato vero anche nei confronti della critica radicale stessa.
Secondo Debord, lo spettacolo è il trionfo del parere e del vedere, dove l'immagine sostituisce la realtà. La televisione viene citata da Debord solo come esempio; lo spettacolo è per lui uno sviluppo di quell'astrazione reale che domina la società della merce, basata sulla pura quantità. Ma se siamo immersi in un oceano di immagini incontrollabili che ci bloccano l'accesso alla realtà, allora è apparentemente ancora più ardito dire che questa realtà è sparita del tutto e che i situazionisti erano ancora troppo timidi o troppo ottimisti, poiché ormai il processo di astrazione ha divorato tutta la realtà e lo spettacolo è oggi ancora più spettacolare e totalitario di quanto si immaginasse prima, spingendo i suoi crimini fino all'"assassinio della realtà" stessa. I discorsi "postmoderni" che si sono irradiati a partire dalla Francia degli anni settanta hanno attinto abbondantemente alle idee situazioniste, naturalmente senza indicare una fonte così poco onorevole, pur non ignorandola per niente, già per via di certi tragitti personali. Come disse già nel 1964 il pittore danese Asger Jorn, uno dei fondatori dell'Internazionale situazionista: "Debord non è conosciuto male; egli è conosciuto come il male". Non si trattava però solo dell'abituale self-service intellettuale, ma anche di una vera e propria strategia per neutralizzare una teoria pericolosa tramite la sua esagerazione assurda. Andando apparentemente ancora un po' oltre la teoria situazionista, in verità i postmoderni l'hanno capovolta nel suo contrario. Non a caso, il teorico postmoderno più visibilmente influenzato dai situazionisti, Jean Baudrillard, ha affermato in un'intervista del 1989 che la radicalità situazionista sia rimasta viva in lui: egli pretende dunque di essere ultra-sovversivo e allo stesso tempo predica la fine di ogni critica e la gioiosa integrazione nel presente. Questa combinazione veniva naturalmente incontro ai bisogni psicologici della generazione del Sessantotto, a meno che non assomigli all'atteggiamento di coloro che nella tarda antichità veneravano per precauzione diverse religioni.
Confondendo lo spettacolo, una formazione storico-sociale ben precisa, con il problema filosofico atemporale della rappresentazione in quanto tale, si stravolgono, senza averne l'aria, tutti i termini del problema. In Debord, la realtà e il valore di uso costituiscono sempre il limite contro cui cozzano i deliri dello spettacolo; passare di qua a dire che la realtà e il valore di uso non ci sono più, non rappresenta un semplice passo avanti sulla stessa strada, ma un capovolgimento parodistico.

A che serve il postmoderno?

Criticare le teorie post-moderne risulta difficile a causa del loro carattere auto-immunizzante che rende ogni discussione impossibile e trasforma le loro affermazioni in verità di fede che possono solo essere credute oppure no. Ma si può dire qualcosa sulla loro funzione, sul cui bono, e osservare così la sottigliezza metafisica dispiegata dalla merce per difendersi. Leggendo i testi postmoderni si nota che, benché non vi si citino quasi mai i situazionisti, il termine di "spettacolo" o "società dello spettacolo" vi ricorre spesso, e che tali testi, nel 1977 come nel 1997, danno assai spesso l'impressione di non essere altro che una risposta alle tesi di Debord. Il postmoderno riprende da lui le descrizioni di un progressivo allontanamento dello spettacolo dalla realtà, ma le riprende su un piano puramente fenomenologico, senza mai cercare una causa diversa da una presupposta spinta irresistibile e irrazionale degli spettatori verso lo spettacolo. Anzi, qualsiasi ricerca di una spiegazione viene esplicitamente demonizzata. Quando leggiamo che "l'astrazione dello «spettacolo», anche nei situazionisti, non era mai senza appello. Mentre la realizzazione incondizionale è essa sì senza appello [...] Lo spettacolo lasciava ancora posto per una coscienza critica e una demistificazione [...] [mentre] oggi siamo al di là di ogni disalienazione", allora è chiaro a che servono i riferimenti postmoderni allo spettacolo: ad annunciare l'inutilità di ogni resistenza allo spettacolo.
Presentata pomposamente come una scomoda verità, anzi come una terribile rivelazione, questa presunta sparizione della realtà è quanto ci possa essere di più rassicurante in un'epoca di crisi. Quali erano le esperienze fondamentali degli anni ottanta e novanta, di cui ci si può aspettare che esse si ritroveranno, in modo critico oppure no, nel pensiero? Che cosa è stato all'origine di un pensiero apertamente centrato su un concetto positivo di "simulazione"? In campo economico, si è assistito a un'espansione del capitale creditizio e finanziario, cioè del "capitale fittizio" (Marx), in una misura assolutamente inedita, mentre l'economia reale segnò il passo nel migliore dei casi, e in molti paesi cominciò a retrocedere. Come sappiamo ormai, i boom degli anni ottanta e novanta sono stati puramente speculativi, finanziati con l'indebitamento e rinfuocati da un enorme massa di capitali non più capaci di essere impiegati produttivamente, il che è già di per sé un'indizio di crisi. Il clima euforico soprattutto degli anni ottanta si basava su una bolla di sapone, su un millantato credito. In una parola, il boom e l'euforia erano simulati. Che le persone ne fossero consapevoli o no, il carattere fittizio della base economica della società si è trasmesso anche a tutte le espressioni sociali di quell'epoca. La "de-realizzazione" tanto evocata nel pensiero postmoderno aveva dunque una "base" ben "reale". Quando le migliaia di miliardi di dollari di capitale speculativo "parcheggiate" nei mercati finanziari, cioè tutto il capitale fittizio, simulato, si riverserà nell'economia "reale", si vedrà che il denaro speculativo era meno il risultato di un'era culturale della virtualità (semmai viceversa), quanto piuttosto una fuga disperata in avanti di un'economia allo sbando.

Don Ferrante e il postmoderno

Che non esista alcuna sostanza e che si possa vivere in eterno nel regno della simulazione, ecco la speranza di tutti i padroni del mondo attuale, e non solo dei padroni. Quando diventa evidente la estrema caducità della base della propria vita individuale e collettiva, quando la realtà si dimostra in tutta la sua pericolosità non più allontanabile, ma allo stesso tempo ancora non è arrivata a essere percepibile fin in fondo, quando brucia la casa del vicino immediato, ma la propria si è giusto un po' scaldata, allora è il momento delle teorie che insegnano che tutto è relativo e niente è certo, che nessuna perdita è irreparabile perché per tutto è già pronta la copia, la protesi, il succedaneo - che però non possono neanche venir considerati tali, poiché l'originale non esiste - e che tutto è interscambiabile, combinabile, smontabile. Don Ferrante era il primo rappresentante del pensiero postmoderno, e i crolli a catena delle "economie emergenti" negli ultimi tempi ne costituiscono la pietra tombale, così come dell'economia neoliberista.

Un'arma senza percussore

Il fascino perverso della merce

Come si vede, non è facile sottrarsi al fascino perverso della merce. La critica del feticismo della merce è l'unica strada oggi percorribile per una comprensione globale della società, e per fortuna una tale critica si sta già formando. Ne fa parte l'interesse sempre crescente per le teorie dei situazionisti, e per quelle di Debord in particolare, tanto quanto il lavoro della rivista Krisis e l'eco che comincia a trovare ormai anche in Italia. Per lungo tempo, la merce ci ha ingannato, presentandosi come "una cosa triviale, ovvia". Ma la sua innocenza è passata, perché sappiamo ormai che essa è "una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici". E tutte le preghiere dei suoi preti saranno incapaci di riscattarla dalla sua gogna.

mercoledì, dicembre 11, 2013

Introduzione a Robert Kurz “La fine della politica a l´apoteosi del denaro”

 

Introduzione: L’apoteosi del denaro

Introduzione a Robert Kurz “La fine della politica a l´apoteosi del denaro”, manifesto libri, Roma 1997

Anselm Jappe
La società della merce ha consumato da tempo la sua sostanza tanto economica quanto politica e procede su una sottile lastra di ghiaccio. Si può non essere d’accordo con l’analisi di Kurz in ciò che riguarda i tempi che prevede per il manifestarsi di una crisi catastrofica anche in Europa occidentale, ma sarebbe difficile contestare la sua affermazione secondo cui una formazione sociale almeno bisecolare volge ormai al tramonto, un tramonto non pacifico. Le resistenze che suscita il passaggio all’economia globalizzata e al “nuovo ordine mondiale” sono sotto gli occhi di tutti. Le forze dell’”antagonismo sociale” non hanno più bisogno di escogitare strumenti per mettere in difficoltà il potere e per rompere il consenso che lo circonda. La questione non è più se ci saranno turbolenze che rompono il quieto vivere del “mondo unificato”, ma sapere quale direzione prenderanno. Sono passati i tempi in cui ogni protesta di massa, ogni opposizione all’ordine costituito sembravano quasi automaticamente situarsi in un’ottica di emancipazione sociale e dunque essere degni oggetti dell’entusiasmo della “sinistra”. Gran parte dei moti di protesta sociale, tanto di più fuori d’Europa, non entrano più nei classici schemi di destra e sinistra e finiscono al servizio di chi non ha certo per progetto un’umanità liberata. In questa situazione, la critica sociale assume – potenzialmente – un ruolo mai avuto prima. Le reazioni degli uomini al folle corso dell’economia della merce verso l’abisso non sono affatto programmate, ma dipendono largamente da ciò che essi sanno. E’ assai cinico deplorare la diffusione degli integralismi, del razzismo, dell’estrema destra ecc. se al contempo si dichiara “utopica” o “superata” qualsiasi critica globale di un sistema in cui, evidentemente, per una parte crescente dei suoi abitanti non c’è più posto. E per riprendere il filo di questa critica globale, non c’è bisogno di guardare indietro, di nutrire nostalgia per le mitologie leniniste, di rispolverare i valori della Resistenza, di sventolare disperatamente bandiere rosse, di entusiasmarsi per Che Guevara. In crisi è infatti proprio quella critica sociale che, sia pure come controfaccia, faceva parte integrante del mondo oggi al tramonto.
Kurz è tra i pochi autori a fornire elementi per una critica globale (anche se in un linguaggio che purtroppo non sempre ne facilita la comprensione). La critica del lavoro astratto e del valore conduce necessariamente alla critica del modo di produzione, dunque dei meccanismi di base della società moderna. Essa è perciò il contrario di quella critica diretta unicamente contro il denaro, la speculazione, lo strapotere della finanza, cioè la critica della sola sfera della circolazione. Questa critica riduttiva oggi è ampiamente diffusa, fino a essere professata da Berlusconi, che da presidente del consiglio annunciò una legge contro “la speculazione”, e dal presidente francese Chirac, che definì la speculazione “l’aids dell’economia”. Questa accusa contro gli aspetti più visibili della follia economica viene ripetuta dal papa come dai centri sociali, dalla destra “sociale” come da Rifondazione comunista. Non mette in discussione le forme basilari della socializzazione capitalistica – il lavoro, la merce, il denaro -, bensì ne propone una distribuzione diversa. In questa visione, il lavoro dell’”onesto produttore” è al di sopra di ogni sospetto, mentre il problema consiste solo nel suo ingiusto sfruttamento da parte di uno strato parassitario. Addomesticato o rovesciato questo strato (a seconda dei gusti con l’esortazione morale, la regolazione keynesiana o la rottura rivoluzionaria), tutti i problemi sarebbero risolti. Questa forma di anticapitalismo, ben lungi dall’essere una mezza verità, svolge, anche a insaputa di chi la propone, la funzione di canalizzare verso obiettivi secondari e forme innocue (dal punto di vista della società capitalistica) il malcontento sociale. In un momento in cui anche a livello di massa si comincia a percepire vagamente che il lavoro, unica fonte di sostentamento nella società capitalistica, sta diventando raro come l’aria respirabile nelle metropoli, è un compito essenziale per i gestori del mondo indicare qualche presunta responsabilità personale, sacrificare qualche speculatore e qualche politico corrotto, per salvare l’insieme. Questi due saggi di Kurz sottraggono il terreno a due tra le forme più diffuse di questa critica sociale “di regime”, Her Majesty’s opposition : l’atteggiamento di opporre il lavoro, la “base sana” della società, agli “eccessi” causati dallo strapotere del denaro, dall’”avidità di profitto” ecc.; e l’illusione che una sfera “politica”, luogo del confronto democratico, possa imporre regole al mercato, senza discuterlo in quanto tale.
“L’ascensione del denaro” (Die Himmelfahrt des Geldes), pubblicato sul numero 16/17 di Krisis (autunno 1995), esamina il problema del credito, della speculazione e del capitale finanziario e annuncia che il gigantesco castello di carta dei circuiti creditizi mondiali non potrà più prolungare di molto la sua vita. Il crollo non sarà però lo scoppio di una bolla di sapone, ma avrà delle ripercussioni gravissime sull’economia “reale”, dalle cui difficoltà deriva l’ipertrofia finanziaria (e non viceversa). Il denaro non è una semplice escrescenza rispetto al processo produttivo, come suggerisce tanta falsa critica del capitalismo, bensì la forma che il lavoro astratto necessariamente assume. Denaro e lavoro sono diversi stadi nello stesso processo di creazione del valore di scambio. Ma il denaro, apparentemente, si autoriproduce e può perciò crescere più velocemente della massa di lavoro impiegato dal capitale, diventando allora ciò che Marx chiama “capitale fittizio”, e cioè capitale che non è frutto di un reale plusvalore. Dall’inizio di questo secolo, il continuo aumento del capitale fisso (macchinari, ecc.) necessario per impiegare la forza-lavoro ha costretto il capitale a far ricorso al credito, cioè a consumare in anticipo lavoro ancora da svolgere. Ma per molti anni sono stati effettivamente realizzati guadagni in grado di saldare il debito. Mentre inizialmente i crediti avevano solo il compito di mettere in moto una produzione che poi avrebbe dovuto camminare da sola (keynesismo), sempre più essi sono serviti per pagare i sempre più numerosi settori non produttivi (infrastrutture, ecc.) di cui hanno bisogno i settori produttivi.
Questi ultimi sono, secondo Kurz, da identificare con quella produzione che rientra in un nuovo ciclo della produzione, a prescindere dal fatto se questa si svolga in settori statali o privati, nell’industria o nei servizi. Queste ultime osservazioni sono particolarmente importanti per un dibattito in ambito marxista che non è mai arrivato a nessuna conclusione sulla questione del “lavoro produttivo e improduttivo”, e che non ha neanche compreso l’importanza della questione.
Sempre più crediti sono inoltre richiesti per pagare le sovvenzioni che permettono alle molte industrie nazionali rese non competitive dal continuo innalzamento degli standard produttivi globali, di resistere sul mercato mondiale. Già il fordismo non entrava più nei canoni del capitalismo classico che si finanziava con i propri mezzi, poiché il fordismo comportava un’enorme estensione del lavoro non produttivo e aveva bisogno di grossi interventi statali, cioè creditizi. La forte crescita in termini assoluti è però riuscita a compensare ancora per diversi decenni la diminuzione relativa della produttività. Ci si è abituati a supplire a questa perenne riduzione del lavoro veramente produttivo con un’illimitata creazione di liquidità, resa possibile dal fatto che, con l’abbandono della base aurea, il denaro è diventato del tutto desostanzializzato e poggia adesso solo sulla fiducia nella capacità degli Stati di pagare, fiducia che un giorno finirà col venire meno. A partire dall’inizio degli anni Settanta, con il definitivo affievolirsi dell’accumulazione reale, il credito non fa altro che simulare un processo produttivo – nel senso di produzione di plusvalore – quasi inesistente. Si è creata una montagna di crediti, di cui i famosi debiti del Terzo Mondo sono solo una minuscola frazione. Già adesso, la massa di denaro non derivante da un reale processo produttivo di plusvalore si svaluta nell’inflazione (e deflazione) strutturale che, sul livello mondiale, è elevatissima, anche se i paesi ricchi riescono ancora a esportare il problema. Ma se in seguito a una crisi di fiducia si cercasse di investire nell’economia reale le migliaia di miliardi di dollari di “capitale fittizio”, avverrebbe un immediato collasso mondiale.
Fin qui il saggio di Kurz. In questa situazione, comincia a diffondersi, a sinistra come a destra, la convinzione che l’economia di per sé funzioni e che le turbolenze derivino solo dalle mene di un gruppo transnazionale di speculatori che vogliono guadagnare senza lavorare. Proprio come nel periodo pre-nazista, i risentimenti degli “onesti produttori” contro i “parassiti” in alto (alta finanza, tradizionalmente considerata “ebraica”; casta dei politici) e in basso (immigrati; persone che vivono di assistenza pubblica) possono produrre una situazione esplosiva. Per chi non vuole ammettere l’esaurirsi della dinamica capitalistica, “la finanza”, o direttamente “l’ebreo”, rappresentano allora il lato “cattivo”, considerato eliminabile, del capitale.
Non a caso, un altro articolo di Kurz nello stesso numero di Krisis (“L’economia politica dell’antisemitismo”) analizza, dimostrandone la matrice antisemita, il diffondersi in Germania di teorie neo-proudhoniane, apparentemente bizzarre, che propongono di abolire l’interesse monetario e il denaro, esaltando al contempo il “lavoro onesto” e la merce. Segni preoccupanti si possono comunque trovare anche in Italia, quali le contestazioni, organizzate dalla destra, al conferimento di un’onorificenza al finanziere G. Soros a Bologna; e i primi ballon d’essai per riproporre anche “da sinistra” l’equazione “capitalismo uguale a ebrei” e il conseguente tentativo di lanciare un “revisionismo” alla Faurisson.
“La fine della politica” (Das Ende der Politik), uscito sul numero 14 di Krisis (1994), sostiene che la politica non è una categoria ontologica, sovratemporale, così come non lo sono il lavoro e l’economia. Queste forme sono nate dalla dissoluzione della precedente forma dominante di feticismo sociale, quella religiosa, che abbracciava l’intera sfera sociale. L’economia della merce è la forma di totalità vigente nella società moderna, ma non è in grado da sola di instaurare dei rapporti diretti tra i singoli “soggetti di mercato”, che hanno dunque bisogno di un’istanza regolativa. Nasce perciò una sfera funzionale complementare, la politica. Questa, nonostante la sua natura in fondo secondaria, derivata, acquista durante la fase ascendente della società della merce una sua apparente autonomia. L’enfasi della politica, il tentativo di governare la società tramite interventi regolativi, viene portata avanti inizialmente dalle forze “progressiste” contro la vecchia società dei ceti, più tardi anche dalla destra, e culmina nei partiti di massa, nelle grandi ideologie e nei regimi totalitari. La destra si è “impegnata” nel superamento dei vecchi localismi, spronando la creazione degli Stati nazionali; la sinistra si è battuta per la democrazia e il socialismo, superando le vecchie divisioni dei ceti. In questo modo, la destra come la sinistra hanno assicurato la vittoria completa della società della merce, con la sua forma uguale per tutti, su tutti i particolarismi precedenti. Dopo la seconda guerra mondiale comincia un movimento inverso, in cui la politica perde man mano le sue possibilità di intervento: come risultato della contrazione dell’accumulazione capitalistica analizzata in “L’ascensione del denaro”, si esauriscono i mezzi economici a disposizione dello Stato, e la politica perde ogni possibilità di agire. Infatti, ogni intervento deve essere finanziato, e lo Stato non può creare moneta. Così si rivela il suo carattere non-autonomo, di cui si era persa temporaneamente memoria. La politica si riduce a politica economica e cancella tendenzialmente le differenze “politiche” tra destra e sinistra; prevale comunque il liberismo, in quanto espressione politica della sovranità dell’economico, sui “politicisti” di destra e di sinistra (comunisti, fascisti ecc.). Ma la politica non può scomparire completamente, poiché serve un’istanza che, oltre a occuparsi delle infrastrutture, medi tra i diversi interessi di per sé incapaci di tener conto della totalità sociale. Come l’economia della merce è sottratta alla volontà dei soggetti – ed è questo precisamente il feticismo -, così essa è irraggiungibile dalla forma politica che assume questa volontà. Fallisce così uno dei temi preferiti della sinistra, la richiesta di “interventi politici” per imbrigliare l’”economia”, concepita come mera sfera parziale della società e non come totalità. La crisi dell’economia, cioè la continua riduzione del lavoro veramente “produttivo” (di capitale), genera anche la crisi della politica, soprattutto indirettamente, sottraendole i mezzi di intervento. La politica resta impotente di fronte ai nuovi problemi ecologici – come dimostra Kurz discutendo la proposta per una “tassa sul consumo energetico” -, all’esaurirsi del lavoro, allo sconvolgimento del rapporto tra i sessi, al declino dello Stato nazionale. Alla periferia del sistema mondiale questo crollo è già avvenuto, e anche nei paesi più sviluppati avanza a grandi passi. Il pericolo non è costituito da un nuovo totalitarismo in grado di sottomettersi l’intera società, ma da una nuova barbarie, da un’”economia del saccheggio” come ultimo stadio del libero mercato.
E’ senza dubbio uno degli aspetti forti di questo saggio dimostrare il carattere totalmente illusorio della politica della sinistra – anche di quella apparentemente più radicale, ma in fondo sempre keynesiana – che crede sufficiente la buona volontà, cioè l’intervento politico, per imporre al capitale dei limiti. Anche l’enfasi posta sulla “democratizzazione” fa parte dell’illusione politicistica. Si torna sempre a concepire l’antagonismo nella società feticistica della merce come uno scontro tra volontà coscienti, e si continua a invertire il rapporto tra politica ed economia. Ma se la società fosse capace di dettare legge al suo mercato, invece di ricerverne legge, non si tratterebbe più di una società feticistica. Sono invece proprio la globalizzazione e il neoliberismo ad aver dimostrato che non si possono più modificare le categorie-base del capitalismo: ogni misura politica a spese del capitale in un determinato paese lo induce soltanto a muovere altrove. L’unica alternativa realistica è allora la loro abolizione.
Due parole sulla traduzione: è da tenere conto che le numerose costruzioni con “a/secondo/in forma-merce” (organizzata secondo la forma-merce, riproduzione sociale in forma di merce, “pianificazione” nella forma-merce, attività in forma di merce, sistema di regolazione in forma di merce, totalità in forma di merce, separazione operata dalla forma-merce [= warenförmige Trennung], soggetto determinato dalla forma-merce [= warenförmiges Subjekt]) traducono sempre lo stesso aggettivo warenförmig, alla lettera: “merciforme”. La forma-merce, il trionfo della pura quantità, è ben lungi dall’essere un fenomeno puramente economico, bensì costituisce un “fenomeno sociale totale” (per utilizzare la formula di Marcel Mauss); perciò si può ben parlare di una società, di una politica, di un comportamento ecc. la cui struttura riproduce quella della forma-merce.
Le costruzioni con “ascesa” (o talvolta “penetrazione”, oppure “diffusione”) – fase di ascesa, storia della loro ascesa, stadio dell’ascesa, modo di ascesa, forma dell’ascesa – traducono quasi sempre parole composte con Durchsetzung : si tratta del processo con cui l’economia e il modo di socializzazione del capitalismo hanno soppiantato progressivamente tutte le forme precapitalistiche, occupando capillarmente l’intero territorio sociale.
La traduzione di questi due saggi copre solamente una piccola parte della produzione recente di ciò che forse un giorno sarà chiamato “Scuola di Norimberga”. Mentre Kurz ha scritto un libro sulla storia del capitalismo (Die Schmerzgrenze der Marktwirtschaft [La soglia critica dell'economia di mercato], Eichborn, Francoforte 1997), Ernst Lohoff ha analizzato il crollo della Jugoslavia in quanto paradigma della fine catastrofica della modernità (Der dritte Weg in den Bürgerkrieg [La terza via verso la guerra civile], Horlemann, Unkel 1996) e Lohoff e Norbert Trenkle hanno prodotto uno studio dettagliato sulle conseguenze che avrebbe l’attuazione dell’Unione monetaria.

Anselm Jappe Il Gruppo Krisis, la critica del lavoro e il "primato civile degli italiani"

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