Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

https://drive.google.com/file/d/1p3GwkiDugGlAKm0ESPZxv_Z2a1o8CicJ/view?usp=drivesdk
Visualizzazione post con etichetta Renzo Novatore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Renzo Novatore. Mostra tutti i post

domenica, ottobre 20, 2019

Charles Manson vive!

“Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi, questo sì, ma non avete il diritto di giudicarmi.”(Col. Kurtz)
“-Ei Charles ma che fine hai fatto?!"Figlio mi mancavi!”

L'amore più profondo è l'amore nascosto. Una poesia dice: «Alla mia morte dal fumo conoscerai il mio amore, mai espresso e tenuto celato nel mio cuore». #hagakure #ghostdog 


PS: Una dedica a chi mi ha sfiorato l'anima in questi mesi che valgono anni.



“Dentro, ti sento dentro ad ogni parte di me
e sai che non ho scelto
Dentro, ti sento dentro ad ogni parte di me
e sai che non ho scelto” Ella Nadi Dentro

Le ultime ore del giorno 7 settembre 2018 le ho passato pensando di morire. Morire come il Coraggioso in un snuff movie che assomiglia tanto alla mia vita. Morire sotto i proiettili del fuoco nemico la razza umana. E mi sono messo nel frangente della battaglia in trincea a leggere passi dal Hagakure che non comprendevo e vecchi articoli del anarchico Renzo Novatore /(Le rose dove sono le rose?!) che invece mi illuminavano e avevo scelto di non scegliere quindi resistevo all'ondata che nel mio cervello si abbatteva e sognavo delirando una vita normale. Sognavo l'amore.
La mattinata successiva un flash back come quello che da l'acido lisergico, nella notte in una stanza in una casa maledetta della capitale la casa di un eminenza grigia che tiene sotto scatto l'intero Paese, lo stato d’eccezione comprato al mercato del lunedì. Ero insieme a mio figlio in quel allucinazione e c'è stata la rivincita dei perdenti. E stato un massacro come quello che facevano i pellerossa per vendicare la loro estinzione da parte dei visi pallidi. IL rosso era tutto rosso, le pareti, i letti i mobili il rosso il colore che da la vita perché è quello del sangue. E noi due come vampiri abbiamo bevuto il sangue del capo, caprone della mafia di Stato. Una strage? Si direbbe ma invece è stato un happening di allegri burloni che una volta urlavano serietà nemmeno per scherzo. E’ stata anche una cerimonia antica dettata dalla vecchia religione usurpata e oltraggiata dai frankisti per decenni che sembrano secoli. Un sacrificio umano per i nostri Dei. E’ stata anche giustizia per noi ultimi pariah che quando camminavamo volevamo realizzare un sogno, una favola un illusione comune.
La fine del racconto è come l’inizio della fine.


PS: i ritorni #battistipanella avevo deciso di togliere questo post per chiedere scusa ad una persona ma ho capito che il mercato delle indulge è ancora in piedi e oltre non guadarsi le spalle e non nascondersi bisogna dire il vero come raccontava Socrate ai suoi astanti.

lunedì, giugno 30, 2014

Vagabondi dello spirito da Anarcotico.net

di Renzo Novatore
"Sotto il nome di vagabondi -dice lo Stirner- si potrebbero riunire tutti coloro che il buon borghese considera per sospetti, ostili e pericolosi. Qualunque vagabondaggio, d'altronde, spiace alla borghesia; ed esistono pure i vagabondi dello spirito i quali, sentendosi soffocare sotto il tetto che accoglieva i loro padri, vanno a cercare più lontano maggior spazio e più luce. Invece di rimanere rincantucciati nell'antro familiare a smuovere le ceneri d'un opinione moderata, invece di accettare per verità indiscutibili ciò che ha cercato sollievo e conforto a tante generazioni, essi sorpassano la barriera che chiude il campo paterno e, per il cammino della critica, vanno ove li conduce la loro indomabile curiosità del dubbio. Questi vagabondi stravaganti appartengono essi pure alla classe degli irrequieti volubili, instabili, formata dal proletariato; e quando lasciano supporre la loro mancanza di domicilio morale, vengono chiamati turbolenti, teste calde, esaltati..."

Oh, i vagabondi dello Spirito! I pallidi sovvertitori impenitenti! Coloro che galoppano senza posa attraverso le sterminate regioni della loro capricciosa fantasia creatrice di nuove cose!
Disse un giorno Zarathustra, parlando a costoro: "Ancora la terra è libera per le anime grandi. Ci sono molti porti ancora per le anime solitarie e le gemelle, intorno alle quali aleggia il profumo dei mari tranquilli: ancora libera è la vita: libera per le anime libere".
Poi proseguì: "Solo là dove lo Stato cessa di esistere incomincia l'uomo non inutile: di là incomincia l'inno del necessario, il ritornello non uniforme. Là dove lo Stato cessa di esistere...ma guardate un po', o miei fratelli: non vedete laggiù l'arcobaleno e i ponti del superuomo?".
Ma prima di dire a loro tutto ciò, parlando delle scimmie e dei pazzi che si prostrano a piè del "nuovo idolo" -lo Stato- disse ancora: "O miei fratelli, vorreste essere forse soffocati dall'alito delle loro putride bocche e delle loro malsane bramosie? Piuttosto spezzate i vetri alle finestre e salvatevi all'aria pura!". Ed essi -i vagabondi dello Spirito- spezzarono i vetri alle finestre e si lanciarono avidamente attraverso la libertà profanatrice dei campi, ove la festante natura intreccia canzoni di vita; là dove le messi d'oro biondeggiano danzanti nel vento, baciate da sole.
Essi -i sovvertitori- da quel giorno si proclamarono banditi... Avvinti dal seducente fascino della libertà conquistata stavano quasi per giacere a terra e prendere riposo, quando il simbolico mormorio uscente dalle frondi verdeggianti della montagna li chiamò ancora, più lontano...più in alto...Si guardarono negli occhi a vicenda. Il fuoco d'amore lampeggiava nelle pupille di ognuno come vulcanica lava. Compresero allora ciò che gli disse il Maestro e, riconoscendosi "anime gemelle", partirono tutti verso il culmine della verde montagna che doveva rivelare loro la nuova vita.
Quando il loro piede sacrilego e profanatore si posò sulle alte vette, il sole era già calato al tramonto non lasciando di sé che enormi strisce rosse somiglianti a grandiose lingue di fuoco. Attraverso l'animo di tutti passò, in quel momento, una triste visione. A tutti parve di vedere l'ombra del Maestro naufragare in quelle vampe rosse. Ma in quel primitivo e desolante silenzio parve pure di udire la sua voce che diceva loro: "Non temete. Io risorgerò col Sole. Anche per voi ora s'appresta il tramonto, ma pure voi risorgerete con i primi raggi dell'Aurora".
Ma, ahimè, ritornando a guardarsi a vicenda sentirono come un brivido di terrore avvolgente tutti in un manto di desolazione, giacché nelle loro pupille più non colava il fuoco d'amore come vulcanica lava. L'ala nera della malinconia batté con violenza alla porta dei loro cuori colmandoli di tristezza e di sonno.
Quando l'alba venne a frugare, con le sue pagliuzze d'argento, le pupille dei liberi dormienti, per annunziarvi la nascita del giorno novello, essi balzarono in piedi con negli occhi una fiamma ancora più ardente. Cantarono un inno alla vita e fissarono lo sguardo intensamente lontano...
Pochi istanti passarono quando un urlo di dionisiaca gioia scaturì da tutti quei petti pulsanti. L'arcobaleno e il ponte del superuomo a cui il Maestro aveva loro parlato, ora si ergeva maestosamente, luminosamente d'in fra le fiamme fosche delle nebbie cristiane.
Man mano che il sole rischiarava l'orizzonte essi si accorsero che quei luoghi erano già abitati da altre Creature. Oh, essi conobbero pure questi abitanti... Essi videro, in tutta la loro tragica bellezza, le creature di Enrico Ibsen che, con negli occhi il vulcanico fuoco della passione, distruggevano terribilmente le cancrenose piaghe tese all'Io da secolari pregiudizi sociali. Ed attraverso a tutti quei distruttori simboli Ibseniani parve a loro di scorgere la nascita del superuomo.
Essi guardarono, con il cuore in fiamme e l'anima muta, Rubek e Irene risorgere dal sepolcro per incamminarsi ove li attendeva la bianca valanga che, satura di morte, sprizzava luce eterna di vita. Ma essi guardarono ancora... Guardarono e videro! Videro sbucar fuori il "Pescatore" che abita la "Casa dei Melograni" eretta da Oscar Wilde in mezzo ai vapori di luce emananti dall'arcobaleno che si erge ai fianchi del Superuomo, e lanciandosi -con chiusa nel cuore la sua grande e indiscutibile passione- verso la casa del prete, verso la piazza del Mercato, verso la roccia abitata da una giovane e paurosa Mayulda e sulla montagna satura d'artefizii malefici, ove questa lo sospinge per poterlo sedurre in una diabolica danza di streghe, presieduta da Colui che tutto aveva potuto prima dell'apparire del Pescatore.
Ma il PESCATORE tutto sfida, tutto vince, tanto è imperiosa la volontà folle e tenace della propria passione. Egli doveva liberarsi dell'anima sua, unico ostacolo ormai fra lui e il proprio cuore giacché solo dopo questa liberazione avrebbe potuto tuffarsi liberamente nei gorghi spaventosi del mare per raggiungere la sua Sirena che ne abitava gli abissi. E che sola poteva dargli le gioiose ebbrezze dell'amore.
Oh, quante cose avrebbero ancora veduto rilucere tra "l'arcobaleno" e i ponti del superuomo questi Vagabondi dello Spirito se l'urlo rozzo e bestiale del volgo che vegeta già nelle acque stagnanti e che invecchia senza mai rinnovarsi ai piedi della pietrosa montagna, non gli avesse brutalmente scossi chiamandoli maniaci e pazzi.
Avevano ancora increspato sulle labbra un sorriso di scherno e d'amara ironia, quando una rossa automobile attraversò sinistramente una delle più grandi città moderne e, terribile come la folgore, propagò una nuova forma di vita.

Ma ora io mi accorgo di aver divagato. E, quel che è peggio, che, divagando, mi sono messo in brutta compagnia... Stirner e Nietzsche, Enrico Ibsen e Oscar Wilde. Vi è pure una automobile grigia?! Pazzi, degenerati, delinquenti, tutti costoro.
Oh, numi, salvatemi voi dai fulmini della gente per bene... E salvatemi pure anche da quelli che invece di occuparsi di distruggere, nella battaglia di tutti i giorni, un brano di questa società che ci opprime e che ci schiaccia, perdono il loro tempo a voler insegnare, ad imporre sistemi di lotta e di pensiero a coloro che hanno voluto imparare a lottare e a pensare da sé. E quando il loro tempo non è consumato a compiere tutto ciò, viene impiegato a guardare in quale misura dovranno essere costruiti i manicomii che dovranno rinchiudere i nuovi ribelli della futura società.
Io, per mio conto, mi trovo bene in compagnia di questi pazzi e insieme a uno di loro, forse il migliore, grido: "Spezzateli, spezzateli i buoni e i giusti giacché essi furono sempre il principio della fine". Oh, come io vivo bene in compagnia di questi Pazzi! Come la trovo grande la loro "pazzia di distruzione"! Giuro che amo di più, immensamente di più, la pazzia distruttrice che la conservatrice saggezza.
Si, si, lasciatemi ai miei pazzi giacché vi prometto che se la prossima rivoluzione Europea ci negherà la gioia di cadere avvolti in un delirio di DISTRUZIONE, in tempi migliori io ritornerò a parlare di Essi, e se qualche cosa ci sarà da rimproverare -forse la loro poca pazzia?!- lo faremo e senza alcun riserbo.

giovedì, novembre 29, 2012

Renzo Novatore -Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920

Renzo Novatore
I
Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né se abbia o non abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica, filosofica, spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che nichilismo vuol dire negazione!
Negazione di ogni società, di ogni culto, di ogni regola e di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come non anelo al pessimismo disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è qualche cosa di peggio della stessa rinnegazione violenta della vita. Il mio, è un pessimismo entusiasta e dionisiaco come le fiamme che incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a qualsiasi prigione teoretica, scientifica e morale.
E se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e nichilista, è appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l'espressione massima e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e siepi, fintanto che, urtando in un granitico masso, s'infranga e si disperda a sua volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.
II
Chi rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male e Dolore e non trova in se stesso l'eroico coraggio dell'autosoppressione è — per me — un grottesco posatore, un impotente; come è un essere compassionevolmente inferiore colui che crede che l'albero santo della felicità sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono arrampicarsi in un più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra del male sarà fugata dai razzi fosforescenti del vero Bene…
III
La vita — per me — non è né un bene né un male, né una teoria né un'idea. La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra. Per chi è nato guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è che una sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che farmene ormai che l'adolescenza è passata…
Le chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi danno i fremiti dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e l'amo!
Per l'anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra, come, per il mio spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande della spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare. Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una nuova vittoria.
IV
Dal giorno ch'io venni alla luce — per una casuale combinazione che non mi importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene ed il mio Male.
Vale a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in embrione. L'uno e l'altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più intensa ho provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di quello.
Ora ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto l'enigma della Sfinge. La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti la bevanda eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è vero che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più nessun fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità, non è che una vigorosa manifestazione d'arte e di bellezza.
Ed anch'esso rientra nella corrente universale dell'umano pensiero coi raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso l'ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.
V
La rivolta dell'uomo libero contro il dolore non è che l'intimo passionale desiderio d'una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande non sa mostrarsi all'uomo che nello specchio del più profondo dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l'inno più scrosciante alla vita.
Inno intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di potenza. Inno che vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe; inno che rianima il nulla e lo riempie di suoni.
VI
Sopra lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente la morte e lo spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si erge l'arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de' nuovi fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l'uomo libero che danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi gonfie di cupa tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il cammino, egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro di soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore per il trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego la società per il trionfo dell'io. Nego la stabilità di ogni regola, di ogni costume, di ogni morale, per l'affermazione di ogni istinto volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero arbitrio.
Schernisco l'avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio male. L'umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l'uomo più solo è l'uomo più forte.
Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del male o un sogno tragico d'arte e di bellezza!
[Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920]

mercoledì, febbraio 02, 2011

Renzo Novatore Verso il Nulla Creatore

Renzo Novatore

Verso il nulla creatore






I

La nostra epoca è un’epoca di decadenza. La civiltà borghese-cristiano-plebea è giunta da parecchio tempo al punto morto della sua evoluzione...
È giunta la democrazia!
Ma sotto il falso splendore della civiltà democratica, i più alti valori spirituali sono caduti infranti.
La forza volitiva, l’individualità barbara, l’arte libera, l’eroismo, il genio, la poesia, sono stati scherniti, derisi, calunniati.
E non in nome dell’"io", ma della "collettività". Non in nome dell’"unico", ma della "società".
Così il cristianesimo — condannando la forza primitiva e selvaggia del vergine istinto — uccise il "concetto" vigorosamente pagano della gioia terrena. La democrazia — sua figliola — lo glorificò facendo l’apologia di questo delitto e celebrandone la bieca e volgare grandezza…
Ormai lo sappiamo!
Il cristianesimo fu la lama avvelenata piantata brutalmente nella carne sana e palpitante di tutta l’umanità; fu una fredda ondata di tenebra spinta con furia misticamente brutale ad offuscare il tripudio sereno e festante dello spirito dionisiaco dei nostri padri pagani.
In una fredda serata invernale fatalmente piombata sopra un caldo meriggio d’estate! Fu egli — il cristianesimo — che sostituendo il fantasma del "dio" alla realtà palpitante dell’"io", si dichiarò nemico feroce della gioia del vivere, e si vendicò canagliescamente colla vita terrena.
Col cristianesimo la Vita fu mandata a rimpiangere nei paurosi abissi delle più amare rinunce; fu spinta verso i ghiacciai della rinnegazione e della morte. E da questa ghiacciaia di rinnegazione e di morte nacque la democrazia...
Poiché essa — la madre del socialismo — è figlia del cristianesimo.


II

Col trionfo della civiltà democratica venne glorificata la plebe dello spirito. Col suo feroce anti-individualismo — la democrazia — calpestò — perché incapace di comprenderla — ogni eroica bellezza dell’"io" anticollettivista e creatore.
I rospi borghesi e le rane proletarie si strinsero le mani in una comune volgarità spirituale, comunicandosi religiosamente nel calice di piombo contenente il viscido liquore delle stesse menzogne sociali che la democrazia agli uni e agli altri porgeva.
Ed i canti, che borghesi e proletari innalzarono alla loro spirituale comunione, furono un comune e fragoroso "Hurrà!" all’Oca vittoriosa e trionfante.
E mentre gli "hurrà!" scoppiavano alti frenetici, ella — la democrazia— si calcava il berretto plebeo sulla livida fronte, proclamando — bieca e feroce ironia — gli eguali diritti... dell’Uomo!
Fu allora che le aquile, nella loro consapevolezza prudente, batterono più forte le loro ali titaniche, librandosi — nauseate dal triviale spettacolo — verso le vette solitarie della meditazione.
Così, l’Oca democratica, rimasta regina del mondo e signora di tutte le cose, imperò padrona e sovrana.
Ma visto che al di sopra di lei qualcosa rideva attendendo, ella, per mezzo del socialismo, suo unico e vero figliolo, fece lanciare una pietra ed un verbo, nel basso dominio paludoso ove gracchiavano i rospi e le rane, per sollevare un pugilato ventristico, e farlo passare per una guerra titanica di idee superbe e di spiritualità. E nelle paludi, il pugilato avvenne... Avvenne così plateale, fino a schizzare il fango tanto in alto da insudiciare le stelle!
Così, colla democrazia, tutto fu contaminato. Tutto!
Anche ciò che vi era di migliore.
Anche ciò che vi era di peggiore.
Nel regno della democrazia, le lotte che si apersero tra capitale e lavoro, furono lotte rachitiche, larve impotenti di guerra, prive d’ogni contenuto d’alta spiritualità, e d’ogni valorosa grandezza rivoluziona¬ria, incapaci a creare un altro concetto di vita più forte e più bella!
Borghesi e proletari, pure urtandosi per questione di classe, di dominio e di ventre, rimasero pur sempre affratellati nell’odio comune verso i grandi vagabondi dello spirito, contro i solitari dell’idea. Contro tutti gli straziati del pensiero, contro tutti i trasfigurati da una superiore bellezza.
Colla civiltà democratica, Cristo ha trionfato...
"I poveri di spirito", oltre il paradiso dei cieli, hanno avuto la democrazia sulla terra.
Se il trionfo non fosse ancora completo, lo completerà il socialismo. Nel suo concetto teorico lo ha già da lungo tempo annunciato. Egli tende a "livellare" tutti i valori umani.
Attenti, o giovani spiriti!
La guerra contro l’uomo-individuo fu incominciata da Cristo in nome di Dio, fu sviluppata attraverso la democrazia in nome della società, minaccia di completarsi nel socialismo, in nome dell’umanità.
Se non sapremo distruggere in tempo questi tre assurdi quanto pericolosi fantasmi, l’individuo sarà inesorabilmente perduto.
Bisogna che la rivolta dell’"io" si espanda, si allarghi, si generalizzi!
Noi — i precorritori del tempo — abbiamo già acceso i fari!
Abbiamo acceso le torce del pensiero.
Abbiamo brandito la scure dell’azione.
E abbiamo infranto.
Abbiamo scardinato!
Ma i nostri "delitti" individuali devono essere l’annuncio fatale della grande tempesta sociale. Quella grande e tremenda tempesta che frantumerà tutti gli edifici delle menzogne convenzionali, che scardinerà i muri di tutte le ipocrisie, che ridurrà il vecchio mondo in un mucchio di macerie e di rovine fumanti!
Perché è da queste macerie di dio, della società, della famiglia e dell’umanità, che potrà nascere rigogliosa e festante la nuova anima umana. Quella nuova anima umana che sulle rovine di tutto un passato canterà la nascita dell’uomo liberato: dell’"io" libero e grande.


III

Cristo fu un paradossale equivoco degli evangeli. Fu un triste e doloroso fenomeno di decadenza, nato dalla stanchezza pagana.
L’Anticristo è il figlio sano di tutto l’odio gagliardo che la Vita ha covato nel segreto del suo seno fecondo, durante i venti e più secoli del dominio cristiano.
Perché la storia ritorna.
Perché l’eterno ritorno è la legge che regola l’universo. È il destino del mondo!
E l’asse a cui si aggira intorno la vita!
Per perpetuarsi.
Per ricorrersi.
Per contraddirsi.
Per rincorrersi.
Per non morire...
Perché la vita è un moto, un’azione.
Che rincorre il pensiero.
Che cerca il pensiero.
Che ama il pensiero.
E questo cammina, corre, si affanna.
Vuole trascinare la Vita nel regno delle idee.
Ma quando la via è impraticabile, allora, piange il pensiero.
Piange e si dispera...
Poi la stanchezza lo fa debole, lo rende cristiano.
Allora egli prende la sorella Vita per mano e cerca di confinarla nel regno della morte.
Ma l’Anticristo lo spirito dell’istinto più misterioso e profondo — richiama a sé la Vita, gridandole barbaramente: Ricominciamo!
E la Vita ricomincia!
Perché non vuole morire.
E se Cristo simboleggia la stanchezza della vita, il tramonto del pensiero: la morte dell’idea!
L’Anticristo simboleggia l’istinto della vita.
Simboleggia la resurrezione del pensiero.
L’Anticristo è il simbolo di una nuova aurora.




IV


Se la morente civiltà democratica (borghese-cristiano-plebea) riuscì a livellare l’anima umana, negando ogni alto valore spirituale emergente al di sopra si essa, non riuscì — fortunatamente
— a livellare le differenze di classe, di privilegio e di casta, le quali — come già abbiamo detto — rimasero divise soltanto per una questione di ventre.
Poiché — per gli uni e gli altri — il ventre rimase — bisogna pur confessarlo, e non confessarlo soltanto — come ideale supremo. E il socialismo tutto ciò lo comprese...
Lo comprese, e da abile — e praticamente forse utile, ormai speculatore — gettò il veleno delle sue grossolane dottrine di eguaglianza (eguaglianza di pidocchi, innanzi alla sacra maestà dello Stato sovrano) dentro i pozzi della schiavitù ove felice si dissetava la innocenza.
Ma il veleno che il socialismo sparse non era il veleno possente capace di dare delle virtù eroiche a chi lo avesse bevuto.
No: non era il veleno radicale capace a compiere il miracolo che innalza — trasfigurandola e liberandola — l’anima umana. Ma era un’ibrida miscela di "sì" e di "no". Un livido impasto di "autorità" e di "fede", di "Stato" e di "avvenire"!
Cosicché, col socialismo, la plebe proletaria si sentì ancora una volta vicina alla plebe borghese ed insieme si volsero verso l’orizzonte, attendendo fidenti il Sole dell’Avvenire !
E questo perché, mentre il socialismo non fu capace di tramutare le mani tremanti degli schiavi in tanti artigli iconoclasti, empi e rapaci; fu pure incapace di tramutare la gretta avarizia dei tiranni in alta e superiore virtù donatrice.
Col socialismo, il cerchio vizioso e vischioso, creato dal cristiane¬simo e sviluppato dalla democrazia, non fu spezzato. Anzi: si consolidò maggiormente... i
D Socialismo rimase in mezzo al tiranno ed allo schiavo come un ponte pericoloso ed impraticabile; come un anello falso di congiunzione; come l’equivoco del "sì" e del "no" di cui è impastato il suo assurdo principio informatore.
E noi abbiamo veduto, ancora una volta, il giuoco fatalmente osceno che ci ha nauseati. Abbiamo veduto socialismo, proletariato e borghesia, rientrare entrambi nell’orbita della più bassa povertà spirituale per adorare la democrazia. Ma essendo — la democrazia — il popolo che governa il popolo a colpi di bastone — per amore del popolo come un giorno Oscar Wilde ebbe a sentenziare — era logico che i veri liberi spiriti, i grandi vagabondi dell’idea, sentissero più forte il bisogno di spingersi decisamente verso l’estremo confine della loro iconoclastia di solitari, per preparare nel silenzioso deserto le agguerrite falangi delle aquile umane, che interverranno furenti alla tragica celebrazione del vespro sociale, per travolgere la civiltà democratica tra i loro artigli ferrigni, ed inabissarla nel vuoto d’un vecchio tempo che fu!







V

Quando i borghesi furono inginocchiati a destra del socialismo, nel sacro tempio della democrazia, si adagiarono tranquilla¬mente sul letto dell’attesa per dormire il loro assurdo sogno di pace. Ma i proletari, che bevendo il veleno socialista avevano perduto la loro innocenza felice, urlarono dalla parte sinistra, turbando il sonno tran¬quillo dell’idiota borghesia criminale.
Intanto, sulle più alte montagne del pensiero i vagabondi dell’idea vincevano la nausea, annunciando che qualche cosa simile al riso scrosciante di Zarathustra aveva sinistramente echeggiato...
Il vento dello spirito, simile all’uragano, avrebbe dovuto compenetrare l’anima umana e sollevarla impetuosamente nel turbine delle idee per travolgere tutti i vecchi valori nella tenebra del tempo, rialzando nel sole la vita dell’istinto sublimato dal nuovo pensiero.
Ma i rospi borghesi compresero, svegliandosi, che qualche cosa di incompreso gridava nell’alto, minacciando la loro bassa esistenza.
Sì: compresero che dall’alto giungeva una qualche cosa come una pietra, un rombo, una minaccia.
Compresero che la voce satanica dei frenetici precorritori del tempo annunciava una furibonda tempesta che, partendo dalla volontà rin-novatrice dei pochi solitari, esplodeva nelle viscere della società per raderla al suolo.
Ma non compresero (e non lo comprenderanno mai finché non saranno schiacciati) che ciò che passava sul mondo era l’ala possente d’una libera vita, nel battito della quale stava la morte dell’"uomo borghese" e dell’"uomo proletario", perché tutti gli uomini fossero "unici" ed "universali" al medesimo tempo.
E questo fu il motivo per cui tutte le borghesie del mondo suonarono a stormo le loro campane, coniate di falso metallo idealistico, chiamandosi in grande adunata.
E l’adunata fu generale...
Tutte le borghesie si raccolsero.
Si raccolsero fra i viscidi giunchi cresciuti nel pantano delle loro comuni menzogne e lì, nel silenzio del fango, decisero lo sterminio delle rane proletarie, loro serve e loro amiche...
Al feroce complotto fecero parte tutti i sacerdoti di Cristo e della democrazia.
Presenziavano pure tutti gli ex apostoli delle rane. La guerra fu decisa e il principe delle vipere nere benedisse le armi fratricide in nome di quel dio che disse "non uccidere", mentre il simbolico vicario della morte implorò la sua dea che venisse a danzare sul mondo.
Allora il socialismo — da abile acrobata e pratico saltimbanco — fece un balzo in avanti. Saltò sul filo teso della sentimentale speculazione politica, si cinse di nero la fronte; e, dolorando e piangendo, così più o meno, parlò: "Io sono il vero nemico della violenza. Sono nemico della guerra, e più nemico della rivoluzione. Sono il nemico del sangue".
E dopo avere ancora parlato di "pace" e di "eguaglianza", di "fede" e di "martirio", d’ "umanità" e di "avvenire", intonò una canzone sui motivi del "sì" e del "no", piegò il capo e pianse...
Pianse le lacrime di Giuda, che non sono neppure il "me ne lavo le mani" di Pilato! " "
E le rane partirono...
Partirono verso il regno della suprema viltà umana. Partirono verso il fango di tutte le trincee.
Partirono...
E la morte venne !
Venne ebbra di sangue e danzò macabramente sul mondo.
Per cinque lunghi anni...
Fu allora che i grandi vagabondi dello spirito, presi da nuova nausea, cavalcarono un’altra volta le loro libere aquile per librarsi vertiginosamente nella solitudine dei loro lontani ghiacciai a ridere e maledire. . :
Anche lo spirito di Zarathustra — il più vero amante della guerra e il più sincero amico dei guerrieri — dovette rimanere abbastanza nauseato e sdegnato poiché qualcuno lo sentì esclamare: "Voi dovete essere per me coloro che tendono gli sguardi in cerca del nemico — del vostro nemico. E in alcuni di voi divampa l’odio al primo sguardo. Voi dovete cercare il vostro nemico, combattere la vostra guerra, e ciò per le vostre idee!
E se la vostra idea soccombe, che la vostra rettitudine gridi al trionfo!".
Ma, ahimè! La predicazione eroica del barbaro liberatore a nulla valse!
Le rane umane non seppero distinguere il loro nemico, né combattere per le proprie idee. (Le rane non hanno idee!).
E non conoscendo il loro nemico, né avendo idee proprie, combatterono per il ventre dei loro fratelli in Cristo, per i loro eguali in democrazia.
Combatterono contro se stessi per il loro nemico. Abele, risorto, moriva per Caino una seconda volta.
Ma questa volta da sé!
Volontariamente...
Volontariamente, perché poteva rivoltarsi e non lo ha fatto...
Perché poteva dire: no!
O sì! :
Perché dicendo: "no", sarebbe stato forte! Perché dicendo: "sì", avrebbe dimostrato di "credere" alla "causa" per cui combatteva.
Ma non ha detto né "sì" né "no".
E partito!
Da imbelle!
Come sempre!
È partito...
È andato verso la morte!...
Senza sapere il perché.
Come sempre.
E la morte è venuta...
È venuta a danzare sul mondo: per cinque lunghi anni!
E danzò macabramente sulle fangose trincee di tutte le parti del mondo.
Danzò con piedi di folgore...
Danzò e rise...
Rise e danzò...
Per cinque lunghi anni!
Ah! Come è volgare la morte che danza senza avere sul dorso le ali di un’idea...
Che cosa idiota il morire senza sapere il perché...
Noi l’abbiamo veduta — quando danzava — la Morte.
Era una Morte nera, senza trasparenze di luce.
Era una Morte senz’ali!
Come era brutta e volgare...
Come era goffa la danza.
Ma pure danzava!
E come li falciava — danzando — tutti i superflui, e tutti quelli che c’erano di più. Tutti coloro per cui — dice il grande liberatore — fu inventato lo Stato.
Ma ohimè! Non soltanto quelli falciava...
La morte — per vendicare lo Stato — ha falciato anche i non inutili, anche i necessari!...
Ma coloro che non erano inutili, coloro che non c’erano di più, coloro che sono caduti dicendo di "no!"
Saranno vendicati.
Noi li vendicheremo.
Li vendicheremo perché erano fratelli nostri!
Li vendicheremo perché sono caduti con negli occhi le stelle.
Perché morendo hanno bevuto il sole.
Il sole della vita, il sole della lotta, il sole di un’Idea.








VI



Che cosa ha rinnovato la guerra?
Ov’è la trasfigurazione eroica dello spirito?
Ove le hanno appese le tavole fosforescenti dei nuovi valori umani?
In quale tempio sono state deposte le sacre anfore d’oro racchiudenti i cuori luminosi e fiammanti degli eroi dominatori e creatori?
Ov’è lo splendore maestoso del grande e nuovo meriggio?
Fiumi paurosi di sangue lavarono tutte le zolle e percorsero tutti i sentieri del mondo.
Torrenti spaventosi di lacrime fecero echeggiare il loro straziante lamento attraverso i vortici di tutta la terra: montagne di ossa e di carname umano ovunque biancheggiarono e ovunque imputridirono al sole.
Ma nulla si trasformò, nulla si evolse!
Solo il ventre borghese ruttò per sazietà e quello proletario urlò per troppa fame.
E basta!
Con Carlo Marx l’anima umana discese all’intestino.
Il ruggito che oggi passa sul mondo è sempre un ruggito ventrista.
Possa la nostra volontà trasformarlo in grido d’anima.
In tempesta spirituale.
In urto di libera vita.
In uragano di fulmini.
Possa la folgore nostra scardinare la realtà del presente, squarciare la porta dell’ignoto mistero dal sogno nostro anelato, e mostrarci la bellezza suprema dell’uomo liberato.
Perché noi siamo i folli precorritori del tempo.
I roghi.
I fari.
I segni.
I primi annunci.


VII


La guerra!
La ricordate?
Che cosa ha creato la guerra?
Ecco: La donna vendè il suo corpo e la sua prostituzione chiamò libero amore.
L’uomo, che s’ "imboscò" a fabbricare proiettili e a predicare la sublime bellezza della guerra, chiamò la sua viltà: "fine furberia e scaltrezza eroica!". Colui che visse sempre di infamia incosciente, di viltà, di umiltà, di indifferenza e di rinunce deboli, imprecò contro i pochi audaci — che aveva sempre detestato — perché non ebbero da soli la forza di impedire che il suo ventre non fosse squarciato da quelle armi ch’egli stesso aveva costruito per un vile tozzo di pane.
Perché anche i pezzenti dello spirito — coloro che, mentre la parte più nobile dell’umanità entra nell’inferno della vita, rimangono sempre fuori a scaldarsi — questi servi umili e devoti del loro tiranno, questi calunniatori incoscienti delle anime superiori, anche costoro, diciamo, non volevano partire.
Non volevano morire.
Si contorcevano, piangevano, imploravano, pregavano! Ma tutto ciò per un basso istinto di conservazione impotente ed animalesca, priva di ogni fremito eroico di rivolta e non per altre
questioni di umanità superiore, di raffinata profondità sentimentale, di bellezza spirituale.
No, no, no!
Nulla di tutto ciò!
Il ventre!
Il ventre animalesco soltanto.
Ideale borghese — ideale proletario — a ventre! Ma intanto la morte venne...
Venne a danzare sul mondo senza avere sul dorso le ali di un’idea!
E danzò...
Danzò e rise.
Per cinque lunghi armi...
E mentre sui confini, ubriaca di sangue, la morte senz’ali danzava, a casa, nel sacro abside dell’interno fronte, si declamava e cantava — sulle volgari "gazzette" della menzogna — la miracolosa evoluzione morale e materiale compiuta dalle nostre donne nonché la suprema vetta spirituale su cui ascendeva il nostro eroico fante glorioso. Colui che moriva piangendo, senza sapere il "perché".
Quante menzogne feroci, quanto cinismo volgare vomitavano sulle loro "gazzette" le bieche anime della democratica società e dello Stato...
Chi la ricorda la guerra?
Come gracchiavano i corvi...
I corvi e le civette!
E intanto la Morte danzava!
Danzava senza avere sul dorso le ali di un’idea!
Di un’idea pericolosa che feconda e che crea!
Danzava...
Danzava e rideva!
E come li falciava — danzando — i superflui. Tutti coloro che c’erano di più. Quelli per cui fu inventato lo Stato.
Ma, ohimè! Non soltanto quelli falciava...
Falciava anche quelli che avevano negli occhi raggi di sole, che avevano nelle pupille le stelle!




VIII


V’è l’arte epica, l’arte eroica, l’arte suprema che la guerra ci aveva promesso?
Ov’è la vita libera, il trionfo della nuova aurora, lo splendore del meriggio, la gloria festante del sole?
Ov’è la redenzione dalla schiavitù materiale?
Ov’è chi ha creato la fine e profonda poesia che doveva germinare dolorosamente in questo tragico e pauroso abisso di sangue e di morte, per dirci lo strazio silenzioso e crudele provato dall’anima umana?
Chi ce l’ha detta la parola dolce e buona che dice un mattino sereno dopo una terribile notte d’uragano?
Chi ce l’ha detta la parola dominatrice che fa grandi come il proprio dolore, puri nella bellezza e profondi nell’umanità?
Chi è, chi è mai il genio che ha saputo curvarsi con amore e con fede sopra le ferite aperteci nella carne viva della nostra vita, per accoglierne tutto il nobile pianto, acciocché il sereno riso dello spirito redentore potesse strappare gli artigli ai famelici mostri dei nostri errori passati per farci ascendere verso il concetto di un’etica superiore, ove, attraverso il principio luminoso della bellezza umana purificata nel sangue e nel dolore, potessimo ergerci forti e maestosi — come freccia tesa sull’arco della volontà — per cantare alla vita terrena la più profonda e soave melodia della più alta di tutte le nostre speranze ! Ove? Ove?
Io non la vedo!
Io non la sento!
Mi guardo attorno, ma altro non vedo che volgare pornografia, e falso cinismo...
Almeno un Omero dell’arte, ed un Napoleone dell’azione la guerra ci avesse dato...
Un uomo che avesse avuto la forza di distruggere un’epoca, di creare una nuova storia... Ma niente!
Né grandi cantori, né grandi dominatori, la guerra ci ha dato. Solo larve bugiarde e bieche parodie.


IX

La guerra è passata lavando la storia e l’umanità nel pianto e nel sangue, ma l’epoca è rimasta immutata. Epoca di disfacimento...
Il collettivismo è morente e l’individualismo non si è ancora affermato.
Nessuno sa ubbidire, nessuno sa comandare. Ma da tutto questo, al saper vivere liberi, c’è ancora di mezzo un abisso.
Abisso che potrà essere riempito soltanto col cadavere della schiavitù e quello dell’autorità.
La guerra non poteva riempire questo abisso. Poteva soltanto scavarlo più profondo. Ma ciò che la guerra non poteva fare, deve farlo la rivoluzione.
La guerra ha reso gli uomini più bestiali e plebei.
Più triviali e più brutti!
La rivoluzione deve renderli migliori.
Deve nobilitarli!



X


Ormai — socialmente parlando — siamo sdrucciolati nella china fatale, e non c’è più possibilità di tornare indietro.
Il tentarlo soltanto sarebbe un delitto.
Ma non un delitto nobile e grande.
Ma un delitto volgare. Un delitto più che inutile e vano. Un delitto contro la carne delle nostre idee.
Perché noi non siamo i nemici del sangue... Siamo i nemici della volgarità!
Ora che l’età del dovere e della schiavitù è agonizzante, vogliamo chiudere il ciclo del pensiero teorico e contemplativo per aprire il varco all’azione violenta, che è volontà di vita e tripudio di espansione.
Sulle macerie della pietà e della religione vogliamo erigere la durezza creatrice del nostro cuore superbo.
Noi non siamo gli ammiratori dell’ "uomo ideale" dai "diritti sociali", ma i proclamatori dell’ "individuo reale", nemico delle astrazioni sociali.
Noi lottiamo per la liberazione dell’individuo.
Per la conquista della vita.
Per il trionfo della nostra idea.
Per la realizzazione dei nostri sogni.
E se le nostre idee sono pericolose, è perché noi siamo coloro che amano vivere pericolosamente.
E se i nostri sogni sono folli, é perché siamo folli. Ma la nostra follia è la saggezza suprema.
Ma le nostre idee sono il cuore della vita;
ma i nostri pensieri sono i fari dell’umanità.
E ciò che la guerra non ha fatto deve farlo la rivoluzione.
Perché la rivoluzione è il fuoco della nostra volontà e un bisogno delle nostre anime solitarie, è un dovere dell’aristocrazia libertaria.
Per creare nuovi valori etici.
Per creare nuovi valori estetici.
Per comunizzare la ricchezza materiale.
Per individualizzare la ricchezza spirituale.
Perché noi — cerebralisti violenti e sentimentalisti passionali al medesimo tempo — comprendiamo e sappiamo che la rivoluzione e una necessità del dolore silenzioso che spasima nel basso, ed un bisogno dei liberi spiriti che spasimano in alto.
Perché, se il dolore che spasima in basso vuole ascendere nel sorriso felice del sole, gli spiriti liberi che spasimano in alto non vogliono più sentirsi le pupille offese dallo strazio della volgare schiavitù che li circonda.
Lo spirito umano è diviso in tre correnti: La corrente della schiavitù, la corrente della tirannia, la corrente della libertà!
Colla rivoluzione bisogna che l’ultima di queste tre correnti irrompa sulle altre due e le travolga.
Bisogna che crei la bellezza spirituale, che insegni ai poveri la vergogna della loro povertà, ed ai ricchi la vergogna della loro ricchezza.
Bisogna che tutto ciò che si chiama "proprietà materiale", "proprietà privata", "proprietà esteriore" diventi per gli individui ciò che è il sole, la luce, il cielo, il mare, le stelle.
E ciò avverrà!
Avverrà perché noi — gli iconoclasti — la violenteremo!
Solo la ricchezza etica e spirituale è invulnerabile.
E vera proprietà dell’individuo. Il resto no!
Il resto è vulnerabile! E tutto ciò che è vulnerabile sarà vulnerato.
Lo sarà dalla potenza spregiudicata dell’"io".
Dalla forza eroica dell’uomo liberato.
E al di là d’ogni legge, d’ogni morale tiranna, d’ogni società, d’ogni concetto di falsa umanità...
Noi dobbiamo tendere il nostro sforzo a tramutare la rivoluzione che si avanza in "delitto anarchico", per spingere l’umanità al di là dello Stato, al di là del socialismo.
Verso l’Anarchia.
Se con la guerra gli uomini non poterono sublimarsi nella morte, la morte ha purificato il sangue dei caduti.
E il sangue che la morte ha purificato — e che il suolo ha avida¬mente bevuto — ora urla di sotterra!
E noi solitari, noi non siamo i cantori del ventre, ma gli ascoltatori dei morti; della voce dei morti che urlano di sotterra!
Della voce del sangue "impuro" che si è purificato nella morte.
E il sangue di tutti i caduti urla!
Urla di sotterra!
E l’urlo di questo sangue chiama pure noi verso l’abisso... Ha bisogno di essere sprigionato!
O giovani minatori, siate pronti! Prepariamo torce e paramine.
Bisogna dissodare il terreno.
E tempo! È tempo! E tempo!
Il sangue dei morti dev'essere sprigionato. Vuole alzarsi dalle tenebrose profondità per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle.
Perché le stelle sono le amiche dei morti.
Sono le buone sorelle che li hanno veduti morire.
Sono coloro che tutte le sere vanno al loro sepolcro coi piedi di luce e dicono loro:
Domani!...
E noi — i figli del Domani — siamo venuti oggi a dirvi:
E tempo ! È tempo! È tempo!
E siamo venuti nelle ore antelucane...
In compagnia dell'alba e delle ultime stelle!
Ed ai morti abbiamo aggiunto altri morti...
Ma tutti coloro che cadono hanno nella pupilla una stella d'oro che brilla!
Una stella d'oro che dice:
"La viltà dei fratelli rimasti si tramuterà,in sogno creatore: in eroismo vendicatore!
Perché, se così non fosse, non meriterebbe di morire!".
Come dev’essere triste il morire.
Senza una speranza nel cuore... senza un rogo nel cervello; senza un gran sogno nell'anima; senza una stella d'oro che brilla nella nostra pupilla!



Il sangue dei morti — dei nostri morti — urla di sotterra. Noi lo udiamo chiaro e distinto quel grido. Quel grido che ci inebria di strazio e di dolore.
E non possiamo, né vogliamo, essere sordi a quella voce... noi.
Non vogliamo esserle sordi, perché la vita ci ha detto: "Chi è sordo alla voce del sangue non è degno di me. Perché il sangue è il mio vino; e i morti il mio segreto. Solo a colui che ascolterà la voce dei morti, scioglierò l'enigma del mio grande mistero!".
E noi risponderemo a questa voce:
Perché solo coloro che sanno rispondere alla voce dell'abisso possono conquistare le stelle!
Io mi rivolgo a te, o mio fratello! A te mi rivolgo e ti dico:
"Se sei di coloro che stanno inginocchiati sul cerchio di mezzo, chiudi gli occhi nella tenebra e precipitati nell'abisso.
Solo così potrai rimbalzare sulle più alte vette e spalancare le pupille tue grandi nel sole".
Perché non si può essere aquile se non si è palombari.
Non si può spaziare sulle vette quando si è incapaci alle profondità.
Nel basso abita il dolore, nell'alto il tormento.
Sul tramonto di tutte le età, sorge un'alba unica fra due vespri diversi.
Fra la luce vergine di quest'unica alba, il dolore del palombaro che è in noi deve congiungersi al tormento dell'aquila che pur vive in noi, per celebrare le nozze tragiche e feconde della perpetua rinnovazione.
Rinnovazione dell’"io" personale fra le tempeste collettive e gli uragani sociali.
Perché la solitudine perenne è solo dei santi che riconoscono in dio il loro testimonio. Ma noi siamo i figli atei della solitudine. Siamo i demoni solitari senza testimoni.
Nel basso, vogliamo vivere la realtà del dolore; nell'alto, il dolore del sogno...
Per vivere intensamente e pericolosamente tutte le battaglie, tutte le sconfitte, tutte le vittorie, tutti i sogni, tutti i dolori e tutte le speranze!
E vogliamo cantare nel sole, vogliamo urlare nei venti!
Perché il nostro cervello è un rogo sfavillante ove il gran fuoco del pensiero crepita e arde in folli e gioiosi tormenti.
Perché la purezza di tutte le albe, la fiamma di tutti i meriggi, la melanconia di tutti i tramonti, il silenzio di tutte le tombe, l'odio di tutti i cuori, il mormorio di tutte le foreste, ed il sorriso di tutte le stelle, sono le note misteriose componenti la musica segreta dell’anima nostra traboccante di esuberanza vitale.
Perché nel profondo del nostro cuore udiamo parlare una voce di umana individuazione così imperiosa e gagliarda che, spesse volte, nell’ascoltarla proviamo paura e terrore.
Perché la voce che parla, è la voce di Lui: il Demone alato delle nostre profondità.



XI


Ormai è provato…
La vita è dolore!
Ma noi abbiamo imparato ad amare il dolore, per amare la vita!
Perché nell’amare il dolore abbiamo imparato a lottare.
E nella lotta — nella lotta soltanto — sta la gioia del vivere nostro.
Restare sospesi a metà non è mestiere per noi.
Il cerchio di mezzo simboleggia il vecchio "sì e no".
L’impotenza del vivere e del morire.
È il cerchio del socialismo, della pietà e della fede. Ma noi non siamo socialisti...
Siamo anarchici. E individualisti, e nichilisti, e aristocratici.
Perché veniamo dai monti.
Da vicino alle stelle.
Veniamo dall’alto: da ridere e maledire!
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi, per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
E i roghi nostri saranno spenti soltanto quando l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare. E se quel giorno non dovesse venire, i nostri roghi continueranno a crepitare tragicamente fra la tenebra della notte eterna.
Perché noi amiamo tutto ciò che è grande.
Siamo gli amanti di ogni miracolo, i fautori d’ogni prodigio, i creatori d’ogni meraviglia!
Sì: lo sappiamo!...
Vi sono cose grandi nel bene come nel male.
Ma noi viviamo al di là del bene e del male, perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
Anche il "delitto".
Anche la "perversità".
Anche il "dolore"!
E noi vogliamo essere grandi come il nostro delitto!
Per non calunniarlo.
Vogliamo essere grandi come la nostra perversità! Per renderla cosciente.
Vogliamo essere grandi come il nostro dolore. Per esserne degni.
Perché veniamo dall’alto.
Dalla casa della Bellezza.
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
Fino l’ora in cui l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare.
Perché vogliamo celebrare la festa del gran prodigio umano.
Vogliamo che l’anima nostra vibri in un nuovo sogno.
Vogliamo che da questo tragico vespro sociale il nostro "io" ne esca calmo e fremente di luce universale. .
Perché siamo i nichilisti dei fantasmi sociali.
Perché sentiamo la voce del sangue urlare di sotterra.
Prepariamo le paramine e le torce, o giovani minatori.
L’abisso ci attende. Precipitiamoci in fondo: Verso il nulla creatore!







XII


Il nostro nichilismo non è nichilismo cristiano.
Noi non neghiamo la vita.
No! Noi siamo i grandi iconoclasti della menzogna. E tutto ciò che è proclamato "sacro" è menzogna.
Noi siamo i nemici del "sacro".
E vi è una legge "sacra"; una società "sacra"; una morale "sacra"; un’idea "sacra"!
Ma noi — i padroni e gli amanti della forza empia e della bellezza volitiva, dell’Idea violentatrice — noi, gli iconoclasti di tutto ciò che è consacrato — ridiamo satanicamente, d’un bel riso largo e beffardo.
Ridiamo!...
E ridendo teniamo l’arco della nostra pagana volontà di gioire sempre teso verso la piena integrità della vita.
E le nostre verità le scriviamo col riso.
E le nostre passioni le scriviamo col sangue.
E ridiamo!...
Ridiamo il bel riso sano e rosso dell’odio.
Ridiamo il bel riso azzurro e fresco dell’amore. Ridiamo!...
Ma ridendo ci ricordiamo, con somma serietà, di essere i legittimi figli, e i degni eredi, d’una grande aristocrazia libertaria che ci trasmise nel sangue satanici impeti di folle eroismo, e nella carne ondate di poesia, di soli e di canzoni!
Il nostro cervello è un rogo sfavillante, ove il crepitante fuoco del pensiero arde in gioiosi tormenti.
L’anima nostra è un’oasi solitaria sempre fiorita e festante ove una musica segreta canta le complicate melodie del nostro alato mistero.
E nel cervello ci urlano tutti i venti del monte; nella carne ci urlano tutte le tempeste del mare; tutte le Ninfe del Male; i nostri sogni sono cieli reali abitati da vergini muse frementi.
Noi siamo i veri demoni della Vita.
I precorritori del tempo.
I primi annunci!
La nostra esuberanza vitale ci ubriaca di forza e di sdegno. Ci insegna a disprezzare la Morte!







XIII



Oggi siamo giunti alla tragica celebrazione d’un grande vespro sociale.
Il crepuscolo è rosso.
Il tramonto è insanguinato.
L’ansia batte nel vento le sue ali frementi.
Ali rosse di sangue; ali nere di morte!
Il Dolore organizza nell’ombra l’esercito dei suoi figli ignoti.
La bellezza è nel giardino della Vita, e sta intrecciando ghirlande di fiori per incoronare la fronte degli eroi.
I liberi spiriti hanno già lanciato le loro folgori attraverso il crepuscolo.
Come primi annunci di fuoco: primi segnali di guerra!
L’epoca nostra è sotto le ruote della storia.
La civiltà democratica volge verso la tomba.
La società borghese e plebea si sfascia fatalmente, inesorabilmente!
II fenomeno fascista ne è la prova più certa e inconfutabile. Per dimostrarlo non ci sarebbe bisogno che di risalire il tempo e interrogare la storia.
Ma questo bisogno non c’è!
Il presente parla con abbastanza eloquenza!
Il fascismo altro non è che lo spasimo convulsionario e crudele d’una società plebea, smidollata e volgare, che agonizza tragicamente affogata nel pantano dei suoi vizi e delle sue proprie menzogne.
Egli — il fascismo — celebra questi suoi baccanali con roghi di fiamme, e orge malvagie di sangue.
Ma dal fosco crepitio dei suoi lividi fuochi non sprizza neppure una sola scintilla di gagliarda spiritualità innovatrice, mentre il sangue che sparge si tramuta in vino che i precorritori del tempo raccolgono tacitamente nei calici rossi dell’odio, destinandolo come bevanda eroica per comunicare tutti i figli del dolore sociale chiamati alla crepuscolare celebrazione del vespro.
Perché i grandi precorritori del tempo sono i fratelli e gli amici dei figli del dolore.
Del dolore che lotta.
Del dolore che ascende.
Del dolore che crea!
Noi prenderemo per mano questi fratelli ignoti per marciare assieme contro tutti i "no" della negazione, ed assieme salire verso tutti i "si" dell’affermazione; verso nuove albe spirituali: verso nuovi meriggi di vita.
Perché noi siamo gli amanti del pericolo; i temerari di tutte le imprese, i conquistatori dell’impossibile, i fautori e i precursori di tutte le "prove" !
Perché la vita è una prova!
Dopo la celebrazione negatrice del vespro sociale, vogliamo celebrare il rito dell’ "io": il grande meriggio dell’individuo integro e reale. Acciocché la notte più non trionfi. Acciocché la tenebra più non ci avvolga.
Acciocché il maestoso incendio del sole perpetui la sua festa di luce nel cielo e nel mare.





XIV


Il fascismo è un ostacolo troppo effimero ed impotente per impedire il corso dell’umano pensiero che irrompe al di là d’ogni diga e straripa al di là d’ogni segno, trascinando sui suoi passi l’azione.
È impotente perché è forza bruta. È materia senza spirito: è notte senz’alba! Il fascismo è l’altra faccia del socialismo. L’uno e l’altro sono due corpi senz’anima.

XV



Il socialismo è la forza materiale che, agendo all’ombra di un dogma, si risolve e dissolve in un "no" spirituale.
Il fascismo è un tisico del "no" spirituale che tende — infelice — ad un sì materiale...
L’uno e l’altro mancano di qualità volitive.
Sono i cerotti del tempo: i temporeggiatori del fatto!
Sono reazionari e conservatori.
Sono i fossili cristallizzati che il dinamismo volitivo della storia che passa travolgerà assieme.
Perché, nel campo volitivo dei valori morali e spirituali, i due nemici si equivalgono...
E si noti che, se il fascismo è nato, solo il socialismo ne è il complice diretto ed il padre responsabile.
Perché, se quando la nazione, se quando lo Stato, se quando l’Italia democratica, se quando la società borghese fremeva di spasimo e di agonia fra le mani nodose e poderose del "proletariato" in rivolta, il socialismo non ne avesse impedito vilmente la tragica stretta mortale — perdendo i lumi della ragione innanzi agli sbarrati occhi di lei — certo che il fascismo non sarebbe neppure nato, oltre a non avere vissuto.
Ma il goffo colosso senz’anima si è invece lasciato prendere — per tema che i vagabondi dell’idea spingessero il movimento di rivolta oltre il segno prestabilito — in un volgarissimo giuoco di bieca pietà conservatrice, e falso amore umano.
Così l’Italia borghese invece di morire ha partorito...
Ha partorito il fascismo!
Perché il fascismo è una creatura tisica e deforme, nata dagli amori impotenti del socialismo colla borghesia.
Uno n’è il padre, l’altra la madre. Ma l’uno e l’altra non ne vogliono la responsabilità.
Forse lo trovano un figlio troppo snaturato.
Ed è questo il perché lo chiamano "bastardo"!
Ed egli si vendica...
Già abbastanza infelice per essere nato così, si ribella al padre e oltraggia la madre...
E forse ha ragione...
Ma noi, tutto questo lo rileviamo per la storia.
Per la storia e per la verità, non per noi. Per noi — il fascismo — è un fungo velenoso piantato tanto bene nel marcio cuore della società, che proprio ci contenta...






XVI




Solo i grandi vagabondi dell’idea potranno — e dovranno — essere il luminoso fulcro spirituale della tempestosa rivoluzione, che cupa sul mondo si avanza...
Il sangue chiede sangue.
E vecchia storia!
Indietro non si può più tornare.
Tentare di tornare indietro — come fa il socialismo — sarebbe un delitto inutile e vano.
Noi dobbiamo precipitarci nell’abisso.
Dobbiamo rispondere alla voce dei morti.
Di quei morti che sono caduti con nelle pupille immense stelle d’oro.
Bisogna dissodare il suolo.
Sprigionare il sangue di sotterra!
Perché vuole ascendere verso le stelle.
Vuole bruciare le sue buone sorelle luminose e lontane che l’hanno veduto morire.
Dicono i morti, i morti nostri:
"Noi siamo morti con negli occhi le stelle.
Noi siamo morti con nelle pupille raggi di sole.
Noi siamo morti col cuore gonfio di sogni.
Noi siamo morti con nell’anima il canto della più bella speranza.
Noi siamo morti con nel cervello il fuoco di un’idea.
Noi siamo morti...
Come deve essere triste il morire come gli altri morti — i morti non nostri — senza tutto ciò nel cervello, nell’anima, nel cuore, negli occhi, nelle pupille!
Oh morti, oh morti!... Oh morti nostri! Oh torce luminose! Oh fari ardenti! Oh roghi crepitanti! Oh morti...
Ecco, siamo al crepuscolo!
La tragica celebrazione del grande vespro sociale si appressa. La nostra anima grande già si spalanca verso la vasta luce sotterranea, o morti!
Perché anche noi abbiamo negli occhi le stelle, il sole nelle pupille, il sogno nel cuore, il canto della speranza nell’anima e, nel cervello, un’idea.
Sì, anche noi, anche noi!
Oh morti, oh morti! Oh morti nostri! Oh torce! Oh fari! Oh roghi!
Noi vi abbiamo intesi parlare nel silenzio solenne delle nostre notti profonde.
Dicevate:
"Noi volevamo ascendere nel cielo del libero sole...
Noi volevamo ascendere nel cielo della libera vita...
Noi volevamo ascendere lassù, dove un giorno si fissò lo sguardo penetrante del pagano poeta:
Dove sorgono e stanno come inviolabili querce tra gli uomini i grandi pensieri; dove scende, invocata dai puri poeti, e serena tra gli uomini sta la bellezza; dove l’amore crea la vita e respira la gioia!".
Lassù, dove la vita tripudia e si espande in piena armonia di splendore...
E per questo, per questo sogno lottammo, per questa grande sogno morimmo...
E la nostra lotta fu chiamata delitto.
Ma il nostro "delitto" non deve essere considerato che come virtù titanica, che come sforzo prometeico di liberazione.
Perché fummo i nemici di ogni dominazione materiale e di ogni livellazione spirituale.
Perché noi, al di là di ogni schiavitù e di ogni dogma, vedemmo danzare libera e nuda la vita.
E la nostra morte deve insegnare a voi la bellezza del vivere eroico !
" Oh morti, oh morti! Oh morti nostri...
Noi l’abbiamo udita la vostra voce...
L’abbiamo udita parlare così, nel silenzio solenne delle nostre notti profonde!
Profonde, profonde,profonde!
Perché noi siamo i sensitivi.
Il nostro cuore è una torcia, la nostra anima è un faro, il nostro cervello è un rogo!...
Noi siamo l’anima della vita!...
Siamo gli antelucani che bevono la rugiada nel calice dei fiori. Ma i fiori hanno le radici fosforiche abbarbicate nell’oscurità della terra.
In quella terra che ha bevuto il vostro sangue.
Oh morti! Oh morti nostri!
Quel vostro sangue che urla, che rugge, che vuole essere sprigionato, per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle vostre lontane e luminose sorelle che vi hanno veduti morire.
E noi — i vagabondi dello spirito, i solitari dell’idea — vogliamo che l’anima nostra, libera e grande, spalanchi le sue ali nel sole.
Vogliamo che il vespro sociale sia celebrato in questo crepuscolo di società borghese, acciocché l’ultima notte nera si faccia vermiglia di sangue.
Perché i figli dell’aurora devono nascere dal sangue...
Perché i mostri della tenebra devono essere uccisi dall’alba...
Perché le nuove idee individuali devono nascere dalle tragedie sociali...
Perché gli uomini nuovi devono essere forgiati nel fuoco!
E solo dalla tragedia, dal fuoco e dal sangue, nascerà il vero Anticristo profondo d’umanità e di pensiero.
Il vero figlio della terra e del sole.
L’Anticristo deve nascere dalle macerie fumanti della rivoluzione per animare i figli della nuova aurora.
Perché l’Anticristo è colui che viene dall’abisso, per ascendere oltre ogni confine.
È il nemico volitivo della cristallizzazione, della prestabilizzazione, della conservazione!...
Egli è colui che sospingerà gli uomini attraverso le misteriose caverne dell’ignoto allo scoprimento perenne di nuove sorgenti di vita e di pensiero.
E noi — i liberi spiriti, gli atei della solitudine, i demoni del deserto senza testimoni — ci siamo già spinti verso le vette più estreme...
Perche ogni cosa con noi — deve essere spinta al massimo delle sue conseguenze.
Anche l’Odio.
Anche la Violenza.
Anche il delitto!
Perché l’Odio dà la forza.
La violenza scardina.
Il delitto rinnova.
La crudeltà crea.
E noi vogliamo scardinare, rinnovare, creare!
Perché tutto ciò che è volgarità pigmea deve essere superato.
Perché tutto ciò che vive deve essere grande.
Perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
E la vita deve essere bella!

XVII


Noi abbiamo ucciso il "dovere" acciocché la nostra brama di libera fraternità acquisti un valore eroico nella vita.
Noi abbiamo ucciso la "pietà" perché siamo barbari capaci al grande amore.
Noi abbiamo ucciso l’"altruismo" perché siamo egoisti donatori.
Noi abbiamo ucciso la "solidarietà filantropica" acciocché l’uomo sociale scavi il suo "io" più segreto e trovi la forza dell’"Unico".
Perché noi lo sappiamo. La Vita è stanca di avere amanti rachitici.
Perché la terra è stanca di sentirsi pestata da lunghe falangi di pigmei salmodianti preci cristiane.
Ed infine, perché siamo stanchi dei nostri fratelli, carogne incapaci alla pace e alla guerra. Inferiori all’odio e all’amore.
Stanchi e nauseati siamo...
E poi quella voce dei morti...
Dei morti nostri!
La voce di quel sangue che urla di sotterra!
Di quel sangue che vuole sprigionarsi per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle stelle che — benedicendoli — hanno brillato nelle loro pupille nell’ultimo momento della morte, trasformando i loro occhi sognanti in vasti dischi d’oro.
Perché gii occhi dei morti — dei nostri morti — sono dischi d’oro.
Sono meteore luminose che vagano nell’infinito per additarci il cammino.
Quel cammino senza fine che è la strada, dell’eternità.
Gli occhi dei nostri morti ci dicono il "Perché" della vita, mostrandoci il fuoco segreto che arde nel nostro mistero. Di quel nostro segreto mistero che nessuno ha cantato finora...
Ma oggi il crepuscolo è rosso...
Il tramonto è insanguinato...
Siamo prossimi alla tragica celebrazione del gran vespro sociale. Già sulle campane della storia il tempo ha battuto i primi colpi antelucani d’un nuovo giorno.
Basta, basta, basta!
È l’ora della tragedia sociale! Noi distruggeremo ridendo.
Noi incendieremo ridendo.
Noi uccideremo ridendo. .....
Noi esproprieremo ridendo.
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo libero è nato.
È nato colui che attraverso il pianto e il dolore ha imparato l’arte dionisiaca della gioia e del riso.
È giunta l’ora di affogare il nemico nel sangue...
È giunta l’ora di lavare l’anima nostra nel sangue. Basta, basta, basta!
Che il poeta tramuti in pugnale la sua lira!
Che il filosofo tramuti in bomba la sua sonda! Che il pescatore tramuti il suo remo in formidabile scure. Che il minatore esca armato del suo ferro lucente dagli antri micidiali delle oscure miniere.
Che il contadino tramuti in lancia guerriera la sua vanga feconda.
Che l’operaio tramuti il suo martello in falce e scure.
E avanti, avanti, avanti!
È tempo, è tempo — è tempo!
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo Libero è nato.
Avanti, avanti, avanti, o giocondi distruttori.
Sotto il labaro nero della morte, noi conquisteremo la Vita!
Ridendo!
E la faremo nostra schiava. Ridendo!
E l’ameremo ridendo!
Poiché gli uomini seri sono soltanto coloro che sanno operare ridendo.
E il nostro odio ride... Ride rosso. Avanti!
Avanti, per la totale distruzione della menzogna e dei fantasmi! Avanti, per l’integrale conquista dell’Individualità e della Vita!