LA LINEA DEL MOSTRO
di Toni Negri
Qui si parla di mostri, di come essi sono apparsi, talora nel circo,
altre volte nei laboratori, o ancora nella politica, ieri oggi e domani,
certo di nuovo, – nella filosofia o nella medicina, nel cinema o nella
letteratura. Ogniqualvolta il potere dichiara che la storia è finita, e
che la natura fa esperienza di un ordine definitivo, sicché felice può
essere solo l’uomo che, adeguandosi alla misura, obbedisce e crede,
allora il mostro appare a sconfessare ogni normalità, a dire miserabile
l’obbedienza e stolta la credenza. Il mostro è un cavaliere che trascina
in luoghi pericolosi, ci dice Elfriede Jelinek, ma nello stesso tempo
libera dal dogmatismo e incita alla creazione immaginaria (ma presto
pratica) di nuovi mondi. Nel «postmoderno», dentro e contro le culture
del «new age», il mostro ci salverà, forse, dalla nostalgia della vita
semplice e nuda ; sicuramente ci mette in contatto con il laboratorio
della dismisura tecnica e dentro a questo ci fa inventare una realtà che
noi vogliamo prodotto di potenza collettiva.
Questo insieme di saggi è dunque dedicato ai mostri – evidentemente ad
alcuni soltanto dei mostri possibili: ché, se tentassimo di enumerarli
tutti, ne avremmo un elenco ipertrofico, alla Borges o alla Eco... A
quali mostri va dunque il nostro interesse?
In primo luogo a quei mostri che ci hanno mostrato la natura inventarsi
fuori da ogni ordine trascendente o comunque predeterminato. Da questo
punto di vista, qui il lettore troverà dunque prima di tutto l’abbozzo
di un’indagine materialista sui mostri. Val dunque la pena di ricordare
che è lottando contro la teologia naturale e il dogma di un cosmo fisico
ben ordinato, che i mostri sono divenuti «eroi filosofici». Gli
aristotelici non potevano sopportarli: i mostri ingarbugliavano il nesso
delle quattro cause fisiche e deturpavano la bella metafisica sequenza
di natura e ordine politico, cioè l’eugenia gerarchica della «politeia».
L’occidente è sempre stato dominato da questa legge e contro di essa si
sono infrante anche le rivoluzioni umaniste più conseguenti. Ancora a
Montaigne i mostri erano antipatici : «il mostro non esiste agli occhi
di Dio».
È solo il razionalismo dei Lumi (e il suo implicito materialismo) che
recupera i mostri: ne fa buon uso per mostrare che teologia e teleologia
sono cose oscure per la scienza e l’intelligenza e funzioni
dell’assolutismo, di ogni assolutismo... Misura e figura, che codice e
sostanza naturalistici implicavano, venivano così dissolte da potenze di
metamorfosi, defiguranti e smisurate. Non era il sublime, visione che
rimane attonita e passiva, quello che rivelava quest’avventura
dell’intelletto; trionfava invece un socratico non-sapere, una radicale
disposizione all’altro, al nuovo, appassionata; dismisura e
defigurazione, sublimi certo, ma attive, creatrici di altro. Che sapore
di libertà ha, in questa stagione, il mostro!
Qui di seguito, nella prima sezione di questo volume, Charles T. Wolfe,
Aurélie Suratteau-Iberraken, e Michael Hagner mettono in luogo le
ambiguità che l’inchiesta sui mostri ha dovuto attraversare (e talora ha
prodotto) fra Lumi e modernità e – nel medesimo tempo – la potenza
critica del suo materialismo. Pierre Ancet, a partire dagli inizi della
teratologia scientifica, apre successivamente l’analisi sulle condizioni
di possibilità di una nuova considerazione dei mostri e di una attuale
riarticolazione fra biologia e metafisica (etica).
In secondo luogo, il nostro interesse va a quei mostri che, dentro
l’estinzione della teleologia naturale e l’appannarsi d’ogni necessità,
gli uomini vogliono e riescono direttamente a costruire. All’ontologia
della mutazione segue dunque la tecnologia organizzata da un’adeguata
antropologia. Vi è un’enorme accumulazione di conoscenza, scienze dure e
desiderio di libertà, che si forma su questo passaggio, dove vanno a
nozze tecnologie e immaginazione: ogni differenza fra natura e artificio
deve dunque cadere. L’affermazione del moderno si raccoglie in questa
divisa. Ciò che, dai Lumi in poi, aveva cominciato a uscire
dall’underground e a vivere all’aperto, il mostro, diviene ora egemone.
Il mostro è oggetto di produzione, – di una produzione che non riproduce
la natura né vi ritorna, ma la sostituisce, sempre, soprattutto quando
sembra riprenderla o sussumerla. È su questi temi, dunque, che si svolge
la seconda parte della nostra ricerca: temi non più paradossali ma
singolarmente efficaci e significativi, quando si intrecciano
teratologia e tecniche, percezioni e produzioni del mostro... Ma qui le
cose si complicano di nuovo ed è a queste complicazioni che si rivolge
la nostra indagine. Quando infatti avremo visto il pensiero tecnico (e
quello filosofico) assumere nella sua propria potenza (e responsabilità)
le metamorfosi dell’essere e, ancora (last not least), svilupparsi la
percezione del mostro nella nostra cultura con effetti talora
sconvolgenti, spesso creativi («ma ci son sempre zombies che si aggirano
fra noi!») – e quando avremo inteso che lo stesso passaggio dal moderno
al postmoderno si raccoglie attorno alle alternative che queste
dimensioni avventurose dell’esperienza presentano – bene, eccoci a dover
verificare la correttezza del nostro cammino e la sua verità etica.
Perché noi non vogliamo che il risultato di questa storia sia quello di
fare di questa nostra società un enorme «freak-show», né pensiamo che
l’artificialità che costruiamo possa ridursi a casualità e/o arbitrio, e
tanto meno possiamo rassegnarci al fatto che quei mostri che ci fanno
male, nascano dalla distruzione critica della teleologia reazionaria e
del naturalismo patriarcale. No, quando i mostri non son più «curiosità
naturali» ma prodotti dell’attività creatrice del lavoro, occorre
metterci sopra le mani della ragione. Il cervello e i suoi muscoli son
da mettere qui all’opera, la «piena vita» della moltitudine...
L’eugenismo ellenico e quello nazista, quello estetico e quello
capitalista, vanno finalmente estirpati da una società nella quale
l’uomo ha la possibilità concreta di «generare bene», la potenza della
felicità.
In questa seconda sezione Ubaldo Fadini ci conduce, in primo luogo, ad
attraversare quei territori di confine della conoscenza scientifica che,
fra differenza e mostruosità, Deleuze e Klossowski, Bruno Latour e
Donna Haraway, nonché i filosofi del General Intellect, ci hanno
abituato a considerare ibridi e mostruosi; oppure quelle reti distese
per comunicare, dentro le quali Paul Virilio e Pierre Lévy ci hanno
mostrato come la nostra stessa percezione del mondo si metamorfosi,
diventando, forse, essa stessa mostruosa. Contemporaneamente, si
comincia a risalire alle questioni filosofiche e politiche che si
addensano in questi snodi mostruosi, come ad esempio sulla natura e il
divenire delle metamorfosi che investono la scienza, i suoi oggetti e la
soggettività stessa degli attori. Muriel Combes ci introduce qui alla
problematica dell’individuazione nella metamorfosi e nel collettivo (ed
in genere all’opera) di Gilbert Simondon. Marco Bascetta, percorrendo le
vie d’accesso alla tecnologia ed all’economia politica del vivente,
introduce nel medesimo tempo alla loro critica e alla costruzione di
percorsi alternativi.
Siamo così a un altro punto di discussione. Se il mostro naturale è
finito e non fa più scandalo, se la natura ha mostrato la sua
contingenza senza possibilità di ritorno o di cancellazione – e,
addirittura, natura e mostruosità son divenuti «capitale costante» della
nostra capacità di lavorare e trasformare il mondo, base cioè della
potenza creatrice della moltitudine: occorre dunque mettere in
discussione se esista una sorta di teleologia umana, trasparente alla
società e appropriabile dalla moltitudine; che insomma, attraverso il
lavoro cooperativo e le tecnologie dell’«intelletto generale», possa
proporsi come motore della lotta per la felicità di ogni uomo, contro la
miseria e la morte, per la libertà e l’eguaglianza. Là dove siamo
arrivati, il mostro non è più natura ma prodotto, un nostro prodotto. Il
mostro non è scandalo ma benvenuto. Una «seconda natura» (o terza o
ennesima) è davanti a noi, qualificata da eventi contingenti e creativi,
– mai più da categorie di sostanza e di necessità, da funzioni-immagini
di gerarchia, di comando e di morte... Davanti a noi, dentro di noi, e,
insieme, prodotta da noi. Questa seconda natura, così mostruosa che non
sappiamo più distinguerla da ciò che un tempo era scandaloso, – questa
mostruosità così perfettamente adeguata al nostro desiderio di felicità,
– vi è tuttavia chi cerca di riportarla alla follia, alla perversione e
alla perdita di senso. Dal «progetto genoma umano» alla «clonazione», e
in innumerevoli ricerche biologiche, passa un’enorme speranza. Ma c’è
una violenza finanziaria e industriale che rischia di soffocare, di
dominare, di dirigere verso finalità gerarchiche e sfruttatrici, queste
potenze del lavoro vivo e creatore. C’è un biopotere mondiale che vuol
distruggere il desiderio biopolitico di felicità e di libertà. Bisogna
opporsi a questo. Noi riconosciamo alla mostruosità, per il presente e
il futuro, non solo di poter essere etica ma soprattutto di dover essere
rivoluzionaria... Ora davanti a questa eccedenza di potenza, dinanzi
alla possibilità che il corso della vita della moltitudine possa essere
modificato secondo funzioni di comando, noi non ci arrocchiamo sui temi
del fondamentalismo naturalistico, tutt’al contrario, proponiamo una
linea di critica rivoluzionaria: ed è su questa linea di valore dire che
«noi vogliamo il mostro». È nell’eccedenza delle possibilità, nella
ricchezza dell’intelligenza, della scienza e del lavoro vivo delle
moltitudini, che il mondo non solo è fatto, ma deve essere fatto, e lo
faremo, nella libertà e nell’eguaglianza.
La terza sezione, che attorno a queste tematiche si raccoglie, muove
dall’analisi della percezione presente del mostro, – di nuovo cioè dalla
sua ambiguità che (nelle condizioni attuali, davanti al kairos dei
singoli e alla decisione delle moltitudine) diviene contraddizione e si
presenta storicamente e politicamente come crisi. Antonio Caronia,
Francesco Galluzzi, Tiziana Villani s’interrogano sull’alternativa fra
mostro buono e cattivo, ripercorrono la storia intellettuale della crisi
(da Adorno a Klossowski), ma soprattutto ci pongono davanti alla
necessità della scelta. Scelta etica, scelta strategica, illuminista,
scientifica, di «progresso» (i mostri ci restituiscono perfino questa
parola), una scelta politica, di lotta. (Non stupirà dunque che ci si
ponga contro i fondamentalismi naturalistici, ai quali però si consente
quando si oppongono all’arbitrio del biopotere capitalistico. Unabomber
non è solo un pazzo, Bill Joy non è solo un genio informatico. Di fatto,
solo una vera democrazia della moltitudine potrà permettere,
nell’economia come nella scienza, sviluppo, ricchezza e libertà,
metamorfosi dell’uomo e potenza comune dell’intelletto. È la verità di
Seattle).
Ecco dunque un ultimo capitolo aprirsi: potrebbe essere intitolato,
«dalla biologia e l’antropologia della mutazione alla politica del
comune», ovvero: «per un’etica comune del mostro». Sappiamo che questo
sarà il tema fondamentale del prossimo secolo, e sappiamo anche – per
parafrasare Hölderlin, – che solo l’estremo pericolo che corriamo potrà
creare la salvezza comune. È in questa tensione, fra l’enormità del
pericolo e la positiva mostruosità della speranza, questa nuova
Aufklärung dei corpi, che chiediamo ai nostri lettori di rilanciare
analisi, strategie e lotte. René Scherér, studiando l’Homunculus di
Goethe, ci introduce gentilmente alla fiducia che il mostro possa
accompagnarci nell’attraversamento dei margini della natura e nella
creazione di un altro mondo (dove non sia più possibile considerare
ordinata l’azione dell’appropriazione privata, della monetizzazione e
della schiavitù contro la moltitudine). L’Angelo che ci porterà fuori da
questa miseria, potrà solo essere mostruoso: perciò lo riconosceremo.
Simonetti Walter
"La verità, per quanto dolorosa, per quanto carica di conseguenze che sconvolgono l'esistenza, è condizione indispensabile per la vita. Non si tratta della semplice verità di un nome, un origine o una filiazione. La verità afferma, è la condizione per essere se stessi". Victoria Donda
mercoledì, aprile 03, 2013
giovedì, gennaio 31, 2013
Walter Simonetti Il messia del nulla
UCRONIA
2.0
Walter
Simonetti
Il
messia del nulla
Questi corpi sono
“mostruosi” – ma in effetti è “mostruoso” il desiderio del comune nella libertà
e nell’uguaglianza.Toni negri
Dedicato al Turco,
una forza primordiale.
Simonetti
Walter Il Messia del nulla
unico sei venuto
scritto nei libri
l'anticristo per la Chiesa
Gesù del nuovo eone
come Zarathustra sei sceso dalla montagna
tra la moltitudine inoperosa
hai fatto proseliti
un sacrificio umano
ti ha portato via lontano
l'esperimento segreto ti ha fatto ringiovanire
e diventare un capro espiatorio
per la comunità gentile
profeta del nulla creatore
e apostata dell'anima
che vive in un manicomio a cielo aperto
un santone oltre la follia
io ti invoco!
parassita alieno che porti
la dolce novella
del messia che vede nel futuro
tre sono le verità
tre sono le religioni
tre sono le vite
tre è il numero perfetto
unico sei venuto
scritto nei libri
l'anticristo per la Chiesa
Gesù del nuovo eone
come Zarathustra sei sceso dalla montagna
tra la moltitudine inoperosa
hai fatto proseliti
un sacrificio umano
ti ha portato via lontano
l'esperimento segreto ti ha fatto ringiovanire
e diventare un capro espiatorio
per la comunità gentile
profeta del nulla creatore
e apostata dell'anima
che vive in un manicomio a cielo aperto
un santone oltre la follia
io ti invoco!
parassita alieno che porti
la dolce novella
del messia che vede nel futuro
tre sono le verità
tre sono le religioni
tre sono le vite
tre è il numero perfetto
Suicidio
politico
cera un tempo
dove sfuggivo alla paura
un fallito in
cerca del posto migliore
per farla finita con la vita
per farla finita con la vita
una macchina
fotografica
dove
intingere
il punto il punto più alto delle mura
nella città ostile
solo un pensiero suicidio politico
il punto il punto più alto delle mura
nella città ostile
solo un pensiero suicidio politico
una sconfitta che può diventare vittoria
non avevo paura della morte
io che credo nella forza nel grande spirito
ma temevo il dolore fisico
i terrazzi le finestre diventavano ad un tratto
portali per un altra dimensione
solo un demone poteva fermarmi
dal salto nel buio
aspetta c'è la farai
l'istinto di sopravvivenza e la mancanza di droghe
mi fecero precipitare nelle vite degli altri
e non avevo più voglia di niente neanche di farla finita
solo un pensiero suicidio politico
Nichilista
creatore
Abbiamo
bisogno di nuove parole
che ci levino il peso del torpore quotidiano
quelle che ci sono macchiate di sangue e di corruzione
ci fanno annegare e ci portano a fondo
che ci levino il peso del torpore quotidiano
quelle che ci sono macchiate di sangue e di corruzione
ci fanno annegare e ci portano a fondo
l'ossessione
di essere migliori
ci mette in
testa pericolose espressioni
per questo devi cambiare la tua vita
allenarti a pensare in modo diverso strano e luminoso
come uno schizofrenico devi mutare pelle hai tuoi pensieri
e portali alla luce
è la nascita di una nuova categoria
un nichilista ma creatore
per questo devi cambiare la tua vita
allenarti a pensare in modo diverso strano e luminoso
come uno schizofrenico devi mutare pelle hai tuoi pensieri
e portali alla luce
è la nascita di una nuova categoria
un nichilista ma creatore
Nulla
voglio uscire da questa prigione del sensibile
che trasforma il mio
cuore in ghiaccio fuso
da questa linea vedo passare
esseri dalla doppia morale
satanisti e cristiani sotto mentite
spoglie
come un santo criminale porto le stigmate
dell'odio per Dio lo Stato e l'autorità.
Voglio uscire da questo mondo
da questa falsa coscienza
come un portatore di luce
illumino il mio ego unico e irripetibile
sono nulla e voglio tornare al nulla
Il mostro
un entità mostruosa
che porta avanti la sua storia dall'eterno
senza legge
capro espiatorio
cammina sempre in cerchio come in galera
dove non ci sono più parole da scrivere
ne da amare
ma solo il bosco come protezione e pericolo
quello che porta diretti alla follia e alla salvezza
interiore dele parole sussurrare al vento
al figlio che sente vicino come
un provocatore senza alibi
spirito
mi chiedo come hai
fatto
a trasformarti in questo spirito imbelle
come hai resistito alle mutazioni del tempo
la mancanza la fuga della tua ombra
che poteva farti compagnia
una vita schiva solitaria
alla ricerca della verità
come in un film francese
un personaggio in cerca d'autore
che a volte esplodeva come fosse polvere da sparo
a un po di neve
con il sorriso
lisergico sulla faccia
cantavi la tua follia omicida
Non sapevo chi fosse e da dove arrivasse
ma dentro di me ero consapevole che un giorno
sarebbe tornato, il turco
I primi ricordi sono come gli ultimi
carnevale e provocazione fuori e dentro la città
con il Turco a farmi da megafono
era l'apprendista stregone
l'apostolo del terzo Gesù
Era lo spirito del tempo
le sue parole erano semplici ed incomprensibili
ma poi diventarono una litania quasi religiosa
"Dammi i soldi padrino"
Tutti quelli che vuoi Turco
L'ultima volta che l'ho visto
era di fianco a me nel letto
e mi fissava parlandomi fitto fitto
del mio passato senza storia
cancellato con l’ammucchina
lavora per i servizi
addetto speciale al mio controllo
oggi mi dicono che abbia i capelli lunghi
che sia un emo primo della lista
Oggi che non sento più le voci del Turco
parlo da solo con lui
facendo finta che sia vicino a me
nome di battaglia Il Turco mio figlio, di spirito
Genova per noi
Permesso posso uscire dal confino?
Dalla prigione sensoriale?
L'eterno ritorno dell'uguale unico nel suo genere.
Ero lontano nel tempo e nello spazio tremavo ridendo
di paranoia davanti a un bar del mio paese
pensando senza memoria
alla fine e all'inizio del tunnel
Genova io non ricordo più quelle strade
che mi hanno visto protagonista mascherato
un provocatore da quattro soldi
il vecchio cattivo maestro non sbagliava,
un infiltrato senza ragione da vendere
che non ricorda più il perché
di come tutto ebbe inizio.
Stanco di scrivere la mia gloria
dove il genio della lampada
si era impossessato della mia vita.
Non credo più allo stesso film con il suo finale
ipocrita.
Genova una storia come tante altre?
No unica e singolare per la sua solitudine.
L'eterno ritorno dell'uguale,
sono arrivati danzando sulla mia passione
anarchici in cerca di provocazione
da mostrare al mondo intero.
Spiegandomi che questa offerta
è l'ultima spiaggia che mi rimane,
Dimostra di essere uomo Simonetti.
Non ci sono altri che ti cercano,
che vogliono aiutarti, solo parole al vento.
Arrivati a Genova cerco qualcosa ma non trovo niente,
racconto la mia storia che nessuno vuol sentire
il canto triste di un animale da circo allo strazio.
Quando le parole non bastano viene avanti la febbre
la strategia del provocatore,
che non cerca complotti e motivi musicali sempre uguali
ma dei ragazzi vestiti di nero che suonano un canto tribale,
vetrine spaccate, cassonetti imbastiti con il paesaggio.
Genova e il suo finale da romanzo giallo
nascosto dietro i palazzi, dietro la folla pulsante,
inveisco contro il mondo intero non può finire così tutto quanto
ma i confratelli di un tempo sono chiari
a tempo debito verrai con noi?
ma per quanto tempo dovrò aspettare? Sono stanco distrutto.
Scappo via prima del tempo
prima della presa della Bastiglia
come un ladro nella notte torno a casa, alla prigione.
Toccata e fuga di un rigeneratore molto speciale
che sta pagando per la sua ribellione
un prezzo altissimo da scontare.
Un iconoclasta ridicolo nella sua dignità
da piccolo grande uomo.
Ringiovanito nel corpo ma vecchio nello spirito.
Genova per me... non è mai stata Genova.
vado via
vado via come un cane bastonato
in cerca d'amore
via dalla solitudine indecorosa
in cerca di solidarietà
via dalla folla di questo paese
che mi sta affogando
di noia mortale
vado via per l'ultima volta
in cerca di un altro paesaggio
unico e immortale
in cerca d'amore
via dalla solitudine indecorosa
in cerca di solidarietà
via dalla folla di questo paese
che mi sta affogando
di noia mortale
vado via per l'ultima volta
in cerca di un altro paesaggio
unico e immortale
vado via con solo i scheletri
di un opera incompiuta
che passa attraverso il mondo digitale
per un uomo che sopravvive
al lungo inverno dell’isolamento
di un opera incompiuta
che passa attraverso il mondo digitale
per un uomo che sopravvive
al lungo inverno dell’isolamento
Liberado
Eri il guardiano di un limbo di forze primordiali
non ti batte il cuore
in mondo mercificato sei un liberado
guardi con distacco il prossimo
e la sua fede
non per soldi ma per amore sei un liberado
e la fine dei tempi l'apocalisse gnostica
con la tua astronave
fuggirai via liberado
in guerra con il mondo
vorresti un po di pace ma sei il liberado
in questa battaglia senza fine
con il coltello millenario in mano
cerchi giustizia
ma trovi l'eccezione
sempre pronta alla regola
sei il liberado
Un fallito
Chi
non la mai provata
no sa
cosa ha perso
quella
passione quello stordimento
di
una vita in fallimento
di un
isolato senza pace
molti
ne parlano
come
fosse primavera
ma
non sanno cosa dicono
come
maschere vivono
sulla
pelle degli altri
quella
solitudine a una dimensione
che
porta lontano in un tunnel
grigio
come la nebbia
come
l'ultima dose
è un
ebrezza che non puoi dimenticare
quando
hai per amico un bicchiere
e per
compagno un figlio immaginario
a cui
raccontare i propri sogni infranti
le
proprie verità della vita di un fallito
Non sono
Non
sono un poeta
ma un
profanatore di tombe
un
negromante con gli scheletri nel armadio
che
non riesce ad amare
e si
perso nella tundra
e non
può più tornare
normale
perché? Non accetta questo Stato
questa
pericolosa ideologia del mai più baciare
che è
dentro di noi e non si può combattere
perché
è un virus
ormai
gli zombi sono ovunque
Renzo Novatore
I
Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico
perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né
se abbia o non abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica,
filosofica, spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che
nichilismo vuol dire negazione!
Negazione di ogni società, di ogni culto, di ogni regola e
di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come non anelo al pessimismo
disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è qualche cosa di peggio della
stessa rinnegazione violenta della vita. Il mio, è un pessimismo entusiasta e
dionisiaco come le fiamme che incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a
qualsiasi prigione teoretica, scientifica e morale.
E se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e
nichilista, è appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l'espressione
massima e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un
fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e siepi,
fintanto che, urtando in un granitico masso, s'infranga e si disperda a sua
volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.
II
Chi rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male
e Dolore e non trova in se stesso l'eroico coraggio dell'autosoppressione è —
per me — un grottesco posatore, un impotente; come è un essere
compassionevolmente inferiore colui che crede che l'albero santo della felicità
sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono arrampicarsi in un
più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra del male sarà fugata dai
razzi fosforescenti del vero Bene…
III
La vita — per me — non è né un bene né un male, né una
teoria né un'idea. La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra.
Per chi è nato guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è
che una sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la
gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che farmene
ormai che l'adolescenza è passata…
Le chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi
danno i fremiti dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle
vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e
l'amo!
Per l'anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra,
come, per il mio spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande
della spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare.
Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una nuova
vittoria.
IV
Dal giorno ch'io venni alla luce — per una casuale
combinazione che non mi importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene
ed il mio Male.
Vale a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in
embrione. L'uno e l'altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più
intensa ho provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di
quello.
Ora ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto
l'enigma della Sfinge. La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti
la bevanda eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è
vero che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più nessun
fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed anche il più possente di tutti i dolori, quello che
sospinge il forte verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria
individualità, non è che una vigorosa manifestazione d'arte e di bellezza.
Ed anch'esso rientra nella corrente universale dell'umano
pensiero coi raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni
cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso
l'ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.
V
La rivolta dell'uomo libero contro il dolore non è che
l'intimo passionale desiderio d'una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia
più grande non sa mostrarsi all'uomo che nello specchio del più profondo
dolore, per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da
questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante
sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l'inno più scrosciante alla
vita.
Inno intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di
potenza. Inno che vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe;
inno che rianima il nulla e lo riempie di suoni.
VI
Sopra lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente
la morte e lo spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si
erge l'arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de' nuovi
fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l'uomo libero che
danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi
gonfie di cupa tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il
cammino, egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla
fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro di
soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della
distruzione può possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà
fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore per il
trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego la società per il trionfo dell'io. Nego la stabilità di
ogni regola, di ogni costume, di ogni morale, per l'affermazione di ogni
istinto volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni
fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero arbitrio.
Schernisco l'avvenire per soffrire e godere nel presente il
mio bene ed il mio male. L'umanità la disprezzo perché non è la mia umanità.
Odio i tiranni e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà
perché credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l'uomo più
solo è l'uomo più forte.
Questo è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un
eroico poema di gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore
e del male o un sogno tragico d'arte e di bellezza!
[Nichilismo,
Anno I, n. 4, 21 maggio 1920]
venerdì, gennaio 18, 2013
ALMAX MAGAZINE RIVISTA ARTISTICA ONLINE
Nell'ultimo numero della rivista ALMAX MAGAZINE una mia intervista ucronica a pagina 23 qui sotto il link della rivista:
ALMAX MAGAZINE RIVISTA ARTISTICA ONLINE
ALMAX MAGAZINE RIVISTA ARTISTICA ONLINE
IL GRUPPO FB DI ALMAX MAGAZINE "ADERITE NUMEROSI"
Almax Magazine è una sorta di rivista
virtuale no profit e senza scopo di lucro dedicata ad artisti emergenti,
conosciuti o meno conosciuti. Arte è Vita.
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PRESTO IN USCITA IL PRIMO NUMERO
-
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Redazione: MAURIZIO SPREGHINI & ALESSIA MARANI
Info e Contatti:
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giovedì, novembre 29, 2012
Renzo Novatore -Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920
Renzo Novatore
I
Sono individualista perché anarchico, e sono anarchico perché sono nichilista. Ma anche il nichilismo lo intendo a modo mio…
Non
mi occupo di sapere se esso sia nordico od orientale, né se abbia o non
abbia una tradizione storica, politica, pratica o teorica, filosofica,
spirituale od intellettuale. Mi dico nichilista solo perché so che
nichilismo vuol dire negazione!
Negazione di ogni società, di ogni
culto, di ogni regola e di ogni religione. Ma non agogno al Nirvana come
non anelo al pessimismo disperato ed impotente dello Schopenhauer, che è
qualche cosa di peggio della stessa rinnegazione violenta della vita.
Il mio, è un pessimismo entusiasta e dionisiaco come le fiamme che
incendiano la mia esuberanza vitale, che irride a qualsiasi prigione
teoretica, scientifica e morale.
E
se mi dico anarchico individualista, iconoclasta e nichilista, è
appunto perché credo che in questi aggettivi siavi l'espressione massima
e completa della mia volitiva e scapigliata individualità, che, come un
fiume straripante, vuole espandersi impetuosamente travolgendo argini e
siepi, fintanto che, urtando in un granitico masso, s'infranga e si
disperda a sua volta. Io non rinnego la vita. La sublimo e la canto.
II
Chi
rinnega la vita perché crede che questa non sia che Male e Dolore e non
trova in se stesso l'eroico coraggio dell'autosoppressione è — per me —
un grottesco posatore, un impotente; come è un essere
compassionevolmente inferiore colui che crede che l'albero santo della
felicità sia una pianta contorta sulla quale tutte le scimmie possono
arrampicarsi in un più o meno prossimo avvenire, e che allora la tenebra
del male sarà fugata dai razzi fosforescenti del vero Bene…
III
La
vita — per me — non è né un bene né un male, né una teoria né un'idea.
La vita è una realtà, e la realtà della vita è la guerra. Per chi è nato
guerriero la vita è una sorgente di gioia, per gli altri non è che una
sorgente di umiliazione e di dolore. Io non chiedo più alla vita la
gioia spensierata. Essa non potrebbe darmela ed io non saprei più che
farmene ormai che l'adolescenza è passata…
Le
chiedo invece la gioia perversa delle battaglie che mi danno i fremiti
dolorosi delle sconfitte ed i voluttuosi brividi delle vittorie.
Vinto sul fango o vittorioso nel sole, io canto la vita e l'amo!
Per
l'anima mia ribelle non vi è pace che nella guerra, come, per il mio
spirito vagabondo e negatore, non vi è felicità più grande della
spregiudicata affermazione della mia capacità di vivere e di tripudiare.
Ogni mia sconfitta mi serve soltanto come preludio sinfonico ad una
nuova vittoria.
IV
Dal
giorno ch'io venni alla luce — per una casuale combinazione che non mi
importa ora di approfondire — portai con me il mio Bene ed il mio Male.
Vale
a dire: la mia gioia e il mio dolore ancora in embrione. L'uno e
l'altro progredirono con me nel cammino del tempo. Quanto più intensa ho
provata la gioia tanto più profondo ho inteso il dolore.
Ma questo non può essere soppresso senza la soppressione di quello.
Ora
ho scardinato la porta del mistero ed ho sciolto l'enigma della Sfinge.
La gioia ed il dolore sono i due soli liquori componenti la bevanda
eroica colla quale si ubriaca allegramente la vita. Perché non è vero
che questa sia uno squallido e pauroso deserto ove non germina più
nessun fiore né più matura nessun frutto vermiglio.
Ed
anche il più possente di tutti i dolori, quello che sospinge il forte
verso lo sfasciamento cosciente e tragico della propria individualità,
non è che una vigorosa manifestazione d'arte e di bellezza.
Ed
anch'esso rientra nella corrente universale dell'umano pensiero coi
raggi folgoreggianti del crimine che scardina e travolge ogni
cristallizzata realtà del circoscritto mondo dei più per ascendere verso
l'ultima fiamma ideale e disperdersi nel sempiterno fuoco del nuovo.
V
La
rivolta dell'uomo libero contro il dolore non è che l'intimo passionale
desiderio d'una gioia più intensa e più grande. Ma la gioia più grande
non sa mostrarsi all'uomo che nello specchio del più profondo dolore,
per poscia fondersi con questo in un enorme e barbaro amplesso. Ed è da
questo enorme e fecondo amplesso che scaturisce il superiore e saettante
sorriso del forte, che attraverso la lotta canta l'inno più scrosciante
alla vita.
Inno
intessuto di disprezzo e di scherno, di volontà e di potenza. Inno che
vibra e palpita fra la luce del sole che irradia le tombe; inno che
rianima il nulla e lo riempie di suoni.
VI
Sopra
lo spirito schiavo di Socrate che accetta stoicamente la morte e lo
spirito libero di Diogene che accetta cinicamente la vita, si erge
l'arco trionfale sul quale danza il sacrilego frantumatore de' nuovi
fantasmi, il radicale distruttore di ogni mondo morale. È l'uomo libero
che danza in alto, fra le magnifiche fosforescenze del sole.
E
quando si alzano dai paludosi abissi le gigantesche nubi gonfie di cupa
tenebra per impedirci la vista della luce ed ostacolarci il cammino,
egli si apre il varco a colpi di Browning o ferma il loro corso colla
fiamma del suo pensiero e della sua fantasia dominatrice, imponendo loro
di soggiacere come umili schiave ai suoi piedi.
Ma
solo chi conosce e pratica i furori iconoclastici della distruzione può
possedere la gioia nata dalla libertà, di quella unica libertà
fecondata dal dolore. Io mi ergo contro la realtà del mondo esteriore
per il trionfo della realtà del mio mondo interiore.
Nego
la società per il trionfo dell'io. Nego la stabilità di ogni regola, di
ogni costume, di ogni morale, per l'affermazione di ogni istinto
volitivo, di ogni libera sentimentalità, di ogni passione e di ogni
fantasia. Irrido ad ogni dovere ad ogni diritto per cantare il libero
arbitrio.
Schernisco
l'avvenire per soffrire e godere nel presente il mio bene ed il mio
male. L'umanità la disprezzo perché non è la mia umanità. Odio i tiranni
e detesto gli schiavi. Non voglio e non concedo solidarietà perché
credo che sia una nuova catena, e perché credo con Ibsen che l'uomo più
solo è l'uomo più forte.
Questo
è il mio Nichilismo. La vita, per me, non è che un eroico poema di
gioia e di perversità scritto dalle mani sanguinanti del dolore e del
male o un sogno tragico d'arte e di bellezza!
[Nichilismo, Anno I, n. 4, 21 maggio 1920]
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