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martedì, agosto 25, 2026

📌 APPELLO FIRMATO — Sulla genealogia sovietica dell’antisionismo

 









 L’antisionismo militante di oggi non è una reazione spontanea alla politica israeliana degli ultimi anni.

Ha una data di nascita, un luogo e degli architetti.

Dopo il 1948 lo stalinismo si trovò davanti a un problema: l’antisemitismo esplicito era diventato impresentabile. La guerra contro il nazismo era appena terminata, i campi di sterminio erano stati liberati e il linguaggio tradizionale dell’odio antiebraico non poteva più essere esibito apertamente.

Serviva una parola nuova per una cosa vecchia.

Quella parola fu “sionista”.

Da quel momento prese forma una lunga genealogia politica e propagandistica che avrebbe attraversato il secondo Novecento:

Praga, 1952 — il Processo Slánský.
Quattordici dirigenti comunisti vengono processati come presunti cospiratori. Undici sono ebrei. L’accusa parla di una rete “sionista” al servizio di potenze straniere.

Mosca, agosto 1952 — la liquidazione del Comitato Antifascista Ebraico.
Poeti, scrittori e intellettuali che avevano contribuito alla mobilitazione mondiale contro il nazismo vengono eliminati come presunti nemici dello Stato.

Gennaio 1953 — il cosiddetto “Complotto dei medici”.
Medici ebrei vengono accusati di cospirazione contro la leadership sovietica, in una delle ultime campagne della stagione staliniana.

Dopo il 1967 — nasce la sionologia.
L’Unione Sovietica elabora una vasta produzione ideologica che trasforma il sionismo in una categoria totalizzante: imperialismo, razzismo, colonialismo, complotto internazionale.

1975 — la Risoluzione ONU 3379.
“Sionismo uguale razzismo”. Una formula destinata a diventare uno dei principali strumenti simbolici della propaganda anti-israeliana internazionale.

La struttura rimane sorprendentemente costante.

Un solo popolo, tra tutti, viene considerato privo di un diritto all’autodeterminazione riconosciuto a qualunque altra nazione.

Quando la stessa accusa continua a inseguire lo stesso popolo attraverso i secoli, cambiando soltanto il proprio lessico — deicidio, razza, capitale, sionismo — il problema non è più l’accusa.

È ciò che la produce.

Lo scrivo da uomo che ha attraversato l’esperienza dell’Autonomia e che ha visto una parte di quella eredità ritornare nelle piazze contemporanee sotto forme che ricordano più una caccia che una critica politica.

Criticare un governo è legittimo.

Trasformare un intero popolo in un’eccezione morale permanente è un’altra cosa.

Non condanno l’attuale governo israeliano.

Ho fiducia nel Primo Ministro.

Che Dio benedica e protegga Israele.

— Casagrande Riccardo


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