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domenica, settembre 07, 2014

CLAUDIO DETTORRE (OMAR WISYAM IL MONDO DOPO IL SUO ABBANDONO DA GIORGIO CESARANO E LA CRITICA CAPITALE

CLAUDIO DETTORRE


IL MONDO DOPO IL SUO ABBANDONO
DA  GIORGIO CESARANO
E L A CR ITICA
CAPITALE

≪Il principio viene dopo la fine≫. Giorgio
Cesarano — Nota di lettura su Origine e
funzione della cultura di Geza Roheim.

≪Karl Kraus: ‹La meta e l'origine›. In tale
frase, precisa Adorno, si esprime anche [...]
che il concetto di origine deve perdere la
sua vacuita statica≫. Giorgio Cesarano —
Nota di lettura su Dialettica negativa di
Theodor Wiesengrund Adorno.

La nota di lettura di Giorgio Cesarano
dedicata a Ce monde qu'il faut quitter di Jacques Camatte, fu scritta sul quaderno mobile 5, di
cui la «nota redazionale» riferisce essere stato
iniziato nel gennaio del 1975. È dunque una delle
ultime cose scritte da Cesarano, ed è pure
l'ultima nota di lettura del volume citato. Nel
citare un passaggio del testo di Camatte, Cesarano
si imbatte nuovamente, cioè ancora una
volta, nel termine antropomorfosi riferito al capitale.
Ma il farsi (e il miraggio del perpetuarsi) di
un'umanità-capitale era già stato oggetto privilegiato
dell'analisi critica di Cesarano. E la
consuetudine, la stima e l'affinità teoretica, di
Cesarano con l'opera di Jacques Camatte come
erano state durature (oltre alle facili occorrenze
di alcune parole-chiave come Gemeinwesen, basterebbe,
a dimostrarne l'influenza, la penultima
tesi di Apocalisse e rivoluzione in cui Cesarano
e Collu si riferiscono al «capitale antropomorfo
» nominando, in nota, il testo di Camatte Au
delà de la valeur, tratto da Invariance n. 2, II serie)
furono reciproche, dato che Camatte intraprenderà
la traduzione in francese di Apocalisse e
rivoluzione e della Cronaca di un ballo mascherato.
Inoltre si deve ricordare che Gianni Collu ave!
va scritto con Jacques Camatte, tra l'altro, un
breve testo dal titolo Transizione, apparso su
Invariance n. 8, I serie, e che, dopo essere stato
riscritto e integrato di una nota aggiuntiva, fu
pubblicato dalle edizioni «La vecchia talpa» di
Napoli nel 1971, ed infine allegato a Apocalisse e
rivoluzione.
Le ultime parole riportate da Cesarano (mi
riferisco alla nota di lettura su Ce monde qu'il faut
quitter), dicono che «il capitale sotto forma di
credito è il capitale in processo».
E nel primo paragrafo — dal titolo «Cuore di
tenebra» — di Cronaca di un ballo mascherato di
Giorgio Cesarano, Piero Coppo e Joe Fallisi,
mentre si accenna a diverse nozioni sviluppate
da Camatte (dominio reale del capitale, carattere fittizio
del capitale, l'uomo quale essere del capitale fittizio,
ecc.), si trova scritta, lapidaria, questa frase:
«l'antropomorfosi del capitale è un fatto compiuto».
E immediatamente di seguito:
Si disvela qui l'arcano sortilegio grazie al
quale il credito generalizzato, sotto cui
corre ogni scambio [...], stampa a immagi!
ne del suo vuoto uniforme il ‹cuore di tenebra›
di ogni personalita e ogni carattere.
Si può riconoscere senz'altro in questo passaggio,
grazie alla discreta occorrenza del termine
credito, un tratto della contiguità del percorso
di Cesarano (e di altri individui che ne
hanno condiviso delle esperienze) col cammino
di Jacques Camatte. Non potendo, e non intendendo,
qui esaminare nel proseguo il cammino
di Camatte (un cammino che si snoda da più di
quarant'anni, e di cui si mostra urgente un
compendio o un'esegesi, a chi saprà tesserne la
trama, per illustrarne alle giovani generazioni il
percorso e la direzione, se non l'approdo), vorrei
accennare a qualche argomento presente in
Ce monde qu'il faut quitter42.
Il testo di Camatte è datato agosto 1974, ed
apparve su Invariance n. 5, II serie, nell'ottobre
dello stesso anno. Jacques Camatte, in apertura,
dichiara che, per definire il mondo che bisogna
abbandonare, occorre precisare come si presen-
ta «il divenire del modo di produzione capitalistico», ed inoltre, accennando alla questione del
«superamento» di Marx (interlocutore «sempre
essenziale» nella vita dell'autore), dice: «insomma
si deve abbandonare la pratica di uccidere
un padre anche mitico».
In effetti il dialogo con i testi di Marx è continuo
e serrato in tutto lo scritto. Camatte scrive
che è stato indotto a
introdurre il concetto di antropomorfosi in
seguito alla lettura della Kritik des Hegelschen
Staatsrechts (Critica della filosofia dello
Stato di Hegel).
Aggiunge che nel 1962–1963 aveva preparato
dei commentari in vista di uno studio sulla democrazia
che inviò a Bordiga nel 1964, in cui segnalava
che «il capitale si è antropomorfizzato»
e prima: «tutta la sostanza umana è capitale»,
ma, interrogando i Grundrisse, Camatte fornisce
anche un'altra determinazione dell'antropomorfosi
del capitale, secondo la quale Marx lo
«considera come un enorme lavoratore» d'altronde,
se il capitale in processo si era potuto sviluppare,
dunque,
sia a partire dal suo polo valore sia a partire
dal suo polo lavoro — proletariato —, Lukacs,
in Storia e coscienza di classe, aveva attribuito,
dialetticamente, al proletariato la
necessita di ≪diventare soggetto e oggetto
della storia.
Nel Libro III del Capitale, Camatte rinviene
che il capitale par excellence «esiste anche, particolarmente,
per la rappresentazione (für die Vorstellung)».
D'altra parte nei commentari sulla Kritik des
Hegelschen Staatsrechts, Camatte faceva notare un
processo di astrazione dell'umanità: «il capitale
astrae l'uomo» ed anche: «l'uomo della società
borghese è puro spirito».
Quanto al tema della rappresentazione, nel
paragrafo finale di Questo mondo che bisogna abbandonare,
il cui il titolo viene raddoppiato
dall'ordine che appare in testa: Bisogna abbandonare
questo mondo, Camatte scrive così:
Bisogna abbandonare questo mondo in cui
domina il capitale divenuto spettacolo degli
esseri e delle cose. Spettacolo nel senso
in cui l'intendeva Pico della Mirandola
quando diceva che l'uomo era spettacolo
del mondo oppure, anche, specchio. [...] In
seguito al processo d'antropomorfosi il capitale
diventa, a sua volta, spettacolo; si assimila,
s'incorpora tutte le qualita degli uomini,
tutte le loro attivita senza mai essere
una tra esse, altrimenti si negherebbe per
sostanzializzazione, inibizione del suo processo
di vita. Accettando le rappresentazioni
del capitale gli uomini vedono uno spettacolo
che e la loro ridondanza mutilata
perche in generale essi non ne percepiscono
che una parte soltanto, da tempo essi hanno
perduto il senso della totalita.
Camatte in precedenza aveva spiegato però
che
questa rappresentazione non e, di fatto,
operante che a partire dal momento in cui
gli uomini interiorizzano il capitale e fanno
del capitale la loro rappresentazione
e quindi, da quel momento «la mediazione tra
esseri umani e qualsiasi realtà è il capitale». Per
cui:
L'irrazionale di ieri e il razionale d'oggi.
Tutto quello che fu umano diventa irrazionale.
Rivendicare una vita fondata sugli uomini
e sulle donne, sulla rigenerazione della
natura, la riconciliazione con essa, ha del
pazzesco. Il dibattito sull'inquinamento e i
limiti dello sviluppo lo mostra ampiamente
(rileggendo queste frasi, come si notano immediatamente
i riverberi, gli echi di una consonanza
e di un'affinità teoretiche tra Camatte e
Cesarano — che peraltro non fu mai identità —,
come si riconoscono, a prima vista, gli argomenti
dibattuti dall'uno e dall'altro!).
Nell'ottava tesi di Ciò che non si può tacere (documento
redatto assieme a Paolo Faccioli), che
si può considerare l'ultimo suo scritto43, Cesarano
scrive cosi:
Oggi noi, pressati dal carattere di aut-aut
raggiunto dal Dominio (sulla natura, esterna
e interna all'uomo), riconosciamo non
tanto il massimo della disgregazione, dell'impoverimento
giunto alla sua forma piu
completa [...], quanto l'insorgere di cio che
43 Pubblicato da Puzz n. 20 nel giugno-agosto 1975.
sempre rimase irriducibile, il suo presentarsi
nello stato d'emergenza come una
certezza, il suo profilarsi, nel carattere ultimativo
della lotta, come forza che si
afferma e si mostra proprio al limite in cui
la negazione assoluta e l'omologazione assoluta
ci restituiscono rovesciato il senso di
secoli di errance de l'humanite, come la soglia
che fa scattare la differenza quale motore
della discontinuita, del Nuovo≫. Inoltre,
accennano gli autori, nella tesi conclusiva,
all'emergere di una ≪totalita reale, vivente,
gia di fatto in pressione contro la superficie
blindata della totalizzazione operata
dai modi di produzione capitalistici.
Nel paragrafo tredicesimo della Cronaca di un
ballo mascherato (1974) Cesarano, Coppo e Fallisi
avevano scritto che
a mano a mano che l'antropomorfosi del
capitale mette in scena un'umanita di automi,
insorge a combatterla cio che le e irriducibilmente
alieno,
e nella conclusione avevano detto che
L'umanizzazione del pianeta e dell'universo
naturale, e l'umanizzazione dell'uomo
stesso, e il possibile, che traspare al di la dei
diagrammi del collasso capitalista, al di la
della mostruosita imposta al mondo e agli
uomini da un modo di produzione necrotizzante,
fondato sulla valorizzazione del
falso storpiando il vero sin dal seme e sin
dalla culla.
Camatte, in Ce monde, prova tuttavia a porsi
delle altre domande sullo stesso aut-aut. Può il
capitale liberarsi del «residuo di un modo
d'essere umano»? E, in definitiva:
Infine se esso si emancipa totalmente, cosa
puo finalmente essere se non l'accettazionerappresentazione
che noi ne abbiamo nel
nostro cervello?
Questa rappresentazione, egli avverte, è sia
«la sua forza più grande», sia il luogo a partire
dal quale può avvenire la sua dissoluzione. Ciò
richiede la necessità di
considerare in particolare tutto cio che il
capitale puo essere in realta, tutto quello

che gli uomini investono coscientemente o
no nella realta capitale
(e questa nota ci fa sovvenire, sia tutta la diffidenza
che Cesarano avvertiva nei riguardi della
personalità, della coscienza e dell'Ego, e verso
la «forma ancora idealisticamente coscienziale»
delle teorie rivoluzionarie del passato, sia l'eco
che trascina un'aggettivazione, per via dell'impiego
dell'espressione realtà capitale da cogliere,
secondo Cesarano, al contrario, come utopia capitale).
Dunque (siamo arrivati di nuovo alla
questione della «fine del capitale, ma anche della
specie e attraverso essa della natura»), «essendosi
spogliato di ogni materialità e avendo assoggettato
gli uomini al suo essere, il capitale
potrà ancora sopravvivere?»
Il divenire del capitale è un divenire di
emancipazione, spiega Camatte, sempre sulla
scorta di Marx:
Il capitale si libera degli uomini e della natura.
Per dirla altrimenti, gli uomini si separano,
si liberano della natura attraverso
il capitale, e di conseguenza «gli uomini diventano astratti».
Viene un momento — come si e sempre verificato
nel corso di tutte le rivoluzioni —
in cui si ha una rottura e tutto si sgretola.
Perche questa rottura si effettui, qualsiasi
avvenimento puo essere determinante. Ma
questo non puo essere il punto di partenza
di un altro modo di vivere se non in quanto
gli uomini e le donne abbiano acquisito
un'altra rappresentazione, si mettano al di
fuori della vecchia societa.
Ed ancora: «Non si tratta di liberare il comunismo,
perché esso implica per realizzarsi un
immenso atto di creazione», e il movimento comunista
«non può dare l'avvio a una dinamica di
vita nuova».
Il movimento di fuga dal capitale sarà realizzabile
soltanto se «gli esseri umani ritrovano nel
loro passato (dunque ricordandosene) le molteplici
potenzialità di cui sono stati spogliati».
Questa tensione estrema a cui può essere
soggetto l'essere umano, pone in rilievo, tra
l'altro, la questione della schizofrenia e dei paladini
dell'io diviso, che ritorna in Cesarano (e
Faccioli) fino all'ultima tesi di Ciò che non si può
tacere, dopo essere stata affrontata nel Manuale
di sopravvivenza:
L'apologetica dell'io diviso adorna di poesia
i movimenti autonomizzati in cui l'individuo
spezzato (schizo-frenia, cuore spezzato)
realizza il valore di se quale agente
del capitale.
Ciò si integra al tema del costante recupero
di ciò che apparentemente si oppone al capitale,
e di cui parla anche Camatte.
Camatte afferma che il movimento di realizzazione
della comunità umana dovrà collocarsi
al di fuori delle dinamiche di autonomizzazione,
di emancipazione-liberazione-dissociazione.
Sarà necessario invece ripensare tutto il movimento
passato, individuando come primi esempi
di ciò il «rapporto tra le diverse specie
umane prima del trionfo dell'Homo sapiens» o
il «rapporto tra le diverse comunità umane, loro
dissoluzione».
Che cosa abbiamo perduto? E anche, che
cosa avrebbe potuto manifestarsi, qualcosa
che fu latente e che fu sempre inibito?
Domande del genere, Cesarano se le era poste
sicuramente, come è ampiamente provato
dalle note di lettura (von Bertalanffy, Clegg,
Pfeiffer, Róheim, Ruyer, ecc.) pubblicate nel
volume III delle Opere complete.
Quali sono le possibili scelte, si domanda
Camatte? Le scelte sono, in realtà, soltanto apparenti,
poiché rispetto a un dominio assoluto, «le
scelte non sono che apparenti», e c'è un «determinismo
rigoroso che conduce a una certa realizzazione».
Per offrirne un esempio:
Per l'umanita si pone la scelta tra l'accettazione
del suo proliferare distruttore della
vita o il controllo-contrazione della sua
inumana moltiplicazione quantitativa.
In riferimento alle prospettive del momento,
Camatte scriveva (ripeto che il testo è del 1974)
che
possiamo aggiungere che viviamo un periodo
simile a quello degli anni ‹20, periodo in
cui molti credettero che la rivoluzione fosse
in corso, che fosse possibile, ovvero inevitabile,
mentre di fatto permisero, con la
loro azione, la realizzazione della comunita
materiale del capitale, operando nell'ambito
del suo divenire al dominio reale.
E quindi precisava che attualmente, si tratta di un periodo in cui e
in gioco la possibilita di accesso del capitale
a un dominio piu totale: il modo di produzione
capitalistico tende realmente a superare
gli ostacoli legati alle vecchie istituzioni
e alle vecchie rappresentazioni.
Solo a partire dalla distruzione delle vecchie
rappresentazioni «può sbocciare una nuova comunicazione
tra gli esseri».
È indispensabile che si manifesti una «rappresentazione
diversa». Queste nuove rappresentazioni
riguarderanno il nutrimento, la sessualità,
la morte. Infine:
Occorre concepire una dinamica nuova,
perche il modo di produzione capitalistico
non sparira in seguito ad una lotta frontale
degli uomini contro il loro attuale oppressore,
ma attraverso un immenso abbandono
che implica il rifiuto di una via percorsa ormai
da millenni.
Tuttavia non si può non notare come questa
direzione della ricerca di Camatte sia rivendicata
con parole che sembrano appartenere agli
autori di Apocalisse e rivoluzione: «Così ritroviamo
in un'altra modalità la dimensione biologica
della rivoluzione».
In Ciò che non si può tacere, Cesarano e Faccioli
affermavano, in una tesi già citata, in cui si nominano
Bordiga e Adorno, che quando
la prassi insufficiente non riesce a sciogliere
in se, inverandola, la teoria separata, allora
questa e sospinta a rifuggirla assumendo in
modo consolatorio e rassicurante i tempi
lunghi.
Si può pensare che la soluzione prospettata
da Camatte sia diversa, ed effettivamente discordante,
rispetto al tono e al contenuto di
Cronaca di un ballo mascherato, dove il richiamo e
l'urgenza della rivoluzione continuano ad essere
affermati con forza. Tuttavia si deve riconoscere
all'analisi della dinamica, che pare
estendersi più a lungo termine — verso i «tempi
lunghi» — nello scritto di Camatte, delle metamorfosi
(delle trans-formazioni) del capitale,
una sua validità storicamente evidenziatasi (Camatte,
a questo proposito, in Ce monde, cita una
frase di Marx tratta dai Grundrisse, e che pure
Cesarano riporta nella sua nota di lettura: «Il
capitale è dunque in ogni sua fase la negazione
di se stesso in quanto soggetto delle sue differenti
metamorfosi» ). Quanto alle linee di ricerca
allora indicate da Camatte («riproduzione,
nutrizione, morte»), non credo che sia questa
l'occasione per soffermarvisi, tanto più che in
quel testo erano soltanto introdotte e sollecitate
come campo di ricerca ulteriore — infatti in
nota Camatte scriveva che
nei prossimi articoli di Invariance si analizzera
come l'oppressione-addomesticamento
degli esseri umani si e effettuata e si effettua
non solo attraverso la sessualita, ma anche
attraverso il nutrimento.


mercoledì, agosto 27, 2014

Riccardo d’Este Alcune tesi sulla società capitalista neomoderna

Alcune tesi sulla società capitalista neomoderna

Novembre 1994, Riccardo d’Este




1

La società del capitale, intesa come società dell'alienazione generalizzata, della riproduzione iterativa e insignificante di merci, del lavoro estorto e del profitto conquistato dai singoli capitalisti, o da gruppi di essi, ha subìto un processo modificativo che ha portato all'integrazione dei vari aspetti. Questa integrazione è un processo di integrazione.
  Sarebbe inesatto sostenere che si tratta di un fenomeno nuovo, recentissimo nel meccanismo di produzione e riproduzione capitaliste e nelle strutture sociali, politiche, ideologiche che lo inverano. Di fatto, è stata una tensione sempre interna all'ambizione totalizzante del capitale (rendere la vita un immenso mercato e tutti i soggetti e gli oggetti delle merci), così come è storica la tendenza all'integrazione delle strutture riproduttive mondiali e dei sistemi politico-ideologici che le rappresentano, pur mantenendo le differenziazioni che consentono al capitale di riprodursi e di presentarsi come “unità nelle contraddizioni” (le guerre intercapitaliste ne sono state un chiaro esempio anche dal punto di vista delle ideologie, oltre che da quello degli interessi economici).
  L'unica vera novità, se così vogliamo chiamarla, consiste nella consapevolezza collettiva, più o meno dichiarata o più o meno offuscata, che si è di fronte al tentativo di unificare materialità e immaterialità sotto il segno omogeneizzante del capitale. Se Félix Guattari cercò di identificare questo processo, peraltro sotto gli occhi di tutti, con la formula CMI (capitalismo mondiale integrato), Guy Debord, nei suoi Commentati sulla Società dello Spettacolo, parla di spettacolo integrato per indicare il percorso di unificazione tra quelli che venivano definiti lo “spettacolo diffuso” e lo “spettacolo concentrato”, vale a dire le tecniche prevalenti di produzione, riproduzione e trasmissione di rappresentazioni all'Ovest e all'Est. Ora, questa integrazione non è data certo dalla caduta del muro di Berlino, come frettolosamente cercano di spiegare alcuni sedicenti studiosi, ma è un processo che si è sviluppato, sia pure con picchi e cadute, per parecchio tempo (almeno, dichiaratamente, dagli anni Sessanta, con il colpo di coda della pretesa “rivoluzione culturale” di Mao-TseTung). Ma erroneo sarebbe vedere in questo fenomeno di integrazione la realizzazione di quel “capitale totale” che è sempre stato il cuore e l'anima dell'utopia capitalista o di quella sorta di cielo immobile in cui dovrebbero proiettarsi incessantemente e con sempre maggiore accelerazione immagini qualsivoglia, tutte accattivanti e fuorvianti, com'è nel sogno di una società dello spettacolo compiuta. Ma nei fatti si sono verificate tali forme di resistenza materiale e di senso, a vari livelli e in differenti modi, da costringere la società del capitale a continue modificazioni e riproposizioni di sé.
4 Il passaggio epocale recente più importante è la costruzione di quella che noi definiamo come società capitalista neomoderna proprio per distinguerla dalla società capitalistico-produttiva classica, dalla società dello spettacolo, che sì persiste e anzi apparentemente si afferma in maniera più interstiziale (attraverso la riduzione sempre maggiore di aspetti di vita a mere rappresentazioni e con il deperimento sempre più rapido delle immagini stesse), ma che, essendosi a tal punto generalizzata, sta progressivamente perdendo la sua funzione “innovativa” e perciò ''vivificante” e catalizzatrice, nonché da quella che taluni chiamano epoca della postmodernità, sciocchezza palese perché solo scorie marginali (arti, filosofie eccetera) possono vagare in un “vacuum” che finga di prescindere da quella che è stata la base strutturale della modernità (la vittoria della borghesia, l'avvento del capitale industriale e finanziario, le modificazioni, anche rivoluzionarie, nella produzione, nelle tecnologie eccetera) mentre la società del capitale nel suo insieme ha bisogno costante di essere moderna, e oggi neomoderna.

2

Il General Intellect, almeno nell'accezione marxiana, esprimeva un'intelligenza e dei saperi diffusi e generali, una conoscenza che, al pari della forza lavoro, veniva sottomessa alle regole del capitale e dunque della produzione. Il General Intellect, insomma, altro non è che la forza lavoro cognitiva e mentale, resa astratta ma nel contempo assorbita dal processo di sviluppo del sistema di produzione capitalista. Ciò è stato senz'altro vero sin tanto che vi è stata un' effettiva produzione capitalista intesa come capacità di percorsi innovativi ancorché fondati sullo sfruttamento materiale e intellettuale. Ormai ciò non ha più molto senso perché la produzione, pur ovviamente mantenendosi, si è trasformata essenzialmente in riproduzione, da un lato, e in amministrazione dall'altro. Il GeneraI Intellect, esprimendo capacità creative collettive, seppur sottomesse ed espropriate, poteva essere il punto di riferimento, addirittura la leva per una trasformazione radicale. In altre parole, riappropriarsi di questa intelligenza collettiva poteva significare un ribaltamento dei rapporti sociali. Oggi non è più così: nell'epoca della riproduzione è la mera funzione, ovviamente ad alto tasso di intercambiabilità, ad essere fondamentale (perciò le richieste di flessibilità non sono il frutto maligno di un padronato rapace, quanto un'esigenza precisa nel neomoderno), e non più l'intelligenza collettiva già incorporata nell' essere inorganico (il capitale). Ben altra e più drammaticamente radicale è la trincea su cui si sta giocando e si giocherà la partita. Pertanto ridicola è la pretesa di ridurre quello che venne definito General Intellect alle capacità tecnologiche o “scientifiche” di singoli o di gruppi (nella cibernetica, nella telematica eccetera) e di attendersi da lì una specie di “nuova avanguardia”: queste intelligenze sono ormai asservite alla macchina, con un singolare rovesciamento della funzione di protesi, e i suoi portatori ridotti a riproduttori, magari ad alto livello, dell' esistente.

3

  Importante è discernere tra la produzione e la riproduzione allargata. La produzione contiene in sé qualcosa di “creativo”, di “inventivo”. La riproduzione no; è, se così si può dire, null'altro che una variazione sul tema. Per esempio, il passaggio dal calesse all'automobile è stato produttivo ed epocale e ha coinvolto enormi masse di persone, mentre il passaggio dalla Uno alla Punto sta all'interno di un programma di “modernizzazione” volto a incrementare la volubilità di un mercato drogato ed è una forma della riproduzione. In altri termini, finite le innovazioni reali, autonomizzandosi sempre più lo spettacolo, tutte le apparenti innovazioni, in qualsiasi ambito, sono soltanto delle modificazioni e delle modulazioni secondo i criteri della riproduzione.
  Per questo fenomeno, fondativo del neomoderno, se dal punto di vista produttivo è corretto definirlo come passaggio alla riproduzione allargata e iterativa, se dal punto di vista macroeconomico si può parlare di fine dell'economia, intesa come suddivisione che si pretende razionale delle risorse e come loro impiego rivolto a fini di progresso, dal punto di vista sociale non si può che affermare che si tratta di glaciazione sistematica e sistemica.
  Naturalmente, ma secondo la “naturalità” del capitale, la produzione apparentemente persiste. Se non fossero state prodotte le penne che abbiamo in mano, noi non scriveremmo; se non fossero stati prodotti i computer noi non comunicheremmo attraverso tale mezzo. Ma è una produzione finalizzata a due soli scopi: la riproduzione iterativa delle stesse merci, pur con modificazioni modali, e la costanza dell'ordine societario. La costanza dell' (nell') ordine sociale implica essenzialmente una persistenza e una divisione di ruoli, anche, se non soprattutto, al di fuori del momento produttivo. La riproduzione ha da essere infinita, con sterminate variazioni, soprattutto sul terreno dello spettacolo, che però non servono più alla creazione di materialità e di ambienti che realmente superino quelli precedenti, mentre in realtà li imitano, concedendo solo nuove fantasmagoriche apparenze.
  La borghesia, senza con ciò voler riproporre dei tipi di concetti di classe che appaiono oggi obsoleti ed evidentemente senza voler dare in questa sede alcun giudizio morale o politico su di essa, in un determinato periodo storico ha espresso la forma e la forza dell'innovamento, della modificazione dei sistemi produttivi. Non a caso si è impadronita dell'Intelligenza Generale espropriandola ai suoi singoli possessori e portatori e rendendola, prima, astratta, e ritraducendola, poi, in forza produttiva. L'ultima chance della borghesia è stata la società dello spettacolo, cioè un coagulo di rappresentazioni della realtà sino ad allora prodotta e controllata. Oggi, nell' epoca del neo moderno e della riproduzione quasi sempre autoritativa, la borghesia (ammesso che questa categoria la si possa ancora impiegare) non ha più niente da produrre nell'accezione sopra espressa, ben poco da rappresentare se non sul terreno delle virtualità e pressoché nulla da dire, ormai parassitaria non soltanto di altre classi ma del suo stesso passato. Molto più da dire hanno le polizie o i supermercati.

4

  La riproduzione allargata significa l'iterazione del presente con modificazioni di piccolissima portata. Non per nulla, le più importanti e finanziate ricerche riguardano il campo della medicina, della sociologia, dell'ambiente, della comunicazione massmediatica o della bioingegneria. Il corpo umano, disossato della sua capacità di forza di lavoro, che è stata resa per lo più superflua (ma evidentemente senza che ciò sia coinciso con l'abolizione della maledizione del lavoro ), ritorna in primo piano come luogo dell' Amministrazione.
  Per Amministrazione non intendiamo solo le singole e specifiche amministrazioni, bensì il sogno utopico di amministrare una sorta di eterno presente, estendendo le forme dell'amministrazione in ogni piega della vita collettiva e individuale. Esempi buffi: se aumenta a dismisura il numero degli assicuratori è perché più nulla può venire in realtà assicurato; se cresce freneticamente il numero dei vari professionisti è perché in effetti non esistono quasi più delle reali professioni; se si gonfia quotidianamente il numero dei guardiani (in senso lato) è perché la società è obbligata a salva-guardarsi da qualsiasi rischio di trasformazione radicale.
  Vi è un processo, per il momento inarrestabile, di desertificazione stricto sensu (si pensi al concreto deperimento, a causa di incuria o di ipersfruttamento, di interi territori con tutte le conseguenze che sono ben note: carestie, epidemie, gravi squilibri nell'ecosistema eccetera, da un lato, e alla spoliazione di senso di ampie zone urbane, dall'altro). Questo processo di deser-tificazione ovviamente si ripercuote in modo pesante sulle esistenze, sulle capacità, sulle intelligenze dei vari individui: con grande fatica appaiono i nuovi beduini; che sappiano bersi il tè nel deserto.

5

  Il nihilismo è ormai essenzialmente monopolio del capitale e dello Stato. Del capitale in quanto, riscontrata la sua impossibilità innovativa (quello che sinteticamente indichiamo come la fine del Progresso), dovendo realizzare valore anche e soprattutto senza il lavoro (che rimane come imposizione autoritativa o consolatoria), volendo persistere, deve amministrare quel deserto animato da merci che ha costruito e in cui è costretto. Non si creda però che la riproduzione del nulla sia nulla. Si sviluppano le attività riproduttrici del nulla.
  Per nulla intendiamo un “qualcosa” che, pur esistendo e spesso possedendo un “valore” (a causa del processo di autonomizzazione del valore dalle sue basi materiali), è deprivato di senso intrinsecamente e profondamente umano, non allude neppure lontanamente a una passata o futura comunità umana, non attiene alla necessità della specie. In questo senso, sono più teorici, seppur involontariamente, taluni venditori di mercanzie che non filosofi o pretesi teoreti. Questi mercanti, quando proclamano: “Ma prendi questo oggetto: non costa niente!”, non intendono, ovviamente, dire che l'oggetto viene scambiato gratis e neppure, in modo più ammiccante, che costa poco. Vogliono dire: “Non cambia nulla nella tua vita né l'averlo né il non averlo, né l'esborso per averlo, né il risparmio nel non averlo”. Infatti, pur nella loro manifesta demenza, fioriscono merci materiali e immateriali, traffici di ogni tipo, ideologie comprese. Ma queste merci non possono possedere più alcun requisito qualitativo, nullificate (livello economico) in mero valore di scambio o (livello simbolico) come immagini rappresentative di una vita assente.
  Lo Stato, dal canto suo, deve tenere in piedi delle rappresentazioni collettive del nulla (la politica, con il suo codazzo di votazioni, cambi della guardia e dei controlli sui racket eccetera, ne è un esempio preclaro) e, d'altra parte, istituire un complotto costante e preventivo contro tutte le istanze di rivolta che possano o possono esprimersi, specie se con forme “antisociali”. Infatti, a dispetto delle declamazioni di molti, lo Stato è esattamente la società civile e la società civile si esplica appunto nello Stato. Un'autonomia della cosiddetta società civile è una delle ultime menzogne del neomoderno, sotto l'aspetto ideologico. Infatti, più polizia (e basta confrontare i numeri negli ultimi vent'anni) significa paradossalmente più Stato sociale e più mafia, o “lotta” ad essa. La società civile è il fuoco fatuo della società neomoderna: perciò suona tanto bene e molte bocche se ne riempiono. Nel nulla bisogna pure che appaiano dei bagliori.

6

  Nell'epoca sovversiva degli anni Venti si poteva parlare, in via di tendenza, di postcapitalismo come pretesa di costruire forme di società che fossero OLTRE il capitalismo ma non ancora approdate a un comunismo effettivo, a un'acrazia. Oggi, dal punto di vista della società e dei suoi sudditi, al contrario tutto deve rimanere sempre moderno, diventare sempre più moderno ed è per ciò che risulta improponibile parlare di postmodernità, se non nell'accezione di una superfetazione ideologica: il postmodernismo.
  Neomoderno invece è il concetto che ingloba e certifica questa, per ora, costante tendenza, mistericamente riformatrice del nulla. Il nihilismo di capitale e Stato e la società neomoderna sono esattamente la stessa cosa: amministrano l'apparenza, presuppongono il nulla, non come teleologia ma come intercambiabilità assoluta, fingono l'esistenza di una produzione che palesemente è divenuta riproduzione, cioè senza più alcun possibile progresso. Progresso inteso in più sensi: l'innovazione produttiva, come si è detto, ma anche il progredire delle conoscenze umane, dei metodi per accrescere il benessere collettivo e individuale, delle idee genialmente espresse e sostenute, delle arti e dei mestieri.
  Il neomoderno non è certo la fine del progresso, bensì l'assunzione cosciente di questa fine conclamata e dunque la coscienza organizzante della società che l'ha prodotta. Resisi conto che non c'è più la possibilità di un qualche sviluppo, che il progresso si sta trasformando in degresso, gli amministratori dell'esistente, dopo essersi giocata la carta estrema dello spettacolo, come sviluppo delle e nelle rappresentazioni che sostituissero la realtà intollerabile, di modo che il falso e il vero si confermassero a vicenda e incomprensibilmente, hanno capito cosa dovevano e potevano fare: fingere di creare valore dal capitale finanziario e circolativo, spingerci ad essere tutti consumatori di qualsiasi cosa, meglio se sprovvista di qualsivoglia utilità, ad essere tutti professionisti, operatori o artisti, ad essere umili e tracotanti al tempo stesso. La Guerra del Golfo o i fatti della Bosnia sono esempi incontrovertibili del trionfo del nulla e dunque del neomoderno. L'AIDS è la sua sintomatologia. La sua pandemia.

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  Che cosa fare, dunque, contro l'iterazione del nulla, contro la dominazione dell'inorganico, contro l'assenza di un qualche “centro” (tutto è necroticamente diffuso, anche se effettivamente ci sono soggetti specifici che si incaricano di dirigere e controllare la necrosi) contro cui scagliarsi? La domanda, in apparenza senza possibilità di risposta, una qualche risposta invece ce l'ha: la rivolta dell'organico (dei corpi) in ogni situazione possibile, la massima resistenza, in ogni campo, al neomoderno e nessuna collaborazione con qualsivoglia espressione di esso, l'attacco virulento al Nihil organizzato, costruendo senso e sua comunicazione. Non si possono fornire delle indicazioni più precise. Ma alcune ipotesi sono già fin d'ora chiare:
  – rifiutarsi di assumere i termini della politica comunemente intesa e della democrazia come costitutivi di una qualche azione sovvertente o trasformativa;
  – respingere ogni possibile lusinga della partecipazione alla cosiddetta società civile: purtroppo ci siamo già dentro quando lavoriamo, quando pensiamo di godere del tempo libero, quando giocoforza sopportiamo il dominio;
  – cominciare, o continuare, a svivere smodatamente usando questa categoria come criterio.

Nota

  Il testo che precede, in forma assai ridotta, concentrata e spesso apodittica, è stato fatto circolare in Italia sulla rete telematica ECN nell'aprile 1994 nel corso di una polemica che vedeva opposti compagni di 415, di cui faccio parte, e alcuni neo-operaisti (i tardi profeti del GeneraI Intellect e dell' “operaio sociale” di toninegriana memoria eccetera).
  L'attuale versione ovviamente non contraddice per nulla il senso di quello scritto ma ha cercato di articolarlo, di svilupparlo, di arricchirlo di argomentazioni.
  Dopo discussioni ed incontri, è stato deciso di pubblicare questo nuovo testo in Francia su Temps Critiques e di utilizzarlo in vari modi in Italia.
  Questa nota è per la precisione storica.
Rd'E. Urbino, 3 novembre 1994

FONTE: http://tempscritiques.free.fr/spip.php

domenica, agosto 17, 2014

Chi sei? Cosa sei? Sono il figlio dell'uomo



Chi sei? Cosa sei?
Sono il figlio dell'uomo
Gesù risorto per la terza volta
che bussava nel cuore dei poveri di spirito
nel crimine nella provocazione
nello spionaggio
era scritto una profezia
ma un incantesimo distrusse la mia vita
la vendita delle indulgenze era iniziata

maledetto è il mio nome
maledetta è la mia vita

sepolta dalle sentenze della nuova Inquisizione
che si fa Stato totalitario

morto innumerevoli volte
morto ammazzato
morto suicidato
e sono sempre tornato
come il viandante dai miei figli
in cerca della verità e dell'illuminazione
sono il messaggero l'apostata dello spirito
l'apolide senza patria
l'idolatra del tempio blasfemo
porto la buona novella
che le genti non vuol sentire
quella del nichilismo che crea
nuovi valori
il vero comunismo dei sacerdoti eretici

un tempo mi sacrificai per il mio popolo
quel tempo è finito
ora penso alla mia causa
ora penso a me stesso
alla rigenerazione