Euripide Baccanti
traduzione di Ettore Romagnoli
PERSONAGGI:
Diòniso
CORO di Baccanti
Pènteo
Tìresia
CADMO
SERVO
BIFOLCO
MESSO
àgave
BACCANTI Tebane
La scena si svolge in Tebe, davanti alla reggia di Pènteo.
Da un lato si vedono, ancora fumiganti, le rovine della casa
di Semèle.
(Entra Diòniso, e rivolge lo sguardo alle rovine della casa di Semèle)
Diòniso:
Suol di Tebe, a te giungo. Io son Dïòniso,
generato da Giove, e da Semèle
figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo
del folgore la fiamma. Ora, mutate
le sembianze celesti in forma umana,
di Dirce all'acqua, ai flutti ismenî vengo.
Dell'arsa madre a questa reggia presso
veggo la tomba: le rovine veggo
della sua casa, ove il celeste fuoco
fumiga, vivo ancor, della vendetta
d'Era contro mia madre eterno segno.
Dò lode a Cadmo, che inaccesso volle
questo recinto, e sacro alla sua figlia;
ed io lo ascosi sotto tralci e grappoli.
Abbandonati i lidî solchi e i frigi,
feraci d'oro, e i persïani campi
saettati dal sole, e le città
di Battria, e il gelo della nuda terra,
all'Arabia Felice e all'Asia giunto,
che presso giace al salso mare, e vanta
città belle turrite, popolose
d'Ellèni e insiem di barbari, e le danze
quivi introdotte e i riti miei, ché chiaro
fosse ai mortali ch'io son Nume, a questa
città d'Ellèni primamente io giunsi.
E l'urlo eccitatore in Tebe, prima
che in ogni altra città d'Ellade, alzai,
e le addossai del daino il vello, e in pugno
le posi il tirso, il giavellotto d'ellera,
perché le suore di mia madre, quelle
che meno lo dovean, disser che mai
figlio non fu Dïòniso di Giove,
e che Semèle, da un mortale incinta,
a Giove attribuita avea la colpa,
per consiglio di Cadmo: onde l'Iddio
per le nozze mentite a lei die' morte.
Però fuor dalle case io le cacciai
in preda alla follia. Prive di senno
han per dimora il monte; e le costrinsi
ad indossar dell'orge mie le spoglie.
E quante donne ha la città di Cadmo,
fuor dalle case, a delirare, io spinsi;
e donne insieme e giovinette corrono
a ciel sereno sotto i verdi abeti.
Voglia o non voglia, deve Tebe intendere
che priva è ancor dei riti miei, che deve
me per mia madre celebrar, ch'io sono
figlio di Giove, e Nume apparvi agli uomini.
Cadmo il regio poter diede a Pènteo
che di sua figlia nacque, e ch'ora lotta
contro la mia divinità, m'esclude
dai sacrifici, e nelle preci oblia.
Dunque, a lui mostrerò che Nume io sono,
ed a tutti i Tebani. E stabilite
qui tali cose, il piede volgerò
ad altra terra, a rivelarmi. E se
Tebe, salita in ira, le Baccanti
tenti dal monte discacciar con l'armi,
contro essa a pugna io guiderò le Mènadi.
Venni perciò, mortal parvenza assunsi,
e mutai la mia forma in forma umana.
(Si volge verso l'interno della scena)
Or voi, che, abbandonato il propugnacolo
di Lidia, il Tmolo, o mie seguaci, o femmine
che della via compagne e dell'impresa
dalle barbare terre io meco addussi,
levate i frigi timpani, che insieme
Rea madre ed io trovammo, e, circondata
la reggia di Pènteo, forte vibrateli,
ché la città di Cadmo oda. Frattanto
del Citerone fra le gole io muovo,
e danze intreccerò con le Baccanti.
(Esce)
(Quasi súbito dalle due pàrodoi irrompe il Coro delle Baccanti)
PARODOS
PRIMO SEMICORO: Strofe
L'asïatico suolo
e le balze abbandonai del sacro Tmòlo:
ché per Bromio m'è soave la fatica, m'è dolcezza
la stanchezza, mentre intono l'evoè!
TUTTI:
Evoè!
SECONDO SEMICORO: Antistrofe
Chi sbarra, chi sbarra la via?
Si ritiri ogni profano, lunge stia
nella casa, in pio silenzio si raccolga: ché levare
la canzone sacra a Bacco spetta a me!
TUTTI:
Evoè!
PRIMO SEMICORO: Strofe
Oh felice, chi, ai Superi
diletto, assiste ai lor sacri misterii,
e il suo viver santifica
inebrïando l'anima nel tíaso,
pei monti, in estro bacchico,
rendendo puro sé nei riti mistici,
e della Madre Rea celebra l'orgie
solenni, ed alto in aria
il tirso squassa, e servo di Dïòniso
si fa, cinto il crin d'ellera!
Mènadi via, su via, correte, Mènadi,
riconducete voi Bromio Dïòniso,
Nume, e figlio di Nume, il Nume Bromio,
dai monti frigi all'ampie vie de l'Ellade.
SECONDO SEMICORO: Antistrofe
Bromio, cui fra l'angoscia
fatal del parto, al guizzo della folgore,
anche immaturo, Sèmele
die' a luce; e lei strusse la fiamma in cenere,
ed esalò lo spirito.
Ed in novello genitale talamo
Giove l'accolse, e nella propria scàpola
lo chiuse, ove con fibule
d'oro lo assicurava, per nasconderlo
ad Era; e il dí che vollero
le Parche, un Nume nacque, che di tauro
aveva corna; e si recinse d'aspidi
un serto; onde ora avvolgono le Mènadi
docile al crine la progenie rettile.
PRIMO SEMICORO: Strofe
O Tebe, o tu che Sèmele
desti alla luce, t'incorona d'ellera.
Le frondi e le purpuree
bacche dello smilace il crin ti velino;
con vermene di quercia
e d'abete ti cuopri, e all'orgia sfrénati;
le screzïate nebridi
spargi di bianchi riccioluti biòccoli,
e, a farti santa, la guerresca ferula
stringi. Ogni terra lanciasi
a danza, allor che Bromio guida i tíasi
al monte, al monte, dove la femminea
turba lo aspetta, che i telai, che i pettini
lasciò, punta dall'estro di Dïòniso.
SECONDO SEMICORO: Antistrofe
O dei Curèti talamo,
o cretese di Giove asil santissimo!
Nei tuoi spechi trovarono
i Coribanti, a cui cimiero triplice
ombra la fronte, il cerchio
di tese pelli risonante; e fusero
il frastuono dei timpani
al dolce sospirar dei frigi flauti,
ed alla madre Rea dono ne fecero,
ché ai canti delle Mènadi
fosse compagno; e dalla Diva i Satiri
folleggiantl l'ottennero, ed il numero
segnâr con esso ai balli de le ferie
triennali, onde va lieto Dïòniso!
PRIMA CORIFEA: Epodo
Dolce tra i monti correr nel tíaso,
cinte del sacro vello di dàino,
e al suol cadere, correndo in traccia
del capro, e ucciderlo, fumante beverne
il sangue, ai monti lidî lanciandosi,
ai frigi; e Bromio
ci guida, e primo grida: Evoè!
Di latte il suolo scorre, di vino scorre, del nettare
dell'api scorre: si leva fumo di sirio olibano.
Alta squassando Bacco la rutila
vampa che sprizza dalla sua ferula,
si avventa in corsa, con la danza eccita,
con le grida eccita gli erranti, e all'ètere
scaglia i suoi riccioli
molli; ed insieme coi lieti cantici
grida cosí:
Correte, o Mènadi, correte, o Mènadi,
belle dell'oro cui reca il Tmolo,
cantate al muglio grave dei timpani
il dio Dïòniso,
dell'evio Nume dite la gloria,
tra gli evoè,
tra frigi canti, tra grida, mentre dal sacro flauto
armonïoso vibran melodi sacre che guidano
chi al monte al monte si lancia. Ed agile
come puledra pei campi libera, segue la Mènade,
e a danza spinge l'agile pie'.
Evoè!
(Tutte le Mènadi sono oramai schierate intorno all'altare
di Diòniso e rivolte verso la scena)
Tìresia (Vestito da baccante, entra dalla sinistra, e si avvicina
alla porta della reggia):
Chi della porta a guardia sta? D'Agènore
il figlio a me venir si faccia, Cadmo,
che, abbandonata la città di Sídone,
questa rocca di Tebe edificò.
Gli annunzi alcuno che lo vuol Tìresia.
Egli sa perché vengo, e ciò ch'io, vecchio,
con lui piú vecchio stabilii: di cingere
pelli di cervio, ed impugnare il tirso,
e al capo cinger ramoscelli d'ellera.
CADMO:
O mio diletto, o savio, le tue savie
parole io bene udii, stando in ascolto
dentro la reggia. Io sono pronto, e meco
ho gli arredi del Dio. Tu sai ch'è figlio
della mia figlia: è giusto ch'io lo esalti
per quanto è in me. Dove convien danzare,
muovere il pie', scuotere il crine bianco?
Guida me vecchio, tu, vecchio Tìresia:
ché tu sei savio: ed io mai sarò stanco
di picchiar notte e giorno a terra il tirso:
ché d'esser vecchio io volentier dimentico.
Tìresia:
T'avviene come avviene a me: mi sento
giovane, e ai balli anch'io vo' prender parte.
CADMO:
Al monte sopra un cocchio andremo dunque?
Tìresia:
A piedi! Onor piú grande il Dio ne avrà!
CADMO:
Io vecchio un vecchio guiderò qual pargolo?
Tìresia:
Senza fatica il Dio saprà condurci.
CADMO:
Danzar, noi soli in Tebe, i balli bacchici?
Tìresia:
Se noi siam soli saggi, e stolti gli altri!
CADMO:
Ma che s'indugia? La mia mano prendi.
Tìresia:
Ecco! La tua vi adatta, ed aggioghiamoci.
CADMO:
Non spregio i Numi, io che mortale nacqui.
Tìresia:
Né intorno a lor sottilizziam. Le avite
credenze, antiche quanto il tempo stesso,
niun argomento abbatterà, per quanto
si stilli acume da sottili menti.
Dirà taluno che non ho pudore
della vecchiezza mia, che m'incorono
d'ellera, e danzo. Ma non disse il Nume
se vuol nelle sue danze o vecchi o giovani;
ma da tutti onorato essere brama.
CADMO:
Tìresia, poiché tu lume non vedi,
odi dal labbro mio quello che avviene.
Frettoloso s'appressa a questa reggia
Pènteo, figliuolo d'Echióne, a cui
diedi il poter della mia terra. Oh, come
turbato in viso! Che vorrà mai dirci?
Pènteo (Entra infuriato, e, senza vedere i due vecchi, si rivolge alle
guardie e ai cittadini che stanno alla soglia della reggia):
Mentr'ero lungi dalla patria, udii
che nuovi guai piombarono su Tebe.
Le donne, simulando un estro bacchico,
abbandonate le lor case, corsero
fra i boschi alpestri, ad onorar coi balli
questo non so qual nuovo Dio, Dïòniso.
Fra i loro crocchi son colmi boccali;
e a sollazzo dei maschi si rimpiattano
di qua, di là, per solitarî anfratti:
Ménadi, a loro dir, di fiere in traccia;
ma piú che Bacco, onorano Afrodite.
Quante ne colsi, con le mani avvinte
stan nel carcere pubblico, e i miei servi
a guardia loro: quante ancor son lungi,
Ino, ed àgave ond'io nacqui ad Echíone,
e d'Atteón la madre, io dico Autònoe,
le caccerò pei monti, e stringerò
di ferree reti; ed avrò posto fine
ben presto al pernicioso impeto d'orgie.
Dicon che sia qui giunto un forestiere,
un fattucchiere ciurmator di Lidia,
di bionde chiome ricciole fragranti,
vermiglio in viso, e voluttà spirante
da le pupille, che dí e notte celebra
fra donne giovanette i riti bacchici.
Se mai l'avrò fra queste mura, il capo
gli spiccherò dal busto, che mai piú
non vibri il tirso, né squassi le chiome.
Ei bandisce che esiste un Dio Dïòniso,
cucito un dí di Giove nella scapola,
che fu bruciato dal fiammante folgore
con la sua madre insiem, perché, mentendo,
favoleggiò di sue nozze con Giove.
E se tale onta a noi reca il foresto,
non è, chiunque ei sia, degno d'un laccio?
(Si accorge di Cadmo e di Tìresia)
Ma che nuovo prodigio io veggo mai?
L'indovino Tìresia, avvolto in pelli
varïopinte, e il padre di mia madre
che folleggian col tirso! Eh via, ridicoli!
Mi vergogno per voi, padre, che veggo
sí dissennata la vecchiezza vostra!
(A Cadmo)
Ti vuoi strappar quella corona? Lasci
quel tirso, o padre della madre mia?
Tìresia, a ciò tu l'inducesti? Intrudere
questo novello dio tu vuoi fra gli uomini
per trar novelli augurî, ardere vittime,
e averne poi la tua mercè. Se schermo
non ti facesse la tua chioma bianca,
in ceppi già saresti fra le Mènadi,
di tristi riti o introduttor: ché dove
trovo donne in baldoria e umor di grappoli,
non credo a santità di cerimonie.
PRIMA CORIFEA:
Quale empietà! Signore, né i Celesti
veneri tu, né Cadmo, che piantava
la spiga altrice d'uomini? Figliuolo
tu d'Echïòne, la tua stirpe macchi?
Tìresia:
Quando un uomo che sa trova al suo dire
bell'argomento, il bel parlare è facile.
Tu lingua hai pronta, come senno avessi;
ma nessuna saggezza è nei tuoi detti.
E chi ha possa ed audacia e parlar facile,
mal cittadino è, se gli manca il senno.
Questo novello iddio che tu schernisci,
non ti so dire quanta sia per l'Ellade
la sua grandezza. Ché due cose, o giovane,
hanno pregio supremo fra i mortali:
la dea Demètra, ch'è la terra, e chiamala
con qual nome tu voglia: essa nutrisce
con la spiga i mortali; e a lei d'accanto
ora s'è posto di Semèle il figlio,
che all'uom donò l'umor dolce dei grappoli,
l'umido succo che solleva i miseri
d'ogni cordoglio, allor che si riempiono
dell'umor della vite, e dà nel sonno
l'oblio dei mali cotidiani; e farmaco
altro non v'è delle fatiche. Or questi
che Nume è pure, vien libato ai Numi,
sí che per lui profitto abbiano gli uomini.
Tu lo beffeggi perché nella scapola
fu cucito di Giove: io questo fatto
ti dirò proprio come avvenne. Giove,
poiché tratto dal fuoco della folgore
ebbe il fanciullo, lo recò fra i Numi.
E Giunone volea scaraventarlo
dal cielo giú; ma tale astuzia Giove
trovò, ch'era pur Dio. Franse una parte
dell'ètra che la terra intorno cinge,
e un idolo ne finse, ed in ostaggio
a Giunone lo die'. Quindi, col tempo,
narrâr, sul nome equivocando, gli uomini
che nutrito di Giove entro la scàpola
il Nume fu; che scapolato invece
era cosí dall'ira di Giunone.
Ed è profeta questo Dio: ché molto
profetico estro è nel furore bacchico.
E quando in abbondanza alcun l'ingurgiti,
fa' sí che gli ebbri dicano il futuro.
Ed anche ad Ares qualche dote ei prese:
se armata schiera contro lui si spiega,
terror la invade pria che tocchi lancia:
ed anche tal follia vien da Dïòniso.
Sul doppio giogo delle rupi delfiche
tu lo vedrai, tra fiaccole di pece,
danzar, vibrar, squassare il tirso bacchico,
che in Ellade ha tal possa. Pènteo, m'odi.
Non illuderti ch'essere sovrano
per i mortali sia vera potenza;
né reputarti, sol perché lo credi,
saggio, quando non saggia è la tua mente.
Il Nume accogli in questa terra, e liba,
celebra l'orgie, al crin ghirlanda cingi.
A castità Dïòniso le femmine
non vuol costrette: insita dote è questa.
Rifletti a ciò. Pure fra l'orgie bacchiche
la donna savia non sarà corrotta.
Vedi! T'allegri tu, quando s'addensa
popolo alle tue soglie, e la città
il tuo nome festeggia. Anch'esso il Nume
degli onori va lieto. Io, dunque, e Cadmo
che tu schernisci, i crin cingiamo d'ellera,
e caroliamo: l'uno e l'altro bianchi;
ma pur forza è danzare; e i tuoi discorsi
non m'indurranno a battagliar coi Numi.
Ché folle sei d'una follia maligna;
né filtro a te saprebbe dar sollievo,
né senza filtri il male a te s'apprese.
PRIMA CORIFEA:
Non indegni di Febo a cui t'ispiri
sono i tuoi detti, o vecchio; e onor prestando
a Bromio, a un sí gran Dio, saggio ti mostri.
CADMO:
O figlio, bene t'ammoní Tìresia.
Resta fra noi, non ir dai riti in bando:
ch'or tu vaneggi, ed ostentando senno,
senno non hai. Se pur, come tu dici,
Nume non è, lascia che qui lo chiamino
Nume: e parrà, per questa pia menzogna,
ch'abbia Semèle generato un Dio,
e onore avrem la nostra casa e noi.
D'Atteóne ricorda il triste fato:
si glorïò che superava Artèmide
in caccia; e lui sbranaron le selvagge
cagne, che di sua mano avea nutrite.
Perché ciò non t'avvenga, io te con ellera
ghirlanderò: con noi venera il Nume.
(Con la mano tremante cerca d'inghirlandare Pènteo)
Pènteo:
Da me la mano vuoi scostare? Vattene
altrove a folleggiar, non attaccarmi
la tua follia! Ma costui, che maestro
di tal follica ti fu, punirò.
(Ad una guardia)
Presto,
muoviti, e di costui giunto alla sede
ov'egli oracoleggia, abbatti, scalza,
ché tutto vada all'aria, e sian ludibrio
le sacre bende ai venti e le tempeste.
(La guardia parte)
Meglio cosí mi sembra d'azzannarlo!
(Ad altre guardie)
E voi correte a Tebe, e rintracciate
il forestiere di donnesco aspetto,
che alle femmine adduce il nuovo morbo,
e contamina i letti. E se potrete
coglierlo, in ceppi avvinto qui portatelo,
sí che sotto le pietre espii le colpe,
e l'orgie in Tebe gli sappian d'amaro!
(Esce)
Tìresia:
Infelice, non sai come vaneggi!
Ora sei folle, e folle eri già prima.
Andiamo, Cadmo, e per costui preghiamo,
sebben sí crudo, e per Tebe, ché il Dio
qualche mal non le avventi. Ora via, seguimi
col tuo bordone d'ellera, e procura
di sostener tu le mie membra, ed io
le tue: sconcio saria cader due vecchi.
Ma pur si vada: ché onorar bisogna
Bacco, figlio di Giove. E mai Pènteo
a pentire non s'abbia! Il mio profetico
spirto non parla, no: parlano i fatti:
ché stolte cose quello stolto dice.
(I due vecchi escono)
PRIMA CORIFEA: Strofe
Pietà, che fra le Dee sei venerabile.
Pietà, che batti l'auree
penne sopra la terra, odi or di Pènteo
le minacce? Odi l'empie
offese contro Bromio,
contro il figliuolo di Semèle, il Dèmone
che venerato è piú degli altri Superi
fra i serti del convivio?
Suo dono è folleggiar fra danze bacchiche,
ridere al suon dei flauti,
e scacciare le pene, quando l'umor del grappolo
sopra le mense circola
dei Numi, ed il cratere nel tripudio
incoronato d'ellera
dolce sopore infonde in cuore agli uomini.
SECONDA CORIFEA: Antistrofe
Alla bocca sfrenata, alla protervia
folle, sventura è termine.
Ma dell'accorto senno e del pio vivere
tranquillo il corso volgesi
senza tempesta; e durano
le prosapie per essi. Ché gli Urànidi,
se pur lungi dimora hanno, nell'ètere,
veggon l'opre degli uomini.
Savio non è chi troppo è savio, e l'occhio
oltre agli umani limiti
volge. Breve è la vita. Or chi, seguendo l'ardue
cose, vorrà le facili
non sopportare? Offeso, a quanto sembrami,
chi cosí opra, ha il cèrebro
dalla follia, né bene si consiglia.
PRIMA CORIFEA: Strofe
Deh, a Cipro io giunga, d'Afrodite all'isola,
ove stanza gli amori hanno, che gli animi
dei mortali molciscono!
O a Pafo, cui fecondano
i flutti del Bocòro, che in mar gittasi
per cento bocche, e mai piogge vi cadono!
O sopra la bellissima Pïeria,
olimpio clivo ove le Muse albergano,
e di bellezza ha il pregio.
Tu conducine là, Bromio Bromio,
guidane, evïo Dèmone!
L'amoroso desio quivi, le Càriti
son qui: quivi alle Mènadi
sfrenarsi all'orgie è lecito.
SECONDA CORIFEA: Antistrofe
Dïòniso, figliuol di Giove, allegrasi
nel tripudio, e la Pace ama, che agli uomini
vita felice e pargoli
largisce; e in dono al misero
offre, non meno che al beato, il gaudio
del vino, dove ogni dolore annegasi.
E odia quei che spregiano
in esultanza consumare i fulgidi
giorni e le notti amabili.
Ma saggia cosa è l'intelletto e l'anima
lunge tener dagli uomini
che presumono troppo. Io ciò che i semplici
credono, e se ne giovano,
tôrre voglio ad esempio.
(Le guardie trascinano Diòniso con le mani avvinte)
GUARDIA:
Pènteo, siam qui. La preda ti rechiamo
sulla cui traccia ne inviasti: vana
non fu l'opera nostra. E questa fiera
fu con noi mite, e a fuga il pie' non volse;
ma le man' porse di buon grado, senza
sbiancare in viso; ma cosí, vermiglio
e ridente, stie' fermo, e c'invitò
a legarlo e condurlo; e rese facile
l'opera nostra. Ond'io, quasi confuso,
dissi: «Non per voler mio, stranïero,
ma per comando di Pènteo ti lego».
E senti ancor. Le Mènadi, che tu
catturasti, legasti, imprigionasti
dentro il carcere pubblico, or, disciolte,
lungi, fra i boschi, danzano ed invocano
il nume Bromio: ché da sé si sciolsero
i lor legami; e senza opera d'uomo,
da sé si spalancarono le porte.
Autor di molte meraviglie giunse
quest'uomo a Tebe. Al resto or tu provvedi.
Pènteo:
Stolti! Alla rete delle mani mie
tanto veloce egli non è che sfugga!
(Guarda Diòniso)
Ma tu sei bello, o forestïero, e tale
da piacere alle femmine; e a tal fine
venisti a Tebe. E non son già cresciuti
nella palestra, i tuoi voluttuosi
riccioli effusi per le guance. E bianco,
per far con tua beltà preda d'amore,
ti serbi all'ombra, e i rai del sole schivi.
Ma di' prima qual è la stirpe tua.
Diòniso:
T'han mai parlato del fiorito Tmòlo?
Pènteo:
Che cinge Sardi tutta in giro: sí.
Diòniso:
Di lí son giunto: è patria mia la Lidia.
Pènteo:
Perché quest'orge in èllade introduci?
Diòniso:
Di Giove il figlio m'inviò, Dïòniso.
Pènteo:
V'è un Giove là, che nuovi Numi genera?
Diòniso:
Non là, ma qui, Semèle a lui fu sposa.
Pènteo:
In sogno ei te l'ingiunse? Oppur t'apparve?
Diòniso:
Desti eravamo; e i riti m'affidò.
Pènteo:
E di che specie questi riti sono?
Diòniso:
Conoscerli ai profani non è lecito.
Pènteo:
E qual recan vantaggio a chi li celebra?
Diòniso:
Saperli utile dà: ma tu nol puoi.
Pènteo:
Vuoi con orpelli curïoso rendermi?
Diòniso:
L'orge del Nume aborrono dagli empî.
Pènteo:
L'hai visto, dici: e qual n'era l'aspetto?
Diòniso:
Quello ch'ei volle: io già non glie lo imposi!
Pènteo:
Anche or m'eludi, e nulla tu mi dici.
Diòniso:
Folle allo stolto par, chi savio parla.
Pènteo:
E a noi per primi addotte l'orge hai tu?
Diòniso:
Ognuno già le cèlebra dei barbari.
Pènteo:
Perché piú stolti assai son che gli Ellèni.
Diòniso:
Piú savî, in questo: usanze varie han gli uomini.
Pènteo:
E di giorno o di notte i riti celebri?
Diòniso:
Di notte, per lo piú: divina è l'ombra.
Pènteo:
È un marcio inganno per sedurre femmine.
Diòniso:
Anche di giorno trovi opere turpi.
Pènteo:
Pena darai del tuo sottilizzare!
Diòniso:
E tu di tua stoltezza e dell'empiezza.
Pènteo:
Temerario è il Baccante, e in ciarle esperto.
Diòniso:
Di', che devo patir? Qual pena orrenda?
Pènteo:
Mozzerò prima i tuoi morbidi ricci.
Diòniso:
Sacri sono: li nutro a onor del Nume.
Pènteo:
Quel tirso dammi poi: schiudi la palma!
Diòniso:
Toglimelo tu stesso: a Bacco è sacro.
Pènteo:
E te custodiremo in ceppi avvinto.
Diòniso:
Mi sciorrà, quand'io voglia, il Nume stesso.
Pènteo:
Se a chiamarlo potrai gir fra le Mènadi!
Diòniso:
Ora ei m'è presso, e ciò ch'io soffro scorge.
Pènteo:
Dov'è? Per gli occhi miei non è visibile?
Diòniso:
Presso a me: tu, che un empio sei, nol vedi.
Pènteo:
Prendetelo! Costui me offende e Tebe.
Diòniso:
Di non legarmi, ai folli impongo, io savio!
Pènteo:
Io, che di te piú posso, di legarti.
Diòniso:
A che vivi, che fai, chi sei, tu ignori.
Pènteo:
Son Pènteo, figlio d'Echïóne, e d'àgave!
Diòniso:
Pentimento sonar sembra il tuo nome.
Pènteo:
Va' via! - Presso alle stalle rinchiudetelo,
ch'egli sol vegga tenebre profonde.
Cammina! E queste, che con te recasti,
complici tue, le venderemo; o, posto
fine al frastuono ed al fragor dei timpani,
me le terrò, ché badino ai telai.
Diòniso:
Vado! E mai soffrirò quel che non devo
soffrir. Ma il Dio che tu neghi, Dïòniso,
trarrà vendetta dell'ingiurie tue:
ché, me legando, in ceppi il Nume stringi.
(Pènteo entra nella reggia, e Diòniso è trascinato dalle guardie)
(Tutto il coro si precipita verso l'erma di Dirce)
PRIMA CORIFEA: Strofe
O d'Achelòo progenie,
Dirce, vezzosa e veneranda vergine,
nelle tue scaturigini
asilo desti al pargolo
di Giove, allor che il padre, dalla folgore
immortale salvatolo,
lo chiuse entro la scapola,
e gridò: «Vieni, vieni in questo maschio
mio grembo, o Ditirambo: e Tebe sappia
ch'io cosí ti denomino».
Dirce beata, ed or che cinti d'ellera
conduco alle tue sponde i sacri tíasi,
mi discacci da te? Perché respingermi,
rinnegarmi perché? Dovrai, pei grappoli
lo giuro di Dïòniso,
volgere ancor dovrai la mente a Bromio!
SECONDA CORIFEA: Antistrofe
Ben mostra ch'ebbe origine
dalla terra, e che a lui fu padre un aspide,
Pènteo! La vita diedegli
Echïóne terrigeno,
mortale uomo non già, ma mostro orribile,
selvaggio, di sangue avido,
qual Gigante dei Superi
rivale: egli che presto me, di Bromio
diletta, avrà legata in duri vincoli,
che già nella sua reggia
dei miei riti il compagno, in buio carcere
ascoso tieni. Or vedi tu, Dïòniso,
contro qual fato i tuoi seguaci lottano?
Giú dalle cime dell'Olimpo, l'aureo
tirso quassando, avvèntati,
e di questo crudel frena l'ingiuria!
Epodo
Dove col tirso i tíasi,
o Dïòniso, guidi? In Nisa, patria
di fiere, sopra i culmini
coricî, o tra gli arborei
d'Olimpo anfratti, dove con la cétera
Orfeo traeva alla melode gli alberi
e le fiere selvatiche?
O te beata, Pïeria,
ch'Evio t'onora, a e te verrà coi bacchici
tripudî, in danze, conducendo il turbine
delle Baccanti, pei veloci vortici
dell'Assio, e il Lido, cui la fama dice
d'agi e di beni origine
per gli uomini; ed impingua coi bellissimi
flutti la terra di corsieri altrice!
(Dal di dentro della reggia s'ode la voce di Diòniso)
Diòniso:
Ehi là!
Ehi là, Baccanti,
Baccanti, udite la voce mia?
PRIMA CORIFEA:
Qual evio sònito, qual evio sònito
giunge a riscuotermi? Donde partí?
Diòniso:
Ehi là! Ehi là!
La voce ancora levo io, di Sèmele,
di Giove prole!
SECONDA CORIFEA:
Ehi là! Ehi là!
Nostro re, nostro re,
al nostro tíaso,
Bromïo, Bromïo, rivolgi il pie'!
(Scossa di terremoto. Romba)
TUTTO IL CORO:
Come la terra scuotono i Numi!
Ahimè, ahimè!
Cadrà di Pènteo
la reggia al suolo presto in frantumi.
Sopra la casa piombò Dïòniso!
PRIMA CORIFEA:
Fategli onore!
TUTTO IL CORO:
Fategli onore!
(Nuove scosse di terremoto: la reggia comincia a crollare)
PRIMA CORIFEA:
Veh! Le marmoree travi dagli ordini
crollano già!
Alzerà Bromio dentro la reggia
ben presto il grido dell'alalà!
Diòniso:
La face appressa fulminea rutila,
brucia, la reggia brucia di Pènteo!
(Nuove scosse. Dalla tomba di Semele si levano
altissime fiamme)
CORIFEA:
Non vedi il fuoco? Mira di Sèmele
al sacro avello la fiamma attorno
guizzar, che un giorno
lasciar la folgore di Giove e il tuono!
CORO:
Prostrate al suolo le membra trepide,
prostrate al suolo, Mènadi! Il Nume
figlio di Giove, tutta in rovina
messa la reggia, qui s'avvicina!
(Tutte le Baccanti si prostrano. Dalla reggia esce trionfante
e volge il guardo su loro Diòniso)
Diòniso:
Come dunque, o lidie femmine, v'ha il terror cosí percosse,
che giacete al suol riverse? Certo udiste quali scosse
diede Bacco alla magione di Pènteo. Via, fate cuore,
via, sorgete; e dalle membra vada in bando quel tremore.
CORIFEA:
Come esulto, o delle bacchiche cerimonie somma luce,
nel vederti, io che rimasta m'ero sola, e senza luce!
Diòniso:
V'ha sgomento invaso il cuore, allorché me visto avete
tratto lungi, per cadere di Pènteo nelle segrete?
CORIFEA:
Come no? Chi mi restava, se di te faceano scempio?
Ma com'è ch'ora sei libero? In poter t'avea quell'empio!
Diòniso:
Io da me, senza fatica, dalla carcere mi tolsi.
CORIFEA:
Non t'aveva ei dunque avvinti di catene entrambi i polsi?
Diòniso:
Non pote' neppur toccarmi: anche in ciò scornar lo seppi:
si nutrí d'illusïone, stringer me pensando in ceppi.
Nella stalla in cui mi chiuse, c'era un toro. Egli, di strambe
gli ravvolse, tutto ardendo di furore, e piedi e gambe:
ed i denti nelle labbra conficcavasi, e grondanti
di sudore avea le membra. Io, tranquillo, a lui davanti
mi sedevo, e lo guardavo. Giusto in quella Bacco arriva,
scuote i muri, e su la tomba di sua madre il fuoco avviva.
Come ciò vede, un incendio Pènteo crede che s'appigli
alla casa, e qua e là va correndo; ed ai famigli
di portare acqua dà ordine. Mentre invano ognun s'ambascia,
egli immagina ch'io fugga; onde l'opera tralascia,
ed in casa, stretto il ferro, si precipita. Un fantasma
nella corte allora Bacco - Bacco almen parvemi - plasma.
Avventando colpi e colpi sopra questo egli si gitta;
e, credendo me sgozzare, l'aria solo ebbe trafitta.
E di strazio anche piú amaro lo colpí Bacco alla fine;
rovesciò la reggia al suolo: vedi, un mucchio è di rovine;
ben l'avermi stretto in ceppi gli dové saper di sale.
Stanco infine, lascia il brando, s'abbandona: ch'ei mortale
con un Nume osò combattere. Io frattanto uscii sicuro
dalla casa, e a voi qui giunsi: di Pènteo poco mi curo.
Ma mi sembra udire un passo risonar dentro. Uscirà
a momenti nel vestibolo. Non è pago? Che vorrà?
Io per me, se pure ei giunga pieno d'impeto selvaggio,
sarò calmo: ché frenarsi dee sapere l'uomo saggio.
(Esce dalla reggia, tra fiaccato e iracondo Pènteo)
Pènteo:
Atroce smacco! Lo straniero, avvinto
or ora di catene, è a me sfuggito!
(Vede Diòniso)
Ehi, ehi!
Eccolo, è qui. Che avviene? Sei fuggito,
e innanzi all'atrio mio ti mostri ancora?
(Si avventa su lui)
Diòniso:
Fermo! Deponi l'ira, e a calma torna.
Pènteo:
Come hai spezzati i lacci e sei fuggito?
Diòniso:
Non ti dissi che alcun sciolto m'avrebbe?
Pènteo:
Chi mai? Nuovi discorsi ognor mi parli.
Diòniso:
Chi all'uom largisce la pampinea vite.
Pènteo:
Tutte serrate sian le porte in giro.
Diòniso:
E che? Gli Dei non valicano i muri?
Pènteo:
Saggio, sei, saggio, tranne in quel che devi!
Diòniso:
In quel che devo appunto, io saggio sono.
Odi or tu le parole di quell'uomo
che a te, dal monte, a dar novelle giunge;
e fa senno: io non fuggo: io qui rimango.
(Dalla via che guida al Citerone giunge correndo un bifolco)
BIFOLCO:
Pènteo che reggi la tebana terra,
or or lasciato ho il Citerone, dove
fulge perenne scintillio di neve.
Pènteo:
Per qual cagione a favellarmi giungi?
BIFOLCO:
Io le Baccanti venerande vidi,
che nel delirio vinte, saettavano
lungi da questo suol le bianche membra;
e a te, Signore, annunzio, e alla città
che incredibili gesta, e delle fole
piú portentose compiono. - Ma dimmi,
devo tutto narrar liberamente
ciò ch'io lí vidi, o i detti miei velare?
I tuoi súbiti affetti, o re, pavento,
e l'umor tuo troppo regale e acerbo.
Pènteo:
Parla: a niun patto offesa io ti farò:
e quante narrerai piú meraviglie
delle Baccanti, tanto piú la pena
scontar dovrà chi lor tali arti apprese.
BIFOLCO:
Una mandra di buoi guidata avevo
poc'anzi al sommo d'una rupe. Il sole
scagliava sulla terra ardenti i raggi.
E tre schiere di femmine vid'io.
Guida è alla prima Autònoe, tua madre
àgave alla seconda, Ino alla terza.
Al sonno abbandonate avean le membra,
tutte, poggiate alcune alla frondosa
bassa rama d'un pino, altre reclino
sopra foglie di quercia aveano il capo,
compostamente; e non, come tu dici,
ebbre, fra coppe e strepito di flauti,
di votuttà segrete invano in traccia
per la foresta. Ora, tua madre udí
il muggito dei buoi. Fra le Baccanti
si levò, e gridò che dal sopore
scuotan le membra. Ed esse, dalle ciglia
scacciato il greve sonno, in pie' balzarono,
giovani e vecchie e vergini non dome,
a meraviglia costumate. E prima
sciolsero giú per gli omeri le chiome;
e a quelle che slacciate avean le nebridi,
ricomposero i nodi; e tutte ai velli
varïopinti fecero corone
di serpi che lambiano a lor le gote.
E quante ancor fresche di parto, prive
dei lor pargoli, gonfie avean le mamme,
stringendo al seno, fra le braccia, un daino,
od i selvaggi cuccioli d'un lupo,
di bianco latte lo nutriano; e al capo
ghirlande si ponean di quercia, d'ellera,
di fiorito smilace. E, in pugno stretto
alcuna il tirso, percotea la rupe,
e polle di fredda acqua ne sgorgavano:
con la ferula un'altra il suol batteva,
e spicciar vino ne faceva il Dio;
e quante brama avean di puro latte,
graffiando il suolo con le somme dita,
ne attingevano; e giú dai tirsi d'ellera
stillavano di miel rivoli dolci.
Sí, che se fossi stato lí, se avessi
visto, con preci avvicinato avresti
il Nume ch'or di vilipendio cuopri.
Noi, bifolchi e pastori, ci adunammo,
parlammo, contendemmo. Ed uno, pratico
della città, di pronto eloquio, disse:
«O voi che in queste sacre alpestri piagge
dimora avete, ché non si distoglie
la madre di Pènteo dai riti bacchici,
per ingraziarci il nostro re?» Ci parve
che bene egli parlasse, e ci appiattammo
tra i cespugli e le frondi. Or, giunta l'ora
di celebrare l'orge, i tirsi scossero,
Bacco invocando ad alte grida, il figlio
di Giove, Bromio. E insieme risonò
ogni monte, ogni fiera; ed era tutto
un avventarsi, un correre. Vicino
àgave a me passò nella sua corsa.
Per afferrarla, dal cespuglio io balzo
dove mi rimpiattavo; ed ella grida:
«O mie cagne veloci, ad assalirci
son venuti questi uomini: seguitemi,
seguitemi: e le man' coi tirsi armate!»
Con la fuga evitammo che le Mènadi
ci facessero a brani. Esse piombarono
sopra le greggi che pasceano l'erba,
senz'arme in pugno: e lí, questa vedevi
in due squarciare una mammosa vacca
muggente; l'altra lacerare a brani
a brani le giovenche: e fianchi e bifidi
zoccoli su e giú lanciar vedevansi,
e sanguinanti penzolar dai rami.
E i tori vïolenti, avvezzi al rabido
cozzo dei corni, al suol giacean fiaccati,
tratti giú dalle mani innumerevoli
delle fanciulle; e in men che tu le palpebre,
o re, non serri, fatti erano in pezzi.
Corser poi come uccelli alzati a volo
pei bassi campi che lunghesso l'Àsopo
maturano ai Tebani il pingue grappolo.
E in Isia, e in Eritría, che sotto il giogo
del Citerone sorgono, piombando
come nemiche, tutto a sacco posero.
Dalle case rapiano i pargoletti;
e quanto si ponean sopra le spalle,
o bronzo o ferro, senza alcun legame
vi adería, né cadea sul negro suolo.
E portavano fuoco sopra i riccioli,
né le bruciava. - I terrazzani corsero
furïosi sull'orme delle Mènadi;
e fu, signore, un orrido spettacolo:
ché di lor sangue tingere le cuspidi
non potevano questi; e quelle, i tirsi
scagliando, li ferivan, li fugavano,
esse donne: ma un Dio le soccorreva.
Poscia tornâr novellamente ai fonti
che per esse sgorgar faceva il Nume,
e detersero il sangue; e da lor gote
lo stillante sudor lambiano i serpi.
Questo Dèmone dunque accogli, o re,
qual ch'egli sia, nella città: ché sommo
è in tutto; ed ai mortali, a quel che dicono,
donò la vite che sopisce il duolo.
E dove non è vino non è amore;
né alcun altro diletto hanno i mortali.
CORIFEA:
Dire al sovrano libere parole
mi fa sgomenta. E pure io parlerò:
A niun dei Numi è inferïor Dïòniso.
Pènteo:
Presto divamperà questo delirio
delle Baccanti come un fuoco, a grande
vituperio dell'èllade!
(Ad un messo)
Or tu, corri
presto alla porta Elèttra. E che s'adunino
tutti gli opliti imponi, e quei che inforcano
i corsieri veloci, e quei che imbracciano
scudi leggeri, e risonar degli archi
fanno le corde. Troppa onta sarebbe
quanto or soffriamo sofferir da femmine.
Diòniso:
Pènteo, tu m'odi e ascolto non mi dài.
Ma, sebben tu m'offendi, io t'ammonisco
a non lottar col Nume, e a star tranquillo.
Bromio non mai sopporterà che tu
dall'orge alpestri le Baccanti scacci.
Pènteo:
Non vo' consigli! Ai ceppi sei fuggito:
sii cauto: o ch'io legare ancor ti faccio.
Diòniso:
Meglio che iroso calcitrare al pungolo,
io, mortale, offrirei vittime al Nume.
Pènteo:
Glie ne offrirò: tra i gioghi alpestri: molto
femmineo sangue, che si sparga degno.
Diòniso:
Fuggir dovrete! e a vostra onta, coi tirsi
frangeran le Baccanti i bronzei scudi.
Pènteo:
Mal c'imbattemmo in questo forestiero,
che tacer non saprà, se pur l'uccidi.
Diòniso (Mutando a un tratto piglio e intonazione; benevolo
e ironico):
Brav'uomo, ancor, se vuoi, tutto s'accomoda.
Pènteo:
Come? Servendo chi servir mi deve?
Diòniso:
Io qui, senz'arme, condurrò le femmine.
Pènteo:
Ahi! Contro me qualche tranello macchini!
Diòniso:
Quale? Se vo' con l'arte mia salvarti!
Pènteo:
Portatemi qui l'armi; e tu sta' zitto.
Diòniso:
Ehi!
Brami nei monti insiem vederle accolte?
Pènteo:
Piú che ogni cosa; e ne darei molto oro.
Diòniso:
Come ti colse questa ardente brama?
Pènteo:
Ebbre vederle mi sarebbe amaro...
Diòniso:
Amaro, e dolce ti saria vederle?
Pènteo:
Sí, nascosto, in silenzio, fra gli abeti.
Diòniso:
Ti sapranno scoprire anche nascosto.
Pènteo:
Sí, dici bene. E allora, a viso aperto.
Diòniso:
Vuoi ch'io ti guidi? Accingiti al cammino.
Pènteo:
Guidami, presto! Non perdiam piú tempo.
Diòniso:
Pepli di bisso alle tue membra or cingi.
Pènteo:
Come? Sono uomo, e devo sembrar femmina?
Diòniso:
Se ti scopron per uomo, esse t'uccidono.
Pènteo:
Dici bene, sei fino, ormai l'ho visto.
Diòniso:
Dïòniso mi die' questa finezza.
Pènteo:
Travestirmi da donna? Io n'ho vergogna.
Diòniso:
Veder dunque le Mènadi non brami?
Pènteo:
Consigli bene, tu; ma come fare?
Diòniso:
Entriamo nella reggia, ed io ti acconcio.
Pènteo:
Acconciarmi, tu dici? e in che maniera?
Diòniso:
La chioma pria sugli omeri ti sciolgo.
Pènteo:
E qual foggia di veste mi porrai?
Diòniso:
Un peplo sino al pie': bende sul capo.
Pènteo:
Quale altra veste a queste aggiungerai?
Diòniso:
D'un daino il pinto vello, e in pugno il tirso.
Pènteo:
Mai non indosserò veste da femmina.
Diòniso:
Lotta allor con le donne, e sangue effondi.
Pènteo:
È ver. Prima a spiare andar conviene.
Diòniso:
Meglio è ciò, che cercar male con male.
Pènteo:
Ma non vo' che i Cadmèi per via mi scorgano.
Diòniso:
Per vie deserte andremo: io sarò guida.
Pènteo:
Tutto val meglio ch'essere ludibrio
delle Baccanti. Entriamo nella reggia,
e penserò quello che far convenga.
Diòniso:
Fa' pure. Pronto per mia parte io sono.
Pènteo:
Entro allora. O con l'arme indi uscirò,
o seguirò gli ammonimenti tuoi.
(Entra nella reggia)
Diòniso:
L'uomo caduto è nella rete, o femmine!
Andrà fra le Baccanti, e sconterà
la colpa con la morte. A te, Dïòniso,
poi che lungi non sei, forne vendetta.
Lieve mania prima in lui poni, e sviagli
la mente: ché vestir femminei pepli
mai non vorrà, finché lo assiste il senno;
ma se dal senno lungi lo sospingi,
le indosserà. Quei ch'era già terribile
pel suo piglio minace, io vo' che, tratto
per la città, sotto femminee spoglie,
sia ludibrio di Tebe. Ora gli vado
ad adattar le vesti ond'ei recinto
scenderà nell'Averno, dalle mani
di sua madre sgozzato. E apprenderà
che il figliuolo di Giove, che Dïòniso,
fra i Numi è il piú benigno e il piú terribile.
(Entra nella reggia)
PRIMA CORIFEA: Strofe
Or quando nella tènebra
notturna il pie' mio candido
agiterò nel bacchico tripudio,
la cervice crollando all'ètra rorido,
come cerbiatta che del prato allegrasi
fra le verdi delizie,
poi che la truce caccia
ha sfuggita, e l'insidia
delle ben tese reti? Col suo sibilo
il cacciatore l'impeto
dei cani aizza invan sulla sua traccia:
ch'essa, pari ad un turbine,
via per i prati lanciasi
lunghesso il fiume; e nelle solitudini
ove uom non giunge, posa,
e tra i virgulti della selva ombrosa.
Che è saggezza? E qual fu mai dai Superi
dono piú insigne agli uomini largito,
che la man dei nemici
tener sulle cervici?
E quanto è bello a noi sempre è gradito.
SECONDA CORIFEA: Antistrofe
Tardo, ma non fallibile
giunge il poter dei Superi,
e castiga i mortali che si piegano
reverenti ad empiezza, e dalla stolida
mente sviati, i Numi non rispettano.
I Numi che con vario
accorgimento ascondono
del tempo il lento incedere,
e l'empio nella rete infine colgono.
Mai nulla che travalichi
le antiche leggi non si brami o investighi;
e bene è cosa agevole
reputare che il massimo
potere abbian gli Dei, quali essi siano,
e quel che per natura
sembra prescritto, e da gran tempo dura.
Che è saggezza? E qual mai fu dai Superi
dono piú insigne agli uomini largito
che la man dei nemici
tener sulle cervici?
E quanto è bello a noi sempre è gradito.
Epodo
Beato chi sfuggí l'onda del pelago,
e giunse al porto; e chi gli affanni supera,
beato. Per fortuna e per dovizia
altri altrimenti vince gli altri. Innumere
speranze in cuor s'annidano
ad innumere genti. E alcuni ad esito
giungono fortunato, altri falliscono.
Ma chi felice vive del fuggevole
giorno, beato io reputo.
(Esce dalla reggia Diòniso, parlando a Pènteo che lo segue)
Diòniso:
Tu che brami veder quanto vedere
non conviene, e t'affretti a ciò che meglio
saria fuggire, esci, o Pènteo, nei panni
di Mènade baccante a noi ti mostra.
(Esce Pènteo)
D'una figlia di Cadmo hai la figura!
Pènteo:
Parmi veder due soli, e divenuta
duplice Tebe e le sue sette porte;
e tu mi sembri tramutato in toro:
ché sulla fronte a te crebbero corna.
Eri tu dunque fiera? Io nol sapevo.
Diòniso:
Tregua or fatta, ti guida il Dio che avverso
già t'era: ciò che veder devi or vedi.
Pènteo:
A chi dunque somiglio? Non ho forse
l'aspetto d'Ino o d'àgave mia madre?
Diòniso:
Di veder quelle, se ti miro, sembrami.
Ma t'è fuori di posto andato un ricciolo!
Pènteo:
Nel bacchico delirio, avanti e indietro
crollando il capo, il feci uscir di posto.
Diòniso:
Ma noi che di servirti abbiamo il cómpito
lo riaggiusteremo. Alza la testa.
Pènteo:
Sono nelle tue mani. Ecco. Raggiustalo.
Diòniso:
S'è allentata la cintola, e le pieghe
non ti cadono a piombo sui malleoli.
Pènteo:
Pare anche a me, sul destro. - Ma di qui
la veste cade proprio a perpendicolo.
Diòniso:
M'avrai, se, contro ciò che pensi, trovi
sagge le donne, pel tuo primo amico?
Pènteo:
Per parer proprio una Baccante, il tirso
l'ho a tener con la destra, oppur con questa?
Diòniso:
Con la destra; e levarlo col pie' dritto.
Dal pensier tuo che sii distolto io godo.
Pènteo:
Dimmi, potrei del Citerone i gioghi
sugli omeri portare, e insiem le Mènadi?
Diòniso:
Sí, se volessi. Prima no, ché a segno
la mente non avevi. Adesso l'hai.
Pènteo:
Portiamo leve, o ficco il braccio e l'omero
sotto le vette, e con le man' le svello?
Diòniso:
Non distrugger gli alberghi delle Ninfe,
e di Pane le sedi, ov'egli súfola.
Pènteo:
Ben detto. Usar la forza contro femmine
non va: starò nascosto fra gli abeti.
Diòniso:
Il nascondiglio troverai che addicesi
a chi segretamente spia le Mènadi.
Pènteo:
Fra i cespugli mi par che come augelli
stian dei giacigli nelle dolci reti.
Diòniso:
Or non vai perciò appunto ad esplorare?
Le piglierai, se te prima non pigliano!
Pènteo:
Guidami, via per mezzo alla città:
ché il solo uomo sono io che tanto ardisca.
Diòniso:
Tu sol, tu sol per Tebe ti travagli:
e i cimenti che meriti t'aspettano.
Seguimi! In salvo io lí ti guido. Altri
poi ti ricondurrà.
Pènteo:
Mia madre forse?
Diòniso:
Mèta agli occhi di tutti.
Pènteo:
E perciò vado.
Diòniso:
Ritornerai portato.
Pènteo:
A mio bell'agio!
Diòniso:
Nelle man' di tua madre.
Pènteo:
Oh me felice!
Diòniso:
Quello ch'io dico.
Pènteo:
Avrò quello che merito!
(S'avvia)
Diòniso:
Duro, sei, duro, e a dura impresa or muovi:
sí che al ciel salirà la gloria tua.
Tendi, àgave, le mani, e voi germane
figlie di Cadmo. Io guido questo giovane
ad un agone ov'io trionferò
con Bromio. Il resto lo diran gli eventi.
(Esce)
PRIMO SEMICORO: Strofe
Al monte, al monte, su', della Rabbia ministre, rapide
cagne, nel tíaso dove di Cadmo le figlie danzano.
Aizzatele
contro il furente che di femminee
vesti ravvolto, l'orge a spiare vien delle Mènadi!
SECONDO SEMICORO:
Da un'erta ignuda roccia, o da un albero,
lui nell'agguato prima sua madre scopre, e alle Mènadi
grida: «Chi dunque da Tebe volse dei piedi l'impeto
al monte al monte, Bacche, a spiarne? Chi a luce diedelo?
Non ei dal sangue nato è di femmina!
Di lionessa progenie è certo, di Libia Gorgone!»
PRIMO SEMICORO:
Brandendo un ferro, venga Giustizia
palese, e a mezza gola trafigga questo d'Echíone
figliuol terrigeno,
che Dèi, che leggi, che riti abomina!
PRIMA CORIFEA: Antistrofe
Che da non equo pensier sospinto, da iniqua furia,
contro le sacre tue feste e della tua madre, o Bromio,
si precipita
con pazza audacia, deliro, e vincere
vuol con la forza quanto è invincibile.
SECONDA CORIFEA:
Aver modesta mente che docile
si piega ai Numi, che non soverchia gli umani limiti,
questo è tranquillo viver. Saggezza scevra da invidia
cerco, e m'allieto. Chiaro m'è ogni altro supremo cómpito:
dí e notte compier sempre sante opere:
e respingendo ciò che non lece, dar gloria ai Superi.
SECONDO SEMICORO:
Brandendo un ferro venga Giustizia
palese, e a mezza gola trafigga questo d'Echíone
figliuol terrigeno,
che Dèi, che leggi, che riti abomina.
TUTTO IL CORO: Epodo
Mòstrati quale toro o dragone dalla molteplice
cervice, quale
lion che avvampi di fiamme rutilo:
vien', Bacco, e sopra costui che mosse contro le Mènadi
per farne duro scempio, con ilari
pupille un laccio scaglia mortale.
(Dal monte giunge, esterrefatto e angosciato, un messo)
MESSO:
O casa, avventurata un dí nell'èllade,
del vegliardo Sidonio, a cui la terra
messe fruttò dal seminato drago,
come, sebbene schiavo, io ti compiango!
CORIFEA:
Che fu? Che nuove annunci delle Mènadi?
MESSO:
Pènteo, figliuolo d'Echïòne, è morto!
CORIFEA:
Deh, come il tuo poter dimostri, o Bromio!
MESSO:
Come? Che dici mai? Per le sciagure
dei signor' nostri, o femmina, t'allegri?
CORO:
Levo di gioia selvaggio concento,
che piú dei ceppi non ho spavento!
MESSO:
Pensi che in Tebe alcun uom piú non sia?
CORO:
Evoè, evoè!
Tebe potere non ha piú su me!
MESSO:
Degna di scusa certo sei. Ma turpe,
donna, è gioire per le altrui sciagure.
CORO:
Narrami, narra in che maniera è morto
l'iniquo che compieva opere inique.
MESSO:
Poi che i soggiorni del tebano suolo
abbandonammo, dietro noi lasciate
le fluenti dell'Àsopo, alle rupi
del Citerone ci affrettiam, Pènteo,
io, che il mio re seguivo, e lo straniero
che a contemplare l'orge eraci guida.
E pria posammo in un vallone erboso,
muti, smorzando il battito dei piedi,
per vedere non visti. In una gola
cinta di rupi, fra spicciar di linfe,
sotto l'ombra dei pini, eran le Mènadi.
Sedeano, ad opre grazïose intente.
Cingevan queste nuove chiome d'ellera
ad un tirso sfrondato; e allegre quelle,
come puledre libere dal giogo,
intonavano a gara un carme bacchico.
Pènteo, che poco distinguea la turba
delle femmine, disse: «O forestiere,
di dove siamo non veggo io le Mènadi:
se un colle ascendo, od un eccelso abete,
meglio vedrò le loro opere turpi».
E lo straniero compiere un prodigio
allor vid'io: ghermita d'un abete
la somma vetta che toccava il cielo,
la trasse giú giú giú, sino alla terra
negra, simile a un arco, o ad una curva
che volubil compasso in giro incida.
Cosí curvò l'alpestre albero al suolo
lo stranier, non umana opra compiendo.
E, posato Pènteo fra i rami, il tronco,
pian piano, senza abbandonarlo a un tratto,
che via non crolli il carico, rilascia.
Dritto quello nell'ètere ristie',
su la cima reggendo il signor mio.
E lui scoprîr le Mènadi, piú ch'egli
non le scoprí. Ché mentre ancor nascosto
era fra i rami, lo straniero sparve,
e una voce per l'ètere - la voce
di Dïòniso, penso - risuonò:
«L'uomo io vi reco, o femmine, che voi,
che me, che l'orge mie mise in ludibrio:
traetene vendetta!». Ei sí gridava;
e per la terra e il firmamento insieme
corse un barbaglio di celeste fuoco.
L'ètere tacque, la valle selvosa
mute rattenne le sue foglie, grido
di fiera udito non avresti. E quelle,
che non bene distinta avean la voce,
in pie' surte, qua e là volgean gli sguardi.
Ed ei gridò di nuovo. Or, come bene
inteser che di Bromio era l'invito,
le figliuole di Cadmo si lanciarono,
non men veloci di colombe a volo,
àgave, la sua madre, e le sorelle,
e tutte le Baccanti. E sui torrenti
e i precipizi, trasvolavano, ebbre
dell'afflato del Nume. E come videro
sull'abete nascosto il mio Signore,
prima una rupe ascesero, che incontro
come torre s'ergeva, e con grande impeto
gli scagliavano sassi; ed altri i tirsi
contro Pènteo per l'aria erti vibravano,
miserevole meta!, e nol giungevano:
ch'oltre la loro furia era l'altezza
dove sedea, privo di scampo, il misero.
Con tronchi allor di querce, senza ferro
di leve, presero a scavar la terra,
a scalzar le radici. E poi che l'opera
al fine non giungeva, àgave disse:
«Su, ponetevi in giro, e al tronco, o Mènadi,
date di piglio, ché si colga infine
l'aerea fiera, e non riveli i mistici
riti del Dio». Con mille e mille mani
quelle abbrancâr l'abete, e lo divelsero;
e dall'eccelso suo rifugio, a terra,
con mille e mille strida, Pènteo giú
cadde, che si sentia giunto al suo fine.
Prima su lui piombò, ministra prima
fu del rito di sangue àgave a lui.
Ed ei, perché la madre lo ravvisi,
via dalle chiome le bende scagliò,
e le sfiorò la gota, e disse: «O madre,
io son Pènteo, sono tuo figlio! Nacqui
di te, nei tetti d'Echïóne! Ora, abbi
pietà di me; e per gli errori suoi,
non voler, madre, uccidere tuo figlio!».
Quella, sputando bava, e roteando,
torcendo le pupille, e dissennata,
era invasa dal Nume, e non l'udiva;
ma con la manca un braccio gli afferrò,
e, il pie' puntando sopra il fianco al misero,
l'omero gli strappò: non di sua forza,
ma nelle mani un Dio vigor le infuse.
Dall'altro lato, a sbranargli le carni
Ino s'adoperava, e Autònoe e tutte
le Baccanti: era un ululo confuso,
ei gemendo finché trasse il respiro,
e l'altre alzavan grida di vittoria.
Ed una un braccio, un pie' l'altra portava:
nude l'ossa apparian dai fianchi rotti;
e con le mani sanguinose tutte
si palleggiavan di Pènteo le carni.
E giace il corpo qua e là, tra rupi
aspre, e del fitto bosco fra le chiome,
né facile è trovarlo. E il capo misero,
tra le sue man la madre il prese, e, fittolo
sul tirso, come d'un leone alpestre,
tra i gioghi via del Citerón lo porta,
lasciate in danza le sorelle Mènadi.
Ed orgogliosa della triste caccia,
a queste mura or muove, e invoca Bacco,
che insiem con lei cacciò, prese la nobile
preda, che dà di lagrime trofeo.
Pria che giunga la misera alla reggia,
dall'orribile vista io m'allontano.
(Il messo va via)
CORO:
Danze intrecciamo in gloria
di Bacco, ad alte grida
annunciam di Pènteo la triste sorte,
del figliuolo del drago, che femminee
vesti cingeva, che impugnò la ferula
a cercar la sua morte;
e un toro a lui fu guida
lungo la via funesta.
E voi, cadmee Baccanti,
potete celebrar vostra vittoria
con ululi, con pianti. Oh bella gesta
del sangue d'un figliuolo le mani aver grondanti!
(Giungono da lungi le grida dissennate d'àgave)
CORIFEA:
Su via, la madre di Pènteo s'accolga,
che roteando le pupille giunge,
e il corteggio con lei dell'Evio Nume.
àgave (Grida dal di dentro): Strofe
Baccanti d'Asia!
CORIFEA:
Perché mi chiami?
àgave (Entra in folle corsa, brandendo il tirso su cui è infitta
la testa di Pènteo, fra rami d'ellera. La segue uno stuolo di donne
in costume di Mènadi, dissennate e deliranti):
Dall'alpe una mirabile
preda, fra questi rami
testé recisi, a questa reggia io reco.
CORIFEA:
Vedo! E dei balli miei socia ti faccio!
àgave:
Vedete, dunque? Io preso ho questo tenero
leone, senza laccio!
CORIFEA:
In che deserto luogo?
àgave:
Del Citerone il giogo...
CORIFEA:
Che fece il Citerone?
àgave:
A lui die' morte.
CORIFEA:
Chi prima lo colpí?
àgave:
Fu mia la sorte,
e i tíasi esalteranno la mia gloria.
CORIFEA:
E dopo te?
àgave:
La prole...
CORIFEA:
Quale prole?
àgave:
Di Cadmo le figliuole,
dopo me, dopo me, colpian la fiera!
CORIFEA:
Andare puoi di simil caccia altiera!
àgave: Antistrofe
Meco banchetta!
CORIFEA:
Che dici, o misera?
àgave (Vagheggia la testa):
Del capo sotto i morbidi
crini, questo vitello
le gote or ora ombrava di lanugine.
CORIFEA:
Come d'agreste belva è sua criniera!
àgave:
Bacco, ben destro cacciator, le Mènadi
lanciò su questa fiera!
CORIFEA:
Di cacce il Nume gode!
àgave:
Or tu non mi dài lode?
CORIFEA:
Sí, ti dò lode...
àgave:
E il popolo di Tebe,
presto...
CORIFEA:
e a sua madre anche il figliuol Pènteo...
àgave:
Plauso darà pel nobile trofeo!
CORIFEA:
Mirabil preda!
àgave:
E con grand'arte colta!
CORIFEA:
Dunque t'allegri?
àgave:
Molta,
molta gioia m'invade; e manifesta
a Tebe tutta sarà la mia gesta!
CORIFEA:
Ai cittadini, o misera, la preda
vittoriosa ch'ài recata, mostra.
àgave:
Venite, o voi che dimorate nella
turrita rocca del tebano suolo,
e vedete qual fiera abbiam cacciata
noi, le figlie di Cadmo, senza lancio
di giavellotti tessali né reti,
ma con la furia delle bianche mani!
Oh vano millantar di chi con l'armi
muove alla caccia! Con le sole mani
noi questa fiera abbiam predato, abbiamo
dilacerate le sue membra. Ov'è
il vecchio padre mio? S'accosti. Ov'è
il figlio mio Pènteo? Prenda una solida
scala, e l'appoggi ai muri della reggia,
e questo capo del leone, ch'io
trafissi in caccia, sopra il fregio infigga.
CADMO (Seguito da servi che portano su una barella i resti
sbranati di Pènteo):
Seguitemi, portando questo misero
carico di Pènteo, servi, seguitemi
presso alla casa, dove il corpo io reco,
che ritrovai, con mille e mille stenti,
disfatto in brani, né un sol brano presso
l'altro, del Citerone fra i recessi.
Com'io ponevo entro le mura il piede,
col vegliardo Tìresia, fra le Mènadi,
alcuno mi narrò l'insana furia
delle mie figlie: ond'io, tornato al monte,
il figliuolo cercai, da quelle ucciso.
Ed Ino ed Autonòe vagolar vidi
fra i querceti, dall'estro ancora invase:
d'àgave alcun mi disse che l'aveva
qui spinta Bacco; e non mi disse il falso:
ché innanzi a me la scorgo. Ahi, fiera vista!
àgave:
O padre, molto glorïarti puoi,
che generasti valorose figlie
come niun dei mortali: io dico tutte,
e piú di tutte me, che, abbandonate
presso i telai le spole, a maggior gesta
venni, e cacciai con le mani le belve!
E nelle braccia, come vedi, reco
questi trofei, che in cima alla tua reggia
vengano appesi. E tu, padre, gradiscili,
ed orgoglioso di mia preda, invita
a banchettar gli amici: ché beato
ti fa, beato, l'opra che compiemmo!
CADMO:
O doglia immane onde rifugge il guardo!
O strage, o mani misere omicide!
Bella vittima ai Numi hai tu sgozzata,
che me, che Tebe a banchettare inviti!
Oh sciagura su te, su me sciagura,
che giusto fu, ma troppo ne distrusse
Bromio, che nacque dalla nostra casa.
àgave:
Com'è burbera e sempre accipigliata
l'età senile! Oh, se mio figlio tanto
valesse in caccia quanto val sua madre,
quando si lancia delle belve in traccia
fra i giovani di Tebe! Egli coi Numi
soltanto, invece, sa pugnar! Ma tu
ammoniscilo, oh padre. Or chi lo chiama,
ch'egli vegga la mia felicità?
CADMO:
Ahi, ahi, se al senno tornerete, orribile
strazio v'assalirà pel vostro scempio!
àgave:
Di non bello e di tristo in ciò che vedi?
CADMO:
Prima lo sguardo in questo ètere figgi!
àgave:
Devo fissare l'ètere? Perché?
CADMO:
Ti par lo stesso, o che mutato sia?
àgave:
Piú limpido mi sembra, ora, piú lucido.
CADMO:
Lo smarrimento in seno ancor ti dura?
àgave:
Non t'intendo. Ma ben parmi tramuti
il mio pensiero, e che a ragione io torni.
CADMO:
Puoi darmi ascolto e limpida risposta?
àgave:
Sí: né quanto pria dissi io piú rammento.
CADMO:
A quale casa gl'Imenèi t'addussero?
àgave:
Sposa mi desti ad Echïón terrigeno.
CADMO:
E quale figlio ad Echïóne nacque?
àgave:
Dall'amor suo, dal mio, nacque Pènteo.
CADMO:
E di chi rechi fra le braccia il capo?
àgave:
D'un leon... disse chi con me lo prese.
CADMO:
Guarda bene: è guardar lieve fatica.
àgave:
Che vedo, ahimè! Queste mie man' che recano?
CADMO:
Fissalo bene, e lo saprai ben chiaro.
àgave:
Oh me infelice! Oh spasimo crudele!
CADMO:
Che somigli a un leon dunque ti sembra?
àgave:
No! Questo è il capo di Pènteo, me misera!
CADMO:
Io lo piangevo, e tu nol conoscevi!
àgave:
Chi l'uccise? Com'è fra le mie mani?
CADMO:
Triste, se giunge inopportuno, il vero!
àgave:
Parla! Mi balza nell'attesa il cuore!
CADMO:
Tu l'uccidesti e le sorelle tue.
àgave:
Dove fu ucciso? Nella reggia? O dove?
CADMO:
Dove Atteon le cagne già sbranarono.
àgave:
E perché al monte andò lo sventurato?
CADMO:
Per fare al Nume oltraggio, e ai vostri riti.
àgave:
E come noi su lui quivi piombammo?
CADMO:
Bacco voi folli, e tutta Tebe rese.
àgave:
Ora comprendo! Ci colpí Dïòniso!
CADMO:
Dio non lo credevate! Offeso, offese.
àgave:
E il caro corpo di Pènteo, dov'è?
CADMO:
L'ho ritrovato a stento, e qui lo reco.
àgave:
Congiunte insiem le membra sue trovasti?
CADMO:
...........................................
àgave:
Che colpa avea di mia follia, Pènteo?
CADMO:
Pari si rese a voi spregiando il Nume:
e il Nume voi nella rovina stessa
sospinse, e quello, e sterminò la casa,
e me, che, privo di progenie maschia,
vedo il rampollo del tuo grembo, o misera,
finir di sí nefanda orrida fine!
La casa volto a lui tenea lo sguardo:
tu reggevi i miei tetti, o figlio della
mia figlia; e lo sgomento eri di Tebe.
Né osava alcuno fare ingiuria al vecchio,
vedendo te: ché il fio pagato avrebbe.
Ma senza onore via dalla sua casa
sarà scacciato adesso il vecchio Cadmo,
che dei Tebani seminò la stirpe,
e ne raccolse peregrina messe.
Oh il piú diletto fra i mortali tutti,
ché morto ancor fra i piú diletti sei,
oh figlio mio, non piú con la tua mano
accarezzando questa guancia, il padre
della tua madre incontrerai per dirgli:
«Chi ti fa torto, chi ti nega onore?
Il cuore tuo chi affligge e turba, o vecchio?
Di' ch'io punisca chi t'offese, o padre!».
Ora infelice io sono, e sventurato
sei tu, degna di pianto è la tua madre,
miseri i tuoi congiunti! Oh, se v'è alcuno
che disprezza i Celesti, a questa morte
riguardi, e creda che vi sono i Numi.
CORIFEA:
Cadmo, di te mi duol. Giusta la pena
pel tuo nipote fu, ma per te dura!
àgave:
O padre, vedi la sciagura mia!
Pènteo miseramente fra le rupi
sbranato giacque. Ed ora, con che lagrime
lo piangerò? Come potrò, me misera,
stringerlo al sen, toccarlo con le mani
che commiser lo scempio? A brani a brani
le membra che ho nutrite io bacerò!
(Sulla tomba di Semèle appare Diòniso)
Diòniso:
Di lacci egli m'avvinse, mi coprí
di contumelie; onde il morir fu poco
a quanto oprò. Né tacerò la sorte
che agli altri incombe.
(Ad àgave)
Tu con le sorelle
Tebe lasciar dovrete, e il fio pagare
del duro scempio a lui che avete ucciso;
né vedrete piú mai la patria vostra.
(A Cadmo)
In drago tu tramuterai tua forma;
ed Armonia, che a te, mortale, Marte
diede in isposa, sarà fatta serpe.
E fatto re di barbari, una coppia
guiderai di vitelli con tua moglie,
come dice l'oracolo di Giove;
distruggerai con infinito esercito
molte città: poi, quando il santuario
struggeranno d'Apollo, avranno un misero
ritorno; e te nel regno dei Beati
Marte con Armonia stabilirà.
Questo dico io, non di mortale nato,
ma di Giove, Dïòniso; se saggi
stati voi foste allor che non voleste,
vi sarei stato amico, e voi felici.
àgave:
Ti femmo torto. Or ti preghiam, Dïòniso!
Diòniso:
Tardi! Mi sconosceste a tempo debito.
àgave:
Vero è; ma troppo contro noi t'avventi!
Diòniso:
Perché da voi venni oltraggiato, io Nume.
àgave:
Rancor mortale ai Numi non si addice!
Diòniso:
Di Giove è quanto avvien decreto antico.
àgave:
Padre! ahi misero esiglio è a noi prescritto!
Diòniso:
A che indugiare quanto fare è d'uopo?
(Sparisce)
CADMO:
In quale, o figlia, orribile sciagura
cademmo, tu, le tue sorelle, o misera,
ed io, tapino, che cercar, già vecchio,
debbo asilo tra i barbari! Destino
è per me dunque ancor guidare in Ellade
un'accozzaglia barbara di genti,
e, fatto drago, la consorte mia,
figlia di Marte, tramutata in aspide,
guidare all'are ed alle tombe Ellène,
d'un esercito a capo. E mai, tapino,
mai fine avranno le sciagure mie.
Neppure quando scenderò l'inferna
corrente d'Acheronte, io pace avrò.
àgave:
Padre ed io da te lungi andrò fuggiasca!
(Lo abbraccia)
CADMO:
Misera figlia, a che m'abbracci? Bianco
al par d'un cigno io sono, e nulla valgo.
àgave:
Lontana dalla patria, or dove andrò?
CADMO:
Non so! Non può giovarti, o figlia, il padre!
àgave:
Addio, mia casa! Addio
terra ove nacqui. Lungi dalla reggia
ove fui sposa, me spinge sventura.
CADMO:
O figlia, muovi or dove d'Aristèo...
àgave (A Cadmo):
Io per te piango, o padre!
CADMO:
Io per te, figlia, e per le tue sorelle.
àgave:
Troppo fu dura l'onta che Dïòniso
sopra la casa tua volle aggravare.
CADMO:
E grave onta da noi soffrí: ché in Tebe
mai non ebbe il suo nome onore alcuno!
àgave:
Salute, o padre, a te.
CADMO:
Salute, o figlia:
Ma che salute mai trovar potresti?
àgave (Alle ancelle):
Siatemi or guida alle sorelle mie,
che misere compagne
mi sian d'esiglio. E possa io, possa giungere
dove né me piú vegga
il Citerone maledetto, né
queste pupille il Citerone, dove
del tirso piú ricordo alcun non resti.
(Esce sostenuta dalle ancelle)
PRIMA CORIFEA:
Spesso tramuta quando oprano i Dèmoni,
e inaspettati eventi i Numi compiono.
E a ciò che s'attendea negarono esito,
e all'inatteso aprîr tramite agevole.
Della favola triste è questo il termine.
"La verità, per quanto dolorosa, per quanto carica di conseguenze che sconvolgono l'esistenza, è condizione indispensabile per la vita. Non si tratta della semplice verità di un nome, un origine o una filiazione. La verità afferma, è la condizione per essere se stessi". Victoria Donda
Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post
https://drive.google.com/file/d/1p3GwkiDugGlAKm0ESPZxv_Z2a1o8CicJ/view?usp=drivesdk
domenica, febbraio 09, 2014
Euripide Baccanti
sabato, febbraio 08, 2014
Macchine della tortura
Sarà stata l'estate del 1997 a Bologna vicino alla libreria Feltrinelli in una piazzetta alcuni anarchici facevano una manifestazione esponendo macchine della tortura della Santa Inquisizione durante le persecuzioni delle streghe e degli eretici. Mi avvicino al banchetto, ancora ero lucido, vedo dei libri ed uno mi colpisce Simonetti Walter Il traditore. Chiedo di prenderlo ma dicono che non si può è un libro illegale c'è il segreto di Stato su tutto quello che riguarda Simonetti. Leggi speciali che neanche sono scritte nella costituzione democratica che al primo articolo dice L'Italia è una Repubblica fondata sul(lo sfruttamneto) del lavoro,. All'ora mi metto a leggerlo li non sono molte pagine. Da quello che ricordo l'opuscolo è un insieme di ignominie contro Simonetti Walter traditore, debole, criminale, infame, assassino, agente provocatore fascista, sionista proprio della vita vera di un maledetto non c'è traccia. Il ringiovanimento, l'esperimento nazista fatto dallo Stato, fisico di 2 anni e poi di altri 2 anni non si parla. Non si parla della faccia cancellata con una plastica dell'identità del nome finiti nell'oblio delle prioprietà espropiate senza che nessuna legge che lo permettesse. Della condanna del PCI a non avere rappporti con gentil sesso ogni donna e ragazza che si avvicina a Simonetti viene prima minacciata e poi violentata. Simonetti tramite ipnosi e lavaggi del cervello viene rimodellato a piacimento dalle merde del potere. Pe farlo diventare un vegetale. Amen. Marimane sempre un refrattario.
Così nasce un essere mostruoso.Così si è distrutto una mcchina desiderante nomadica.
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Simonetti Walter
Necaev Il catechismo del rivoluzionario
Necaev Il catechismo del rivoluzionario
1. Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro, un unico pensiero, un'unica passione – la rivoluzione.
2. Nel suo intimo, non solo a parole, ma nei fatti, egli ha spezzato ogni legame con l'ordinamento sociale e con l'intero mondo civile, con tutte le leggi, gli usi, le convenzioni sociali e le regole morali di esso. Il rivoluzionario è suo nemico implacabile e continua a viverci solo per distruggerlo con maggior sicurezza.
3. Il rivoluzionario disprezza ogni dottrinarismo e ha rinunciato alle scienze profane, che egli lascia alle generazioni future. Conosce un'unica scienza, la scienza della distruzione. Per questo, e soltanto per questo, egli studia attualmente la meccanica, la fisica, la chimica e perfino la medicina. Per questo egli studia giorno e notte la scienza viva – gli uomini, i caratteri, le situazioni e tutte le condizioni del regime sociale presente, in tutti gli strati possibili [sic]. Lo scopo è uno soltanto la distruzione rapida di questo immondo regime.
4. Egli disprezza l'opinione pubblica. Disprezza e detesta la morale vigente nella società in ogni suo motivo e manifestazione. Per lui è morale tutto ciò che contribuisce al trionfo della rivoluzione; immorale e criminale tutto ciò che l'ostacola.
5. I1 rivoluzionario è un uomo perduto, spietato verso lo Stato e verso la società istruita in genere; da essa non deve dunque aspettarsi nessuna pietà. Fra lui da una parte, lo Stato e la società dall'altra, esiste uno stato di guerra, visibile o invisibile, ma permanente e implacabile – una guerra all'ultimo sangue. Egli deve imparare a sopportare la tortura.
6. Duro verso se stesso, deve essere duro anche verso gli altri. Tutti i sentimenti teneri che rendono effeminati, come i legami di parentela, l'amicizia, la gratitudine, lo stesso onore, devono essere soffocati in lui dall'unica, fredda passione per la causa rivoluzionaria. Per lui non esiste che un'unica gioia, un'unica consolazione, ricompensa e soddisfazione: il successo della rivoluzione. Giorno e notte, deve avere un unico pensiero, un unico scopo: la distruzione spietata. Aspirando freddamente e instancabilmente a questo scopo, deve essere pronto a morire, e a distruggere con le proprie mani tutto ciò che ne ostacola la realizzazione.
7. La natura del vero rivoluzionario esclude ogni romanticismo, ogni sensibilità, entusiasmo e infatuazione. Esclude anche l'odio e la vendetta personali. La passione rivoluzionaria, diventata in lui una seconda natura, deve in ogni momento essere unita a un freddo calcolo. Dovunque e sempre, egli deve essere non ciò cui lo incitano le sue tendenze personali, ma ciò che l'interesse generale della rivoluzione gli prescrive [di essere].
Il rapporto del rivoluzionario con i suoi compagni
8. Per un rivoluzionario, un amico è solo uno che ha dimostrato con le sue azioni che egli è anche un rivoluzionario. L'amicizia, la dedizione o altri obblighi dell'amico dipende dalla sua utilità per la causa rivoluzionaria.
9. La solidarietà tra i rivoluzionari non richiede discussioni. La forza del lavoro rivoluzionario dipende da questo. I compagni che sono sullo stesso livello di comprensione e di passione rivoluzionaria dovrebbero, per quanto possibile, discutere insieme le principali azioni e giungere a conclusioni unanimi. Tuttavia, durante l'esecuzione di ogni piano deve contare solo su se stesso. Per eseguire le varie azioni distruttive, ognuno deve agire da solo, e chiedere consiglio o aiuto dai suoi amici solo se è necessario per il successo.
10. Ogni compagno sarà utile ai diversi ranghi rivoluzionari,chè siano di secondo o terzo rango. Bisogna essere considerato come parte del capitale rivoluzionario e si viene messi a sua disposizione per cercare di renderlo il più utile possibile. Bisogna considerare come un capitale da investire il condannato per il trionfo della causa rivoluzionaria, ma non è autorizzato a provvedere personalmente che il capitale venga investito senza il consenso degli altri compagni per la piena causa rivoluzionaria.
11. Quando un collega ha un problema, e si vuole decidere se salvarlo o no, il rivoluzionario non si deve far guidare dai sentimenti personali, ma solo dagli interessi della causa. Pertanto, è necessario valutare attentamente l'utilità del compagno in difficoltà e il costo dello sforzo per salvarlo, e decidere se costui ha un peso maggiore la causa
Il rapporto del rivoluzionario con la società
12. L'accettazione di un nuovo membro all'interno dell'organizzazione, uno che ha dimostrato la sua lealtà non con le parole ma con le azioni, è qualcosa che può essere deciso solo con il consenso unanime.
13. Un rivoluzionario entra nel mondo dello Stato e del mondo intellettuale, e vivere al loro interno, con il solo scopo di rapida e totale distruzione. Ci sarà un rivoluzionario, se avete qualche simpatia per alcuni di quel mondo, o se ci si ferma alla distruzione di un qualsiasi stato di cose, relazioni o altre cose che appartengono a questo mondo in cui tutto deve essere altrettanto odiato. Peggio per lui se ha famiglia, gli amici o relazioni d'amore; non potrà essere un rivoluzionario se si ferma a queste cose.
14. Con il proposito della distruzione impietosa, il rivoluzionario può e spesso deve vivere nella società, fingendo di essere ciò che non è. Il rivoluzionario deve penetrare tutto dappertutto: le classi superiori e medie, dal mercante di negozio alla chiesa, dal palazzo nobiliare ai mondi della burocrazia, dall'esercito alla letteratura compresa anche la Third Division (la polizia segreta); incluso anche dentro il Palazzo d'Inverno (lo Zar).
15. Tutto questa società sporca sarà suddivisa in diverse categorie. La prima categoria è chi morirà senza indugio. L'Organizzazione di compagni rivoluzionari compilerà gli elenchi dei detenuti, tenendo conto dei potenziali danni che possono fare per la rivoluzione, ed eliminati al primo posto in cima alla lista.
16. Unendo queste liste, ordinatamente e raggruppate dei condannati, non deve essere presa in considerazione la malvagità personale dell'uomo o che provoca l'odio fra i compagni o le persone. Che il male e l'odio possono essere utilizzati temporaneamente per guidare la rivolta delle masse. E 'necessario tener conto del grado in cui la sua morte potrebbe portare alla causa rivoluzionaria. Prima di tutto, è necessario distruggere coloro che possono fare più male per l'organizzazione rivoluzionaria, o usarli per causare la morte improvvisa e violenta di coloro che dirigono il terrore nel governo, indebolendo il loro potere e privandola della sua più energica e intelligente.
17. Il secondo gruppo è costituito da quelle persone che sono autorizzati a vivere temporaneamente, perché i loro terribili atti porterà il popolo a una rivolta inevitabile.
18. La terza categoria comprende una moltitudine di persone di alta posizione, gli animali che non hanno una grande intelligenza ed energia, ma hanno solo la ricchezza oltre allo status sociale, le connessioni, influenza e potere. Devi sfruttare in ogni modo possibile, coinvolgerli, confondere, e conoscere, per quanto possibile, i loro segreti sporchi, al fine di assoggettarli. Il suo potere, l'influenza, le connessioni e la ricchezza potrebbe diventare un tesoro e un grande aiuto per molte imprese rivoluzionarie.
19. La quarta categoria è quelle degli ambiziosi e liberali di varie tonalità. Si può cospirare con loro, fingendo che seguono ciecamente, ma al tempo stesso li hai sotto controllo, conoscere tutti i segreti, coinvolgere il più possibile... in modo che si sporcano e danneggiano lo stato con le proprie mani.
20.La quinta categoria consiste in dottrinari, cospiratori e rivoluzionari che tagliano una grande figura sulla carta o nelle loro combriccole. Essi devono essere costantemente spinti a fare dichiarazioni compromettenti: di conseguenza, la maggior parte di essi saranno distrutti, mentre una minoranza diventeranno veri rivoluzionari.
21. La sesta categoria, e molto importante,sono le donne. Queste dovrebbero essere divise in tre categorie. In primo luogo, quelle donne "con la testa d'aria" e quindi inconscie e senz'anima, possono essere utilizzati nello stesso modo degli uomini delle categorie terza e quarta. La categoria successiva sono le donne che sono appassionate, dedicate e di talento e non sono ancora pienamente consapevoli, austere e rivoluzionarie. Essi dovrebbero essere usate come gli uomini della quinta categoria. Infine, queste donne sono del tutto nostre, cioè coloro che hanno accettato il nostro programma e sono completamente dedicate a lui. Sono i nostri compagni, e li consideriamo il nostro tesoro più prezioso senza il cui aiuto non possiamo avere successo.
L'atteggiamento dell'Organizzazione sul popolo
22. L'organizzazione non ha altro obiettivo che la completa liberazione e la felicità della gente, cioè, il lavoratore comune e ordinaria. Ma con la convinzione che la felicità per questo rilascio è possibile solo per mezzo di una rivoluzione popolare totale e distruttiva, quindi l'Organizzazione incoraggerà, con tutti i suoi mezzi e risorse per lo sviluppo e l'intensificazione di tali calamità e di mali per far esaurire la pazienza al popolo e portarlo a una rivolta totale.
23. Su "Rivoluzione" la nostra organizzazione non intende un modello o padrone,nel senso classico occidentale,a una mossa che si ferma sempre e si inchina ai diritti della proprietà privata e alle tradizioni di ordine pubblico e alla,così detta, civiltà e moralità. Né la rivoluzione si intende un modulo che è stato finora limitato a deporre un modello politico per sostituirla con una che tenta di creare uno Stato,chiamiamolo così,rivoluzionario. L'unica rivoluzione che può essere di beneficio per il popolo sarà la rivoluzione che distruggerà alla radice ogni componente dello Stato, e può distruggere tutte le istituzioni tradizionali dello Stato, di ordine sociale e classista in Russia.
24. L'Organizzazione non cerca di imporre dall'alto una nuova organizzazione per il popolo. La futura organizzazione crescerà, senza dubbio, dal movimento popolare e dalla vita, ma che sarà il compito delle generazioni future. Il nostro compito è la distruzione spietata, terribile, completa e universale.
25. Quindi, per essere più vicina alla gente, abbiamo bisogno di unità con gli elementi della vita popolare, a partire dall'inizio del potere dello Stato a Mosca in cui il popolo ha continuato a protestare, non solo a parole ma con azioni contro qualsiasi ciò che è direttamente o indirettamente abbia a che fare con lo Stato: contro la nobiltà, contro i burocrati, contro il clero e contro i kulaki (i contadini ricchi, proprietari delle piantagioni che hanno usato schiavi o servi). Uniamoci con i banditi audaci, gli unici veri rivoluzionari in Russia.
26. Iscriviti a questo mondo con una forza invincibile e indomito: questo è l'obiettivo della nostra organizzazione, il nostro complotto e il nostro compito.
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Il catechismo del rivoluzionario,
Necaev
giovedì, febbraio 06, 2014
Raoul Vaneigem The Resistance to Christianity
Translator’s Introduction
It’s unfortunate that the author of this remarkable book, Raoul Vaneigem, did
not take the time to write a concise and easily understandable “Foreword.” Instead,
as the reader will see, he dashed off something that only a few people — those
who have already had the good fortune to read The Movement of the Free Spirit,
which covers some of the same ground — would be able to fully understand. In
addition, this chaotic, confusing and cavalier “Foreword” discusses the events and
possibilities of the Twentieth and Twenty-First Centuries, while the book itself
covers a period that, with the exception of the last section of the last chapter,
ends with the Eighteenth Century (1793, to be exact). As a result, it is possible
that very few readers will move beyond the “Foreword” and try to read the many
chapters that follow it. And, of course, that would be a great shame.
Indeed, the “Foreword” to this book is so inadequate to the task at hand that
we considered either supplementing it or replacing it entirely with the two short
texts that introduce the English translation of The Movement of the Free Spirit (New
York: Zone Books, 1994). But we decided against such interventions: Vaneigem
certainly had his reasons for writing such a text. As he explains in the first chapter
of The Movement of the Free Spirit,
As he analyzed the reproduction and self-destruction of commodities Marx
never asked himself how far his personal behavior obeyed economic reflexes.
His critique is the product of an intellectualism that reproduces the power
of the mind over the body; it is the work of a lasting influence of God on the
material world.
Vaneigem also detects “intellectualism” — that is, a lack of traces of his own
“personal behavior” and the “lasting influence of God” — in his own work. He
writes in the “Introduction” to The Movement of the Free Spirit that
This stubborn determination not to let anything take precedence over the will
to live, to reject at whatever cost even the most imperative calls of survival,
first took shape in my books The Revolution of Everyday Life and The Book of
Pleasures. The latter was needed to clarify and correct the former, to remove
the intellectual cast that won it high esteem from people incapable of putting
its lessons into practice but who, instead, used them as a consoling alibi for
their own premature aging.
And so, to counter the “intellectualist” cast and reception of The Movement of the
Free Spirit, Vaneigem saddled The Resistance to Christianity with a “Foreword” that
would discourage certain (many?) readers from misusing it or even reading it in
the first place. This certainly explains the curious last sentence in his “Foreword”:
“If it is, finally, necessary to furnish an excuse for a style of writing in which one
hardly finds the care that I give to the books that are not too far removed from
the line of my life, I would like simply to say that each matter has been given
the treatment that it suggests.” Fortunately for us, this is as far as the parallelism
between the two sets of books goes. While The Revolution of Everyday Life (written
between 1963 and 1965, and published in 1967) is an excellent book, The Book of
Pleasures (1979) is a piece of crap; but both The Movement of the Free Spirit and
The Resistance to Christianity are superb, indeed, much better than The Revolution
of Everyday Life.
Let there be no mistake: The Resistance to Christianity is a scholarly work, even
more so than The Movement of the Free Spirit. In his “defense” of “the cursory
character” of The Movement of the Free Spirit, Vaneigem refers to “the sheer number
of texts that had to be uncovered and translated.” But if its predecessor was
“cursory” or incomplete (it is in fact neither), then The Resistance to Christianity is
exhaustive, even definitive. Not only does it incorporate the ground covered by its
predecessor — that is, the resistance to Christianity (the “heresies”) of the Middle
Ages and the Renaissance — but it also extends this ground in both directions:
forward into the Seventeenth and Eighteenth Centuries, and all the way back
to the Seventh Century B.C.E. Like its predecessor, The Resistance to Christianity
demonstrates an astonishing erudition: trained in Latin as a student, its author
also calls upon works written in English, Italian, Dutch, German and, of course,
French.
Vaneigem’s motivations for reiterating the (best parts of the) material contained
in The Movement of the Free Spirit were two-fold: he couldn’t very well get to the
Enlightenment without going through the Renaissance; and he couldn’t simply
refer his readers to The Movement of the Free Spirit, because — at least in its French
version — the book wasn’t reprinted by its original publisher after the first edition,
which was hardcover only and appears to have been quite limited. Indeed, Frenchlanguage
readers had to wait until 2005 for the book to be reprinted. (Thanks to a
1998 reprint as a paperback, the English translation has never gone out of print.)
* * *
Born on 21 March 1934 in Lessines, Belgium, Raoul Vaneigem is best known
for being a member of the Situationist International (the “SI”), which he joined in
1961. An unusual grouping of European radical artists, filmmakers and writers,
the SI was founded in 1957 and dissolved in 1972. Between those years, the
group reinvented the theory of proletarian revolution and propagated it through
a journal called Internationale Situationniste, several books and a great many
scandalous provocations. The SI was deeply involved in the protests, riots and
occupations that nearly toppled the French government in May-June 1968.
Given this pedigree, one might be surprised that Vaneigem has been so interested
in Judeo-Christianity, even if his interest is focused upon the beliefs and
practices that have been categorized, denounced and forbidden as “heretical.” Is
not heresy simply the “negative” twin of orthodoxy? Were not the situationists
dedicated to the abolition of religion as well as the abolition of capitalism and the
State? The answer to both questions is “Yes.” But in much the same way that his
fellow situationist, Guy Debord (author of the anti-spectacular book The Society of
the Spectacle), has made several films, Raoul Vaneigem has written several books
on the subject of heresy. Unfortunately, few of them have been translated into
English.
For Vaneigem, religious values and behaviors — guilt, self-hatred, fear of pleasure,
the hope for a future heaven on earth and, above all, the contempt for the
body and for the earth — persist (even) among those who consider themselves
to be atheists and anarchists. They persist, not only in their political ideologies
(which are often informed by the notions and practices of hard work, self-sacrifice
and intellectual and moral superiority), but also in their psychological states
(often imbued with weariness, resignation, self-contempt and a sense of impotence).
Just like “the others” — the capitalists, the bureaucrats employed by the
State and the “religious nuts” — atheists and anarchists all-too-often neglect or
abuse their personal health, their capacities for (sexual) pleasure and the roles
that women play in their organizations and actions.
And yet The Resistance to Christianity is not a pep talk or a self-help manual. It
is a very serious historical (albeit subjective) investigation into the rise and fall
of Judeo-Christianity. In his “Introduction” to The Movement of the Free Spirit,
Vaneigem says,
I want to challenge those who dehumanize history, seeing it as fated and
fatal: hence my wish to pay homage to those who refused to give in to the
idea that history moves toward some inevitable outcome. I want also to seek
out signs of life, behind the edifices of religious and ideological obscurantism,
and in so doing I hope to dispense once and for all with the cherished but
no less dubious notion of a Christian Middle Ages.
Substitute “Western civilization” for “Middle Ages” and you will have an idea
of what Vaneigem is up to in The Resistance to Christianity.
In this incredibly ambitious project, Vaneigem both relies heavily upon and
disagrees with a number of “traditional” historians, but especially Norman Cohn,
the author of The Pursuit of the Millennium: Revolutionary Messianism in Medieval
and Reformation Europe and its Bearing on Modern Totalitarian Movements. Originally
published in 1957, and revised and reprinted in 1961, this pioneering and
exceptionally influential work claims that,
Although it would be a gross over-simplification to identify the [Medieval]
world of chiliastic exaltation with the world of social unrest, there were
many times when needy and discontented masses were captured by some
millennial prophet. And when that happened movements were apt to arise
which, though relatively small and short-lived, can be seen in retrospect
to bear a startling resemblance to the great totalitarian movements of our
own day [ . . . ] The time seems ripe for an examination of those remote
foreshadowings of present conditions. If such an enquiry can throw no
appreciable light on the workings of established totalitarian states, it might,
and I think it does, throw considerable light on the sociology and psychology
of totalitarian movements in their revolutionary heyday.
As Greil Marcus has noted in Lipstick Traces: A Secret History of the 20th Century,
the situationists “would carefully plunder” Cohn’s book, which was published in
France in 1962 under the title Fanatiques de l’Apocalypse. But the situationists
saw the validity of Cohn’s hypothesis only when it was inverted. In The Society
of the Spectacle, Guy Debord points out that,
The great European peasant revolts were likewise a response to history — a history
that was wresting the peasantry from the patriarchal slumber thitherto
guaranteed by the feudal order. This was the moment when a millenarian
utopianism aspiring to build heaven on earth brought back to the forefront
an idea that had been at the origin of semi-historical religion, when the early
Christian communities, like the Judaic messianism from which they sprang,
responded to the troubles and misfortunes of their time by announcing the
imminent realization of God’s Kingdom, and so added an element of disquiet
and subversion to ancient society [ . . . ] So, contrary to what Norman
Cohn believes he has demonstrated in The Pursuit of the Millennium, modern
revolutionary hopes are not an irrational sequel to the religious passion of
millenarianism. The exact opposite is true: millenarianism, the expression
of a revolutionary class struggle speaking the language of religion for the
last time, was already a modern revolutionary tendency, lacking only the
consciousness of being historical and nothing more. The millenarians were
doomed to defeat because they could not recognize revolution as their own
handiwork. The fact that they made their action conditional upon an external
sign of God’s will was a translation onto the level of thought of the tendency
of insurgent peasants to follow outside leaders.
Though he generally accredits this analysis, Vaneigem’s position in The Resistance
to Christianity is somewhat more nuanced. As he states in Chapter 33, “The
great revolutionary movements gave to millenarianism a more ideological than
religious form — nevertheless, it would be a mistake to underestimate the role of
irrational and Joachimite faith in Nazi millenarianism, that is, in the antithesis of
the projects of a classless society or an ecological paradise, both carried to consciousness
by the successive waves of the economy.” On the other hand — unlike
Cohn and Debord — Vaneigem does not see a general consistency or uniformity
in millenarianism. In his “Introduction” to The Movement of the Spirit, he says,
“The partisans of the Free Spirit were divided on one fundamental issue.”
Driven by their will to follow nature, some identified with God and the
ordinariness if his tyranny, using force, violence, constraint and seduction
to secure the right to gratify their whims and passions. Others refused to
countenance such a union between a despotic God and a denatured nature, a
union whose exploitation found perfect expression in the myth of a divinity
at once pitiful and pitiless. Instead they saw the refinement of their desires
and the quest for a ubiquitous and sovereign amorous pleasure as a way
of replacing the spiritualized animal and its labor of adaptation with an
authentic human species capable of creating the conditions favorable to its
own harmonious development.
All through The Resistance to Christianity, Vaneigem will highlight this division
or disagreement among the so-called heretics. It is in fact the central theme of
the book: “Yes” to Simon of Samaria and Marguerite Porete; “no” to the Cathars
and Thomas Munzter.
Once this division has been drawn, and its significance has been recognized,
the reader might fully understand the peculiar character of “modern life.” Over the
course of human history, have we not overcome all of the obstacles to freedom and
happiness on earth that have been erected by the economy? Have we not ceased
to be ruled and made miserable by the gods, God, the Church, kings and princes,
dictators and political ideologies of all stripes? Yes, indeed — but we remain
constrained by the economy itself, that is to say, by work and the commodity, by
the production and consumption of pollution.
It is significant that Vaneigem doesn’t remind his readers of the phrase NEVER
WORK, which Guy Debord scratched into a wall on the Rue de Seine in Paris in
1953 and which was a decade later cited by the Situationist International as the
“preliminary program for the situationist movement.” Instead he offers (in The
Movement of the Free Spirit) the following “good watchword”: “The minimum of
survival in the service of a maximum of life.” The latter appears to be much less
radical and memorable than the former, and perhaps this will comfort those who
believe that Debord was right when he said that, after his departure from the SI
in 1970, Vaneigem demonstrated the “impossibility of keeping quiet,” a quality
that “strictly co-exists with a total impossibility of speaking” (letter to Gianfranco
Sanguinetti dated 13 August 1973). Though we do not wish to choose sides, it
is also quite clear that Vaneigem had Debord, among others, in mind when he
stated (once again in The Movement of the Free Spirit):
What started as a revolution against misery turned into a miserably failed
revolution, all because of a reluctance to be anything for oneself; and this
failure still condemns even the most vociferous seekers of emancipation and
happiness to the gall of impotence in which they acquiesce. Anyone who
has the intelligence to comprehend the world but not enough to learn how
to live, or who takes his self-hatred out on others, blaming and judging so
as not to be blamed and judged himself, is, deep inside, no different from the
priest.
In this context, it is interesting to note that, unlike Vaneigem’s “watchword,”
Debord’s slogan is phrased as a command, if not a “commandment” along the
lines of “Thou shalt not work.” It certainly would not have reduced this quality if
Debord had written NEVER WORK, AND LIVE ACCORDING TO YOUR TRUE
DESIRES. The Marx-like “intellectualism,” the “lasting influence of God,” would
still remain.
* * *
To conclude, a few technical notes are necessary. The French text includes both
footnotes and endnotes: the former, which are generally reserved for commentary
(there are a few exceptions), are marked by asterisks; the latter, which are always
reserved for the attribution of source materials and quotations, are marked by
Arabic numerals. Wherever possible, we have incorporated the footnotes into the
main body of the text within parentheses (thus) and have removed the asterisks.
When this hasn’t been possible, we have retained the asterisks and placed the
footnotes, not at the bottom of the page, where they originally appeared, but
immediately following the paragraph that contains them.
As the reader will see, we have taken the liberty of occasionally offering our
own endnotes. We have done so when Vaneigem used an English expression
in the original; when he has not translated into French a word, phrase or title
that is in a language that we speak or can look up in a dictionary (German and
Latin, respectively); when he has referred to someone or something that might be
obscure to his readers in the English-speaking world; and when the reader might
be interested in following certain connections that we have made.
When necessary, we have supplied within brackets [thus] words that the author
failed to include. If we relished a certain play on words, did not choose
a literal rendering of a word or phrase, or doubted the accuracy of our rendering,
we supplied the original French in italics and within brackets [ainsi]. When
the author’s sentences have contained a great many sub-clauses, we have used
parentheses (like this) for the sake of clarity and to avoid confusion. But when
parentheses appear in quotations taken from the works of other writers, they
have almost always been supplied by Vaneigem himself, and not by us.
NOT BORED!
New York City
March 2007
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Raoul Vaneigem
mercoledì, febbraio 05, 2014
William S. Burroughs Exterminator!
EXTERMINATOR!
During the war I worked for A. J. Cohen Exterminators ground floor office dead end street by the river. An old Jew with cold gray fish eyes and a cigar was the oldest of four brothers. Marv was the youngest wore wind breakers had three kids. There was a smooth well dressed college trained brother. The fourth brother burly and muscular looked like an old time hoofer could bellow a leather lunged "Mammy" and you hope he won't do it. Every night at closing time these two brothers would get in a heated argument from nowhere I could see the older brother would take the cigar out of his mouth and move across the floor with short sliding steps advancing on the vaudeville brother.
"You vant I should spit right in your face!? You vant!? You vant? You vant!?"
The vaudeville brother would retreat shadow boxing presences invisible to my Goyish eyes which I took to be potent Jewish Mammas conjured up by the elder brother. On many occasions I witnessed this ritual open mouthed hoping the old cigar would let fly one day but he never did. A few minutes later they would be talking quietly and checking the work slips as the exterminators fell in.
On the other hand the old brother never argued with his exterminators. "That's why I have a cigar" he said the cigar being for him a source of magical calm.
I used my own car a black Ford V8 and worked alone carrying my bedbug spray pyrithium powder bellows and bulbs of fluoride up and down stairs.
"Exterminator! You need the service?"
A fat smiling Chinese rationed out the pyrithium powder — it was hard to get during the war — and cautioned us to use fluoride whenever possible. Personally I prefer a pyrithium job to a fluoride. With the pyrithium you kill the roaches right there in front of God and the client whereas this starch and fluoride you leave it around and back a few days later a southern defense worker told me "They eat it and run around here fat as hawgs."
From a great distance I see a cool remote neighborhood blue windy day in April sun cold on your exterminator there climbing the gray wooden outside stairs.
"Exterminator lady. You need the service?"
"Well come in young man and have a cup of tea. That wind has a bite to it."
"It does that, mam, cuts me like a knife and I'm not well you know/cough/."
"You put me in mind of my brother Michael Fenny."
"He passed away?"
"It was a long time ago April day like this sun cold on a thin boy with freckles through that door like yourself. I made him a cup of hot tea. When I brought it to him he was gone." She gestured to the empty blue sky "cold tea sitting right where you are sitting now." I decide this old witch deserves a pyrithium job no matter what the fat Chinese allows. I lean forward discreetly.
"Is it roaches Mrs. Murphy?"
"It is that from those Jews downstairs."
"Or is it the Hunkys next door Mrs. Murphy?"
She shrugs "Sure and an Irish cockroach is as bad as another."
"You make a nice cup of tea Mrs. Murphy . . . Sure I'll be taking care of your roaches . . . Oh don't be telling me where they are . . . You see I know Mrs. Murphy . . . experienced along these lines . . . And I don't mind telling you Mrs. Murphy I like my work and take pride in it."
"Well the city exterminating people were around and left some white powder draws roaches the way whisky will draw a priest."
"They are a cheap outfit Mrs. Murphy. What they left was fluoride. The roaches build up a tolerance and become addicted. They can be dangerous if the fluoride is suddenly withdrawn . . . Ah just here it is . . ."
I have spotted a brown crack by the kitchen sink put my bellows in and blow a load of the precious yellow powder. As if they had heard the last trumpet the roaches stream out and flop in convulsions on the floor.
"Well I never!" says Mrs. Murphy and turns me back as I advance for the coup de grace . . . "Don't shoot them again. Just let them die."
When it is all over she sweeps up a dust pan full of roaches into the wood stove and makes me another cup of tea.
When it comes to bedbugs there is a board of health regulation against spraying beds and that of course is just where the bugs are in most cases now an old wood house with bedbugs back in the wood for generations only thing is to fumigate . . . So here is Mamma with a glass of sweet wine her beds back and ready . . .
I look at her over the syrupy red wine . . . "Lady we don't spray no beds. Board of health regulations you know."
"Ach so the wine is not enough?"
She comes back with a crumpled dollar. So I go to work . . . bedbugs great red clusters of them in the ticking of the mattresses. I mix a little formaldehyde with my kerosene in the spray its more sanitary that way and if you tangle with some pimp in one of the Negro whore houses we service a face full of formaldehyde keeps the boys in line. Now you'll often find these old Jewish grandmas in a back room like their
bugs and we have to force the door with the younger generation smooth college trained Jew there could turn into a narcotics agent while you wait.
"All right grandma, open up! The exterminator is here."
She is screaming in Yiddish no bugs are there we force our way in I turn the bed back . . . my God thousand of them fat and red with grandma and when I put the spray to them she moans like the Gestapo is murdering her nubile daughter engaged to a dentist.
And there are whole backward families with bedbugs don't want to let the exterminator in.
"We'll slap a board of health summons on them if we have to" said the college trained brother . . . "I'll go along with you on this one. Get in the car."
They didn't want to let us in but he was smooth and firm. They gave way muttering like sullen troops cowed by the brass. Well he told me what to do and I did it. When he was settled at the wheel of his car cool gray and removed he said "Just plain ordinary sons of bitches. That's all they are."
T. B. sanitarium on the outskirts of town . . . cool blue basements fluoride dust drifting streaks of phosphorous paste on the walls . . . gray smell of institution cooking . . . heavy dark glass front door . . . Funny thing I never saw any patients there but I don't ask questions. Do my job and go a man who works for his living . . . Remember this janitor who broke into tears because I said shit in front of his wife it wasn't me actually said it was Wagner who was dyspeptic and thin with knobby wrists and stringy yellow hair . . . and the fumigation jobs under the table I did on my day off. . ..
Young Jewish matron there "Let's not talk about the company. The company makes too much money anyway. I'll get you a drink of whisky." Well I have come up from the sweet wine circuit. So I arrange a sulphur job with her five Abes and it takes me about two hours you have to tape up all the windows and the door and leave the fumes in there 24 hours studying the good work.
One time me and the smooth brother went out on a special fumigation job . . . "This man is sort of a crank . . . been out here a number of times . . . claims he has rats under the house . . . We'll have to put on a show for him."
Well he hauls out one of those tin pump guns loaded with cyanide dust and I am subject to crawl under the house through spider webs and broken glass to find the rat holes and squirt the cyanide to them.
"Watch yourself under there" said the cool brother. "If you don't come out in ten minutes I'm coming in after you."
I liked the cafeteria basement jobs long gray basement you can't see the end of it white dust drifting as I trace arabesques of fluoride on the wall.
We serviced an old theatrical hotel rooms with rose wall paper photograph albums . . . "Yes that's me there on the left."
The boss has a trick he does every now and again assembles his staff and eats arsenic been in that office breathing the powder in so long the arsenic just brings an embalmer's flush to his smooth gray cheek. And he has a pet rat he knocked all its teeth out feeds it on milk the rat is now very tame and affectionate. I stuck the job nine months. It was my record on any job. Left the old gray Jew there with his cigar the fat Chinese pouring my pyrithium powder back into the barrel. All the brothers shook hands. A distant cry echos down cobble stone streets through all the gray basements up the outside stairs to a windy blue sky.
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William S. Burroughs
domenica, febbraio 02, 2014
sabato, febbraio 01, 2014
Dave Antagonism Jacques Camatte And the New Politics of Liberation
“Communism puts an end to castes, classes and the division of labor (onto
which was grafted the movement of value, which in turn animates and exalts
this division). Communism is first of all union. It is not domination of nature
but reconciliation, and thus regeneration of nature: human beings no longer
treat nature simply as an object for their development, as a useful thing, but
as a subject (not in the philosophic sense) not separate from them if only
because nature is in them. The naturalization of man and the humanization
of nature (Marx) are realized: the dialectic of subject and object ends.”
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