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venerdì, ottobre 02, 2009

Enzo Martucci "La bandiera dell'Anticristo"

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Enzo Martucci La bandiera dell'Anticristo
L’Anticristo è figlio sano di tutto l’odio gagliardo che la vita ha covato nel segreto del suo seno fecondo, durante i venti e più secoli di dominio cristiano.
Renzo Novatore
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Libreria Internazionale di Avanguardia - Bologna
NOTA DELL’ EDITORE
Enzo Martucci? Basta vederlo per giudicarlo: ha il viso di un Lucifero evaso dall’Inferno; e, coerente con le proprie teorie, vive in odio a Dio ed ai nemici sui!
Naturalmente, noi non condividiamo le sue teorie individualistiche che — a nostro parere — sospingerebbero l’Umanità non alla libertà ed uguaglianza anarchica, ma alla barbarie primitiva, dove solo la forza — non la ragione — dettava norma di vita.
E molte riserve facciamo su la concezione mo­rale del Martucci, pur essendo noi a-morali nel senso che la morale non si codifica, variando essa nel tempo e nello spazio.
Allora ci chiederà il lettore, perché avete pubblicato questo libro dal quale dissentite?
Il perché è semplice a dirsi: perché ci hanno parlato di un Martucci — professore di filosofia — anarchico dalla giovinezza, rinunciatario agli agi di cui la famiglia sua era fornita, antifascista non metamorfosato, ma avviato alla galera e al con­fino, costretto nella miseria più cruda perché privato dell’insegnamento, boicottato dai « compa­gni » e dagli editori, impossibilitato, quindi, a dire il proprio pensiero con la parola e con la stam­pa. Ed, abbiamo creduto bene tendergli la mano fraterna.
Ecco perché abbiamo dato alle stampe questo libro, che avremmo semplicemente intitolato « Aberrazioni », contribuendo alla diffusione di idee che non condividiamo, ma eh’ è bene siano conosciute e discusse, perché esse serpeggiano inco­gnite in tante anime inquiete, retaggio secolare, accresciuto dal fascismo e dalla guerra.
Prepara, dunque, lettore, l’orecchio a parole
inusitate e non spaventarti per le molte eresie in
questo libro contenute
.
La L.I.D.A.
RISPOSTA DELL’ AUTORE
Ringrazio l’Editore della presentazione demo­niaca che ha fatto di me e del mio libro.
Però mi permetto ricordargli che tutte le teorie, veramente ribelli e novatrici, nei campi della filo­sofia e dell’arte, dell’ etica e della politica, sono state sempre definite, in tutti i tempi e in tutti i luoghi « aberrazioni ».
Del resto cosa sono queste se non i voli del pensiero e gli slanci della vita, svincolati da ogni forma tradizionale e convenzionale, da ogni letto di Procuste, da ogni quadro obbligato?
Enzo Martucci






LA BANDIERA
DELL’ANTICRISTO
LA PIOVRA CATTOLICA
L’amabile dottor Siccardi mi definisce « uno zingaro, un vagabondo, un instabile che si ribella alla civiltà ». E aggiunge, in una lettera inviata ad un comune amico, che questo instabile « spreca le sue forze ed il suo ingegno, immeritatamente notevole, nel tentativo, puerile ma mostruoso, di eccitare gli spiriti e di trascinarli all’anarchia, dimostrando l’inesistenza dell’ordine e delle leggi, costanti ed uniformi, che assicurano lo sviluppo della vita universale e permettono all’individuo, all’umanità, alla natura di raggiungere i loro fini e compiere i loro destini. Egli vorrebbe travolgere la realtà nel caos nel quale gli elementi turbinano confusamente. Vorrebbe frantumare la società ne­gli individui sciolti da ogni legame e agenti secondo il caso o il bisogno. E ciò per una impossibilità personale di sopportare ogni disciplina in e fuori di sé.
« Egli si rifugia nel relativismo e attacca Dio, l’assoluto, ogni autorità ed ogni regola, per muo­versi a suo capriccio e con la massima volubilità in un mondo sconnesso ed incerto. Appunta, di preferenza, i suoi strali contro la Chiesa Catto­lica perché questa, meglio di qualunque altra, mantiene l’unità degli animi e la concordanza de­gli sforzi diretti verso uno scopo di elevazione ge­nerale. Odia il cattolicesimo vedendo in esso l’unico, vero fattore di coesione, di organicità, di progresso. Quello che ha salvato, per venti secoli, gli uomini dalla ricaduta nella violenza bestiale; che ha im­pedito all’intelligenza umana di spegnersi nelle tenebre del medioevo; che ha conservato la cultura e la civiltà ed ostacola oggi l’esplosione sangui­nosa della guerra voluta dal capitalismo e dal bolscevismo ».
Cosi parla il dottor Roberto Siccardi. Ed io mi sento sinceramente commosso dalle sue parole. Infatti egli è un bravo borghese, un uomo d’ordine, una persona per bene. Ascolta la messa tutte le domeniche, si confessa e comunica almeno una volta l’anno, è stato iscritto al partito fascista e possiede un latifondo in Sicilia. Della vita ha la concezione appresa nel collegio di preti dove la sua adolescenza è trascorsa. Ha il culto della fa­miglia, della gerarchia, della regola, dello Stato, dell’autorità saggia e provvidenziale. Ama, per temperamento e per convinzione, la stabilità che si svolge in modo composto, educato, mode­rato, circoscritto, diretto: ossia la stabilità che ri­mane ossequiente alla disciplina stabilita da Dio e dai governi e dalle classi sociali che lo rappre­sentano sulla terra. E’ contento della sua condi­zione che gli assicura la ricchezza in questo mondo e il paradiso nell’altro. Gode nel ricevere gl’inchini del suo portiere e nell’inchinarsi, a sua volta, di­nanzi al ministro o al generale, al vescovo o alla gran dama. Condanna, con tutta l’anima, ogni ri­volta, ogni scatto, ogni innovazione che turba l’an­damento normale delle cose e la monotona se­quenza dei fatti concatenati. Quindi il suo sdegno per un vagabondo come me è pienamente giustifi­cato ed io penso che, se fossi un tantino meno perverso, dovrei vergognarmi di fronte a un co­tanto uomo e recitare, come Papini, l’atto di con­trizione.
«Ogni vagabondaggio dispiace al borghese — scrive Stirner — ed esistono dei vagabondi dello spirito che, soffocati sotto il tetto che rigirava i loro padri vanno a cercare lontano più aria e più spazio. Invece di restare in un angolo del focolare domestico a rimuovere le ceneri di una opinione moderata, invece di ritenere per delle verità indiscutibili ciò che ha consolato e placato tante generazioni prima di loro, essi frangono la barriera che chiude il campo paterno, e se ne vanno, per i cammini della critica, ove li mena la loro indomabile curiosità di dubitare. Questi stravaganti vagabondi rientrano anch’ essi nella classe delle genti inquiete, instabili e senza riposo che sono i proletari, e quando essi lasciano sospet­tare la loro mancanza di domicilio morale, lì si chiama confusionari, teste calde ed esaltati ».
Però per quanto « vagabondo » ed « instabile », per quanto meritevole dello sdegno e dei rim­proveri del colendissimo dottor Siccardi, io cre­do che, alla fin fine, non è poi tutto pazzesco e mostruoso quello che dico e scrivo. Io dubito della discutibile verità che il dottore accetta come dogma, e cioè dell’esistenza « dell’ordine e delle leggi, costanti ed uniformi, che assicurano lo svi­luppo della vita universale e permettono all’in­dividuo, all’umanità, alla natura di raggiungere i loro fini e compiere i loro destini ».
In natura v’è l’ordine? Sì, ma v’è anche il di­sordine. Vi sono leggi, costanti e uniformi, che assicurano lo sviluppo della vita universale? Hume ha sostenuto che la natura potrà cambiare nell’av­venire. L’individuo, l’umanità, la natura hanno i loro fini? I meccanicisti lo negano. Possono l’indi­viduo, l’umanità, la natura compiere i loro destini? Nessuno sa se ha o non ha un destino, e se lo può raggiungere nel caso che lo abbia.
Giuseppe Ferrari nella « Filosofia della Rivolu­zione » ha scritto: « Più circospetti, e non più avveduti, taluni si restringono ad annunziarci che le leggi dell’uni­verso sono costanti, uniformi; che la costanza l’uni­formità delle leggi mondiali viene assicurata dallo spazio dal tempo, dalla sostanza, dalla causa, dall’es­sere che dominano gli oggetti e che non cambiano. Ma l’unità dell’essere, le forze della sostanza, della causa, dello spazio, del tempo, stanno ugualmente con l’ordine e con il disordine, col progresso e col regresso dell’universo; sono condizioni di quanto esiste, e non sono nulla; contengono tutto, e non impongono ad alcun essere di restare quello che è. La terra che abitiamo non sorge da queste entità generiche, il globo non è figlio dell’essere più di quello che le acque siano figlie dell’acqua. Il go­verno poi della terra spetta alle anime; esse ordi­nano le pietre, i fiori, gli animali; esse dominano la materia, da cui non sono separate, perché la forza non si separa mai dal corpo. Ma anche le anime nella loro corsa attraverso l’eternità, uscen­do le une dalle altre col progresso e col fato della guerra, non sono ancora se non la natura, sono ancora cieche e ignoranti del destino che le spin­ge, della sorte che le attende. Non si pensi che ogni essere debba compiere il suo destino: intorno ad ogni albero hannovi miriadi di semi e di germi sacrificati per nutrirlo; intorno ad ogni animale mille e mille esseri periscono perché viva; nella natura l’essere che compie il suo destino gode di un fortunatissimo privilegio. A che adunque tante declamazioni sul destino dell’umanità, quando ignoriamo i dati, l’ordine, lo scopo, in una parola il bilancio dello spaventevole sacrificio che si attua di continuo nel vasto oceano della creazione? Lo stesso concetto del destino è travisato se lo pren­diamo a nostro profitto; il destino si compie in due sensi opposti, servendo a , servendo ad altri, godendo e soffrendo. Spiegate qual’é il destino dell’agnello, vi spiegherò qual sia il vostro, e ve­drete forse uscire dall’esterminio dell’umanità immo­lata il progresso della terra concessa ad una razza migliore. Finalmente, a che si riducono l’unifor­mità e la costanza delle leggi in mezzo alla meta­morfosi della natura? Alla nostra ignoranza; quan­to più ci illuminiamo, tanto più la costanza delle leggi mondiali è scossa, e scorgiamo che un fluido alterato può cambiare la faccia dell’universo. Ac­cettiamo l’uniformità e la costanza quali dunque si rivelano, né cerchiamo nei generi una fatalità che le corrobori, poiché non havvi equazione tra la sostanza e la costanza dell’universo: i due termini esprimono solo la necessità del contenente e del contenuto, e per una nuova rivelazione potrebbe sparire questa stessa necessità. Che se per tremare il mondo attuale si allega la prova della nostra convinzione istintiva della fede naturale, dell’aspettativa ingenita e invincibile, che s’at­tende a veder perpetuare nell’avvenire le leggi presenti della materia: si ponga mente alla fede, alla sicurezza con cui vive ogni insetto dell’estate, senza sospettare il disastro che lo distruggerà nel­ evoluzione dell’inverno. Lasciamo la natura alla natura ».
Quindi se non possiamo dimostrare che il processo della natura è retto da leggi, costanti e uniformi che assicurano lo sviluppo della vita universale in modo sempre uguale, tanto meno possiamo affermare che il processo storico della umanità è governato da leggi che lo fanno avanzare sempre sulle medesime rotaie verso una meta ob­bligata. A dispetto del dottor Siccardi la ragione non riesce ad escludere la possibilità dell’anarchia sia nella natura che nella società. E allora tutto si riduce a questo: che una tale anarchia è, per Siccardi, deprecabile, per me, augurabile.
Come la natura potrebbe cambiare nel futuro, come in essa il disordine potrebbe prendere il sopravvento sull’ordine perché il disordine ha, come l’ordine, l’unità dell’essere e le forze della sostanza, della causa, dello spazio e del tempo; così la società potrebbe frantumarsi negl’individui sciolti da ogni legame e agenti secondo il caso o il bisogno (1) ».
Una tale prospettiva fa arricciare il naso dei dottor Siccardi il quale ama la regolarità, la co­stanza, il miracolo di San Gennaro, che avviene tutti gli anni, e i contadini che gli pagano pun­tualmente le rendite. Ma io invece mi sento at­tratto da un simile miraggio proprio per la im­possibilità personale di sopportare ogni disci­plina in me e fuori di me.
Io vedo che ogni uomo è diverso dagli altri, ma tutti desiderano la libertà nella quale ciascuno può vivere a modo proprio, fare ciò che gli pare, soddisfarsi come gli piace. La società organizzata costringe tutti questi uomini diversi a vivere in un modo unico, a seguire un solo sistema, ad accet­tare una sola morale, ad ubbidire alla stessa legge. Mediante il conformismo che impone essa cerca soffocare nell’individuo tutto quello ch’egli ha di particolare, di proprio, di personale. Cerca di annientare nell’uomo il bisogno istintivo della libertà, sostituendolo con l’abitudine servile del­ ubbidienza ai superiori e dell’esistenza gregaria. Quindi la società organizzata è la causa del dolore, della schiavitù e della degenerazione del maggior numero degl’individui.
Che questo stato di cose rimanga eterno è nei voti dei governanti, dei capi, dei padroni, di tutti coloro che, in nome dell’ordine che mantengono, sottomettono alla loro autorità gli altri e li sfruttano continuamente. Ma non è nei miei voti perché io amo la libertà e mi piace vedere intorno a me uomini che vogliono anch’essi essere liberi.
Ecco perché aspiro all’Anarchia, con iniziale maiuscola, alla distruzione di tutti i ceppi, morali e materiali, che avvincono gl’individui. Quando questi individui saranno sciolti potranno inten­dersi in tanti modi diversi, potranno anche lot­tare quando non riusciranno ad accordarsi, ma ciascuno lotterà per sé, per un suo interesse o un suo sentimento e non più per una causa imposta dai capi.
Siccardi dice che mi rifugio nel relativismo e attacco Dio, l’assoluto, ogni autorità ed ogni regola per muovermi a mio capriccio e con la massima volubilità in un mondo sconnesso ed incerto.
Certo, sono relativista perché tutto ciò che co­nosco, tutto; ciò che sento e penso, è limitato e contingente. L’assoluto non riesco mai a trovarlo come non lo trovano gli altri uomini, nemmeno coloro che pretendono di averlo scoperto e che, in suo nome, caricano di catene l’umanità. Ed è proprio contro queste catene che mi scaglio perché voglio essere libero di muovermi a mio piacere, in un mondo, libero e mutevole, come me. E che sarà certamente preferibile al vecchio mondo, mas­siccio e quadrato, che riposa sulla base della teologia.
Siccardi afferma che appunto, di preferenza, i miei strali contro la chiesa cattolica. Però se è vero che ho attaccato questa chiesa con i miei scritti e con numerose conferenze tenute in molte città italiane, è anche vero che non ho risparmiato le critiche alle altre chiese e a quelle scuole e teorie che, pur professandosi agnostiche o atee, cercano sostituire un dogma nuovo all’antico e vo­gliono mettere un’altra autorità al posto del Dio cristiano.
Per me è necessario distruggere la credenza in ogni entità superiore, in ogni principio in che sovrasta l’individuo e che in esso suscita il timore reverenziale, il sentimento della inferiorità e il dovere della sottomissione. Queste entità metafisiche non hanno una realtà oggettiva, un’esistenza propria, ma sono prodotti del pensiero umano ch’è poi diventato schiavo delle sue stesse creazioni.
Alcuni uomini hanno pensato che c’è un D’io eccelso o pure la Patria o la Coscienza o l’Umanità che, come principio uno e indivisibile, è al di sopra degl’individui umani. Dopo aver pensato questo pensiero l’hanno comunicato agli altri, per fini di dominio terreno o d’illuminazione collet­tiva, e sono riusciti a convincere o a suggestio­nare questi altri. Così tutti hanno creduto, tutti si sono inchinati, ed il regno dei fantasmi ha avuto inizio nel mondo.
Ma è da una tale servitù che l’io deve affran­carsi. Se egli riuscirà a comprendere ch’è lui stesso l’unica realtà, pensante ed agente, e che, al di sopra di lui, non v’è nulla, allora diverrà vera­mente libero. Potrà ancora incontrare degli osta­coli nella resistenza che gli opporranno gli altri uomini e la natura, ma egli non vedrà in questi ostacoli qualche cosa di sacro che sarà tenuto a ri­spettare, e cercherà travolgerli con la sua forza. Gli altri uomini sono miei uguali, della natura faccio parte anch’io, quindi perché dovrei lasciar­mi arrestare dalle barriere con le quali tentano fermare il mio cammino? Alla loro forza rispondo con la mia e se questa non è sufficiente per assi­curarmi la vittoria, posso sempre cercare di au­mentarla servendomi di qualunque mezzo. Se, alla fine, constato che non riesco, debbo attribuire la colpa a me, alla mia mancanza di potenza; so che la mia libertà finisce dove termina la mia forza e se non giungo a conquistare una certa libertà è perché il mio potere non me l’ha concessa; ma almeno ho la soddisfazione di aver tentato, di non essermi rassegnato alla rinunzia che mi è stata im­posta.
Invece se adoro un fantasma sono costretto a rinunziare a tutte le libertà ch’esso mi nega, anche se ho la forza di conquistarle. Debbo rimanere eter­namente schiavo, non posso esercitare la mia po­tenza né farmi valere ma sono obbligato a con­tentarmi di quel poco che il padrone, nella sua magnanimità, mi concede. Ecco perché io penso, con Stirner che « è col delitto che l’egoista si è sempre affermato e ha rovesciato con mano sacri­lega gl’idoli santi dal loro piedistallo. Romperla col sacro o, meglio ancora, rompere il sacro può divenire generale. Non è una nuova rivoluzione che si avvicina, ma possente, orgoglioso, senza ri­spetto, senza vergogna, senza coscienza, un delitto brontola col tuono all’orizzonte; e non vedi che il cielo, gravido di presentimento, si oscura e tace? ».
Siccardi dice però che io combatto tanto la chiesa cattolica «perché questa, meglio di qualunque altra, mantiene l’unità degli animi e la concordanza degli sforzi diretti verso uno scopo di elevazione generale ».
Ma con quali mezzi mantiene la chiesa questa unità e questa concordanza? Col principio di auto­rità.
Il cristianesimo ha sempre insegnato agli uomini l’amore, l’adorazione ed il timore del Signore. Dio è il supremo artefice, il creatore della terra, dell’’uomo, di tutto. Egli ci punisce se non ubbidiamo alla legge che ha dettato; ci premia se invece os­serviamo tale legge. Quindi per non incorrere nella collera divina, dobbiamo pensare e agire come Dio vuole. Siamo tenuti a rinunziare a tutte le gioie terrene, a soffocare le brame della carne, lo sti­molo degli istinti, l’impulso della natura perché la nostra anima non deve cedere agli allettamenti del corpo che ci trascina al peccato e ci distoglie dalla vera vita ch’è quella dello spirito. Dobbiamo non solo con le azioni, ma anche con i pensieri, conformarci alla volontà di Dio; se io penso di compiere un peccato e mi compiaccio di questo pensiero e non lo scaccio con orrore, sono ugual­mente colpevole anche se non compio l’atto proi­bito dalla divinità. Dobbiamo inoltre noi uomini amarci fraternamente, perdonarci reciprocamente le offese, sopportare con rassegnazione i dolori e le avversità. Dobbiamo essere umili, docili, sottomessi sempre pronti ad ubbidire non solo alla autorità divina, ma anche alle autorità umane che Dio ha stabilito in questo mondo. « Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v’è autorità se non da Dio; e le autorità che esi­stono sono ordinate da Dio; Talché chi resiste all’autorità si oppone all’ordine di Dio... » (San Paolo, Lettera ai Romani).
Solo nel caso che l’autorità terrena si trovi in conflitto con quella divina e c’imponga compiere atti vietati da Dio, noi dobbiamo resisterle. Ma resistere passivamente, senza ribellioni violente; non ubbidire ma farsi arrestare, torturare, ucci­dere, sénza difendersi con la forza. In ogni altro caso noi siamo costretti da Dio stesso non solo a servire, ma anche ad amare e ad onorare i pa­droni.
« Tutti coloro che sono sotto il giogo della servitù reputino i loro padroni come degni d’ogni onore, affinché il nome di Dio e la dottrina non vengano biasimati. E quelli che hanno padroni credenti, non li disprezzino perché sono fratelli, ma tanto più li servano, perché quelli che rice­vono il beneficio del loro servizio sono fratelli e diletti » (San Paolo, Prima Lettera a Timoteo).
E ancora:
«Servi, siate soggetti con ogni timore ai vostri padroni, non solo ai buoni e moderati, ma anche a quelli che sono difficili. Poiché questo è accettevole: se alcuno per motivo di coscienza davanti a Dio, sopporta afflizioni, patendo ingiustamente …» (San Pietro, Prima Epistola).
Come è dunque ben chiaro, la rinunzia la rassegnazione, l’amore, l’ubbidienza, cioè tutte le virtù cristiane sono imposte da Dio agli uomini che le accettano per incorrere nell’ira del padreterno, per sfuggire all’inferno e rendersi invece meritevoli del paradiso dove le gioie saranno eterne. Quindi secondo il cristianesimo, l’unità degli animi e la concordanza degli sforzi sono determinati dalla volontà despotica di un padrone che riesce di un padrone che riesce a farsi ubbidire dai servi, sfruttando la loro viltà, la loro paura del castigo e la loro cupidigia, cioè la sete di ricompensa e di godimento senza fine.
Il Cristiano fa un calcolo: mi sacrifico in questa vita ch’è transitoria per guadagnare la felicità nell’altra vita ch’è immortale. Egli è tanto, egoista quanto il brigante che ruba e ammazza per procurarsi i piaceri della terra. Entrambi calcolano, entrambi scelgono quel mezzo che ad essi sembra migliore. Il fine è unico, la gioia personale alla quale cercano arrivare per vie diverse. Tutti coloro che hanno calcolato nello stesso modo e si sono incamminati per lo stessa strada ,si trovano d’accordo. Ebbene cosa c’e di sublime in ciò? L’unità degli animi e la concordanza degli sforzi non si trovano anche in una banda di fuori legge che attaccano la società costituita e debbono, da soli, difendersi contro tutti?
Ma i cristiani, dice Siccardi, mirano ad uno scopo di elevazione generale. Qual è questo scopo? Per i cristiani primitivi esso fu la conquista del paradiso al quale cercavano arrivare facendosi sbra­nare dalle belve nel circo, o ritirandosi nel deserto per flagellarsi e digiunare o tagliandosi, come Ori­gene, i testicoli per non incorrere nel peccato car­nale. Il cristianesimo dei primi secoli fu fanati­smo delirante che tendeva all’annientamento fisico dell’umanità mediante la ricerca del dolore, la pratica della castità, la macerazione del corpo. Ma dopo il Concilio di Nicea, ottenuta la prote­zione dello Stato, divenuta religione ufficiale, la chiesa cristiana si trasformò in una casta sacerdo­tale che cercò assicurarsi, con tutti i mezzi, il do­minio di questo mondo.
I preti continuarono a predicare ai fedeli la rinunzia dei beni terreni, la povertà e l’umiltà, ma per loro vollero la ricchezza e imposero ai cre­denti di spogliarsi in favore della chiesa che s’iden­tificava col clero. Seguitarono ancora ad insegnare l’amore evangelico ma aggiunsero, nel contempo, che coloro che non credevano nel papa e non si sottomettevano al suo potere, non erano fratelli in Cristo ma eretici malvagi che meritavano lo ster­minio col ferro e col fuoco. Dissero sempre che le autorità terrene erano ordinate da Dio, perché queste autorità li onorarono ed appoggiarono l’or­ganizzazione ecclesiastica, le concessero terre e servi, e la difesero dai suoi nemici. Ma quando qualche re o imperatore non fu ligio al pontefice, questi lo scomunicò, sciolse i sudditi dal dovere dell’ubbidienza e li incitò, in nome della divinità, a sbalzare dal trono l’empio sovrano che non aveva voluto servire gl’interessi della fede. Così Gregorio VII invitò alla rivolta contro Errico IV non solo i sudditi, ma anche il figlio e la moglie del Cesare ribelle.
Al fanatismo si sostituì l’ipocrisia, il dovere di servire Dio e le norme evangeliche fu cambiato con l’obbligo di sottomettersi ciecamente all’auto­rità del papa e allo sfruttamento della chiesa. La morale ascetica divenne meno rigida, il clero pra­ticò la vendita delle indulgenze e assolse quei pec­catori che versavano quattrini e promettevano la loro supina ubbidienza agli ordini degli eccle­siastici. L’ideale che rinnegava la terra, aspirando al cielo, si trasformò nell’ideale che ambiva al domi­nio della terra, in nome del cielo. I papi divenne­ro autocrati, feroci ed intolleranti, che s’intromet­tevano nelle questioni, politiche e sociali, e pretendevano comandare i re e i popoli, tosare i greggi e disporre del mondo a piacer loro. E per l’uma­nità « lo scopo di elevazione » che, durante il cri­stianesimo primitivo, s’era identificato con la con­quista del paradiso condizionata dalla pratica, nella vita attuale, della rinunzia, della castità, della rassegnazione e della non-violenza, si cambiò, sotto il cristianesimo storico, cioè sotto il cattolicesimo, nella conquista del paradiso mediante la sotto­missione immediata ai preti, la partecipazione al massacro degli eretici, la corresponsione di denaro alla chiesa e la credenza in tutte le frottole che il papa e i suoi sacerdoti spacciavano.
Quindi, tanto prima che dopo, quello che Siccardi chiama scopo di elevazione generale, non fu per gli uomini che una ingenua aspirazione egoi­stica ad un luogo celeste di gaudio al quale si po­teva pervenire sol servendo un padrone: o Dio e la morale da lui dettata, o la chiesa che poteva anche sciogliere dagli obblighi imposti dalla mo­rale evangelica quando ciò ritornava utile ai suoi fini di dominio terreno.
L’emerito dottor Siccardi dichiara, con la ri­dicola presunzione di chi non conosce la storia, che « il cattolicesimo, unico, vero fattore di coe­sione, di organicità, di progresso, è quello che ha salvato gli uomini, per venti secoli, dalla ricaduta nella violenza bestiale ».
Benissimo dottore! Lei merita, come padre Lombardi, gli applausi calorosi di tutte le beghi­ne e i sacrestani d’Italia. Però Voltaire, se potesse uscire dal sepolcro, le lancerebbe uno sberleffo...
E mi dica, per favore: ha dimenticato la strage degli ariani ordinata dall’imperatore d’Oriente, Giustino, dietro istigazione del papa che, per tale eccitamento all’assassinio, fu messo in galera da Teodorico? E ha obliato la crociata contro gli Albigesi predicata dal pontefice Innocenzo III e dal Santo Domenico Guzman? Centomila fra uomini, donne e bambini furono scannati senza pietà dal­le orde fanatiche di Simone di Montfort. E’ cosi che la nostra specie fu salvata dalla ricaduta nella violenza bestiale?
E delle guerre contro i turchi che ne pensa, dottore?
Cosa ne dice del massacro che i soldati di Gof­fredo di Buglione fecero a Gerusalemme?
E fu per carità cristiana che i papi fecero tru­cidare i Valdesi e gli Ussiti?
E fu per amore del prossimo che gl’inquisitori bruciarono vivi, duran­te quattro secoli, milioni di uomini? E del Te Deum di ringraziamento fatto cantare da Gregorio XIII in S. Pietro quando seppe che gli ugonotti erano stati sterminati a Parigi, ne ha mai sentito parlare?
Via, via, dottore... La storia non è il suo forte.
Vediamo allora se è più agguerrito nella logica. E perciò le prepongo lo stesso quesito che proposi al professore Scremin nel contraddittorio che so­stenni con lui a Montecatini Terme.
I papi quando hanno incitato i cattolici alla guerra contro gli eretici o i musulmani, per la salvezza della fede o la liberazione del sepolcro di Cristo, hanno sempre detto ch’erano inspirati dallo Spirito Santo. Tanto vero che i crociati si scaglia­vano all’attacco al grido di « Dio lo vuole ».
Ora le ipotesi sono due: o i papi mentivano, erano impostori, e non è vero che lo Spirito Santo abbia parlato e parli con la bocca di un papa; o pure i pontefici dicevano la verità e in questo caso era proprio lo Spirito Santo che incitava a massacrare gl’infedeli. Ma lo Spirito Santo è una persona della trinità divina. Un’altra persona della stessa trinità, Cristo, ha detto agli uomini che non debbono ammazzarsi.
E allora? In Dio v’è contraddizione, esiste op­posizione fra le persone che lo compongono e che sono fermate con la medesima sostanza ed hanno la stessa volontà e lo stesso pensiero. Una parte di Dio ci dice che non dobbiamo mai uccidere altri uomini ma amare tutti e perdonare ai ne­mici. Un’altra parte di Dio c’impone di armarci e scannare gli uomini che seguono Maometto, Mani o Calvino.
E noi a chi dobbiamo credere? A chi siamo tenuti ad ubbidire?
Come Stirner, come Nietzsche, come Ibsen, io voglio che l’individuo sia libero e forte. Penso che se considero la mia libertà un diritto, cioè una facoltà che gli altri mi riconoscono, una concessione che la società mi elargisce e mi assicura di rispettare, allora non preparo la difesa della mia libertà, e se la società vuole ritirare il beneficio accordato­mi può farlo impunemente. Invece se stimo la mia libertà una mia proprietà, come dice Stirner, ossia qualche cosa che conquisto e conservo me­diante la mia potenza personale, cerco sviluppare al massimo le mie forze fisiche, intellettuali, voli­tive e mi trovo pronto, in ogni istante, a resistere a colui o a coloro che bramano sopraffarmi.
Tutti gl’individui debbono dunque tendere a diventare forti ed anche se l’uguaglianza assoluta fra le forze individuali non è e non sarà mai pos­sibile, si potrà però eliminare l’eccessiva spropor­zione fra una potenza e l’altra. Ed io potrò di­fendermi sia pur contro quello che si rivelerà più forte di me, opponendogli i mezzi che riterrò, volta per volta, più adeguati. O alla superiorità dei suoi muscoli reagirò con gli espedienti suggeriti dal­ intelligenza e dall’astuzia; o stabilirò un’alleanza, libera e revocabile con altri individui disposti ad aiutarmi; o troverò come resistergli con un modo diverso. Insomma quando tutti saranno forti, un equilibrio si produrrà spontaneamente fra loro e condurrà sovente ad un accordo anche nei casi in cui a quest’accordo non si sarà potuto giungere per altre vie (simpatia reciproca, bisogno di coope­razione, ecc. (1). Mentre invece se alcuni si ras­segneranno a rimanere deboli ed indifesi, i vicini ne profitteranno e li ridurranno in servitù (2).
Il sentimento della potenza personale come solo mezzo di affermazione nella lotta per la vita, è posseduto dall’uomo allo stato di natura e in alcune civiltà, come quella greco-romana che, esal­tava l’energia naturale pur considerandola un’ar­ma della quale l’individuo non doveva tanto ser­virsi a favor suo, quanto per gl’interessi della fa­miglia e dello Stato. Però, ad Atene dopo Pericle e a Roma dopo Augusto, le autorità tradizionali s’indebolirono, i vincoli sociali si allentarono, l’in­dividualismo prevalse e ciascuno adoperò le sue forze per . Sopravvenuto il cristianesimo, que­sto condannò la vita terrena e la potenza che ci è utile per affermarci in essa, e vide nella generale debolezza, rassegnazione e rinunzia la condizione necessaria per guadagnarci il premio nell’oltre tomba. Trasformatosi il cristianesimo nella chiesa cattolica questa volle mantenere l’uomo schiavo ed abulico, volle soffocare nel suo animo ogni In­dipendenza ed ogni energia per poterlo più fa­cilmente comandare e dirigere nel pensiero, nel sentimento, nell’attività pratica. Ecco perché il cri­stianesimo fu, fin da principio, il più accanito nemico della civiltà pagana e contribuì efficace­mente alla sua distruzione, insieme alle invasioni barbariche e agli sconvolgimenti che queste cau­sarono.
Siccardi dimostra dunque un’ignoranza pira­midale quando asserisce che « il cristianesimo ha impedito all’intelligenza umana di spegnersi nelle tenebre del medioevo ed ha conservato la civiltà e la cultura ».
Ma come? Se la letteratura e l’arte pagana erano un’apoteosi della vita terrena e delle passioni che la fanno risplendere; se la filosofia e la scienza classica rappresentavano una continua ricerca che mai s’appagava dei risultati raggiunti; il cristia­nesimo — ultramondano e dogmatico — doveva necessariamente combatterle. E così fece.
Tertulliano affermò decisamente che un cri­stiano non poteva insegnare il sapere antico e San Girolamo immaginò in una sua visione che, chia­mato al giudizio finale, gli fosse rimproverata la colpa d’essere un ciceroniano, mentre si professava cristiano. Lo stesso San Girolamo nella sua lettera a Leta sull’educazione della figlia Paola e nell’al­tra epistola all’amico Gaudenzio sull’educazione della figlia Pacatula, consigliò che le giovinette mangiassero in modo d’avere sempre, fame e non ascoltassero strumenti musicali per non cadere vit­time dell’immaginazione e della sensibilità. E con tali insegnamenti la concezione pedagogica del­ ascetismo, che mira all’annientamento dell’individuo e dei suoi bisogni, fisici e psichici, nel grem­bo della chiesa, trovò la sua completa manifesta­zione.
I monaci di San Cirillo istigarono la plebe d’Alessandria al massacro di Ippazia e dei filosofi neoplatonici, ed i preti sollecitarono l’editto con il quale Giustiniano, nel 529, chiuse la scuola d’Atene e fece cessare la filosofia greca.
Papa Leone I ordinò che fosse appiccato il fuoco alla biblioteca Palatina ed il clero favorì la rinascita dell’ignoranza determinata dalla distru­zione della civiltà classica e dalle invasioni e domi­nazioni barbariche. E quando, verso il settimo se­colo, di fronte al risorgente bisogno di cultura, la chiesa dovette adattarsi ai tempi ed aprire le scuole parrocchiali e delle abazie, in esse fece impartire il solo insegnamento religioso. Tanto vero che Carlo Magno nel 789, obbligò i sacerdoti ad istruire tutti i fanciulli, tanto nobili che ple­bei, e ad insegnare ad essi, oltre che il catechi­smo e i salmi, anche la grammatica, l’aritmetica, il canto e la musica. E perché si desse vigore a tale provvedimento egli scelse, come collaboratore, il dotto Alcuino di Jork.
Nei conventi, dove monaci zelanti conservavano e trascrivevano le opere antiche scampate alla di­struzione, questa fatica era determinata, più che dall’intenzione di giovare alla cultura, dal bisogno d’interpolare le opere per renderle utili ai fini della chiesa. Così fra le tante grossolane inter­polazioni vi fu quella con la quale si fece ricono­scere a Giuseppe Flavio, nella sua « Storia antica degli ebrei », l’esistenza storica di Gesù e la sua qualità di Messia. Ma se Flavio avesse scritto ve­ramente ciò, non sarebbe stato più ebreo ma cri­stiano. Invece, fino a tutto il terzo secolo, la chiesa vide nello storico israelita un misconoscitore di Cristo. Origene diceva di Flavio che « benché non creda in Gesù come Messia, pur s’avvicina qualche volta alla verità». Questo dimostra che l’interpo­lazione fu compiuta dopo il terzo secolo e, proba­bilmente, proprio nell’epoca dei monaci eruditi che falsificavano i testi.
Finito il medioevo, che segnò il dominio assoluto del dogma sulle coscienze, i preti non si arre­sero dinanzi al Rinascimento ma cercarono com­batterlo con le sue stesse armi. E sacerdoti, ben istruiti e scaltriti, si servirono della scuola, per mantenere ignoranti gli uomini, e della disciplina, per soffocare la personalità.
I gesuiti cercarono distruggere l’originalità e l’indipendenza dell’io in ogni alunno che trasformato in automa, doveva sentire e pensare, vo­lere ed agire come i maestri suggerivano.
Ignazio di Loyola nei suoi « Esercizi spirituali » aveva scritto: « Per non andare errati dobbiamo tenere per termo che il bianco che io vedo io credo che sia nero, se la chiesa gerarchica così stabi­lisce ».
E i seguaci del santo spagnolo applicarono gl’insegnamenti del fondatore del loro ordine, esi­gendo l’ubbidienza cieca dello scolaro i cui atti ve­nivano sorvegliati non solo dai superiori, ma anche per mezzo dello spionaggio e della denunzia da parte dei compagni. Perfino nei sentimenti si cer­cava indagare e colui che aveva avuto un naturale, innocente impulso di libertà era condannato e pu­nito, mentre la casistica assolveva l’altro, resosi reo, se però aveva agito con l’intenzione di giovare alla chiesa.
I gesuiti lasciarono la plebe nell’ignoranza e le altre classi in quella mezza istruzione ch’è peggiore del ignoranza. I loro alunni sapevano di ogni cosa un po ma solo quel tanto spiegato dai maestri e con il giudizio da essi enunciato. Erano, in una parola, dei miserabili schiavi, privi di spirito critico e d’indipendenza di pensiero, in­capaci d’iniziativa personale e destinati ad essere sempre diretti, per tutta la vita, dalla volontà del confessore.
In tal modo il cattolicesimo ha salvato la cultura. E così cercano potenziarla ancora quegl’intellettuali chiercuti, come il dottor Siccardi, che si affannano tanto per ridare la scuola ai preti e preparare una prossima generazione di spegnimoccoli e di baciapile.
Infine, il serafico dottore Siccardi spara l’ultima bomba. « La chiesa — egli dichiara — ostacola oggi l’esplosione della guerra voluta dal capitali­smo e dal bolscevismo ».
Spudorata menzogna! Il Vaticano, alleato del capitalismo anglosassone, prepara la guerra con­tro il bolscevismo russo.
Se il papato volesse combattere il pericolo del tanto discusso conflitto fra oriente ed occidente dovrebbe bandire una crociata per la pace. Do­vrebbe spingere i suoi sacerdoti, in tutti i paesi aderenti al blocco di Stalin o al blocco di Truman, a predicare contro la guerra, a convincere i cri­stiani a non scannarsi fra di loro e non presentarsi alle armi quando vi saranno chiamati. Ciò sarebbe veramente evangelico ed anche se i preti fossero esposti a persecuzioni per aver consigliato la resi­stenza passiva, dovrebbero affrontare, con animo lieto, l’avversità e perseverare nell’azione.
Il pontefice potrebbe proibire agli operai catto­lici di lavorare nelle fabbriche addette alla pro­duzione bellica. Potrebbe servirsi delle numerose e potenti organizzazioni che dipendono dalla Chiesa, per agitare l’opinione pubblica e disporla contro la guerra. Potrebbe spendere, almeno una parte, delle immense ricchezze che possiede per alimen­tare la propaganda pacifista e sovvenzionare coloro che sarebbero colpiti per il sabotaggio alla prepara­zione guerresca.
Sarebbe inoltre dovere del Santo Padre interporsi fra i governi nemici, compiere opera di con­ciliazione, servirsi della sua autorità spirituale e dell’influenza morale che esercita sui popoli per fare pressione sugli uomini che dirigano gli Stati rivali ed indurli ad un accordo.
Questo dovrebbe fare il papa ed anche se i suoi sforzi non riuscissero ad evitare il futuro mas­sacro, rimarrebbero sempre come una prova di coerenza allo spirito del Vangelo ch’egli dice rappresentare.
Ma nulla di ciò fa il pontefice. Invece... Ap­poggia la politica del governo americano e spinge i governi clericali o borghesi delle nazioni dell’Europa occidentale a schierarsi nel blocco che dovrà fornire a Truman carne da cannone nella guerra contro la Russia. In tutti i paesi del mondo i preti, istruiti dal Vaticano, non predicano la pace ma attaccano il bolscevismo, instillano nei cuori l’odio contro i bolscevichi e preparano l’ani­ma dei fedeli alla santa crociata che, con le bombe atomiche, abbatterà la tirannia di Stalin. Nei paesi cattolici che aderiscono al blocco orientale, come la Polonia e l’Ungheria, il clero sfrutta la fiducia che in esso ripone buona parte del popolo ed aizza i credenti contro il governo, prepara clan­destinamente l’insurrezione, ostacola con tutti i mezzi possibili l’opera dei dirigenti comunisti. In Ungheria è stato condannato il cardinal Mindszenty perché accusato di congiurare per la restaurazione degli Absburgo.
Nei paesi di occidente, invece, i preti sorreg­gono energicamente i governi anticomunisti, ap­poggiano il rafforzamento degli eserciti e la prepa­razione bellica, invitano i cittadini a rimanere di­sciplinati a tutti gli ordini dei loro governanti e a tutti i provvedimenti che questi adotteranno per il bene pubblico.
In Germania, in Francia, in Italia agenti del Vaticano reclutano i relitti del nazismo e del fa­scismo, i seguaci di Pètain, i fuorusciti ustascia, i ricercati come criminali di guerra, e li organizza­no, li sovvenzionano, ne formano dei corpi speciali che, al momento opportuno, serviranno per scan­nare i bolscevichi nostrani e per sferrare i primi colpi ai russi.
Il papa lavora attivamente per ottenere dagli anglo-americani la ricostruzione dell’unità germa­nica. In cambio, però, i tedeschi creeranno un esercito per combattere il bolscevismo. E quando Stalin sarà travolto e il blocco orientale vinto, il governo cattolico che il papa, avrà fatto nomi­nare a Berlino e che sarà stato l’anima della guerra contro la Russia, rimarrà definitivo appunto perché aureolato dalla luce della vittoria. I tedeschi, nazionalisti impenitenti, sorreggeranno tutti il go­verno che avrà ridato l’indipendenza alla patria e la rivincita sul bolscevico. E il Vaticano domi­nerà il popolo teutonico attraverso i suoi capi che riceveranno gli ordini da Roma.
Ugualmente l’Italia, la Francia, il Belgio ri­marranno sotto i governi clerico - fascisti che avran­no diretto la gente latina nell’attacco agli slavi. Questi governi, installati in un primo tempo con l’aiuto degli angloamericani che vedevano in essi gli strumenti più adatti per condurre gli occiden­tali al macello, dipenderanno in seguito solo dal papa. Altri governi cattolici s’insedieranno in Un­gheria, Polonia, Cecoslovacchia e Romania, perché anche in questi paesi i cattolici, inspirati dal Va­ticano, avranno guidato le quinte colonne contro i comunisti. Franco rimarrà inamovibile in Spagna e Salazar nel Portogallo. Così il papa comanderà l’Europa, Così, per mezzo dei governi clericali a lui ligi, potrà imporre ai popoli la cieca ubbi­dienza alla chiesa. Pio XII realizzerà il sogno teo­cratico di Gregorio VII e d’Innocenzo III. E gli anglo-sassoni si adatteranno volentieri a tale stato di cose che ad essi garantirà il mantenimento del­ ordine dall’Atlantico agli Urali.
Con questo lieto miraggio, il Vaticano, non solo non ostacola la guerra ma la desidera e la pre­para per quanto è possibile. Esso combatte il bol­scevismo non perché Stalin è un dittatore e la Russia una caserma nella quale i proletari mar­ciano indrappellati sotto la frusta del compagno-caporale. Di ciò al Vaticano non importa proprio nulla e, come si è sempre accordato con tutti i tiranni, così si accorderebbe anche con Stalin se Stalin accettasse di condividere il potere con il papa. Ma l’ambizioso asiatico vuol comandare da solo e Pio XII si schiera col capitalismo anglo­sassone che contende al bolscevismo la signoria della terra. I banchieri di Londra e di New York permetteranno al pontefice di governare i popoli europei perché il pontefice permetterà loro di sfruttare economicamente questi popoli. Poi, se anche il papa andrà un po’ più in là e restaurerà i roghi, mastro Titta e la confessione obbligatoria, i puritani d’Inghilterra e i massoni d’America non si scandalizzeranno per tanto poco, ma lasceranno correre, calcolando l’enorme vantaggio che ad essi proverrà dall’ingreggiamento delle masse nell’ovile cattolico dove ogni rivendicazione economica dei proletari e ogni loro rivolta contro il giogo del capitale, saranno soffocate con l’insegnamento della rassegnazione, la promessa del pa­radiso e i metodi di Torquemada applicati ai riottosi.
Dall’Europa il cattolicesimo conquisterà il resto del mondo. Con l’aiuto del Vaticano Peron domi­nerà l’intera America del Sud. Negli Stati Uniti i cattolici diverranno sempre più forti. Il Giap­pone, dove gli agenti papisti lavorano attivamente, si convertirà alfine al culto cristiano. Capitalismo e cattolicesimo, tenacemente alleati, tiranneggeranno l’umanità unificata sotto la loro sferza.
D’altro canto Stalin aspira anche lui alla con­quista del globo e alla riunione del genere umano nelle pastoie del bolscevismo.
E così, per servire gl’interessi e le ambizioni della cricca del Cremlino o dell’altra cricca rivale plutocratica - clericale, i popoli pecoroni si lasceranno trascinare al macello e si stermineranno a vicenda con la ‘bomba atomica ed il raggio cosmico, con i mezzi batteriologici ed i gas tossici. La nostra specie perirà nei vortici sanguinosi dell’ultima guerra mondiale. Le armi scientifiche la distrugge­ranno. E morirà perché gli uomini, in luogo di rimanere liberi e sciolti come la natura li aveva creati, hanno voluto organizzarsi, legarsi e dipen­dere dai capi i quali, profittando della generale sottomissione, dispongono, a piacer loro, della li­bertà e della vita di tutti.
Siccardi dice che l’Anarchia annienterebbe l’umanità. Invece sarà proprio il gregarismo che la spingerà nella fossa.
Però questo potrebb’essere evitato.
Io non credo che la storia sia retta da leggi fisse che la spingono fatalmente verso un’ultima meta: l’unità umana nello Stato cosmopolita o la scomparsa del nostro genere attraverso i violenti conflitti provocati dalla rivalità delle nazioni.
La storia procede a caso. Il suo cammino non è rettilineo, ma a zig-zag. Non avanza costantemen­te verso un unico fine, ma cambia continuamente gli scopi. E ciò avviene perché essa non è determi­nata da un solo fattore (quello ideale di Hegel o quello economico di Marx), ma da una pluralità di contrastanti fattori, ideale, sentimentale, econo­mico, sessuale, ed anche dall’imponderabile, cioè dalle forze misteriose che promanano dagli oscuri recessi della nostra natura e ci costringono talvol­ta a compiere certe azioni senza che noi stessi pos­siamo spiegarne il motivo.
Perciò i fatti storici riescono spesso incompren­sibili. Vediamo delle situazioni che lasciano pre­vedere un risultato sicuro, prodotto dalle condi­zioni già esistenti. Invece il risultato è poi l’opposto dell’atteso.
In Italia, nel 1920, tutti aspettavano la rivolu­zione socialista. C’erano le condizioni che dovevano determinarla. Avemmo la controrivoluzione fascista.
Nel 1940 tutti credevano nella vittoria della Germania. I tedeschi avevano conquistato l’Europa, l’Inghilterra era isolata, l’America impotente ad aiutarla dato che le occorrevano almeno tre anni per adattare la sua industria alla produzione belli­ca e prepararsi all’intervento. Hitler s’era assicu­rato le spalle con il trattato commerciale e d’amicizia stipulato con la Russia. Poteva rivolgere tutte le sue forze contro gl’inglesi, profittare della su­periorità della sua flotta aerea per polverizzare le difese nemiche, distruggere le maggiori città dell’isola, e terrorizzare e deprimere il popolo avver­sario. Poi, al momento buono, fare sbarcare i suoi soldati ed occupare la Gran Bretagna. II governo di re Giorgio avrebbe dovuto implorare la pace ed il nazismo sarebbe uscito vittorioso dalla guerra. Anche se, per una qualunque ragione, lo sbar­co in Inghilterra non fosse riuscito, Hitler avreb­be potuto passare con i suoi eserciti attraverso la Spagna che non si sarebbe opposta. Espugnata Gibilterra, occupata l’Africa settentrionale e l’Egitto, sarebbe andato avanti verso le Indie. La Turchia, la Persia, i paesi arabi non avrebbero osato resi­stergli, ma si sarebbero uniti a lui. Le forze moto­rizzate tedesche sarebbero giunte al Gange e gl’in­glesi, colpiti al cuore nel loro impero, avrebbero dovuto arrendersi.
Hitler, invece, ha aggredito la Russia che, in quel memento, non gli dava fastidio e con la quale se mai, avrebbe potuto regolare i conti dopo là vittoria sull’Inghilterra. Ha consumato la sua po­tenza nel duello all’ultimo sangue con il colosso moscovita, ha dato tempo all’America d’armarsi, agl’inglesi di rafforzarsi ed infine è stato battuto.
Anche ora, nel mondo, la terza guerra annichilitrice appare inevitabile.
Stalin vuole conquistare il globo, ma il capita­lismo anglo-americano che lo domina attualmente non è disposto a lasciarglielo. Le ideologie servo­no ancora una volta da maschera agl’interessi più sfrenati e, sotto il pretesto della difesa della civiltà cristiana o del marxismo-leninismo, si nascondono l’ambizione e la cupidigia delle due opposte cric­che che aspirano a sfruttare e ad opprimere l’intera umanità.
I popoli soli potrebbero impedire, ribellandosi, il tremendo cozzo, ma è presumibile che non lo fa-ranno e si lasceranno trascinare al massacro perché essi sono gregari, servili, abituati ad ubbidire e a bere tutte le frottole che i governanti spac­ciano.
« Da quando vi sono stati degli uomini — scrive Nietzsche — vi sono stati dei greggi (asso­ciazioni di famiglie, di comunità, di popoli, di Stati, di chiese), e sempre molto ubbidienti a pa­ragone del piccolo numero di quelli che comanda­no. Considerando, dunque, che fino ad oggi l’ub­bidienza è stata bene e più lungamente esercitata ed educata fra gli uomini, si può agevolmente sup­porre che in media ciascuno ne ha ora il bisogno innato, come una specie di coscienza formale la quale ordina: tu devi fare assolutamente una cosa, tu non devi fare assolutamente una cosa, in una parola tu devi. L’uomo cerca soddisfare questo bisogno e dargli un motivo ».
E ancora:
«Secondo la forza, l’impazienza, l’energia di questo bisogno, esso accaparra senza scelta, con un grossolano appetito, e accetta tutto ciò che gli soffiano nell’orecchio coloro che gli comandano, siano questi suoi parenti o dei padroni, delle leggi, dei pregiudizi di classe o delle opinioni pubbliche. Ne risulta che oggi, in Europa, l’uomo del gregge si dà l’aria d’essere la sola specie d’uomo autorizzata: egli glorifica le virtù che lo rendono utile al gregge come le sole virtù veramente umane».
Però negli uomini esiste anche, soffocato e ge­mente, il bisogno naturale della libertà ch’è stato poi sopraffatto dal bisogno acquisito dell’ubbi­dienza.
Quindi, se in ogni paese, pochi audaci, riu­scissero, non solo con le parole, ma soprattutto con le azioni, spregiudicate ed eroiche, a scuotere le masse e a risvegliare e a rinvigorire in esse l’istin­to della conservazione, l’anelito libertario compres­so e l’impulso alla rivolta contro coloro che vo­gliono portarle al macello, la situazione sarebbe capovolta, la guerra evitata e la vita restituita al suo primitivo (1) splendore.
Contro il bolscevismo che esige il sacrificio in nome della felicità universale nell’Eden socialista; contro la piovra cattolica che sugge, da venti se­coli, il sangue dell’umanità e vuole ora immolar­la in nome di Cristo e della ricompensa ultrater­rena; contro il capitalismo che premette la grati­tudine della patria a quelli che si faranno ammazzare difendendo le sue casseforti; questi audaci sacrileghi dovrebbero rispondere sventolando la bandiera dell’Anticristo che nega l’inganno dei pa­radisi in questo o nell’altro mondo e vive, senza illusioni e senza conforti, senza sottomissioni e senza rinunzie, nell’egoistica espansione della pro­pria personalità scevra di ogni ceppo.
E la nera, palpitante bandiera sarebbe il sim­bolo della catarsi che trasformerebbe la pecora destinata allo sgozzatoio nell’uomo, libero e forte, che saprebbe vivere per sé, per la sua libertà, per le mete diverse che fisserebbe alla sua azione.
RISPOSTA AD UN TEOLOGO
Tempo fa sostenni a Terni, col teologo Zòffoli, un contraddittorio che fu intempestivamente inter­rotto dall’intervento dell’autorità la quale mi im­pedì di replicare alla risposta del frate. Ecco perché lo faccio ora su queste pagine. E comincio con lo stabilire la differenza che separa la filosofia dal­la teologia.
Io allora dichiarai « la filosofia è quella scien­za che cerca ridurre la pluralità dei fenomeni ad unità intelligibile. Invece la teologia tenta ridur­re questa pluralità di fenomeni ad un unità che non è percepibile né intelligibile. Quindi la teo­logia, pur derivando dalla filosofia, le si oppone nettamente».
A questa mia affermazione Zòffoli contrappose: « io dico che, attraverso i secoli la filosofia si è sempre affermata come ricerca dell’infinito che, per questo, è intelligibile. La storia del pensiero è la ricerca dell’assoluto indefinibile non riducibile ai concetti umani ».
D’accordo professor Zòffoli! Ma io stavo per spiegarvi allora e ve lo spiego ora perché, in quella sera, me l’impedì il sindaco marxista, che mentre la filosofia cerca eternamente, senza mai trovarlo, quest’assoluto intelligibile, la teologia, al contra­rio, crede d’averlo trovato, conosciuto e compreso e vuole spiegarne a tutti l’esistenza con le tre famose prove da me successivamente criticate: Dio dimostrato con le idee, con le cause, con il fine.
Riguardo alle obiezioni da me mosse alla prima prova, Zòffoli si affrettò a dichiarare: «Non è vero che l’argomento di Anselmo d’Aosta sia, come ha detto Martucci, il maggiore argomento per provare l’esistenza di Dio. In secondo luogo quello di cui ha parlato il mio contraddittore non è l’argomen­to ontologico, bensì quello della quarta via».
Descartes e Leibniz non sono stati d’accordo con Zòffoli, avendo ritenuto che la prova median­te le idee fosse la maggiore rispetto alle altre. Ma ciò non ha importanza. Vediamo invece cosa di­mostra l’argomento ontologico e se la sua dimo­strazione può reggere alla critica.
Il nostro pensiero — ha detto Alselmo — può pensare ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore. Ma questo non può esistere nel solo intelletto perché, se così fosse, si potrebbe pensa­re una cosa maggiore, tale cioè che esistesse anche in realtà; il che è in contraddizione con l’assunto.
Esiste, dunque, senza dubbio, qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore, e nell’intelletto e nella realtà.
Ma vediamo se ciò è vero. Io penso un’isola della quale non se ne può pensare una maggiore. Un’isola immensa, bizzarra, straordinaria, solcata da fiumi più vasti degli oceani e pullulante di montagne che s’elevano fino alle stelle. Cerco quest’isola nella realtà e non la trovo. Percorro il mondo, in lungo ed in largo, per rintracciarla, ma non la rinvengo. Quindi l’isola non c’è. Essa esiste nel mio pensiero ma non nella realtà. Ergo, ciò che si trova nel pensiero non deve, necessariamen­te, trovarsi anche nella realtà.
Trattiamo ora l’altro argomento di Anselmo, quello della quarta via, che Zòffoli mi accusò di aver confuso con l’argomento ontologico.
« Io — dice il santo d’Aosta — in presenza d’ogni oggetto concepisco un oggetto superiore in forza, in grandezza, in bellezza; io posso sempre oltrepassare ogni perfezione finita; oltrepassando il finito, posso concepire un essere del quale la per­fezione è infinita. Ma l’essere che si suppone perfetto deve riunire tutte le perfezioni; l’esistenza è una perfezione ed io debbo aggiungere la perfe­zione dell’esistenza all’essere che concepisco eccel­samente perfetto: dunque l’essere perfetto esiste ».
Alla dimostrazione anselmiana obiettai, nella mia conferenza, ch’è impossibile concepire un es­sere nel quale si trovano riunite tutte le perfezio­ni perché queste sono contraddittorie. La perfe­zione dell’uomo, ch’è forza, virilità, energia, sa­rebbe l’imperfezione della donna: la renderebbe una Virago. La perfezione della donna, ch’è dol­cezza, bontà, raffinatezza, deformerebbe l’uomo: lo trasformerebbe in un effeminato. Cerne concepire, dunque, un essere che in se, riunirebbe tutte le perfezioni? Che fosse, contemporaneamente, per­fettamente grande e perfettamente piccolo, perfet­tamente buono e perfettamente cattivo, perfetta­mente bello e perfettamente brutto? Quest’essere sarebbe un mostro, così strano e grottesco che il pensiero umano non saprebbe concepire.
A tale mia dimostrazione Zòffoli, s’affrettò a contrapporre che « tutte le perfezioni si riducono alla medesima semplicità in cui tutte le perfezio­ni conciliano concetto classico dell’assoluto. Le perfezioni non sono contraddittorie, non si esclu­dono, ma si completano perché esse sono perfe­zioni di esseri, diversi nella forma ma uguali nella sostanza ».
Benissimo, prof. Zòffoli! Nell’assoluto gli op­posti si unificano, i generi scompaiono, le diver­sità svaniscono, tutto si riduce ad unità, alla stessa sostanza, ad un solo Essere. Ma le perfezioni sono perfezioni dei generi cioè di quelle manifestazioni dell’assoluto che hanno assunto forme particolari, diverse da quelle prese da altre manifestazioni. Ora se le manifestazioni spariscono rientrando nell’uni­tà dalla quale promanano, se i generi s’immedesi­mano e s’identificano retrocedendo alla semplicità primitiva, allora scompaiono anche le perfezioni e quest’assoluto indistinto non può più riunirle in . Esso diviene allora la causa delle perfezioni che le sue manifestazioni producono, ma è una causa distinta dall’effetto che non può ricondurre in senza annientarlo.
Inoltre se noi ammettiamo che in un Essere si possano trovare riunite tutte le perfezioni, dob­biamo ritenere pure che la sua perfezione è in­finita. Ma, siccome la perfezione è una qualità che presuppone la sostanza della quale essa è qualità, se ne desume che, se è infinita la qualità dell’Esse­re, infinita è anche la sua sostanza. Perciò la so­stanza spirituale di Dio è infinita.
Ma se Dio è infinito non può esistere il mondo, composto da sostanza materiale; giacché laddove la sostanza materiale comincerebbe, finirebbe la sostanza spirituale di Dio. Dio dunque avrebbe
un limite e non sarebbe più infinito.
Così ugualmente non potrebbe esistere nem­meno lo spirito umano. Perché questo è composto da una sostanza spirituale che però è imperfetta, non ha la pienezza dell’Essere ch’è solo del Crea­tore. Ma allora dove s’inizierebbe la sostanza spi­rituale imperfetta, cesserebbe la sostanza spirituale perfetta, cioè Dio sarebbe limitato una seconda volta. Ma ciò è impossibile perché Dio è infinito, e l’infinito è quello che ha tutto in esso e al di fuori del quale non vi è nulla. Quindi o il mondo e lo spirito umano esistono in Dio, sono sue manife­stazioni diverse, sue emanazioni distinte nella for­ma, ma uguali nella sostanza. Ed allora non v’è dualità di sostanze, tutto è Dio, noi e il mondo siamo in esso, ne siamo una parte, ma il Dio di­venta il Dio immanente del panteismo che Zòf­foli, cristiano, non vorrà certo accettare. O pure il Dio è trascendente ma allora non può creare al di fuori di sé altre sostanze che limiterebbero la sua infinità. In tal caso v’è soltanto Dio, infinito ed eterno, ed il mondo e lo spirito umano non esistono.
A questo mia dimostrazione Zòffoli rispose che: « Dio è l’infinito, l’assoluto, il necessario. Il mon­do è una realtà finita, se invece fosse infinito al­lora non ci sarebbe poiché due infiniti si escludono a vicenda. Ma poiché il mondo è finito fra i due termini non c’è incompatibilità. Supponiamo due linee dirette, la prima non circoscrive la lunghez­za dell’altra, non sono contraddittorie, la finita non limita l’infinito ch’è inesauribile, le due linee rimangono distinte. Un esempio: il potere dell’uf­ficiale non limita quello del re. L’ufficiale non è contrapposto al re che rimane re, eppure altro è il re e altro l’ufficiale. Concepiamo quindi il mondo finito e Dio infinito».
Ma non è cosi, teologo Zòffoli. Le due linee si svolgono entrambe nello spazio nel quale sono, tutte e due, contenute. L’una segue lo spazio al­l’infinito, l’altra si ferma a un certo punto. La se­conda non limita la prima ma rimane distinta da essa perché ambedue rimangono sempre se­parate nello stesso spazio. Ma se la linea finita si trovasse fuori lo spazio allora limiterebbe sia que­sto che la linea infinita che con questo si prolunga all’infinito.
L’autorità dell’ufficiale non limita quella del re perché si realizza nell’ambito dell’autorità reale. Se non si sviluppasse in questo ambito ma ne fosse al di fuori, allora limiterebbe sì l’autorità del re che verrebbe a cessare nel punto dove co­mincerebbe l’autorità dell’ufficiale.
Zòffoli dichiarò anche quanto riporto testual­mente dal suo discorso che ho qui stenografato;
« Martucci dice: come fate a stabilire quale il bene e qual’è il male? Voi dite che Dio solo è buono, ma cos’è la bontà, cosa amore, cosa giu­stizia e rispondo: il bene e il male non esistono in ma è l’uomo che giudica bene o male secondo come crede. Protagora dice: l’uomo è misura di tutte le cose. Io però rispondo a Martucci come si stabilisce il bene e il male: noi arriviamo a formu­lare i concetti con l’induzione, con l’intuizione, con l’esperienza ed è con ciò che diciamo che pos­siamo stabilire i fenomeni e costruire la scienza e giudicare uomini e storia. E’ vero che il bene e il male sono creazioni dell’uomo? In questo caso que­sti concetti non hanno valore assoluto, ciò che è bene sembra bene a me e non ad un altro e in que­sto modo ci leghiamo le mani. E allora come Martucci può prendersela con Dio cattivo, ingiusto, se Dio ha pensato di fare bene come ha fatto? Come possiamo giudicare dell’operato dei preti? Si parla dell’ingiustizia dell’Inquisizione ma come si può giu­dicare se non si sa qual’è il bene e quale il male? Ognuno può fare il comodo suo...».
Effettivamente io non credo nell’esistenza della Morale, della Giustizia, del Dovere e di tutte quel­le altre menzogne inventate da alcuni uomini per meglio ingannare e opprimere gli altri, senza tema d’incontrare resistenza. Io penso, con Stirner e Nietzsche, che l’essenza dell’uomo è l’egoismo, che
può essere appagato soltanto dalla forza (intenden­dosi per forza non solo quella fisica ma anche l’intellettuale).
In natura non esiste una gerarchia qualitativa fra le manifestazioni vitali ma tutte si equivalgo­no perché sono tutte necessarie, tanto le manife­stazioni che danno la vita come le altre che pro­ducono la morte dalla quale nasce nuova vita. Il bene e il male in non esistono, è l’uomo che giudica buona o cattiva ogni cosa, ma ogni uomo giudica a modo proprio, cioè diversamente dagli altri. Quindi il mio bene è il tuo male e il tuo male è il mio bene. Ciascuno fa quello che crede, se le azioni altrui offendono i miei sentimenti o i miei interessi posso reagire difendendomi, ma non posso giudicare e condannare gli avversari, non posso dire che essi non dovevano fare come han­no fatto.
Quindi io non biasimo né condanno Dio se, per soddisfare un suo capriccio, mi ha tolto dal nulla per buttarmi nelle braccia del dolore. Non lo recrimino per le sue azioni, per il castigo in­flitto ad Adamo che aveva usato della libertà con­cessagli da Dio stesso ed aveva scelto come me­glio gli pareva. Non lo giudico per l’immeritata sofferenza decretata contro la discendenza inno­cente di Adamo, per il diluvio col quale affogò uomini e bestie, per il massacro ordinato dei bambini primogeniti degli egiziani. Non lo critico per il comando impartito a Mose di fare scannare dai leviti gli adoratori del Vitello d’oro, e per la pe­ste mandata agli ebrei che Davide aveva voluto censire. Se Dio, per il suo egoismo, ha voluto fare così, ha fatto bene, per , ad agire in tal modo. Ugualmente non giudico nemmeno i preti, non li condanno, non rimprovero l’Inquisizione per i roghi sui quali arse vivi milioni di eretici. Se gli inquisitori, per il loro egoismo di fanatici o per la tutela dei loro interessi materiali, credevano bene eliminare tutti i nemici della fede cattolica o tutti coloro che non volevano sopportare la tirannia o lo sfruttamento della chiesa, non potevano agire al­trimenti.
Ma in questo caso se Dio non è un padre amo­roso e pensa solo a se stesso; se la Chiesa non è una tenera madre ma cura solo il suo tornaconto, sacrificando i propri figli quando ciò le reca van­taggio; allora noi uomini non dobbiamo sacrifi­care il nostro egoismo ai piedi di Dio e della chiesa, non dobbiamo essere più servi timorati e devoti, non dobbiamo più accettare la legge di Dio e dei suoi rappresentanti sulla terra. Ma oc­corre invece che ci ribelliamo per riconquistare la libertà la quale permette a ciascuno di vivere co­me meglio gli pare e piace. Dunque quando ri­cordo la ferocia del Dio biblico e i misfatti dei preti, non è per condannarli in nome di una nor­ma morale nella quale non credo; ma è per sma­scherare l’ipocrisia della chiesa la quale vuol darci ad intendere che il Padreterno è clemente e mi­sericordioso, che i Sacerdoti sono buoni ed altruisti e che perciò noi dobbiamo rispettarli, amarli e sot­tostare alla giusta disciplina che essi ci dettano.
Egoismo contro egoismo: se la chiesa, per il suo interesse ci ha imposta la sua tirannia e l’ha mantenuta con tutti i mezzi, noi, per il nostro in­teresse, possiamo insorgere e spezzare le catene, servendoci di tutti i mezzi. Questo è il senso della mia critica, esimio teologo. Non un giudizio etico, ma una valutazione utilitaria.
Riferendosi poi all’argomento cosmologico di Tommaso d’Aquino, da me brevemente esaminato, Zòffoli s’affannò a dimostrare che l’insufficiente de­ve venire dal sufficiente, il finito dall’infinito, il movimento dal motore immobile ch’è fuori e dietro le cose. Il mondo è finito quindi è opera di Dio infinito.
Ma, caro frate, l’infinito non può creare, fuori di , il finito, altrimenti si limita. Può creare in , ma allora crea l’infinito perché ad una causa infinita non può corrispondere che un effetto in­finito. Se infinito è Dio, che è l’unità di tutto ciò che si spiega nell’universo, è infinito anche l’uni­verso il quale non è altro che l’esplicazione dell’essenza divina La perfezione infinita deve ma­nifestarsi attraverso un’infinità di esseri e di mon­di. Ma questa è la filosofia di Giordano Bruno per il quale la causa, che è l’unità infinita consi­derata come contrapposta al mondo che da essa scaturisce, è anche il principio ch’è quella stessa unità considerata come immanente nel mondo.
Però per Tommaso d’Aquino la causa è tra­scendente, produce fuori di l’effetto. Il mondo non è emanato, non è l’esplicazione della divi­nità, ma è creato da Dio che rimane separato da esso. E allora o la causa infinita attua un effetto infinito, ma in questo caso due infiniti non possono coesistere. O la causa infinita genera un effetto finito e v’è contraddizione. Inoltre l’effetto finito limiterebbe l’infinità della causa. Dio sarebbe limitato dal mondo che avrebbe creato fuori di .
In merito alla critica da me mossa all’argo­mento teologico o finalistico dell’Aquinate, Zòffoli osservò: «Secondo S. Tommaso in natura abbiamo la finalità. Le bestie non pensano, non sono libere e allora c’è un altro essere che le ha ordinate. Per esempio l’orologio non pensa ma segna le ore. Se non dipende dall’uomo deve dipendere da un altro essere divino. Martucci dice che in natura v’è l’ordine ma v’è anche il disordine, ma io rispondo che l’ordine è più normale del disordine.
In noi tutti c’è un ordine, la natura tende all’ordine, non c’è caos in essa, ma leggi e fi­nalità... ».
Così parlò il teologo. Ma egli dimenticò che, in natura, l’ordine e il disordine, stanno l’uno ac­canto all’altro, ugualmente necessari. Al fianco di ogni regola si trova l’eccezione, vicino ad ogni legge si presenta l’anormalità. Per la natura hanno valore uguale: sono entrambe necessarie. La vita e la morte, la creazione e la dissoluzione, l’ar­monia ed il caos, la normalità e l’anormalità, sono indispensabili alla natura perché indispensabile per essa è manifestarsi in modi diversi ed opposti. Come si può dunque dire che la natura tende più verso l’uno che verso l’altro? Più verso l’ordine che verso il disordine?
«Un ordine ed un giudizio delle cose secondo il loro valore — ho scritto nel mio libro « Più Oltre » — è sognato soltanto dalla limitatezza del pensiero umano il quale attribuisce al mondo i fini suoi propri ».
Del resto anche se si potesse dimostrare che la natura tende verso un fine, questo proverebbe, come ha osservato Kant, l’esistenza del Demiurgo non del Dio trascendente. Dio agirebbe sulle cose non come una forza straniera ma come l’artefice che dal di dentro spingerebbe tutte le cose a con­servarsi e ad ordinarsi sempre meglio e a realizzare una superiore armonia.
Zòffoli infine soggiunse: «La conclusione del discorso di Martucci è stata questa: la mia non è la posizione dell’ateo, non quella dell’agnostico, ma quella dell’uomo libero che vuol essere senza Dio e senza padrone. Ma io domando se questo atteggiamento si possa dire di un pensatore o di uno che si è lasciato prendere la parola dalla foga. Io dico: non è ammissibile ciò in una persona seria perché se le si dimostrasse l’esistenza di Dio non dovrebbe fare altro che inginocchiarsi ed ado­rarlo ».
In effetti io, dopo aver confutato tutte le prove dell’esistenza di Dio, anche quelle di Kant e di Pascal che Zòffoli si rifiutò di discutere col pretesto che non sono accettate dalla filosofia cattolica, conclusi: i sensi non percepiscono Dio, la ra­gione non me lo dimostra anzi mi attesta la debo­lezza delle argomentazioni con le quali i teologi cercano provarlo. Però io so che i sensi non mi fanno conoscere la realtà in , so che la ra­gione umana è limitata, e quindi ammetto anche che Dio potrebbe esistere se pur a me ap­pare impossibile. Ma se anche esistesse e, all’improvviso, si rivelasse a me io dovrei dichia­rargli che non vorrei riconoscere la sua autorità e sottomettermi ad essa.
Secondo Zòffoli invece dovrei inginocchiarmi ed adorare. Ma perché? Forse perché Dio è il mio creatore? Ma gli ho chiesto io di trarmi dal nulla? E se mi ci ha tratto di sua volontà, perché mi ha dannato alla condizione di schiavo che deve ubbidire sempre alla legge imposta dal padrone divino, se vuole evitare più terribili castighi?
Del resto, anche ubbidendo, non mi libero dal dolore. Questo continua a tormentarmi. E’ inseparabile dalla vita. E perché Dio ha creato il dolore che eternamente ci strazia?
Sant’Agostino afferma che il dolore proviene dal male che è in noi. Ma questo male non è una realtà ma una privazione, una deficienza di quell’unica realtà ch’è il bene, la perfezione. Dio ci crea buoni, perfetti come lui. Ma non ci dà tutta la sua bontà, tutta la sua perfezione, altri­menti noi uomini saremmo uguali a Dio, saremmo tanti dei e diverrebbe impossibile distinguere ha il creatore e le sue creature. Quindi quel tanto di bene, di perfezione che ci manca costituisce il male, l’imperfezione umana.
Ma perché Dio non ci ha creato uguali a , non ci ha fatto dei? Forse perché non voleva con­dividere con noi il governo dell’universo e intendeva rimanere despota unico? E allora perché Dio non s’è astenuto dal creare? Perché la sua bontà non ha resistito all’impulso che lo spingevi, a manifestarsi limitandosi? Contro Dio, dunque, opporrei la mia rivota. Ed anche se egli scate­nasse su me tutti i fulmini della sua ira, non potrebbe piegare la mia volontà come non piegò quella di Promèteo, incatenato alla roccia del Caucaso, e di Capanco disteso sotto la pioggia di fuoco.
Questa rivolta frenetica, questo desiderio pa­rossistico di libertà che spinge l’individuo anarchico ad insorgere contro ogni autorità, divina o umana, e a spezzare ogni freno religioso, etico e legale, produrrebbe, nella sua generalizzazione, lo sfacelo della società ed il trionfo della bellum omnium contra omnes.
Cosi disse Zòffoli ma gli oppongo che un equi­librio fra gli egoismi liberi è possibile perché determinato in certi casi dall’utilità reciproca che gli uomini trovano nell’accordo, e in certi altri casi dalla resistenza che ogni attacco incontra quando tutti sono agguerriti nella difesa della propria personalità.
Zòffoli affermò ancora l’esistenza dell’assoluto e lo descrisse minutamente, dimostrando la vanità della teologia la quale non solo pretende di aver trovato questo assoluto, ma asserisce anche che lo conosce a fondo e sa ch’è composto di una sostanza spirituale dotata degli attributi d’infinità, eternità, indivisibilità, indivisibilità, ecc. Tutti i teologi concordano nel definire Dio nello stesso modo, - mentre i filosofi anche quando credono di aver scoperto l’assoluto, lo concepiscono però cia­scuno a modo proprio. Esso è per Platone il mondo spirituale, per Epicuro la materia eterna, per Spinoza l’unica ed infinita sostanza dotata degli attributi spirituali e materiali, per Leibniz una folla di monadi, per Kant il noumeno inco­noscibile, per Hegel l’idea immanente. Ma la filosofia non è soddisfatta ancora, non accetta defi­nitivamente nessuno di questi assoluti e continua l’eterna ricerca destinata a non trovare mai l’ap-pagamento completo. Si può ritenere inutile l’at­tività filosofica e passare, come auspicava Comte, dal tentativo d’intendere l’ultrafenomenico all’os­servazione e allo studio del fenomenico. Cioè si può rinunziare alla metafisica e dedicarsi solo alla .scienza. Ma fin quando la filosofia esisterà, rin­correrà sempre il fantasma dell’assoluto; e nel momento in cui «n filosofo crederà d’averlo rag­giunto, l’altro gli dimostrerà che non è quello e la corsa sarà ripresa.
Invece i teologi non hanno bisogno di correre. Essi credono d’aver trovato l’assoluto e sono tutti d’accordo nel concepirlo ugualmente perché lo vedono tutti con gli stessi occhi. E pure il loro assoluto non è percepibile né intelligibile. E a questi signori dico: io non so se c’è o non c’è l’assoluto, ma so di non poterlo conoscere mai. Io sono uno scettico, dubito di lutto, ma siccome, par vivere, debbo accettare una realtà, allora ac­cetto e tratto come tale l’apparenza, pur sapendo ch’essa potrebbe non essere la realtà. Ma se anche mi fosse dato conoscere l’assoluto e constatare ch’è proprio quello che dite voi, cioè Dio Padre onni­potente creatore del cielo e della terra non mi genufletterei ai suoi piedi, ma rimarrei diritto, più diritto che mai.
Perché se i vari Zòffoli amano l’inchino, io preferisco la fierezza. Se le pecore desiderano il pastore, io aspiro alla libertà. E sulla bandiera del­la mia rivolta ho scritto, da trent’anni, col san­gue delle mie vene, il motto che esprime la supre­ma necessità della mia anima tormentata: frangar, non flectar.
ESISTE LA GIUSTIZIA?
Il professore Decio Conti (qual’ è la posizione intellettuale e politica di costui?) crede nell’esi­stenza della Giustizia. E quando l’ho pregato di spiegarmi questa cos’è, ha risposto: « La Giustizia è un’idea che gli uomini hanno accettato dai tempi più lontani, ch’è stata trasmessa di generazione in generazione e si è fissata nella mente umana, esercitando la sua influenza sul nostro pensiero e sulla nostra condotta ».
Benissimo! Conti ha ragione. Tutti, o quasi tutti gli uomini, hanno accettato, dalle epoche più remote, l’idea della Giustizia. Però ciascuno l’ha sempre interpretata a modo proprio. Ogni popolo e ogni classe, ogni gruppo e ogni individuo, ha avuto una propria concezione della Giustizia di­versa da quella che avevano altri popoli e altre classi, altri gruppi e altri individui.
I romani pretendevano ch’era giusto conqui­stare le terre dei barbari ed imporre, a questi, con la forza, la loro civiltà. I barbari ritenevano ch’era giusto respingere l’invasore, conservare la libertà e rinunziare alla civiltà. I crociati crede­vano servire la Giustizia, liberando il Santo Se­polcro e cacciando i turchi da Gerusalemme. I turchi sostenevano che la Giustizia era dalla loro parte perché essi difendevano la vera fede e resi­stevano all’aggressione degli occidentali. I sociali­sti moderni si dichiarano soli campioni dell’equità, mirando alla distruzione delle frontiere e all’affratellamento dei popoli nell’umanità unificata. I nazionalisti asseriscono ch’è equo il loro ideale (che propugna l’indipendenza per ogni popolo ed il suo diritto a primeggiare, con ogni mezzo, sugli altri. L’austero padre di famiglia afferma che la Giustizia lo ispira quando cerca impedire alla giovane ed inesperta figliuola di cedere alle lu­singhe del seduttore e alla perdizione che la in­sidia. La figlia pensa ch’è giusto ch’essa possa di­sporre del suo corpo come vuole e darlo all’uomo amato, contravvenendo al divieto paterno.
Appare dunque chiaramente che non v’è una sola Giustizia, eterna ed universale, ma vi sono tante giustizie, diverse ed opposte.
Quale, fra queste, sarà la vera?
Se ci fesse l’Iperurania platonica e gli uomini potessero fissare i loro occhi in essa e vedere l’idea trascendente di Giustizia, il modello assoluto e perfetto, allora sarebbe facile constatare che fra le varie concezioni umane della Giustizia la vera è quella che somiglia al modello. Ma siccome l’Iperurania non c’è, il modello manca, la conse­guenza è che tutte le diverse ed opposte idee di Giustizia sono tutte vere o tutte false, o sono tutte né vere né false. Quindi tutte si equivalgono.
Però, pur essendo differenti, queste varie concezioni hanno in comune la pretesa d’esigere il sacrificio da parte dell’individuo. Ogni giustizia vuole che l’io si strazi sul suo altare.
Il romano deve sopportare le fatiche ed i pe­ricoli della guerra e correre il rischio di finire nella selva di Teutoburgo, sotto le lance dei pri­mitivi. Il barbaro è costretto ad esporsi alle rap­presaglie dei conquistatori ed alla sorte di Vercingetorige. Il crociato ha l’obbligo di abbandonare patria, famiglia ed interessi per andare incontro all’insidia tesa da Saladino. Il turco devo affron­tare l’ira di Riccardo Cuor di Leone e dei suoi spietati guerrieri. Il socialista sfida la galera, la miseria e le persecuzioni della società capitalista. Il nazionalista offre la propria vita nella lotta contro lo straniero e sa che finirà in carcere se il socialismo trionferà. Il pater familias, per evitare la corruzione della figlia, si tormenta l’anima e s’impone gravi sacrifici finanziari per mantenerla in collegio o pagare servi che la sorveglino. La figlia corre l’alea di finire sul lastrico o nell’alcova di un bordello dove raccoglierà sifilide, disprezzo e miseria.
Ogni concezione della Giustizia richiede, dunque, dall’individuo che l’accetta, la sottomissione ad un Dovere che sacrifica l’uomo. Ma cosa dà, in cambio, la Giustizia al sacrificato?
Una ricompensa: la soddisfazione d’avere agito moralmente, d’avere evitato la pena dei rimorsi, o d’aver conquistato la stima altrui e d’essersi reso gradito a Dio o all’umanità.
Quindi la Giustizia pretende dall’individuo un sacrificio che paga con il risarcimento di una ricompensa.
Ma così, nello stesso modo, si comporta anche l’interesse. Esso mi dice: se vuoi avere la gioia d’arricchire, devi esporti allo strapazzo del lavoro o ai pericoli del furto. Se vuoi possedere una bella donna devi rovinarti finanziariamente per lei o andare incontro alla pistola del marito geloso. Se desideri la conquista della gloria devi ottenerla consumando la tua salute sui libri e resistendo alle calunnie e alle perfidie degl’invidiosi. Se aspiri a coronare la tua ambizione con il potere dittatoria­le, rassegnati a sopportare lotte, contrarietà, ri­schi, patema d’animo.
Quindi l’interesse, come la Giustizia, condizio­na la ricompensa che ci promette con il sacrificio che esige. Ma allora se interesse e Giustizia pre­tendono entrambi un mio dolore per retribuirlo con un piacere (spirituale o materiale) io debbo considerarli equivalenti e non trovo nessuna ra­gione per stimare la Giustizia superiore all’inte­resse.
Si dirà: se non servo la Giustizia, se non mi sottometto al Dovere, sarò esposto al tormento dei rimorsi che lancinano l’anima. Ma ugualmente se trascuro l’interesse, se non bado al tornaconto, posso subire, in seguito, lo spasimo di dolori mo­rali, per nulla inferiori alle pene che straziano l’uomo onesto che ha peccato.
« Se il sentimento del dovere — scrive Ferrari — fa vergognare quelli che gli resistono, se rode col rimorso, anche l’interesse trae al suo seguito una legione di pentimenti e di dolori; anch’esso ci punisce col suo rimorso, e si vale della vergogna per farsi obbedire. Guardate ai fatti: quella fanciulla geme, le pesa la sua verginità; quel re è afflitto, ha commesso l’errore d’esser giusto; quel generale è dolente perché non fu perfido; quel ministro è infelice, vorrebbe aver violato la fede. Tito era mesto il giorno in cui non era stato benefico; il condottiero Gabrino Fondulo moriva disperato per non avere ucciso il papa e l’impe­ratore quando li aveva ospitati a Cremona. Dob­biamo imitare Tito o il condottiero? La logica ci vieta di rispondere. Al cospetto della logica i caratteri del dovere e quelli dell’interesse sono figliali. Come il dovere, l’interesse cambia, cede all’abitudine, all’educazione, alle circostanze; va­ria coi costumi, col clima, con l’incivilimento. Qualche volta l’interesse è dubbio, incerto, riflet­te; sono gli stessi fenomeni del dovere; nel medio evo esso invocava la casuistica della chiesa e quella della cavalleria; esso reclama dovunque lo studio della giurisprudenza e le decisioni dei tribunali. L’interesse può scomparire almeno parzialmente: possiamo diventare insensibili ai piaceri più at­traenti, possiamo privarcene lietamente; nell’amo­re, un essere vive nell’altro, e l’interesse sospende il regno dell’interesse. Lo stesso fenomeno si riproduce nel dovere: il rimorso scompare con l’abitudine del delitto; intere nazioni possono discono­scere i primi principi dell’umanità; nell’antichità tutto il genere umano ha consacrato l’ingiustizia della schiavitù; la stessa ingiustizia trovasi an­cora consacrata nelle più vaste regioni del globo. Ivi l’uomo è una macchina; viene Flagellato, ferito, ucciso; le leggi del giusto restano sospese nel san­tuario stesso della coscienza: quelle del pudore son vane; lo schiavo non ha sesso per sedurre la donna libera, né per farla vergognare. In qual modo obbligheremo noi l’uomo pervertito a se­guire un sentimento che non ha?
I due istitì dell’interesse e del dovere si ri­ducono a due impulsi, a due forze; se manca il motivo per preferire l’una all’altra, la scelta sarà dettata dall’intensità delle forze. La logica darà ragione alla meccanica. Dunque l’impulsione più forte avrà il diritto di trarci seco; dunque l’azio­ne, risultato necessario del più forte impulso, sarà sempre giusta: dunque sarà giusto essere ingiu­sto, quando la fatalità dell’egoismo prepondera sulla forza del dovere. Non si chieda se devesi onorare il virtuoso o l’iniquo, se vuolsi imitare Seneca o Nerone. La questione non ha più senso; siate ciò che siete, stimate ciò che riesce: il fatto è il diritto»
Noi non abbiamo, dunque, un motivo valido per considerare la Giustizia superiore all’interes­se e per preferire, nella scelta, la prima al secondo. Come l’interesse, la Giustizia pagana e quella cristiana, la Giustizia socialista e, la Giustizia na­zionalista, pretendono dall’individuo un sacrificio che pagano con una ricompensa, e sanzionano per il disertore il tormento dei rimorsi. Dunque, tutte le giustizie hanno gli stessi caratteri dell’utile. Perché quindi dovrei stimarle migliori di questo utile?
Ma la Giustizia di Kant esige il sacrificio al quale non offre nessuna ricompensa. Io debbo fare il bene per il bene, non debbo avere altro fine che la Giustizia. Se io invece facessi il bene per ottenere un vantaggio, per avere una soddisfazione intima, o per evitare la pena dei rimorsi, o per rendermi meritevole del paradiso nell’altra vita, o per conquistare la stima degli uomini, o per procurarmi un piacere sentimentale o materiale, allora la mia azione sarebbe egoistica, avrebbe per fine me stesso, non la Giustizia, ed io non avrei agito moralmente. Invece debbo agire disinteressatamente, contro gl’impulsi del sentimento e dell’egoismo, per conformarmi alla legge morale che trovo nella mia ragione e che impone alla volontà un romando che la ragione riconosce universale e incondizionato.
«Tu devi, dunque puoi» dice Kant. Quindi posso andare contro i miei interessi e le mie ten­denze solo perché la legge morale stabilisce che debbo fare così.
Ma, contrariamente a quanto afferma Kant, in tutte le ragioni degli uomini non si trova la stessa legge morale che tutte le ragioni riconoscono necessaria e giusta. Invece ogni ragione si crea una sua morale ch’è in contrasto con le morali che altre ragioni creano. E ogni ragione genera la pro­pria etica sotto l’influenza dei sentimenti e dei bisogni, degli interessi e delle passioni che predominano nell’individuo. Quindi l’azione disinte­ressata, il bene per il bene, il dovere per il dovere, non s’incontrano mai nella condotta umana.
Secondo Kant la ragione non può mai dimo­strare a nessun uomo ch’è razionale offendere la Giustizia, violare la libertà degli altri uomini. Ma perché non lo potrebbe? Per la necessità, risponde Kant, di rispettare la libertà degli altri. « Ma perché — chiede Ferrari — devo io rispettare là persona, la libertà dei miei simili? La mia libertà è il mio interesse, quella degli altri lo limita; ri­spettando la mia libertà sono felice, rispettando quella dei miei simili sono sacrificato; faro adun­que ciò che mi piace e tanto peggio per chi ne soffre, io non conosco che me e il contrasto della mia libertà con quella dei miei simili riproduce, senza scioglierlo, il dilemma del bene e del male. Kant pretende di costringermi al dovere per la necessità di essere coerente; mi domanda se vo­glio vilipendere la libertà che reclamo, se voglio rifiutare agli altri ciò che domando per me. Sì, certo; se la mia libertà è un principio, io voglio essere assolutamente libero, e non posso essere accusato di contraddizione rifiutando di rispettare negli altri la libertà che esigo rispettata in me. La contraddizione si verificherebbe se cadesse su di un identico oggetto, se nemico di me stesso fossi deliberato a reclamare e a respingere la mia propria libertà, allora soltanto, per esser logico, sarei costretto a scegliere d’esser libero o schiavo, persecutore o vittima. Ma, violando la giustizia, io demando per me la libertà, per altri la servitù; e messo da parte il dovere, rimango logicamente fedele al principio della mia propria indipenden­za Nulla v’ha di più naturale ».
Ferrari ci dimostra così l’impossibilità della Giustizia basata sulla logica. Però finisce anch’egli col riconoscere la Giustizia fondata sulla natura umana.
Per lui il Dovere è determinato dall’utile perché c’è in noi un impulso, inesplicabile ma reale, che ci spinge a sacrificare certi interessi partico­lari all’interesse naturale e generale nel quale si realizza, veramente e completamente, l’interesse personale. Quest’impulso, svolgendosi, varia all’infinito, crea le più diverse morali, spinge Cristo ad immolarsi per la redenzione di tutti gli uomi­ni, ed Achille a combattere e a soffrire per otte­nere il trionfo dei greci sui troiani. Si rivela nell’’uomo onesto che lavora per la collettività, nell’idealista che lotta e pena per la liberazione del popolo, nel malfattore che si lascia gettare in galera per non tradire i suoi compagni o pure che a tutto rinunzia per consumare il delitto. L’inte­resse generale implica l’abnegazione dell’individuo che ne partecipa e quest’abnegazione giunge fino alla santa contraddizione del sacrificio intero dell’interesse.
La morale di Ferrari non è altro che la morale utilitarista di Bentham, riveduta e corretta. Esiste veramente in tutti gli uomini l’impulso al sa­crificio? Non vi sono forse molti uomini che non sono portati a sacrificarsi per gli altri e nemmeno per loro stessi, contentandosi del poco anziché tendere al molto che non potrebbero conquistare se non mediante rinunzie e pericoli? E fra coloro che invece sono disposti al sacrificio questa ten­denza non si rivela talvolta conciliantesi con l’in­teresse generale, ma tal’altra volta contrastante con l’interesse dei propri simili?
In natura v’è un istinto che ci spinge al mu­tuo appoggio e che Kropotkin ha tanto bene stu­diato, ma v’è anche un’inclinazione che ci sprona alla guerra, alla lotta per l’esistenza. Vero è che Darwin ha dimostrato che tale lotta è più severa fra specie diverse che non fra individui apparte­nenti alla stessa specie. Però esiste anche nella medesima specie e noi sentiamo che in certi casi possiamo realizzare il nostro interesse personale nell’interesse generale, ma in certi altri casi av­vertiamo che l’interesse dell’io non può essere appagato se non mediante il danno altrui.
Noi siamo, contemporaneamente, sociali ed an­tisociali, generosi e perversi. Come si può dunque pretendere che la tendenza naturale più forte sia quella che ci spinge a sentire il nostro utile indi­viduale nell’utile di tutti? Il delinquente che si sacrifica per non denunziare i compagni, cerca, in un altro momento, defraudarli dei prodotti del furto consumato insieme. Si espone alla loro ven­detta, corre il rischio di dare e ricevere coltellate, ma tutto ciò lo fa per, per un interesse che contrasta con quello altrui. L’onesto lavoratore che suda sul campo o nella fabbrica, se riesce ad acquistare una piccola proprietà, sfrutta i suoi operai come il padrone sfruttava lui. L’idealista che ha sofferto per tanti anni per liberare l’umanità, può infine, quando ha raggiunto lo scopo, diventare un tiranno ed opprimere quella stessa umanità che aveva voluto prima affrancare.
Non è quindi possibile fondare la Giustizia sul­le tendenze naturali che sono varie e contraddit­torie.
La conclusione è perciò che la Giustizia, unica ed universale, non c’è. Le diverse ed opposte giu­stizie hanno gli stessi caratteri dell’interesse e manca un motivo logico per preferirle a questo. Una giustizia del disinteresse non può esistere come non può esistere nemmeno una giustizia creata dalla spontaneità naturale.
Dunque la Giustizia non esiste.

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