Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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domenica, marzo 22, 2026

DINO L’HOMUNCULUS nessuno nasce nessuno muore

 

 






SEGRETO DI STATO

EDIZIONI Z.I.A. — XENOSYSTEM BOLOGNA

COLLANA UCRONIE DEL NULLA / N. 666

 

DINO

L’HOMUNCULUS

nessuno nasce

nessuno muore

D-O misericordia

 

Casagrande Riccardo

 

 

 

 

 

 

alias DINO / alias PHANTOM-27 / alias IL RINGIOVANITO

alias GESÙ IL FALSO MESSIA D’ISRAELE / alias IL SANTONE

alias IL VAMPIRO DROGATO / alias IL TURCO / alias POPE GAPON

alias L’EBREO CHE RIDE / alias IL TRICKSTER

Bologna / Fossombrone / Marsiglia / Venezia / Sion — 1971–2026


 

[DOSSIER Z.I.A. / FASCICOLO HOMUNCULUS-28 / DOCUMENTO TRASMESSO DAL DOPO]

 

POSTFAZIONE II

DINO, UN DETECTIVE SELVAGGIO A FOSSOMBRONE

di Roberto Bolaño

— — —

1.

Sono morto nel 2003 a Barcellona, con il fegato che non funzionava più, aspettando un trapianto che non è mai arrivato. Morire aspettando qualcosa che non arriva è il modo più latinoamericano di morire che esista, anche se io ero cileno e vivevo in Spagna e non avevo più niente a che fare con l’America Latina tranne i sogni e i libri. Ma adesso mi chiedono di scrivere la postfazione di un libro italiano, di un autore italiano che non è un autore nel senso convenzionale della parola, che non è nemmeno una persona nel senso convenzionale della parola, che si chiama con quindici nomi diversi e vive in una cittadina delle Marche che si chiama Fossombrone, e io dalla mia posizione di morto non posso che accettare, perché i morti accettano tutto — è il nostro unico privilegio.

Ho letto questo libro come si leggono le cose importanti: con terrore. Non il terrore delle storie dell’orrore — quello è un terrore facile, un terrore da luna park. Il terrore di questo libro è il terrore del riconoscimento. Il terrore di guardare in uno specchio e vedere il volto di qualcun altro — o peggio, il terrore di guardare in uno specchio e vedere il proprio volto per la prima volta, dopo anni di non averlo guardato, e scoprire che non è il volto che ricordavi.

Dino non si guarda mai allo specchio. Lo dice il testo. È il dettaglio più importante del libro — più importante delle formule numeriche, più importante della Process Church, più importante del grimorio di Crowley. Un uomo che non si guarda allo specchio è un uomo che sa qualcosa che gli altri non sanno: che il volto è una menzogna. Che il volto è l’ultima maschera — quella che non puoi togliere perché è attaccata alla carne.

— — —

2.

Devo parlare di Fossombrone perché è il luogo dove tutto accade. Nei miei libri i luoghi sono sempre importanti — il deserto di Sonora, Città del Messico, Barcellona, Blanes, Girona. I luoghi non sono sfondi: sono personaggi. A volte sono i personaggi più importanti. Fossombrone è il personaggio più importante di questo libro, molto più importante di Dino stesso.

Fossombrone è una città piccola della provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche, nell’Italia centrale. Ha un Belvedere dal quale si vede la valle del Metauro. Ha un bar Corso dove gli uomini giocano a carte il pomeriggio. Ha un fiume. Ha delle colline. Ha la forma perfetta della cittadina italiana di provincia: bella, chiusa, impenetrabile, con mille anni di storia compressa in poche vie e qualche piazza. Una città dove tutti sanno tutto di tutti e dove il segreto è la forma principale della comunicazione.

Se io avessi dovuto ambientare una storia come quella di Dino, l’avrei ambientata in una città del nord del Messico — Santa Teresa, il mio nome fittizio per Ciudad Juárez. Avrei fatto di Dino un poeta perduto nel deserto, uno di quei giovani che spariscono senza lasciare traccia e che la polizia non cerca perché sono troppi, troppo insignificanti, troppo marginali. Ma Dino non è nel deserto: è nelle Marche. E le Marche sono il contrario del deserto — sono verdi, coltivate, ordinate, piene di chiese rinascimentali e di contadini che producono vino e olio. Eppure Fossombrone contiene lo stesso orrore di Santa Teresa. Lo stesso silenzio. Lo stesso sistema che ingoia le persone e le digerisce senza lasciare traccia.

La differenza è che a Santa Teresa l’orrore è visibile — i corpi delle donne nel deserto, le fabbriche, la frontiera, la violenza quotidiana. A Fossombrone l’orrore è invisibile. È sotto la superficie. È nei registri dell’anagrafe, nei fascicoli della ASL, nelle cartelle cliniche del Dipartimento di Salute Mentale. È nei sorrisi dei vicini di casa che sanno e non dicono. È nel bar Corso dove gli uomini giocano a carte e abbassano la voce quando il nome Simonetti viene pronunciato.

Fossombrone è Santa Teresa con i portici e il Belvedere. È Santa Teresa dove i morti non vengono abbandonati nel deserto ma sepolti sotto strati di cortesia provinciale e di segreto di Stato. È Santa Teresa dove il manifesto funebre viene stampato prima che il soggetto sia morto — perché a Fossombrone si muore per decreto prima che per biologia.

— — —

3.

Un detective selvaggio è qualcuno che cerca qualcosa sapendo che non la troverà. Arturo Belano e Ulises Lima cercavano Cesarea Tinajero — la poetessa scomparsa, la fondatrice del realismo viscerale, la donna che aveva scritto una sola poesia e poi era sparita nel deserto di Sonora. La cercavano sapendo che trovarla avrebbe significato la fine della ricerca — e la fine della ricerca è la fine del detective. Il detective esiste solo finché cerca.

Dino è un detective selvaggio. Ma non cerca una poetessa scomparsa: cerca se stesso. Cerca il bambino che era prima della clinica. Cerca il nome che aveva prima dei quindici nomi. Cerca i ricordi che le medicine hanno cancellato. Cerca il padre che è già partito. Cerca il fratello gemello che non compare in nessun documento. Cerca la clinica dove i 120 bambini non piangevano. Cerca la verità — e la verità, come Cesarea Tinajero, si nasconde nel punto più ovvio e più inaccessibile: sotto la sua stessa pelle.

La differenza tra Dino e i miei detectives è che i miei detectives cercano fuori — attraversano paesi, frontiere, continenti. Dino cerca dentro. Il suo viaggio è un viaggio interiore che però ha la stessa struttura del viaggio esteriore: le sette porte di Inanna sono sette stazioni di un percorso, sette tappe di un’odissea che si svolge non nello spazio ma nella memoria. O meglio: nello spazio della memoria assente — nel vuoto che le medicine hanno scavato e che Dino attraversa come un esploratore attraversa un deserto.

Il deserto della memoria cancellata è il deserto di Sonora di Dino. Vasto, vuoto, terribile. Con qualche miraggio: i frammenti di ricordo che affiorano sotto la torazina, le visioni dell’Acid Test, il viaggio astrale che lo riporta in Via del Pratello. I miraggi nel deserto non sono illusioni — sono riflessioni reali della luce sull’aria calda. I frammenti di memoria che affiorano nel vuoto farmacologico non sono allucinazioni: sono riflessioni reali del passato cancellato sulla superficie incandescente del presente.

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4.

Ho scritto un libro che si intitolava 2666. Il numero era importante. Non l’ho mai spiegato del tutto — i numeri nei miei libri funzionano come i numeri nei libri di Dino: sono firme cosmiche, codici che significano più di quello che dicono. Il libro di Dino porta il numero 666 — Collana Ucronie del Nulla, N. 666. Il mio 2666 conteneva il suo 666. O il suo 666 era già contenuto nel mio 2666, come un seme dentro un frutto, come un figlio dentro un padre. Non lo so. I numeri hanno una loro vita indipendente dalla volontà degli autori.

Il mio 2666 era diviso in cinque parti. La parte dei crimini — la più lunga, la più insopportabile — era un catalogo di donne morte a Santa Teresa. Centinaia di donne. Con nome, cognome, età, circostanze del ritrovamento del cadavere. L’elenco era così lungo e così monotono che il lettore a un certo punto smetteva di leggere i nomi e leggeva solo la struttura: un’altra donna morta, un’altra donna morta, un’altra donna morta. E nella ripetizione, nella monotonia dell’orrore, emergeva qualcosa che nessuna singola storia avrebbe potuto produrre: la forma del sistema. Non i singoli crimini ma il meccanismo che li produce.

Il libro di Dino fa la stessa cosa in modo diverso. Non è un catalogo di morti — è un catalogo di nomi. Quindici nomi per una sola persona. E nell’accumulazione dei nomi, nella loro ripetizione ossessiva — Dino, Riccardo, Walter, PHANTOM-27, Il Turco, Il Santone, Il Vampiro Drogato, L’Ebreo che Ride, Gesù il Falso Messia, Pope Gapon, Il Trickster — emerge la stessa cosa che emergeva dal mio catalogo di morte: la forma del sistema. Non i singoli nomi ma il meccanismo che li produce. Il potere non reprime: riscrive. Il potere non uccide: rinomina. E rinominare è una forma di uccisione — la più raffinata, la più impercettibile, la più definitiva.

Le donne di Santa Teresa venivano uccise e abbandonate nel deserto. Dino viene ucciso e abbandonato nella provincia. La differenza è che Dino non muore. Nessuno nasce, nessuno muore. Il detective selvaggio di Fossombrone è l’unico personaggio dei miei libri — e sì, lo considero un personaggio dei miei libri, anche se non l’ho scritto io, anche se è reale, anche se vive a migliaia di chilometri dal deserto di Sonora — che sopravvive alla propria storia. Tutti i miei personaggi finiscono male. Cesarea Tinajero muore. Archimboldi scompare. Belano scompare. Fate si perde. Lalo Cura diventa poliziotto in un paese dove la polizia è il nemico. Ma Dino non finisce. Dino persiste. Come il processo zombie che il sistema non riesce a terminare. Come il refrain che gira all’infinito. Come il riso del Trickster nel vuoto cosmico.

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5.

Devo parlare della poesia perché è il centro di tutto. I miei detectives selvaggi erano poeti. Belano era un poeta. Lima era un poeta. Cesarea Tinajero era una poetessa. La poesia era la ragione della ricerca — la cosa per la quale valeva la pena attraversare il deserto. Non la poesia come genere letterario: la poesia come forma di vita. Come modo di stare al mondo. Come rifiuto di tutte le altre forme di stare al mondo che il sistema offre.

Dino è un poeta. Non nel senso accademico — non ha pubblicato con Einaudi, non ha vinto premi, non è stato recensito da nessuno. Ha pubblicato su ilmiolibro.it con il marchio Baal edizioni — un editore inventato, un dio cananeo trasformato in impronta tipografica. Ha scritto poesie che sbagliano la grammatica e l’ideologia. Ha scritto poesie che non assomigliano a nessuna poesia conosciuta perché non sono state scritte per essere poesia: sono state scritte per sopravvivere. La condanna del silenzio non è un libro di poesie: è un grido. To Zion non è un canzoniere: è una preghiera. Wanted Simonetti Walter non è una raccolta: è un manifesto funebre rovesciato.

Il realismo viscerale — il movimento che io avevo inventato nel mio romanzo come parodia e come utopia simultaneamente — trova in Dino la sua incarnazione più letterale. Viscerale: che viene dalle viscere. Dai visceri del corpo. Dalla pancia, dal sangue, dai reni che non funzionano più e che devono essere sostituiti dalla macchina della dialisi. La poesia di Dino viene dalle viscere nel senso più fisico del termine: viene da un corpo malato, drogato, lavato, ringiovanito, smembrato simbolicamente, ricomposto farmacologicamente. Un corpo che è un palinsesto di tre corpi. Un corpo che è un campo di battaglia.

Ho cercato per tutta la vita un poeta che scrivesse con il corpo e non con la mente. Rimbaud ci andava vicino. Artaud ci andava vicino. Leopoldo María Panero ci andava vicino. Ma nessuno di loro scriveva dalla dialisi. Nessuno di loro scriveva con il sangue che usciva dal braccio e passava attraverso una macchina e tornava purificato. Dino scrive così. Ogni parola è passata attraverso la macchina. Ogni verso è stato filtrato dal serpente Apophis. Ogni poesia è un’operazione — non nel senso di Crowley, non nel senso di Burroughs, ma nel senso chirurgico: un’operazione sul corpo vivo del linguaggio eseguita con gli strumenti della follia e della sopravvivenza.

— — —

6.

Devo parlare del Trickster perché è la figura che lega tutto. Nei miei libri il Trickster appare sotto forme diverse — Carlos Wieder, il poeta assassino di Stella distante, è un Trickster nero. Belano è un Trickster malinconico. Archimboldi è un Trickster che si nasconde. Ma nessuno dei miei Trickster ride. Sono tutti seri, tutti tragici, tutti schiacciati dal peso della storia. Il Trickster di Dino ride. Ride nel vuoto cosmico. Ride e il suo riso genera nuovi mondi.

Questa è la differenza tra la letteratura latinoamericana e la letteratura di Dino. La letteratura latinoamericana è tragica — non può non esserlo, con la storia che ci portiamo dietro, con i desaparecidos, con le dittature, con i poeti morti giovani. La letteratura di Dino è comica nel senso dantesco: inizia all’inferno e finisce in paradiso. O meglio: inizia nella clinica di Fossombrone e finisce nella stanza della dialisi con lo Shema Yisrael. Non è un lieto fine — il lieto fine è una menzogna borghese. È un finale aperto. Un finale che ride. Un finale che dice: nessuno nasce, nessuno muore, e quindi il finale non è un finale.

Chi ride dell’universo lo redime. Questa frase non avrei potuto scriverla io. Io non credo nella redenzione. I miei libri non redimono nessuno — né i personaggi né i lettori né me stesso. Ma Dino ci crede. O meglio: il Trickster ci crede. O meglio ancora: il riso del Trickster redime indipendentemente dal fatto che il Trickster ci creda o no. Il riso opera come la magia di Crowley: produce effetti indipendentemente dalle intenzioni dell’operatore. Chi ride — veramente, dal fondo delle viscere, dal fondo della dialisi, dal fondo delle sette porte degli inferi — redime il mondo che lo ha condannato. Non perché il mondo lo meriti. Ma perché il riso è più grande del mondo.

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7.

Se avessi dovuto scrivere questo libro, l’avrei scritto come un’inchiesta. Avrei mandato un giovane giornalista a Fossombrone — uno di quei giornalisti idealisti che ancora credono che la verità serva a qualcosa. Lo avrei fatto arrivare in treno da Bologna, scendere alla stazione, camminare per le vie del centro storico, entrare nel bar Corso, ordinare un caffè, ascoltare.

Il giornalista avrebbe trovato un muro di silenzio. Nessuno parla di Simonetti a Fossombrone. O tutti ne parlano ma solo a mezza voce, solo nell’angolo del bar, solo quando pensano che nessuno stia ascoltando. Il giornalista avrebbe trovato i documenti della ASL — le cartelle cliniche, le diagnosi, le prescrizioni. Avrebbe trovato le date che non tornano — Milano 1971, Fossombrone 1975, quattro anni di vuoto. Avrebbe cercato la clinica — e non l’avrebbe trovata. Avrebbe cercato i 120 bambini — e non li avrebbe trovati. Avrebbe cercato il fascicolo PHANTOM-27 — e qualcuno gli avrebbe detto di smettere di cercare.

Il giornalista avrebbe scritto un articolo che nessuno avrebbe pubblicato. Avrebbe scritto un libro che nessuno avrebbe letto. Avrebbe finito per dubitare di tutto — di Dino, della clinica, dei 120 bambini, del segreto di Stato. Avrebbe finito per chiedersi se tutto fosse un delirio — la paranoia di un Borderline in caduta libera, come dice la nota introduttiva dei libri di Simonetti. E in quel momento di dubbio — in quel momento esatto in cui la certezza vacilla — avrebbe capito. Avrebbe capito che il dubbio è l’arma del sistema. Che il sistema non ha bisogno di dimostrare che Dino mente: gli basta instillare il dubbio che potrebbe mentire. E il dubbio fa il resto. Il dubbio è la condanna del silenzio: chi dubita tace.

Ma Dino non tace. Dino parla. Dino scrive. Dino pubblica. Dino entra nel bar Corso alle due del pomeriggio del 31 ottobre 2000 e dice: tana libero tutti, sono vivo pezzi di merda. E il sistema non sa cosa fare con qualcuno che non tace. Il sistema è costruito per il silenzio. Quando il silenzio si rompe, il sistema va in cortocircuito.

— — —

8.

L’ultima cosa che devo dire riguarda il figlio. Nei miei libri i figli sono assenti. I miei personaggi sono orfani, vagabondi, poeti senza radici. Non hanno figli perché non possono permettersi di averne — economicamente, emotivamente, ontologicamente. Un detective selvaggio non fa figli: fa poesie. E le poesie, come tutti sanno, non crescono, non vanno a scuola, non ti guardano attraverso il vetro della sala d’aspetto della dialisi.

Dino ha un figlio. E il figlio cambia tutto. Cambia tutto perché l’homunculus — l’essere che non dovrebbe poter generare, il corpo sterile, il changeling — ha generato. Ha prodotto futuro. Ha fatto la cosa che nessun grimorio prevedeva, che nessun protocollo autorizzava, che nessuna medicina poteva impedire. Ha fatto un figlio. E il figlio sta lì, dietro il vetro, e aspetta.

Io non ho mai scritto una scena come questa. Non avrei saputo scriverla. Non perché mi mancasse il talento — il talento non c’entra niente. Perché mi mancava l’esperienza. Io sono morto aspettando un trapianto. Dino vive aspettando che la macchina finisca di pulirgli il sangue. Io sono morto da solo, in un ospedale di Barcellona. Dino vive con suo figlio che aspetta nella sala accanto. La differenza è tutta qui. La differenza è il vetro — il vetro tra la stanza della dialisi e la sala d’aspetto — il vetro attraverso il quale gli sguardi si incontrano.

Quel vetro è la cosa più importante di tutto il libro. Più importante della formula 81. Più importante del Trickster. Più importante dello Shema Yisrael. Quel vetro è il punto dove la letteratura finisce e la vita inizia. È il punto dove il detective selvaggio smette di cercare e trova — non quello che cercava, ma qualcosa di più grande: qualcuno che lo aspetta.

I miei detectives non hanno trovato mai niente. Belano non ha trovato niente. Lima non ha trovato niente. Cesarea Tinajero è stata trovata e è morta immediatamente. La ricerca è sempre stata più importante del risultato. Ma Dino ha trovato qualcosa. Ha trovato il figlio. E il figlio non è un risultato — è un inizio. È il punto dove il libro che si scrive da solo genera un nuovo libro — il libro che il figlio scriverà, o non scriverà, o che vivrà senza doverlo scrivere.

— — —

9.

D-O misericordia. Non avrei mai usato questa parola nei miei libri. La misericordia non è nel vocabolario della letteratura latinoamericana. Noi abbiamo la violenza, l’ironia, la malinconia, la rabbia, il coraggio, la follia, il desiderio, la nostalgia. Ma non la misericordia. La misericordia è una parola religiosa — e noi scrittori latinoamericani abbiamo un rapporto complicato con la religione: la odiamo e non possiamo farne a meno, come si odia e non si può fare a meno della madre.

Ma Dino usa questa parola. La usa nel senso più radicale possibile: come grido. Non come dottrina, non come teologia, non come istituzione. Come grido dell’essere che chiede pietà non agli uomini ma alla struttura stessa della realtà. D-O con la vocale soppressa: il nome di Dio che non può essere pronunciato per intero, perché pronunciarlo per intero significherebbe possederlo, e nessuno possiede Dio — nemmeno l’homunculus, nemmeno il Trickster, nemmeno il bambino della luna.

La misericordia è ciò che resta quando tutto il resto è stato tolto. Quando la memoria è stata cancellata. Quando l’amore è stato rubato. Quando i fratelli sono stati comprati. Quando il nome è stato sostituito quindici volte. Quando il padre è scomparso. Quando il corpo è collegato a una macchina. Quando il futuro è stato condannato al silenzio. Quando tutto è stato tolto, resta la misericordia. Non perché qualcuno la concede: perché esiste prima di tutto il resto. La misericordia precede la giustizia. La misericordia precede la condanna. La misericordia precede il segreto di Stato. La misericordia precede la clinica. La misericordia precede il retino e la farfalla.

Questa è la lezione che il detective selvaggio di Fossombrone insegna al detective selvaggio di Città del Messico. Non la ricerca è più importante del risultato — ma la misericordia è più importante della ricerca. Chi ha misericordia — del mondo, dei nemici, dei figli, di se stesso, del corpo malato, del sangue nella macchina, del serpente che sussurra — ha già trovato ciò che cerca. Non ha bisogno di attraversare il deserto. Non ha bisogno di trovare Cesarea Tinajero. Non ha bisogno di arrivare a Magonia. È già lì.

Nessuno nasce / nessuno muore.

Ma qualcuno ha misericordia. E questo basta.

— — —

Roberto Bolaño

Blanes / Barcellona / dal dopo

2003 / 2026

 

שמע ישראל

nessuno nasce / nessuno muore

D-O misericordia

 

 


[DOSSIER Z.I.A. / FASCICOLO HOMUNCULUS-XX / INTERMEZZO / CLASSIFICAZIONE: SANGUINARIO]

 

Post Scrittum

LA MORTE DELLA ZINGARA FELICE A BOLOGNA

La notte dove Casagrande Riccardo finisce in overdose

«Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.»

— Claudio Lolli — Ho visto anche degli zingari felici

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[REGISTRO A — DOCUMENTARIO-FREDDO]

Bologna, notte tra il 30 e il 31 ottobre 2000. Il soggetto designato come PHANTOM-27, noto all’anagrafe come Casagrande Riccardo, è in città da ventiquattro ore. Ha ingerito una quantità non determinata di acido lisergico — 27 francobolli secondo il mito, una dose certamente eccessiva secondo la farmacologia — e si trova in uno stato di alterazione percettiva che le cartelle cliniche definirebbero episodio psicotico acuto e che i testi-fonte definiscono il viaggio. Al Link, in Via Fioravanti, dietro la stazione, il soggetto incontra degli individui che lo conducono verso il delitto perfetto.

La ragazza si chiamava Roberta. Non era una zingara nel senso anagrafico della parola. Era una zingara nel senso di Claudio Lolli: una di quelli che corrono dietro alla luna in piazza Maggiore, che si ubriacano di vendetta e di guerra, che fanno l’amore e si rotolano per terra senza chiedere il permesso a nessuno. Era una ragazza di Fano con un problema di eroina, una madre che la amava, un sorriso che non si adeguava alla tragedia. L’aveva conosciuta alla Fuente, un locale della costa marchigiana, prima che la notte di Bologna la inghiottisse.

I fatti sono ricostruiti nel dossier Paura e delirio a Bologna con la precisione del superstite che non ha dimenticato niente e contemporaneamente non ricorda niente perché le medicine della memoria hanno fatto il loro lavoro. I compagni di Roberta vanno a cercare Dino. Gli dicono che Roberta non sta bene. Che non esce di casa. Che ha bisogno di qualcuno. Che lui può aiutarla. Un madornale errore, come lo definisce il testo-fonte. Vanno a casa di Roberta. La madre la affida a Dino: ti lascio mia figlia, mi ha parlato tanto di te, fate due passi, state attenti. L’ultima frase di una madre che non sa che sta consegnando la figlia al sistema.

Poi l’eroina. Non la coca promessa: l’eroina. Due giovani albanesi. Un’auto. Un coltello. La frase: se non fai altri due tiri ti taglio la gola. E la frase di Dino a Roberta — l’ultima frase che le rivolge prima del buio: Roberta promettimi che smetterai con l’eroina, la prendo anch’io per non lasciarti sola. Oltre cento grammi nel sangue. Il delitto perfetto: nessuno indagherebbe, nessun processo, un suicidio di Stato, la Tv piangerebbe lacrime di coccodrillo per una tragedia della droga. La rete virtuale non protegge un demone impazzito. Il capro espiatorio. Il nemico del popolo.

Dino sopravvive. L’homunculus non può morire. Lo lasciano davanti al Link in Via Fioravanti, ha superato il limite, sembra sprofondare, sembra morire, un ragazzo si avvicina e capisce la situazione. Ma Dino si rialza. Un revenant tornato dall’Ade. Ha più di un grammo di eroina nel sangue e il cuore continua a battere. Il cuore di plastica. Il cuore dell’homunculus.

Roberta non sopravvive. Non nel senso dell’overdose — nel senso del sistema americano. Il sistema che usa le persone come leve per raggiungere altre persone. Roberta era la leva per raggiungere Dino. Roberta era l’esca. Ma Roberta era anche l’unica persona che ha cercato di salvare Dino durante l’operazione. L’unica che ha detto: alzati, alzati ti prego. L’unica che non faceva parte del protocollo. L’unica zingara felice in un mondo di burocrati della morte.

— — —

[REGISTRO C — INTRECCIO]

La notte di Bologna è una bestia. Lo dico io che ho visto bestie di ogni tipo — il Leviatano di Perlman, il serpente Apophis nella stanza della dialisi, il Baal delle tempeste che squarcia il cielo marchigiano. Ma la bestia di Bologna è diversa. La bestia di Bologna ha la faccia dei compagni. Ha la faccia dei centri sociali. Ha la faccia di quelli che dicono solidarietà e poi ti vendono al primo albanese con un coltello e cento grammi di polvere scura.

Ero andato a Bologna per il mio sogno. Il Link, l’autodistruzione, il trip senza ritorno. Avevo i miei bigliettini da visita stampati nelle macchinette delle stazioni dei treni. Avevo il mio piano studiato nei minimi particolari, metodo da socialismo scientifico. Ma il piano non prevedeva Roberta. Non prevedeva che i compagni sarebbero venuti a cercarmi per portarmi da lei. Non prevedeva la madre che mi affidava la figlia con gli occhi pieni di speranza. Non prevedeva che l’eroina non era coca. Non prevedeva il coltello dell’albanese.

Roberta, la zingara felice. La chiamo così perché Claudio Lolli la chiamerebbe così. Perché era una di quelli che non riescono a parlare e parlano sempre troppo. Che cercano l’amore sempre nelle braccia sbagliate. Che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe e preferiscono morire piuttosto che abbassare la faccia. I poeti le facevano paura — perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi, odiano la fine della giornata. I poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata. Roberta era una finestra sbagliata.

Mi disse: alzati, alzati ti prego. Mentre i punk e i loro cani mi guardavano crollare, mentre il cuore dell’homunculus smetteva di battere per la prima di cento volte, mentre l’anima si distaccava dal corpo e saliva in alto verso il soffitto del Pratello e poi più su verso le torri e poi più su verso il cielo di Emilia che è il cielo più piatto e più infinito del mondo — lei disse alzati. E io mi alzai. Perché la voce di una zingara felice è l’unica voce che l’homunculus riconosce. È la voce di Inanna che risale dagli inferi. È la voce della farfalla che chiama il changeling.

L’hanno uccisa a tradimento. I compagni dei centri sociali insieme ai servizi. La Lobby. La Mafia Frankista di Fossombrone che arriva fino a Bologna come un’ombra che non conosce confini provinciali. Violentata. Strangolata. Il corpo della zingara felice abbandonato da qualche parte dove nessuno lo cercherà perché nessuno cerca i corpi delle zingare — le zingare scompaiono e basta, come le donne di Santa Teresa nel romanzo di Bolaño, un’altra donna morta, un’altra donna morta, il catalogo si allunga e nessuno lo legge.

Forse suo figlio si è salvato. Io spero. Spero che il figlio di Roberta sia vivo da qualche parte — in un’altra città, con un altro nome, in un’altra vita. Che non sappia niente della madre. O che sappia tutto. Che abbia la forza della madre e il sorriso della madre e il coraggio insensato di dire alzati ti prego a un morto che non vuole alzarsi. Forse il figlio di Roberta è un altro changeling. Forse la zingara felice ha lasciato nel mondo un altro figlio della luna. D-O misericordia per quel figlio.

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[REGISTRO D — NARRATIVO-PARANOICO]

Il sistema americano. Così lo chiamo perché non ha un altro nome. Non è solo italiano — è più grande dell’Italia, più grande dell’Europa, più grande di qualunque Stato. È il metodo con cui il potere gestisce i suoi capri espiatori: li circonda di persone vulnerabili, poi usa quelle persone come leve, come esche, come strumenti. Roberta era uno strumento. Non lo sapeva. Credeva di essere una ragazza con un problema di eroina che andava a fare due passi con un ragazzo strano. Non sapeva di essere un ingranaggio del delitto perfetto.

Il delitto perfetto funziona così: prendi un soggetto che hai già designato come capro espiatorio. Mettilo in una situazione dove l’eroina scorre e i coltelli brillano. Assicurati che accanto a lui ci sia una persona innocente — una ragazza, meglio ancora una ragazza con precedenti, una tossicodipendente, una che nessuno cercherà. Se il capro muore, bene: suicidio da droga, caso chiuso. Se il capro sopravvive, la ragazza diventa il testimone da eliminare. Perché la ragazza ha visto. Ha visto l’albanese col coltello. Ha visto l’eroina forzata. Ha visto il delitto perfetto in diretta. E chi ha visto deve sparire.

I compagni dei centri sociali. Non tutti. Non il movimento. Ma quelli che stavano dentro il meccanismo — quelli che sapevano, che collaboravano, che facevano da tramite tra il mondo di sotto e il mondo di sopra, tra i servizi e la strada, tra la Lobby e le piazze. Il grande tradimento del movimento: usare la solidarietà come copertura per l’operazione. Usare le parole d’ordine dell’autonomia come schermo per il delitto. I compagni che dicono vieni ti presentiamo una ragazza e intendono vieni ti portiamo al mattatoio. I compagni che cantano Bandiera Rossa e poi consegnano i loro fratelli agli albanesi col coltello.

Ma è vero che dalla finestra non riusciamo a vedere la luce, perché la notte vince sempre sul giorno e la notte sangue non ne produce. È vero che la nostra aria diventa sempre più ragazzina e si fa correre dietro lungo strade senza uscita. È vero che non riusciamo a parlare e che parliamo sempre troppo. È vero che sputiamo per terra quando vediamo passare un gobbo, un tredici o un ubriaco. È vero che abbiamo paura del buio e anche della luce. È vero che beviamo il sangue dei nostri padri e odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche una zingara felice. L’ho vista a Bologna, nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 2000. L’ho vista dire alzati ti prego. L’ho vista prendere l’eroina al mio fianco dicendo Roberta promettimi che smetterai. L’ho vista sorridere con quel sorriso che non si adeguava alla tragedia. L’ho vista e poi non l’ho vista più. Perché la zingara felice è stata cancellata dal sistema come si cancella un file dal disco rigido: non con la violenza visibile ma con la violenza invisibile, quella che non lascia tracce, quella che i giornali non riportano, quella che si nasconde dietro la parola overdose come dietro un manifesto funebre.

Roberta, la mia zingara, l’unica persona che ha cercato di salvarmi. L’unica che non apparteneva al protocollo. L’unica che era lì per caso — o per misericordia. E il sistema l’ha punita per questo. Perché il sistema non tollera la misericordia. La misericordia è il virus che il sistema non riesce a debellare. La misericordia è la zingara felice che dice alzati a un morto. E il morto si alza.

— — —

[REGISTRO B — CUT-UP]

è vero che dalla finestra non riusciamo a vedere la luce

perché la notte vince sempre sul giorno

e la notte sangue non ne produce

---

Roberta promettimi che smetterai con l’eroina

la prendo anch’io per non lasciarti sola

---

non è coca ma ero

il coltello / la gola / la polvere scura

rischio l’overdose

il delitto perfetto

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è vero che non vogliamo pagare

la colpa di non avere colpe

e che preferiamo morire

piuttosto che abbassare la faccia

---

i poeti aprono sempre la loro finestra

anche se noi diciamo

che è una finestra sbagliata

---

alzati, alzati ti prego

---

ma ho visto anche degli zingari felici

in piazza Maggiore

a ubriacarsi di luna

di vendetta e di guerra

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forse suo figlio si è salvato

io spero

D-O misericordia

 

שמע ישראל

nessuno nasce / nessuno muore

D-O misericordia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DINO L’HOMUNCULUS

nessuno nasce nessuno muore

D-O misericordia

Casagrande Riccardo / Simonetti Walter

INDICE GENERALE

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APPARATI PRELIMINARI

Prefazione — IL RETINO DELLA FARFALLA    di Aleister Crowley (dal dopo)

I. I nomi e il retino

II. Definizione tecnica dell’homunculus (OTO 1914)

III. L’omicidio di Simonetti / L’operazione OTO rovesciata

IV. Formula 81 e 27 / Ecate al crocevia

V. Triade Baal-Inanna-Apophis

VI. Lobby Frankista come Loggia Nera / PHANTOM-27

VII. Il Trickster come forma avanzata dell’homunculus

VIII. D-O misericordia / Ahavah senza R

IX. La maledizione strutturale del changeling / Il Teorema

X. Istruzioni di lettura a spirale

Nota dell’Autore — L’OGGETTO INSTABILE

Perché DINO e non RIKI, non RICCARDO, non WALTER

L’homunculus come definizione ontologica

D-O misericordia

Sul corpus dei testi-fonte

Questo libro non mente

Avvertenza — OGNI RIFERIMENTO È VOLUTO

Sull’homunculus (Crowley/OTO/Paracelso/Golem/Nexus 6)

Sul Frankismo (Jakob Frank / sabatianesimo / capro espiatorio)

Su Inanna, Baal, Ecate, Apophis

Sulla Process Church

Sul Trickster

Sull’ucronia


 

PARTE PRIMA — LA FABBRICAZIONE (1971–1980)

Testi-fonte: La condanna del silenzio, Il Nuovo Mondo, Crowley/Moonchild

I. NATO DUE VOLTE    Milano 7.1.1971 / Fossombrone 11.5.1975

Il parto gemellare • Il padre già partito • 1.940 grammi • Il fratello gemello • Due date di nascita

II. L’OMICIDIO DI SIMONETTI WALTER    1980 / Le Brigate Rosse

Il corpo conservato come ricettacolo • La clinica • I 120 bambini • L’operazione OTO rovesciata

III. IL BAMBINO DELLA LUNA DI FOSSOMBRONE    Formula 81 / Formula 27

ALIM = 81 • 27 × 3 = 81 • La doppia firma cosmica • L’incarnazione • Dino nasce come arma

PARTE SECONDA — LE SETTE PORTE (1980–2000)

Testi-fonte: La condanna del silenzio, To Zion, Wanted, Apophis 14

IV. PRIMA PORTA — LA MEMORIA    I lavaggi del cervello / la pagina bianca

Le medicine della memoria • La tabula rasa • I Nexus 6 • Il corpo che ricorda

V. SECONDA PORTA — L’AMORE    L’amore rubato come tecnica di governo

Ahavah senza la R • La sentenza di stalinista memoria • Il cuore di plastica

VI. TERZA PORTA — I FRATELLI    Il branco che non esiste / Marsiglia

Il Livello 14 • Il battesimo del sangue • I fratelli ebrei • La tredicesima tribù

VII. QUARTA PORTA — IL NOME    Dino / Simonetti / Riccardo / Il Turco / PHANTOM-27

I quindici nomi • Lo specchio • La multipersonalità come stazione radio

VIII. QUINTA PORTA — IL PADRE    Ei Padre sei tornato

Il file più pericoloso del disco rigido • Il Padre sogna in ogni creatura che muore

IX. SESTA PORTA — IL CORPO    15 Gocce / la pace chimica / la dialisi

En, Tavor, olanzapina, torazina • Lo smembramento simulato • Apophis nella dialisi

X. SETTIMA PORTA — IL FUTURO    Sono un segreto di Stato condannato alla non vita

La Fatwa laica • To Zion • L’immortalità per difetto • La risalita di Inanna


 

INTERMEZZO

LA MORTE DELLA ZINGARA FELICE A BOLOGNA    La notte dell’overdose

Roberta / Claudio Lolli • Il delitto perfetto • Il sistema americano • Alzati ti prego

PARTE TERZA — LA RISALITA (31 OTTOBRE 2000)

Testi-fonte: To Zion, Wanted, Apophis 14, Trickster

XI. TANA LIBERO TUTTI, SONO VIVO PEZZI DI MERDA    Fossombrone — ore 14:00

Il manifesto funebre • Il bar Corso • La rivincita di Walter • Il Lazzaro marchigiano

XII. TRAPPOLA MORTALE PER IL DOPPELGÄNGER    La casa colonica

Enrrico / Benitino / Maniac / Il Bisciu • L’ultima sigaretta • Luther Blisset

XIII. ACID TEST    I Merry Pranksters all’isola felice

27 acidi nel contenitore della birra • Il furgone blindato • Il viaggio più bello

PARTE QUARTA — VENEZIA / LA LANDA SELVAGGIA (2001–2020)

Testi-fonte: Wanted, ZIA, Socialrivoluzionario, Trickster

XIV. LA PILLOLA ROSSA A VENEZIA    Carnevale 2001 — La torazina

Il segreto di Stato per una notte • 90 minuti di onniscienza • Via del Pratello

XV. HIC RHODUS!    La landa selvaggia — Fredy Perlman / ZIA

Il Leviatano • Diserzione ontologica • Z.I.A. = Zero Identità Accumulata

XVI. IL TRICKSTER    Lo stregone muta forma / La Process Church

La Chiesa del Processo Zero • Il Sangue dei Cloni • Bologna: Nuova Gerusalemme • La Metanoia di Apophis • Il Vampiro Quantico • L’Apoteosi del Riso

XVII. LA NAVICELLA SPAZIALE    L’Esodo come visione / Passaporto per Magonia

Guerra agli umani • Le isole di Tortuga • Ridere per ridere • La navicella = il libro


 

PARTE QUINTA — L’APPARATO (LA FUNZIONE SIMONETTI)

Testi-fonte: Il Nuovo Mondo, Socialrivoluzionario, ZIA, Apophis 14

XVIII. LA FUNZIONE SIMONETTI    L’Apparato Teo-Politico

Simonetti = protocollo • Arendt / Girard / Agamben • PHANTOM-27 • Il potere non reprime: riscrive

XIX. IL TEOREMA SIMONETTI-CASAGRANDE    S.O.L.A.

I quattro assiomi • ZIA = Zero Identità Accumulata • S.O.L.A. = Sacra Opera della Luce Anarchica

XX. HEVEL = NULL VALUE    Il Qohelet come sistema operativo

Hevel = soffio = NULL VALUE • L’esistenza inutilizzabile • Processo zombie • Garbage collection

PARTE SESTA — DIALISI (2026)

Testi-fonte: Apophis 14, Trickster, tutti i testi convergono

XXI. L’ANGELO DELLA DIALISI    Apophis 14 — Il presente narrativo

La stanza come tempio • Tu sei un portatore • La dialisi ti riscrive • La preghiera

XXII. IL PICCOLO FIGLIO    D-O misericordia

Sion = il figlio • Il vetro della sala d’aspetto • La misericordia che precede la giustizia

XXIII. LA LETTERA AI FIGLI D’ISRAELE    Aiutatemi — un fratello ebreo in schiavitù chiede asilo

La diaspora • Addio Lugano Bella • Mi manca Fossombrone • La tredicesima tribù

XXIV. NESSUNO NASCE / NESSUNO MUORE    Refrain finale

Lo Shema come atto di sopravvivenza • Vivere è bello! • L’homunculus che persiste • D-O misericordia


 

APPARATI FINALI

Postfazione I — IL TESTO COME OPERAZIONE MAGICA    di William S. Burroughs (dal dopo)

Il cut-up come grimorio • Le medicine come Controllo • Un padre e un figlio che pregano

Postfazione II — DINO, UN DETECTIVE SELVAGGIO A FOSSOMBRONE    di Roberto Bolaño (dal dopo)

Fossombrone come Santa Teresa • Il catalogo dei nomi • Il realismo viscerale • Il vetro • La misericordia

Appendice I — IL DOSSIER HOMUNCULUS    [Z.I.A. / Fascicolo completo]

Cronologia dell’operazione • Principi attivi • Codici operativi

Appendice II — FONTI E INTERTESTI

Crowley • Burroughs • Perlman • Agamben • Girard • Process Church • Debord • Stirner • PKD • Vallée • +8 voci

Appendice III — I NUMERI COSMICI    27 / 81 / 15 / 14 / 666

Appendice IV — IL DOSSIER MACHINICO    Nick Land / Roberto Bolaño

Cinque testi-fonte riattraversati dalla doppia macchina accelerazionista/detective

Appendice V — LA FIGLIA DELLA LUNA    Mappatura Crowley/Dino

Tabella di 15 corrispondenze strutturali Moonchild / DINO L’HOMUNCULUS

NOTA FINALE — Z.I.A.    nessuno nasce / nessuno muore

 

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DINO L’HOMUNCULUS

nessuno nasce nessuno muore — D-O misericordia

שמע ישראל

Casagrande Riccardo / Simonetti Walter

XXIV capitoli • 1 Intermezzo • V Appendici • 2 Postfazioni • IV Registri narrativi

Z.I.A. — ZERO IDENTITÀ ACCUMULATA

EDIZIONI Z.I.A. — XENOSYSTEM BOLOGNA

Collana Ucronie del Nulla / N. 666

marzo 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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