Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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giovedì, luglio 26, 2012

Ron Coleman Mike Smith LAVORARE CON LE VOCI

 PREFAZIONE
Marius Romme e Sandra Escher
Questo libro è una grande conquista per aiutare il cambiamento
negli atteggiamenti e nell'approccio all'esperienza del sentire
le voci.
Esso è destinato agli uditori di voci e alle persone da loro
scelte per aiutarli, e aiuta coloro che hanno difficoltà ad affrontare
le proprie voci a esplorare nuovi aspetti delle stesse.
Seguendo un approccio sistematico, rivelerà le relazioni degli
uditori di voci con le voci stesse e così facendo li stimolerà ad
acquisire modalità per affrontarle più efficacemente. L'aspetto
più importante in questo processo -ben rappresentato in questo
manuale - è di riuscire a prendere possesso della propria
esperienza tramite la trascrizione della storia della propria
vita in relazione alle voci. Le domande qui contenute incoraggiano
a diventare più desiderosi di conoscere le voci e anche a
favorirne il possesso.
Questo libro sollecita il lettore a ritornare a fare progetti per la
sua vita, e ciò è particolarmente utile per coloro che si sentono
oppressi dalle voci e vogliono controllarle.
* Marius Rornrne ha insegnato Psichiatria sociale all'Università di Maastricht
dal 1974 al 1999 ed è uno dei fondatori del movimento degli uditori Intervoice. Ha
scritto con Sandra Escher Accettare le voci. Le allucinazioni auditive: capirle e conviverci,
Giuffré, Milano 1997.
Sandra Escher una giornalista scientifica, collabora con l'università di
Birmingham e si occupa da molti anni di salute mentale, in particolare dell'esperienza
dell'udire le voci.
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Lavorare con le voci
Nei contesti sociali e in quello delle cure sanitarie, sentire le
voci è considerato una conseguenza di una malattia mentale. Alle
voci è conferito solitamente un aspetto molto negativo, e si ritiene
che debbano essere oggetto di controllo da parte degli operatori.
Molto di rado le voci vengono interpretate come portatrici
del vissuto della persona.
L'obiettivo di questo testo è aiutare la persona a superare tre
handicap:
1. l'idea che il sentire le voci sia una conseguenza di una malattia
preesistente della persona, il più delle volte la schizofrenia
(malattia dalle origini sconosciute);
2. l'idea che la schizofrenia sia una malattia non correlata in
modo comprensibile col vissuto della persona;
3. l'idea che la persona - in conseguenza del fatto di essere malata
- sia priva di potere rispetto alle voci e che le voci non siano
possedute dalla persona; mentre nei fatti le voci sono un'esperienza
individuale comprensibile correlata con i traumi o i problemi
personali della vita.
I1 tentativo è di spiegare, innanzitutto, come la psichiatria è
pervenuta a una certa visione del sentire le voci: sono passati cent'anni
da quando Kraepelin formulò il concetto di "entità di
malattie" nella psichiatria clinica. In base a questo concetto, tutti
i sintomi sono visti come il risultato di una malattia preesistente
della persona, le cui origini sono ancora sconosciute. Nel frattempo,
la scienza ha provato che il concetto di entità di malattia
esistente non è valido. Ad esempio, la schizofrenia è un concetto
che rappresenta una vasta gamma di disturbi presenti in persone
molto diverse (Bentall 1990, Boyle 1990)'.
La schizofrenia non rappresenta una diagnosi. In una diagnosi
si cerca di capire che cosa ha portato a determinati disturbi. Si
' R.P. Bentall, Reconstructing Schizophrenia, Routledge, London 1990; M. Boyle,
Schizophrenia: A Scientzj5c Delusion?, Routledge, London 1990.
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Prefazione
analizza la complessa interazione tra le capacità della persona, il
suo sviluppo e le condizioni sociali in cui esso/ a vive.
I1 termine schizofrenia, nel sistema di classificazione del DSM2,
rappresenta una categoria basata su una gamma piuttosto vasta
di sintomi presenti in un certo momento o in un lasso di tempo.
Questo lasso di tempo non ci dice nulla sulle possibili cause, né
racchiude le esperienze personali e il loro significato per la persona
in questione. Infine, non indica neppure come affrontare l'esperienza.
Definire "malata" una persona che non sa come fronteggiare le
voci è comprensibile quando le voci, le emozioni o il comportamento
che esse provocano sono dominanti rispetto alle capacità
funzionali e alla vita della persona stessa. IÈ ragionevole definire la
persona "malata" quando le voci non sono parte integrale della
persona ma ne distruggono la spontanea volontà. Tuttavia non è
corretto considerare il sentire le voci in sé come sintomo di una
malattia, né possono essere definiti "malati" i comportamenti e le
emozioni che originano dall'avere a che fare con questa esperienza.
Quindi, una persona che sente le voci ma non può affrontarle
ha bisogno di aiuto per superare il senso di impotenza e poter
ricominciare a vivere. È necessario un aiuto per affrontare le voci
e anche per rafforzare il proprio senso d'identità. Infine, c'è bisogno
d'aiuto nell'accettare che quello che è successo è acqua passata
e non ci si dovrebbe sentire in colpa del fatto accaduto, piuttosto
ricollocarlo nella storia della vita della persona, dando la
responsabilità di ciò a chi ha compiuto l'azione e non a chi l'ha
subita.
I1 primo grande merito di Ron Coleman è di aver sperimentato
questi tre handicap nella sua vita e di averla cambiata con
grande ostinazione, diventando un vincitore dopo essere stato
Diagnostic and Statistic Manual of Menta1 Disorders della American Psychiatric
Association (N.d.T.).
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Lavorare con le voci
una vittima. Egli non ha mai negato quello che gli è successo, ma
è divenuto critico in modo tale da rendere possibile ricostruirsi
una vita. I1 suo secondo grande merito è di aver trovato compagni
di viaggio tra gli operatori del mondo della salute mentale. È
l'intuizione di Mike Smith che ha visto il valore del lavoro di Ron
e si è unito a lui per seguire questa strada diversa. Hanno scritto
a quattro mani questo bellissimo libro. È una grande occasione
che Mike e Ron abbiano lavorato insieme per sviluppare questo
sistema pratico di sostegno per quegli uditori di voci che intendano
ricostruirsi una vita, senza negare il duro lavoro che comporterà
ma intraprendendo un percorso anziché aspettare qualche
miracolo.
Questo libro si basa sulle nostre ricerche per il superamento del
primo handicap e sull'esperienza privata di Ron per quanto
riguarda il secondo e il terzo handicap. Inoltre fa tesoro delle
esperienze di molti altri uditori di voci incontrati nei gruppi di
auto-aiuto in tutto il Regno Unito. Queste persone hanno insegnato
a Mike e Ron a fare le domande giuste. Tutto ciò si basa su
delle esperienze, non ancora su una valutazione scientifica.

IL suicidio M. Onfray

La morte mi vuole? Io voglio la morte, ecco il solo modo di restare all'epicentro di se stessi, padroni della propria rotta. Attori di uno spettacolo teatrale dove almeno l'utima replica sarà siglata con il proprio nome.

 Vivere va bene, ma per fare cosa?vivere per vivere?niente sembra più stupido.
 Morire bene piuttosto che vivere male , godere di una morte volontaria e non subire una vita costretti a letto. E' meglio morire per amore di una vita nobile che vivere preferendo una morte ignobile.
 M. Onfray Il corpo incantato

Toni Negri Inventare il comune degli uomini


Toni Negri
(2008)'
Partiamo da una constatazione molto semplice poiché talvolta è più facile ragionare cominciando dalla fine: noi viviamo oggi in un mondo dove produrre è divenuto un atto comune. Alcuni di noi hanno ancora in testa dei blocchi interi di analisi foucaultiane sulla duplice tenaglia che l’industrializzazione impose ai corpi e alle teste degli uomini - a partire dalla fine del XVIII secolo. Da una parte l’individuazione, la separazione, la desoggettivazione, l’ammaestramento di ogni individuo - ridotto a essere un’unità produttiva in forma di monade, senza porte né finestre, intera­mente disarticolato e riarticolato in funzione delle esigenze di ren­dimento e di massimizzazione dei profitti; dall’altro la costruzio­ne in serie di queste monadi produttive, la loro massificazione, la loro costituzione in popolazione indifferenziata, il loro carattere intercambiabile, poiché il grigio sempre equivale al grigio e un corpo ammaestrato ne vale un altro. Individuazione, serializzazio­ne - ecco la tenaglia benedetta del capitalismo industriale, la me­raviglia di una razionalità politica che non esita a raddoppiare le sue procedure di controllo e di gestione, a mordere le carni di quel­l’individuo che essa sta formando a sua immagine e a inquadrare quelle popolazioni che essa si inventa, per assicurare definitiva­mente il suo potere sulla vita e sfruttarne la potenza. Udendo que­sto, certuni rileggeranno Sorvegliare e punire.
Altri, più semplicemente, hanno in testa il ritmo della catena produttiva, le braccia spezzate, l’impressione di non esistere più, ilcorpo che si trasforma in carne da cannone per la produzione in serie, la ripetizione senza fine, l’isolamento, la fatica. L’impressione di essere stati a un tempo ingoiati da una balena, soli, nel nero, nel buio, ed esser stati masticati con tanti altri.

Tutto questo è stato vero. Tutto questo esiste ancora. E tuttavia: tutto questo esiste in sempre minor misura. Da quando è nata, la rivista «multitudes» si è provata a dire questa mutazione, a descriverne la realtà - questa «tendenza» che attraversava l’esistente e ne scavava dall’interno l’intima consistenza - di analizzarne le conseguenze. Questa mutazione ha toccato, a un tempo, le condizioni dello sfruttamento, i rapporti di potere, il paradigma del lavoro, la produzione di valore. Questo cambiamento ha anche investito le possibilità di resistenza. Perché questo cambiamento, paradossalmente, ha anche riaperto e moltiplicato le possibilità di resistenza.

Uno dei punti più diffìcili e dei più polemici per quelli che ancora oggi sono affezionati al vecchio modello di produzione in serie, alla figura della fabbrica e alla storia della resistenza operaia, è di pensare che a un nuovo modo di sfruttamento degli uomini - più spinto, più efficace, più esteso - possa corrispondere un’accresciu-ta possibilità di conflittualità e di sabotaggio, di ribellione e di libertà. Per noi, dire che il modello di produzione (e dunque di sfruttamento) è cambiato, dire che bisogna smetterla di pensare alla fabbrica come all’unica matrice di produzione e di conflittualità proletaria, è anche dire maggiore resistenza. Quando parliamo di «nuovo capitalismo», di capitalismo cognitivo, di lavoro immateriale, di cooperazione sociale, di circolazione del sapere, di intelligenza collettiva, proviamo a descrivere, a un tempo, la nuova esistenza del saccheggio capitalista della vita, il suo investimento non più solamente della fabbrica ma delfiniera società, ma anche la generalizzazione dello spazio della lotta, la trasformazione del luogo di resistenza e la figura della metropoli, in quanto luogo di produzione, divenuta oggi lo spazio delle resistenze possibili. Noi diciamo che oggi il capitalismo non può più permettersi di desoggettivare - individualizzare, serializzare - gli uomini, di triturarne la carne per farne dei golem a due teste (l’«individuo» come unità produttiva, la «popolazione» come oggetto di gestione massificata). Il capitalismo non può più permetterselo perché quello che produce il valore è ormai la produzione comune delle soggettività.
intendiamo negare che esistano ancora delle fabbriche, dei corpi massacrati e delle catene di lavoro. Affermiamo solo che lo stesso principio della produzione, il suo baricentro, s’è spiazzato; che creare del valore, oggi, è mettere in rete le soggettività e captare, sviare, appropriarsi quel che esse fanno di quel comune che mettono in vita. Il capitalismo ha oggi bisogno delle soggettività, ne è dipendente. Esso si ritrova dunque incatenato a quello che paradossalmente lo mette in pericolo: perché la resistenza, l’affermazione di una libertà intransitiva degli uomini, è precisamente far valere la potenza dell’invenzione soggettiva, la sua molteplicità singolare, la sua capacità di produrre il comune a partire dalle differenze. Da carne di cannone della produzione, quali erano, i corpi e i cervelli si sono trasformati in armi contro il capitalismo. Senza il comune, il capitalismo non può più esistere. Con il comune le possibilità di conflitto, di resistenza e di riappropriazione si sono infinitamente accresciute. Formidabile paradosso di un’epoca che è finalmente riuscita a sbarazzarsi degli ornamenti della modernità.

Dal punto di vista di quello che si può chiamare la «composizione tecnica» del lavoro, la produzione è dunque divenuta comune. Dal punto di vista della sua «composizione politica», bisognerebbe allora che a questa produzione comune corrispondessero delle nuove categorie giuridico-politiche, capaci di organizzare quésto «comune», di dirne la centralità, di descriverne le nuove istituzioni e il funzionamento interno. Ora, queste nuove categorie non ci sono, esse mancano. Il fatto che si mascherino le nuove esigenze del comune, che si continui paradossalmente a ragionare in termini obsoleti - come se il luogo di produzione fosse ancora la fabbrica, come se i corpi fossero ancora incatenati, come se non si avesse scelta tra essere soli (individuo, cittadino, monade produttiva, numero di cella di una prigione o operaio sulla linea, Pinocchio solitario nel ventre della balena) ed essere indistintamente massificati (popolazione, popolo, nazione, forza lavoro, razza, carne da cannone per la patria, boi digestivo nel ventre della balena) - il fatto, dunque, che si continui ad agire come se niente fosse avvenuto, come su niente fosse cambiato: ecco che cosa costituisce la più perversa capacità di mistificazione del potere. Dobbiamo aprire il ventre della balena, dobbiamo battere Moby Dick.
ne quasi permanente di due termini, che funzionano come altrettanti inganni ma corrispondono allo stesso tempo a due maniere di appropriarsi il comune degli uomini. La prima di queste maniere è il ricorso alla categoria del «privato»; la seconda, è il ricorso alla categoria del «pubblico». Nel primo caso, la proprietà - Rousseau dixit: e il primo uomo che ha detto «questo è mio»... - è un’appropriazione del comune da parte di uno solo, vale a dire anche un’espropriazione di tutti gli altri. Oggi, la proprietà privata consiste propriamente nel negare agli uomini il loro diritto comune su quello che solo la loro cooperazione è capace di produrre. La seconda categoria, di contro, è quella del «pubblico». Il buon Rousseau, che era così duro con la proprietà privata quando, a giusto titolo, la considerava la sorgente di tutte le corruzioni e sofferenze umane, cade allora immediatamente nel tranello. Problema del contratto sociale - problema della democrazia moderna; poiché la proprietà privata genera l’ineguaglianza, come si potrà inventare un sistema politico dove tutto, appartenendo a tutti, non appartenga a nessuno? La trappola si chiude su Jean-Jacques - e su tutti noi allo stesso tempo. Ecco dunque cos’è il pubblico: quello che appartiene a tutti ma a nessuno, vale a dire quello che appartiene allo Stato. E poiché lo Stato dovremmo essere noi, allora bisognava inventare qualcosa per rendere gentile la sua manomissione del comune: farci credere ad esempio che esso ci rappresenti, e se lo Stato si arroga dei diritti su quello che noi produciamo, è perché quel «noi» che noi siamo, non è quello che noi produciamo in comune, inventiamo e organizziamo come comune, ma quello che ci permette di esistere. Il comune, ci dice lo Stato, non ci appartiene, perché noi non lo creiamo veramente: il comune è il nostro suolo, il nostro fondamento, quello che noi abbiamo sotto i piedi: la nostra natura, la nostra identità. E se questo comune non ci appartiene veramente - essere non è avere - la manomissione dello Stato sul comune non si chiama appropriazione ma gestione (economica), delegazione e rappresentanza (politiche). CVD:implacabile bellezza dal pragmatismo pubblico.

La natura e l’identità sono delle mistificazioni del paradigma moderno del potere. Per riappropriarci il nostro comune bisogna prima di tutto produrne una drastica critica. Noi non siamo niente e noi non vogliamo essere niente. «Noi»: non è una posizione è un essenza una cosa della quale è facile dichiarare che è pubblica. Il nostro comune non è il nostro fondamento, è la nostra produzione, la nostra invenzione continuamente ricominciata. «Noi»: è il nome di un orizzonte, il nome di un divenire. Il comune ci è davanti, sempre, è un progredire. Noi siamo questo comune: fare, produrre, partecipare, muoversi, dividere, circolare, arricchire, inventare, rilanciare.

Tuttavia noi abbiamo pensato, lungo quasi tre secoli, la democrazia come l’amministrazione della cosa pubblica, vale a dire come l’istituto dell’appropriazione statale del comune. Oggi, la democrazia non può più esser pensata che in termini radicalmente differenti: come gestione comune del comune. Questa gestione implica a sua volta una ridefìnizione dello spazio - cosmopolitico; e una ridefìnizione della temporalità - costituente. Non si tratta più di definire una forma di contratto che faccia sì che tutto, essendo di tutti, non appartenga tuttavia a nessuno. No: tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti.

Nel dossier che alcuni di noi hanno proposto nella «Maggiore» di questo numero di «Multitudes»2 (a partire da esperienze che conducono da alcuni anni e a partire anche dalla constatazione che queste esperienze, altre volte «di nicchia», stanno oggi generalizzandosi), tentiamo di rendere visibile questo comune, di raccontare delle strategie di riappropriazione del comune. La metropoli, oggi, è divenuta un tessuto produttivo generalizzato: è là che la produzione comune si dà e si organizza, è là che l’accumulazione del comune si realizza. L’appropriazione violenta di quest’accumulazione si fa ancora a titolo privato o a titolo pubblico - e quello che si chiama «la rendita» dello spazio metropolitano è ormai un enjeu economico maggiore, ed è su questo punto che le strategie del controllo si cristallizzano - ma noi non vogliamo entrare qui nelle analisi del rapporto di questa rendita al profitto e neppure in quella delle «esternalità produttive»... ci è sufficiente, per il momento, fissare il fatto che l’appropriazione privata è sovente garantita e legittimata dall’appropriazione pubblica e viceversa.
Riprendere il comune, riconquistare non più una cosa ma un processo costituente, vale a dire anche lo spazio nel quale esso si svolge: lo spazio della metropoli. Tracciare delle diagonali dentro lo spazio rettilineo del controllo: opporre delle diagonali ai diagrammi, degli interstizi ai quadrìllages, dei movimenti alle posizioni, dei divenire alle identità, delle molteplicità culturali senza fine alle nature semplici, degli artefatti alle pretese di un’origine. In un bel libro, di qualche anno fa, Jean Starobinski ha parlato dell’età dei Lumi come d’un tempo che aveva visto «l’invenzione della libertà». Se la democrazia moderna è stata l’invenzione della libertà, la democrazia radicale, oggi, vuol essere invenzione del comune.

Devi cambiare la tua vita- Peter Sloterdijk



Al posto del romanticismo della fratellanza subentrerebbe una logica cooperativa. L'umanità diventerebbe un concetto politico. I suoi membri non sarebbero più passeggeri della nave dei folli rappresentata dall'universalismo astratto.  ma collaboratori di un progetto, assolutamente concreto e discreto di un design immunitario globale. 
Sebbene fin dal principio , il Comunismo fosse un conglemerato di poche idee giuste e molte idee sbagliate, la sua parte ragionevole : presto o tardi , l'idea che i supremi interessi comuni e di vitale importanza possano realizzarsi solamente in un oprizzonte di ascesi universali e cooperative acquisterà necessariamente nuova validità. Essa spinge verso una macrostruttura di immunizzazionei globali: co-immunità
Una struttura simile si chiama civiltà

mercoledì, luglio 25, 2012

Oreste Scalzone



Da ciascuno secondo i suoi desideri a ciascuno secondo i suoi sogni
Oreste Scalzone

Toni Negri Comunismo e Socialismo




Comunismo è invece radicalissima democrazia economica-politica e speranza di libertà.
Il Comunismo come Marx insegna nasce direttamente dall'antagonismo di classe, dal rifiuto del lavoro e della sua organizzazione.
E' su questa contraddizione e su questa alternativa fra la Luxemburg e Lenin, fra una concezione del comunismo come democrazia costituente delle masse o, di contro come dittatura del proletariato che si origina la crisi della gestione del potere socialista.

La distinzione del concetto di Socialismo da quello di Comunismo era conoscenza banale per il vecchio militante:
Il Socialismo era il regime economico politico nel quale a ciascuno era dato in relazione al proprio lavoro,
IL Comunismo era il sistema nel quale  a ciascuno era dato in relazione ai propri bisogni.
Socialismo e Comunismo rappresentavano due stadi diversi del percorso rivoluzionario il primo caratterizzato dalla socializzazione dei beni di produzione , il secondo caratterizzato dall'estinzione dello Stato e dalla spontaneità della gestione dell'economia e del potere.






Rolando Perez On Anarchy & Schizoanalysis



L’anarchista è un nomade una macchina desiderante nomadica che si concatena con altre macchine desideranti ma non rimane dipendente da nessuna macchina in particolare.




IL Rapporto dell’anarchista con gli altri è una relazione attiva. Egli non tratta gli altri come ricettacoli e non consente agli altri di trattarlo come un ricettacolo. Le sue concatenazioni sono sempre binarie . Non appartiene mai a una nazione a un partito o a qualsiasi altra alleanza tribale. E’0 sempre in movimneto.



L’anarhico è colui o colei il cui desiderio attivo non è regolamentato, non gerarchizzato dalla famiglia, dalla chiesa, dalla scuola, dall’esercito, dal lavoro.



Consentitemi di dire in sostanza che un anarchico è all’ora un corpo non strutturato, un corpo senza organi.



Rolando Perez

Nichilismo

Sono WAlter Simonetti prigioniero del mondo, capro espiatorio della lobby Frankista   e dello Stato Italiano al confino politico civile. Dicono che siamo in guerra lo Stato contro i mostri della Fazione dell’anarchia e contro i Marsigliesi….grazie di tutto francesi sono vivo e vegeto qui nel paese dei demoni . Salvare la vita di un(due)presidenti non conta proprio nulla siamo proprio nel nichilismo compiuto Severino e Vattimo docet..UN LAVORO SPORCO

martedì, luglio 10, 2012

La morte ride...

'Non possiamo condannare l'operato dello stato le nostre decisioni non si discutono. Ti abbiamo perseguitato, siamo noi che ti abbiamo distrutto la vita. Ti abbiamo segnato tramite quel pazzo di tuo "padre". Vedi i Simonetti dovevano pagare caro la loro sovversione, la loro pazzia erano un onta da cancellare nella storia della sinistra italiana. La destra, il nano psicotico la pensano come noi. E poi non sei una persona ma solo un idiota uno scherzo del destino un capro espiaotrio, che fa si che il popolo sta unito e i nostri burocrati e militanti ci guadagnano dei bei soldini.I Frankisti ne hanno molti e sono generosi e deviati. E la gente non a idee strane per la testa contro lo Stato e la mafia Italia va avanti così. Non cambierà mai niente per te sei un anti italiano , un homo sacer. E' il popolo di sinistra la società civile che c'è lo chiede. Adesso stai tranquillo che ci pensiamo noi a te con l'aiuto dei tuoi fratelli di spirito e della lobby Frankista ti facciamo sopravvivere come un paria, ti abbiamo riproggamato un lavaggio del cervello, adesso vai e divertiti' Presidente baffino detto piccolo Stalin

lunedì, luglio 09, 2012

Un segreto di stato Simonetti Walter

ucronia77 Cominciare a scrivere è come morire, sono morto più di 80 volte ucciso e suicidato dallo Stato italiano. Tutt’ora sotto leggi speciali che non mi permettono di vivere come un uomo, un paria. Il mio nome era prima del sequestro, del rapimento da parte dello Stato, Walter Simonetti. Sono un esperimento genetico la reincarnazione dello stregone folle, ho dei segni nel sangue che fanno risalire la mia discendenza dagli antichi sumeri. Per tanti altri sono anche un alieno, un ebreo la diversità fatta parola. Per le leggi razziali non scritte ma risalenti al ventennio fascista sono un anti italiano, un demone. Anche se non ho più ricordi dopo i lavaggi del cervello e le iniezioni di speciali medicine per la perdita della memoria, posso dire tramite le mie sensazioni di essere nato a Milano il 7 gennaio 1971. Da un parto gemellare, ero affetto da nanismo. Mio fratello gemello morirà ucciso da militanti stalinisti del P.C.I. premiati con i soldi della lobby Frankista e le medaglie dello Stato il suo sangue chiede vendetta e ci sarà. Questa guerra non è ancora finita indicato negli anni 70 come l’anti Cristo dalla Chiesa Cattolica e l’assassino di Aldo Moro dagli stalinisti sono il capro espiatorio della società italiana. Con i soldi della lobby, mafia Frankista, guidata da mostri pedofili, la sinistra italiana fa clientelismo dalla fine della seconda guerra mondiale. La paura della sua base è così elevata che solo la corruzione la tiene in piedi. Alle elezioni gli ex comunisti prendono un 10 % in più tramite questi soldi che arrivano a milioni di persone. Il prezzo da pagare è il capro espiatorio. I Frankisti hanno credenze deviate medievali: la Dea madre, arianesimo e la persecuzione dei diversi degli ebrei. Sono negazionisti negano l’olocausto e non tollerano la dissidenza. E vogliono il capro espiatorio i discendenti dei sumeri in Italia sono diventati dei paria. Uno dei famosi programmi della lobby e degli stalinisti dopo gli anni di piombo era l’assassinio di tutti i cattivi maestri e militanti autonomi. Questo folle progetto fù fermato dallo Stato Francese. Ma molti morirono furono uccisi i cosiddetti perfetti sia appartenenti al partito socialista sia dell’autonomia. Furono accusati da un infame del partito comunista di traffico di droga, incarcerati e uccisi a sangue freddo dai maiali. Sette bambini furono uccisi dallo stesso militante comunista e dalla moglie era il prezzo che dovevano pagare per uscire di galera l’accusa era terrorismo. Un eroe in Italia già rinchiuso in gioventù in manicomio sarà il mio carceriere per tutta la vita. Non vale la pena fare il suo nome, un giorno morirà berremo e festeggeremo con la forza primordiale è con l’anarchia.

Lo stregone folle contro lobby Frankista

Lo stregone folle contro la lobby Frankista Li sto chiamando ma non rispondono più, i miei demoni, Gigo e mio figlio il turco. Le mie ossessioni quotidiane stanno sparendo forse mi sbaglio tutto poi continuerà come prima. Disteso sul letto in psichiatria guardo la mia vita fuggirmi via, il passato cancellato dalle medicine, il presente un’ombra minacciosa. No futuro. A contatto con l’ideologia dominante il Nichilismo tutto sembra vano anche raccontare questa storia del capro espiatorio, dell’Ordine e della schifosa lobby Frankista. Una storia tutta italiana. Siamo in guerra, anche se l’abbiamo persa noi Marsigliesi, ma l’ultima parola sarà la nostra, così è il valore della forza primordiale. La negromanzia è un’arte della provocazione. A volte sento il potere della forza, il potere costituente, ritornare nei miei pensieri. C’è una lotta psichica senza quartiere che si combatte con armi e poteri antichi come le leggi dei sumeri. Le ossessioni mi invadono la testa a volte le voci sono amichevoli scherzano a volte fanno paura. La prigione del reale resta come sempre assordante. Ci sono voluti 30 anni di sofferenze, morte, disperazione, torture, umiliazione, esplosione, vendette, esprimenti ma alla fine la rigenerazione c’è stata. La pillola rossa ha avuto i suoi effetti a Venezia. Alla festa del carnevale nel 2001, mi hanno per una notte risvegliato. Mostrato il passato, cancellato dai lavaggi del cervello. La televisione ha mostrato l’omicidio perfetto dello Stato. Ma prima di Venezia nel 2001 ci sono state le siringate di eroina da parte dei compagni del ex PCI, agenti della contro rivoluzione preventiva, pagate profumatamente dalla lobby frankista dal finanziere l’anima nera di questa repubblica delle banane. Mesi di paranoie e di panico dove non potevi fuggire dove la morte volava vicino, troppo vicino. Dove i soldi della lobby hanno conquistato le mitiche avanguardie del Link di Bologna, pagate per torturami il cervello. Ricordo che guardavo sempre un film La corta notte delle bambole di vetro. Altri sono intervenuti per vendetta gelosia, per la storia è tutta colpa tua se è finito tutto la solita storia dei gesuiti del capro espiatorio. Questa è l’ultima volta che torno lo stregone folle dopo questa vita non parteciperà più, non ho più un popolo da difendere. Sono stato venduto per denaro a quei maiali della lobby frankista dai miei fratelli di spirito. Per tutti gli altri amici, sorelle, parenti, sono diventato un capro espiatorio da violentare per soldi. Sborsati dal finanziere un demente deviato. Una maschera che però compare nella lista nera del mossad ai ai sono guai. Rimane solo la fratellanza. Ciao figli miei.

giovedì, ottobre 27, 2011

La Terza Repubblica dei movimenti*** Considerazioni sull'alternativa e il conflitto costituente

La Terza Repubblica dei movimenti***
Considerazioni sull'alternativa e il conflitto costituente
21 / 10 / 2011


Dopo la giornata del 15 Ottobre il movimento in Italia ha come compito prioritario quello di non farsi comprimere nella morsa delle semplificazioni o nelle secche dicotomie e, allo stesso tempo, di preservare il suo carattere aperto e molteplice. Questo rischio ci sembra sia stato delineato, meglio che da chiunque altro, dall'editoriale di Piero Ostellino apparso sulle pagine del Corriere della Sera. Ostellino, infatti, utilizza gli scontri avvenuti nel corso della manifestazione per ammonire che non esistono possibilità di trasformazione dell'esistente che non siano chiuse nella scelta tra la guerra civile e il riformismo rispettoso della democrazia rappresentativa e delle regole del mercato capitalistico. Tertium non datur. Il conflitto anche radicale quando si presenta sulla scena, è presto o tardi destinato ad imboccare una delle due strade, lasciando dietro di sé qualsiasi velleità di modificazione dei rapporti sociali.

Muovendo da queste premesse riteniamo che sia decisivo oggi, ancor più di prima, approfondire la riflessione sulla categoria politica che va sotto il nome di 'alternativa' in quanto questa dovrebbe precisamente occupare quel posto che, la riflessione di Ostellino, tenta di escludere dal gioco. La necessità è facilmente comprensibile: siamo in una fase storica segnata da una crisi strutturale del capitalismo neoliberale che riguarda insieme i fondamenti del sistema economico-sociale e di quello istituzionale che si è andato costruendo negli ultimi trent’anni. Questa crisi porta con sé la diffusa consapevolezza che non è più possibile, per nessuno, tornare indietro. Per chi vuole cogliere sul serio la radicalità del tempo storico che stiamo vivendo, quella sull’alternativa è dunque una discussione obbligata. Obbligata ma, è bene precisarlo, anche assai ambigua: la categoria politica dell’alternativa infatti riassume in sé un insieme di significati ed opzioni differenti e potenzialmente divergenti. È bene dunque cominciare a districare i fili di questa densa matassa.

1. Lo statuto della rivolta

Negli interventi di Fausto Bertinotti su il manifesto, vi è un presupposto da cui ci sembra utile iniziare: la dimensione politico-istituzionale è attualmente imbrigliata all’interno di un recinto che non offre vie d’uscita. Dentro questo recinto, espressione diretta della governance finanziaria (platealmente mostrata dalle letterine della Bce al governo italiano), non è più possibile alcuna esperienza di governo realmente alternativa. Tanto meno possibile è il ricorso, fuori tempo massimo, a opzioni politiche che passino per una riabilitazione della democrazia rappresentativa, già da lungo tempo in crisi ed oggi costretta a confrontarsi con la fase terminale del suo declino. Solo la «rivolta», qualora fosse in grado di rompere il quadro delle compatibilità, sarebbe capace di produrre un ripensamento della politica stessa.

Questa riflessione, a grandi linee condivisibile, necessita tuttavia di un paio di specificazioni. La prima, a monte, è che la presa in ostaggio operata dalla governance finanziaria nei confronti dei governi non è affatto riducibile ad un’“invasione di campo” nei confronti della politica. Essa è casomai l’espressione e l’altra faccia di quello stato di compenetrazione fra economia finanziaria e reale che ha ridefinito la stessa forma dell’accumulazione capitalistica. La pervasività della finanza (tanto nel campo economico quanto in quello politico) è piuttosto l’esito di una crisi (che precede di molto quella attuale) che riguarda da un lato la capacità di sfruttare forze produttive radicalmente mutate, dall’altra di governare popolazioni che hanno reso inadeguata, nel tempo, l’organizzazione disciplinare del potere. Quello che frettolosamente viene chiamato «strapotere della finanza» è in realtà una nuova forma di prelievo (di ricchezza e di decisione) che opera su forme di vita inedite; questo appare tanto più autoritario quanto più i vecchi schemi di organizzazione sociale si mostrano incapaci di organizzare e di comandare la vita. Questo significa che la crisi, insieme economica e politica, non è affatto l’espressione di uno stato di eccezionalità, ma il cortocircuito avvenuto nel nuovo ordine che si è da tempo cementificato.

Questa prima specificazione è strettamente connessa a quella, per così dire a valle, relativa allo statuto della rivolta. Se è vero che l’attuale crisi ha radici profonde e lontane e riguarda ad un tempo la modificazione della forma dell’accumulazione capitalistica e quella del governo, il “ruolo” attribuito alla rivolta non può essere in alcun modo riducibile ad una mera funzione di destrutturazione, fosse anche quella della «rottura del recinto». Non intendiamo attribuire tali pensieri all’ex Presidente della Camera, ma ci interessa denunciare una possibile interpretazione delle sue riflessioni. Questa cattiva interpretazione potrebbe essere così schematicamente riassunta: solo la rivolta, rompendo le compatibilità che imbrigliano le funzioni di governo, può riattivare il dispositivo sovrano e con questo, la legittimità della rappresentanza politica e sociale. Questo ci pare un modo assai discutibile ed inadeguato di rendere conto della nuova natura dei movimenti sociali.

Così come inadeguate, quando non proprio pericolose, ci sembrano le retoriche insurrezionaliste che circolano in questi giorni in rete. La loro logica parte da una lettura semplificata della situazione attuale secondo la quale l’aumento di intensità della crisi produrrebbe un’estensione del campo della rabbia sociale, la quale a sua volta tende ad esprimersi in un “corpo a corpo” simmetrico con la macchina statale: la molteplicità delle forme di conflitto viene schiacciata nell’immagine angusta della guerra civile. La rivolta, intesa in senso del tutto generico e indifferenziato come “scarica”, si trova stranamente ad essere in entrambi i casi il passaggio fondamentale tanto per una “sospensione” cieca dell’ordine sovrano, quanto per una sua “riabilitazione”. Entrambe le letture, benché da punti di vista diametralmente opposti, sembrano essere subalterni allo stesso «mito dello Stato» che già Foucault aveva convenientemente dissolto puntando l’attenzione sulla realtà del governo. In altri termini, per quanto possa suonare paradossale, a ricongiungere letture così differenti è l’idea secondo la quale nelle rivolte attuali si debba leggere l’espressione di un potere essenzialmente destituente.

Un ragionamento sulla categoria politica dell’alternativa dovrebbe invece partire dal presupposto contrario, ovvero dal riconoscimento del carattere costituente della tumultuosità sociale. Questo carattere costruttivo, istituzionale e normativo, è ben visibile nelle esperienze di movimento che passano dalla Spagna all’Islanda (caso quest'ultimo nel quale la pretesa democratica di rifiutare-rinegoziare il default diviene vera e propria norma costituente), dalle lotte dei lavoratori dello spettacolo che riscrivono lo statuto proprietario di un teatro occupato, a quelle degli studenti universitari che lanciano il processo dell’autoriforma dell’università, e arrivano fino alla straordinaria esperienza del referendum italiano dello scorso giugno. Queste esperienze ed altre ancora descrivono una vera e propria istanza trasformativa che punta a spezzare precisamente la vecchia politica dei due tempi che attribuiva alla conflittualità una funzione essenzialmente negativa e difensiva e alla politica della rappresentanza il mandato di tradurre le istanze provenienti “dal basso”. Disporre il discorso politico di movimento sul piano dell’alternativa non ha altro senso che interrogare l’esaurimento di questo “doppio tempo” e ci permette di collocare la creazione di momenti di lotta e di costruzione di rapporti di forza efficaci, all’interno di una traiettoria di mutamento.

2. I movimenti e la transizione italiana

Ora, occorre collocare queste premesse all’interno della cosiddetta «anomalia italiana». In Italia, infatti, siamo posti di fronte ad una sfida assai complessa ma non meno avvincente: davanti ai nostri occhi si consumano già da tempo trattative e prove di alleanze che puntano a ricomporre un quadro politico capace di garantire la transizione alla Terza Repubblica, facendo fuori precisamente, questo potere costituente che deriva dai movimenti. Questo quadro, anche prescindendo per ora dalle forma che prenderà (Governo Tecnico, Grande Coalizione, Nuovo Ulivo, assumendo che tra queste forme ci sono delle differenze) sarà edificato sugli stessi presupposti: rispetto del pagamento del debito, costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, patto sociale sul modello di quello siglato da Confindustria e Sindacati lo scorso 28 giugno e esecuzione delle misure di austerity e di privatizzazione del pubblico impartite dalle grandi istituzioni finanziarie. In questo quadro, e se questo quadro non viene preventivamente messo in questione, qualsiasi “partecipazione” dei movimenti è destinata, bene che vada, ad uno scontato quanto misero fallimento.

Tuttavia, benché scivoloso, occorre non abbandonare questo piano: dobbiamo sforzarci di capire come i movimenti sociali si inseriscono all’interno di questa transizione. Due sono, a nostro parere, i versanti sui quali aprire la discussione.

Il primo riguarda le attuali trasformazioni del Welfare State. Non basta qui limitarsi a constatare quanto le politiche di austerità stiano contribuendo alla sua distruzione. Molto più interessante è partire dall’idea secondo la quale oggi il Welfare si colloca, rispetto al sistema produttivo, in una posizione completamente differente rispetto al periodo storico in cui esso è stato edificato. Alcuni economisti (tra gli altri Boyer, Marazzi e Vercellone) hanno denominato con l’espressione «modello antropogenetico», l’emergenza di un nuovo sistema economico sempre più basato sui servizi incentrati sulla produzione dell’uomo per l’uomo, quali sanità, istruzione, cultura, sicurezza ecc. Se si accetta questa ipotesi, del resto confermata dalle dimensioni dominanti che questi settori occupano nel determinare la crescita, appare da subito evidente quanto le attuali trasformazioni del Welfare riguardino non più settori posti “accanto” ai processi produttivi, ma ne definiscano una profonda centralità. La modificazione o privatizzazione del Welfare è, in altri termini, il terreno centrale per rilanciare l’accumulazione capitalistica. Non è affatto un caso che i mercati finanziari se ne stiano occupando con tanta premura. Questa trasformazione del Welfare passa da una parte per un’accelerazione del disfacimento della cosiddetta società salariale (il lavoro gratuito, l’indebitamento privato, la precarizzazione dei rapporti lavorativi ne sono da tempo un lampante esempio), dall’altra per una messa in crisi, attraverso il blocco dei finanziamenti statali, delle stesse istituzioni pubbliche (ospedali, università e scuole, luoghi deputati alla cultura, ecc.). I movimenti sembrano aver ben compreso fino in fondo questo stato di cose, tanto che la loro azione si concentra sempre di più non solo nella rivendicazione di un reddito garantito sganciato dal rapporto salariale, ma più profondamente nella riappropriazione democratica di quelle stesse istituzioni. Abbiamo già prima citato alcuni esempi: ci basta qui dire che queste lotte, mentre difendono ciò che l’austerity mette in ginocchio, riscrivono le pratiche di gestione dei luoghi che occupano, ridefiniscono i soggetti che partecipano alla produzione del servizio, estendono e socializzano i modi di fruizione del servizio stesso ed arrivano ad affermare un nuovo tipo di proprietà comune, alternativa tanto ai processi di privatizzazione quanto alla vecchia gestione statuale. A partire da queste esperienze locali, che scommettiamo continueranno a svilupparsi, è possibile pensare ad una Federazione di questi prototipi di nuova istituzionalità sociale.

Riteniamo sia di fondamentale importanza riaprire la riflessione e il confronto su un nuovo federalismo post-statale, da intendere non come modello o forma di governo ma, al contrario, come processo orizzontale, pattizio, aperto, in grado di coinvolgere una pluralità di poteri, soggetti e istituzioni dotati ab origine di capacità costituente. Un federalismo, per usare le parole di Luciano Ferrari Bravo, concepito come concentrazione di potere non centralizzata, capace di tagliare trasversalmente e ricombinare dimensione territoriale e sociale.Nel contesto italiano questo ci sembra un tema di grande urgenza e attualità per ogni discussione seria sull'alternativa, a meno che non si consideri come federalismo già realizzato la riforma del Titolo V della Costituzione o, ancor peggio, l'attuale dibattito sul federalismo fiscale. Il terreno degli Enti locali, oggi strozzati dalla morsa dei tagli governativi, si può candidare ad esserne un primo canale significativo.

3. Una Costituzione per i prossimi vent’anni

In secondo luogo occorre constatare con un certo realismo che il prossimo passaggio alla Terza Repubblica è già segnato da una vera e propria transizione costituzionale. L’inserimento nella Costituzione della regola aurea del pareggio di bilancio e la modifica degli articoli relativi alla libertà d’impresa, descrivono già un processo, benché regressivo, di riforma che ne intacca la sostanza. La costituzione economica italiana risulterà profondamente mutata da questo processo. Perché non inserirsi in questa transizione ribaltandone però il segno?

Proponiamo questo discorso nonostante siamo ampiamente consapevoli della crisi in cui versano le costituzioni democratiche, sia che le si intenda come mera interfaccia e mediazione tra Stato e società o, più materialisticamente, come grande compromesso tra forze politiche, sociali ed economiche (il Welfare State appunto). E questa crisi, come ogni crisi, non ha di certo prodotto un vuoto. Le correnti neoistituzionaliste della scienza giuridica hanno già da diverso tempo osservato come essa sia stata accompagnata dall'emergere di nuovi dispositivi costituzionali che frammentano e al contempo sconfinano i perimetri dello Stato nazione, rendendo sempre più indistinta la linea che separava il diritto pubblico dal diritto privato. Muovendo da questi assunti risulta del tutto evidente l’insufficienza di un piano di proposta che non riguardi direttamente il campo europeo e transnazionale.

Siamo consapevoli, infine, che in Italia il dibattito sulla transizione sia stato il più delle volte del tutto ingannevole: il leitmotiv delle c.d. riforme istituzionali, che da più di ventennio informa il dibattito politico nel nostro paese, è stato utilizzato per negare alla radice la possibilità di riaprire un vero processo costituente. Si è rimasti a metà del guado o, meglio, in una palude: la Prima Repubblica sembra non essersi mai del tutto chiusa, la Seconda non ha mai del tutto preso forma se non in maniera distorta e deviata. In buona sostanza la parola transizione è stata utilizzata per ostacolare la possibilità della trasformazione reale.

Tuttavia crediamo che proprio per queste ragioni la legittima e condivisibile difesa della costituzione del '48 è, in questo quadro, una prospettiva assai debole. Se è vero che i movimenti oggi presentano un carattere istituzionale e normativo e che questo carattere si gioca fuori dai binari conosciuti della rappresentanza, allora è anche vero che i conflitti devono ambire ad un processo politico che non recuperi, ma prenda atto e casomai approfondisca, il disfacimento delle forme partitiche lavorando ad una vera e propria riconversione istituzionale. Occorre partire dall’idea che la stessa costituzione materiale si è oramai radicalmente modificata con la comparsa di nuove figure sociali che insistono su un comune terreno che è già politico. Allo stesso modo quello di una nuova Costituzione, conservando gli aspetti più avanzati di quella precedente, può diventare il punto più alto di convergenza e di ricomposizione delle molteplici istanze che si danno nelle lotte attuali e future. Una nuova Costituzione intesa come leva per l'apertura di un processo e non certo come suo esito conclusivo o come suo assorbimento su un piano meramente formale e procedurale (tenendo presente e sempre aperto, dunque, lo spazio politico e giuridico che distingue il potere costituente dalla stessa costituzione).

L’egemonia del discorso programmatico contenuto nell’espressione Beni Comuni e sancita dalla vittoria referendaria, dovrebbe rappresentare l’infrastruttura di questa nuova Costituente. In Francia, durante la Rivoluzione, la Costituzione del 1793, mai attuata, all'art. 28 recitava: 'Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi generazioni future'. Negli Stati Uniti, pochi anni prima, Thomas Jefferson opponendosi alla proposta di rieleggibilità del Presidente dell'Unione, auspicava una revisione completa della costituzione 'ogni vent'anni'. Rinnovando questa 'tensione costituente' riteniamo vada affrontato il dibattito sull'alternativa, perché questo è quello che chiedono a gran voce le piazze indignate globali.

*** Francesco Brancaccio, Alberto De Nicola e Francesco Raparelli

mercoledì, ottobre 26, 2011

Distruggere la paura, affermare il comune di COLLETTIVO UNINOMADE



Distruggere la paura, affermare il comune



di COLLETTIVO UNINOMADE

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.

1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del 15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti, che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi. Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale alla giornata.

2. La manifestazione di Roma si è collocata all’interno di questo quadro con evidenti elementi distonici, che erano apparsi chiaramente già nelle modalità della convocazione e nel percorso della sua preparazione. Politicismo e provincialismo hanno pesato in Italia come in nessun altro contesto, e troppi sono stati i tentativi di sovrapporre il classico format della “manifestazione nazionale” a una convocazione che, proprio in quanto proveniente “dall’esterno”, garantiva una mobilitazione che nessuna forza organizzata è oggi in grado di determinare. Le logiche della rappresentanza (politico-istituzionale e/o di movimento) hanno così fin da principio introdotto elementi di “corruzione” all’interno della costruzione italiana del 15 ottobre. E non è certo un caso che realtà di lotta forti e radicate ma estranee alla logica della rappresentanza, come il movimento NoTav e gli “stati generali della precarietà” siano stati immediatamente indicati dai media come “responsabili” degli incidenti. La ricerca del precario gentile e del militante ragionevole, meglio ancora se ravveduto da un passato di sregolatezza, è stata una costante nei giorni successivi al corteo romano, essenziale alla costruzione della favoletta di un movimento “buono” (cioè compatibile con le logiche della rappresentanza) e una minoranza di “cattivi” e guastatori. Repubblica è stata particolarmente zelante in questa ricerca, a cui ha fatto da contraltare una patetica attività “investigativa” per individuare le realtà politiche da colpire. Ma come spesso accade, il “partito dell’ordine” ha unito in un unanime coro forcaiolo improbabili alleati – da Di Pietro a Maroni, da Repubblica al TG1.

3. La manifestazione, in ogni caso, è stata prima di tutto gigantesca, percorsa al proprio interno da una profonda eterogeneità sociale e culturale, prima ancora che politica. L’antiberlusconismo è stato senz’altro ben presente nei toni e nei sentimenti di molti e molte partecipanti. E abbiamo visto nella delazione di massa cominciata già in piazza, e poi rilanciata dai media (in primo luogo ancora da Repubblica), la faccia più inquietante dell’apologia della legalità che ha attraversato negli ultimi anni gli stessi movimenti. Su tutt’altro versante, è emersa la presenza di un’area che ha caratterizzato la prima parte del corteo con azioni dirette, a volte contro obiettivi chiaramente individuati (ad esempio le banche) a volte con cieca furia distruttiva. Tra queste due aree, il corteo romano era fin troppo affollato di gruppi, gruppetti e gruppazzi, ciascuno con le sue ipotesi su come rappresentare l’unità del movimento che manifestava a Roma. Nessuno è stato in grado di farlo, tutte quelle ipotesi si sono dimostrate non all’altezza del problema che politicamente la giornata del 15 poneva, quando non velleitarie. Questa “densità” di strutture politiche che in forme diverse fanno riferimento al “movimento” è una peculiarità italiana che ha finito per agire da freno rispetto al dispiegarsi di dinamiche di unificazione della protesta che altrove, ad esempio nei due casi citati in precedenza (in Spagna e negli Stati Uniti), si sono dispiegate in modo originale e autonomo. Nel vuoto politico che si è aperto a Roma sabato (ma che già si era palesato nelle settimane precedenti) lo spaesamento si è unito alla rabbia, fino all’esplosione di rivolta sociale in Piazza San Giovanni, con ore di resistenza e attacco di fronte alla violenza della polizia, a cui hanno partecipato migliaia di giovani e meno giovani. Qui, con ogni evidenza, comportamenti, pratiche, modi di stare in piazza (tra cui vanno ricordati quelli delle migliaia di altri manifestanti che semplicemente hanno rifiutato di andarsene) hanno dato allo scontro un segno totalmente diverso rispetto a quanto si era visto nelle ore precedenti.

4. Là dove si è manifestata in forme politicamente significative, la dinamica dell’indignazione presenta caratteri di radicale rottura, indipendentemente dal fatto che si esprima in forme diverse dallo scontro di piazza. E’ evidente in Spagna la rottura con la rappresentanza politica, a partire dalla banale circostanza che il movimento si è formato contro un governo di “sinistra” in cui molti avevano visto l’astro nascente di un nuovo riformismo socialista e non può certo avere nel Partito popolare il suo interlocutore. Ma l’occupazione degli spazi urbani, il dilagare nei quartieri, le occupazioni e le esperienze di autogestione dei servizi alludono a una dimensione pienamente costituente. Negli Stati Uniti d’altro canto, in un contesto completamente diverso dal punto di vista delle tradizioni e delle dinamiche politiche, è stata in primo luogo l’occupazione degli spazi urbani, al prezzo di centinaia di arresti, a esprimere la radicalità e consolidare la forza del movimento. Diffusa ovunque è poi la parola d’ordine della lotta contro il debito, che allude a un essenziale terreno di campagna comune. Crediamo che questi aspetti di radicalità e rottura segnino un punto di non ritorno per lo sviluppo delle lotte e dei movimenti dentro la crisi. Si tratterà di “tradurli” nei diversi contesti, senza pensare che esistano modelli “universali” (o “globali”). Ma indietro non si torna! A fronte dei processi di precarizzazione lavorativa ed esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale, che nella crisi mostrano la loro faccia più feroce, la radicalità delle pratiche deve impiantarsi su una composizione sociale che sempre più trova nella povertà la propria cifra d’insieme. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che le lotte dentro la crisi debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale e contro la povertà che esso ci impone.

5. Se questo è lo scenario che si prefigura per i prossimi mesi, si tratta di comprendere che la povertà viene vissuta da posizioni soggettive assai diversificate, profondamente eterogenee. Questa eterogeneità è un elemento costitutivo della composizione del lavoro vivo contemporaneo. Non lasciamoci ingannare dalla retorica, certo utile per costruire mobilitazione ma non priva di insidie, del 99% della popolazione contrapposto alle oligarchie finanziarie: suggerisce un’immagine di compattezza e di omogeneità dei referenti “sociali” del movimento che ovviamente non trova riscontro nella realtà. Comportamenti distruttivi, se non auto-distruttivi, sono connaturati ad alcune di queste posizioni soggettive. Quando alcune periferie della povertà, come era accaduto a Roma il 14 dicembre ed è tornato ad accadere il 15 ottobre, scendono in piazza, non è il caso di attendersi da loro proposte di riforma costituzionale. Lo si era visto del resto con la rivolta delle banlieues francesi nel 2005 e lo si è visto di nuovo quest’estate in Inghilterra. Non si tratta di fare un’apologia “estetizzante” dei comportamenti che hanno caratterizzato queste insorgenze. Si tratta di scegliere prima di tutto da che parte stare. E c’è una bella differenza tra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerali intoccabili, lebbrosi. Media, polizia e sistema politico non hanno dubbi su quale sia la parte giusta da cui stare. Noi neppure.

6. Solo un programma positivo, maggioritario, materialmente definito può probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri. Per dirla nei termini più semplici possibili: il problema di come far stare insieme in un corteo romano l’artista del Teatro Valle condannato alla precarietà e l’adolescente di Tor Bella Monaca che tendenzialmente a teatro non andrà mai è il problema che poniamo quando parliamo di programma. Il fatto che anche la semplice allusione a questo programma sia mancata nella preparazione del corteo romano del 15 ottobre è ampiamente riconosciuto nel dibattito che attraversa il movimento in questi giorni. Al più si è avvertita la presenza da parte di alcune componenti di un “programma minimo” costruito interamente attorno a linee di alleanza sindacale e politico-istituzionale (e non può stupire che a molti quel programma minimo sia apparso come un “opportunismo massimo”). A ciò si aggiunge la mancanza di obiettivi caratterizzati a un tempo da radicalità, immediata leggibilità e potenziale condivisione da parte della grande maggioranza dei manifestanti. C’era qui, soprattutto considerando i numeri imponenti del corteo, un limite di fondo che ha avuto un ruolo di primo piano nel determinare la dinamica romana di sabato scorso. Davvero grottesco, in particolare, ci è sembrato il tentativo di riesumare per l’occasione del 15 ottobre il modello del “social forum”. Ci è sembrato grottesco perché non teneva in nessun conto i cambiamenti profondi che si sono prodotti rispetto a una stagione di lotte e mobilitazioni certo importantissima, ma che aveva tra l’altro conosciuto il proprio scacco in una dinamica di rappresentazione sul terreno dell’opinione pubblica e della società civile di cui proprio il modello del “social forum” era stato espressione. La sconfitta della straordinaria mobilitazione globale contro la guerra in Iraq il 15 febbraio del 2003, quando milioni di donne e uomini scesero in piazza in tutto il mondo inducendo il New York Times (e l’ineffabile Repubblica di rimbalzo) a parlare della “seconda potenza mondiale”, è ancora viva nella memoria dei movimenti. Immaginiamo che qualcuno, il 15 ottobre, abbia ricordato con nostalgia l’oceanica manifestazione romana di quel giorno di febbraio. Molti di noi hanno invece ripensato al senso di impotenza provato in quell’occasione di fronte a una guerra che stava per cominciare e che non eravamo riusciti a fermare. E hanno semmai avvertito una certa somiglianza tra quel senso di impotenza e lo spaesamento di molti manifestanti romani il 15 ottobre. Né nelle piazze spagnole né a Zuccotti Park a New York si respirano senso di impotenza e spaesamento.

7. Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione, ovvero la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni Novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. In Italia, questo movimento si è espresso attorno alle elezioni amministrative e nei referendum della scorsa primavera, nelle lotte contro la TAV in Val di Susa, vive nelle mille esperienze di auto-organizzazione e di lotta di precari e migranti. Si tratta di lasciargli spazio e voce, nella consapevolezza che solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato. Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile –, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno. Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. Attorno alle lotte contro il debito, le privatizzazioni, contro la speculazione sulle “grandi opere”, per l’organizzazione comune dei servizi di Welfare e per la riappropriazione della rendita finanziaria alcuni elementi di programma stanno cominciando materialmente a definirsi. Non è certo all’interno dei confini degli Stati nazionali che questi elementi possono comporsi e saldarsi efficacemente! La conquista dello spazio europeo, lacerato dalla crisi e trasformato nelle sue stesse geografie tanto dalla crisi stessa quanto dai movimenti di rivolta nel Maghreb, torna qui a proporsi come compito immediato e straordinariamente urgente per le lotte e per i movimenti.

Ps: mentre scriviamo molte ragazze e ragazzi sono ancora in galera. Chiederne l’immediata scarcerazione, senza se e senza ma, è il dovere comune di tutte e tutti. Pensiamo che nessuno possa avere dubbi su questo.

sabato, settembre 03, 2011

La Quinta Colonna: Simonetti Walter Il Messia del nulla

La Quinta Colonna: Simonetti Walter Il Messia del nulla: Simonetti Walter Il Messia del nulla unico sei venuto scritto nei libri l'anticristo per la Chiesa Gesù degli eoni come Zarathust...