Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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martedì, marzo 22, 2011

Solaris Frasi

Solaris film sovietico del 1972 diretto da Andrej Tarkovskij





* Ex Astronauta Berton: Vorrebbe distruggere quel che ancora non siamo in grado di comprendere? Non sono un sostenitore della conoscenza a qualunque costo. La conoscenza é autentica solo quando é sostenuta dalla morale.
Kris Kelvin:È l'uomo a rendere inmorale la scienza, ricordi Hiroshima.
Ex Astronauta Berton: E allora non rendete inmorale la scienza!

* Ex Astronauta Berton:È un contabile, non uno scienziato!
Padre di Kris Kelvin: Siamo amici, ma non parlare cosí di lui.
Ex Astronauta Berton: Ci conosciamo da 20 anni, deve pur finire prima o poi.

* Kris Kelvin: Mi avevi messo in guardia da cosa?
Dottor Snaut: Che cosa hai visto?
Kris Kelvin: È un essere umano? È reale? È vulnerabile? Si puó toccare? Si puó ferire? Chi é?
Dottor Snaut: E tu? Tu, sei reale tu?

* Kris Kelvin: Tu hai paura! Non devi aver paura, calmati, non credere che tu sei pazzo.
Dottor Snaut: Io pazzo, ma che, non hai capito proprio niente, magari io fossi pazzo, magari.., sarebbe una liberazione.

* ... sono io il giudice di me stesso, Kris l'hai vista? Kris, non sono pazzo, cerca di capirmi é qualcosa che é nato dalla mia coscienza. Speravo che tu venissi in tempo per vedermi Kris. (Dottor Gibarian)

* Dottor Sartorius: Vá bene, allora a quanto sembra i fantasmi hanno una struttura.
Dottor Snaut: Chiamiamoli ospiti.
Dottor Sartorius: Va bene, come volete, a differenza di noi che siamo fatti di atomi, loro sono fatti di neutrini.
Dottor Snaut: Ma noi sappiamo che i neutrini non sono stabili.
Dottor Sartorius: Per me sono stabilizzati dal campo magnetico di Solaris. Abbiamo quí un bellissimo esempio.

* Dottor Snaut: Peró siamo riusciti a stabilire qualcosa di certo, viene dal tuo passato.
Kris Kelvin:È morta oltre 13 anni fá.
Dottor Snaut: Quello che hai visto, é la materializzazione dell'immagine che hai di lei.

* Comunque sei stato fortunato, comunque quella donna fá parte di te, del tuo passato, pensa se invece ti fosse apparso qualcuno che non avevi mai conosciuto, ma solo pensato, immaginato. (Dottor Snaut)

* La scienza? Sciocchezze. In questa situazione la mediocritá e il genio sono ugualmente inutili! Noi non vogliamo affatto conquistare il cosmo. Noi vogliamo allargare la terra alle sue dimensioni. Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveranno mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L'uomo ha bisogno solo dell'uomo! (Dottor Snaut)

* Hari: Giusto, ma di voi, solo Kris Kelvin si comporta come una persona umana, nelle difficoltá in cui siete tutti e tre, lui é il solo che pensa umanamente, voi invece fate finta che non vi riguardi e considerate i vostri "ospiti", ci chiamate cosí no? Come se fossimo delle presenze esterne, dei nemici, ma io sono voi, sono la vostra coscienza. Lui Kris, mi ama, o forse non mi ama, mi difende da se stesso forse é per questo che io vivo, ma, non é tutto quí, non ha importanza perché si ami, l'amore é diverso per tutti, non si tratta di Kris, lui non c'entra, ma voi non avete idea di quanto vi odio.
Dottor Sartorius: Vorrei pregarti.
Hari: Per favore non mi interrompere, lasciami finire, per favore.
Dottor Sartorius: Tu non sei una donna, non sei neanche un essere umano, tu non sei niente, vuoi capirlo, anche se dubito che tu sia capace di capire qualcosa, Hari non esiste, Hari é morta, e tu sei soltanto un doppione, una riproduzione meccanica, una copia, una matrice.
Hari: Sì, puó essere, si ma io, io stó diventando un essere umano, io ho sensibilitá come voi e soffro come voi, giá posso fare a meno di Kris, peró gli voglio bene; sono un essere umano ma per te sono solo una cosa.

* In laboratorio, "Faust-Sartorius" cerca il rimedio contro l'immortalitá. E noi? (Dottor Snaut)

* ..non puoi trasformare un problema scientifico in una storia d'amore. (Dottor Snaut)

* É orribile, non riusciró mai ad abituarmi a tutte queste resurrezioni. (Dottor Snaut)

* Provando pena ci svuotiamo. Forse é cosí. La sofferenza dá alla vita un aria cupa e sospetta. (Kris Kelvin)

* Quel che non é indispensabile alla nostra vita, ci nuoce? (Kris Kelvin)

* Kris Kelvin: Ci ruba i pensier, ci mangia vivi, per sputarci in faccia le nostre ossessioni fatte carne.
Dottor Snaut: Ma perché andiamo a frugare l'universo quando non sappiamo niente di noi stessi?

* Kris Kelvin: Non sappiamo quando arriverá questa fine, perció abbiamo fretta.
Dottor Snaut: Le persone piú felici, sono quelle che non si sono mai interessate a queste maledette questioni!

* Kris Kelvin: Una domanda vuol dire sempre desiderio di conoscere, e per conservare le semplici veritá umane, ci vogliono i misteri; il mistero della felicitá, della morte, dell'amore.
Dottor Snaut: Forse hai ragione, ma cerca di non pensarci.
Kris Kelvin: Pensare a questo é come conoscere il giorno della propria morte. L'impossibilitá di sapere questa data, ci rende praticamente immortali.

lunedì, marzo 21, 2011

"VALIS" di PHILIP K DICK




41. L'IMPERO è L'ISTITUZIONE, LA CODIFICAZIONE, DELLA PAZZIA; è FOLLE E IMPONE LA SUA FOLLIA SU DI NOI MEDIANTE LA VIOLENZA, DAL MOMENTO CHE LA SUA NATURA è VIOLENTA.

42. COMBATTERE L'IMPERO SIGNIFICA ESSERE CONTAGIATI DALLA SUA FOLLIA. QUESTO è UN PARADOSSO; CHIUNQUE SCONFIGGE UN SEGMENTO DELL'IMPERO DIVENTA L'IMPERO; ESSO PROLIFERA COME UN VIRUS; IMPONEDO LA SUA FORMA AI SUOI NEMICI. IN TAL MODO DIVENTA I SUOI NEMICI.

44. DAL MOMENTO CHE L'UNIVERSO è IN EFFETTI COMPOSTO DA INFORMAZIONE, SI PUò DIRE ALLORACHE L'INFORMAZIONE CI SALVERà. QUESTA è LA GNOSIS SALVIFICA CHE CERCAVANO GLI GNOSTICI.

dal romanzo postumo del (1981) _"VALIS" di PHILIP K DICK

mercoledì, marzo 16, 2011

Roberto Saviano prefazione a "LA RIVOLTA DEGLI ANGELI" di Anatole France


prefazione a "LA RIVOLTA DEGLI ANGELI"

di Anatole France, traduzione di Luigi De Mauri, prefazione di Roberto Saviano




Salute, o Satana

O ribellione,

O forza vindice

De la ragione!

Giosuè Carducci



Mentre le terre di mezza Europa si piagavano di trincee e gli stati nazionali preparavano il grande macello del primo conflitto mondiale, in Francia veniva pubblicato il romanzo La Révolte des Anges. Il settantenne Anatole France aveva iniziato a scrivere le pagine del suo romanzo disturbato dai cori nazionalisti, da un’imprevedibile smania bellicosa, disgustato da rigurgiti di patriottismo e dalle diuturne parate militari. Decise così di raccogliere nella sua mente un progetto vasto, ambizioso, capace non soltanto di arginare, almeno nel perimetro della carta, l’idiozia militare e nazionalista, ma di coinvolgere con la sua scrittura l’intero ordine universale delle cose. Troppo grande era il disastro che di lì a qualche mese sarebbe andato celebrandosi per potersi occupare di lacerti biografici, di letterature intime, di scritture soffuse e romantiche. Scrisse dell’origine dei tempi, riscrisse la battaglia primigenia tra gli eserciti degli angeli di Dio e gli angeli ribelli organizzati da Lucifero, ne argomentò le teorie e le motivazioni della rivolta, cercò di comprendere le cause della disfatta delle truppe rivoltose e le abilità dei vincitori. Propose una nuova interpretazione della storia delle civiltà umane, trovò un nuovo senso all’ordine religioso, sondò e descrisse la struttura dei cieli, tentò di inchiodare il Dio monoteista dinanzi alle sue irrimediabili colpe. Tutto questo France l’ottenene usando la letteratura come laboratorio immaginifico capace di sussumere senza regola alcuna ogni nozione e ogni conoscenza.



La rivolta degli angeli è un testo che raccoglie in sé la tradizione dell’angelistica scolastica, episodi biblici, influenze gnostiche, derivazioni manichee, suggestioni ordinarie, comuni pregiudizi sugli angeli e demòni. Il romanzo riesce nella titanica impresa di rovesciare le categorie della teologia e della politica attraverso la foggiatura letteraria del possibile. La fantasia dismette la sua consistenza metafisica e assume nelle pagine di France una concretezza palpabile. Il sogno di riformulare la vita, di svelare il midollo della natura e la realtà delle cose diviene reale attraverso la costruttiva potenza delle parole. La letteratura, pur essendo libera dalla menzogna di essere vera, quando dismette il ruolo di prosseneta tra realtà e invenzione, aggredisce ferina la realtà trasformando la struttura molecolare della materia in composizioni radicalmente nuove, rese possibili dalla sola ragione sufficiente d’essere pensabili.

In questo romanzo France discute sul merito di Dio, sulla giustezza del suo agire, sulla fallacia delle sue decisioni, sulla brutalità della vita così com’è stata organizzata. Perché la morte, la malattia, il dolore? Perché la fragilità del corpo, la necessità del lavoro, il dolore del parto? Non più quindi il cercare, religiosamente, i motivi del dolore, il senso della sofferenza per trovarne consolazione, non più comprendere le volontà divine per ossequiarle né il sottoporsi alle leggi del Libro. Assaltare la fonte dell’ordine della vita è il compito delle pagine di Anatole France, scrivere una fenomenologia della vita felice è il bellicoso metodo che adopera. L’ateismo diviene così una militante battaglia contro il potere divino, una razionale e appassionata rivolta contro le menzogne che Dio impone agli uomini come verità.



France racconta degli angeli, esseri creati per custodire l’ordine di Dio, che rifiutando il loro compito sono divenuti terribili ribelli. Il bene angelico è una imperitura vita incosciente che attraverso la conoscenza rompe le sue catene, cosciente di non aver nulla da perdere e più mondi da guadagnare. Gli angeli ribelli comprendono attraverso il dubbio, il pensiero, la riflessione che il mondo, l’universo, il cosmo tutto esiste indipendentemente da Dio e ciò che da questi viene considerato come sua creazione è soltanto una menzogna per giustificare la sua egemonia, la sua autorità morale sulla materia. Le leggi di Dio sono ordini menzogneri, gabbie morali imposte sulle verità libere della natura e le volontà degli esseri umani. Il sapere permette al protagonista, l’angelo custode Arcade, il più basso grado della gerarchia celeste, un membro del proletariato angelico, di organizzare la più grande impresa mai tentata dopo la creazione dell’universo: la sovversione dei cieli. Attraverso la lettura dei testi della letteratura latina, i trattati naturalistici, i testi biblici, gli epistolari scientifici, la conoscenza delle verità naturali, Arcade si trascina via dallo scopo angelico ricevendo nuove verità.

Intorno alla biblioteca d’Esparvieu di Parigi ruota la forza centripeta del romanzo, non soltanto per le bizzarrie che vi accadono, ma per il potenziale bellico che secondo France ogni biblioteca possiede. Scrigno polveroso, una biblioteca è una miniera che conserva in sé traccia del pensiero umano in ogni infinita espressione, luogo capace d’essere immobile e anonimo e al contempo ipercinetico strumento, prezioso come nessun’altro nella conquista delle possibilità d’esistenza. Sariette, il triste bibliotecario dei d’Esparvieu, è l’emblema della cultura accademica, bigotta e avida, profondamente legata alla conservazione piuttosto che alla diffusione della conoscenza; l’angelo Arcade, invece, rappresenta il libero desiderio di accedere alla biblioteca come capacità di scalare i millenni di vita umana e saggiare i pensieri, gli umori, le ricerche di trascorse sensibilità e intelligenze universali. Per l’uno la biblioteca è luogo di morte e polvere, mera cumulazione di sapere; per l’altro è scoperta, acquisizione libera della vita. La biblioteca viva, tana di vite scritte e libri vissuti, è l’origine pericolosa da cui nasce l’odio verso Dio e l’eretico desiderio di sovversione.



Satana e la rivolta degli uomini

Per la tradizione cristiana la nascita del male è sancita dalla rivolta di Lucifero, il serafino più bello e più vicino al trono di Dio. Alla descrizione delle schiere degli angeli di Lucifero contrapposte agli eserciti di Dio guidati dai fedeli militari, gli arcangeli Michele, Raffaele, Gabriele e Uriele, sono dedicate alcune tra le pagine più belle della letteratura del XX secolo. Anatole France fa raccontare l’accaduto a un reduce, a un angelo che partecipò a quella primigenia guerra e condivise con Lucifero l’ebbrezza della rivolta e il destino della cacciata. Nectaire racconta ad Arcade e agli angeli congiurati del 1914 cosa accadde in cielo prima che il tempo avesse origine. Lucifero si ribellò, in nome di ciò che Dio più odiava, in nome della curiosità, del dubbio, della libertà, del desiderio. Nectaire si schierò assieme a moltissimi altri angeli dalla parte di Lucifero, poiché ne condivideva le accuse al Dio autoritario e avido.

Le pagine della battaglia possiedono un respiro lungo e innescano un’alchimia d’immaginazione nel lettore, capace di fargli contenere nella mente, nei nervi, sull’epidermide, uno scenario immenso che coinvolge l’intera Patria Celeste e tutti gli Spiriti Celesti, Troni, Potenze, Principati, Virtù, tutte le gerarchie e tutti i cieli. Imponenti scontri, immani assalti si vorticizzano tra le truppe angeliche, ribelli e fedeli. France descrive un’orchestra di guerra cruenta che investe tempi infiniti e spazi immensi attraverso scontri di spade, corpi trafitti che immortali riprendono la propria fatua consistenza. L’assedio ribelle al Monte del Signore è un’assordante massa di leggerezza angelica che procede infuocata di libertà verso il trono di Dio, per sovvertirlo e così conquistare una nuova origine alle cose. Lucifero e i suoi angeli, nonostante l’ardimento, saranno sconfitti dai fulmini divini e cacciati dal Paradiso. Lucifero diventerà Satana, ovvero has-satan, avversario, accusatore. I congiurati del 1914 ardono dal desiderio di ritentare l’impresa carichi di nuova conoscenza e vogliono che a comandarli sia proprio lui, il principe dei ribelli, Satana.



Se creazione del bene è la morte, il dolore, il vincolo morale delle leggi religiose, se le caste sacerdotali, il potere dei nobili sono creazioni del bene, se creazione del bene è la proprietà, le battaglie, i roghi, le inquisizioni, se bene è il sacrificio, il dolore, allora è nel suo contrario la ragione, nel suo contrario è il luogo della felicità e della libertà. Il male non diviene altro che contrario di un bene spietato, falso, ingannevole e assassino. In questa inversione semantica v’è il fascino profondo della rivolta degli angeli. Ciò che viene definito bene è soltanto ciò che è imposto, null’altro che l’ordine e le consuetudini costituite. Anatole France, continuando a manipolare l’infinita ludica letteraria, risolve l’annoso problema del bene e del male occupando con i suoi angeli ribelli un posto al di là delle due determinazioni.



L’ordine cosmico di France è fondato su un politeismo universale. Ialdabaoth è soltanto uno dei molteplici demiurghi presenti nell’infinito comporsi del caos cosmico, tra tutte le divinità il più arrogante, il più ignorante, il callido vincitore. Il Dio che i cattolici considerano uno e trino è in realtà proprio Ialdabaoth. Questo è il suo nome nella Patria celeste. Anatole France mutua questa terminologia dalla tradizione gnostica, che definisce Ialdabaoth un demiurgo invidioso, perfido contro l’uomo che non si sottomette. Ialdabaoth ignora le leggi della materia, mente affermando che lo spirito è immateriale, mente affermando che l’universo è finito e da lui creato e dominato, mente quando afferma che la terra è immobile, mente come mentono le Sacre Scritture, che del suo verbo sono portavoce. È un callido demiurgo che si frappone tra la natura delle cose e l’ordine che impone o vorrebbe imporre alle cose. La religione monoteista è in tal senso questa oppressiva prigione imposta sul mondo della libertà. Il contrario di Ialdabaoth è Satana. Il Satana di France è assai diverso dal Mefistofele del Faust di Goethe, ingannevole e infinitamente potente , né gli uomini sono resi da Satana come tanti Adrian Leverkühn del Doktor Faustus di Thomas Mann, pronti ad allearsi con la potenza del male per raggiungere la perfezione assoluta. È piuttosto un ribelle che ha il senso del limite, un eroe epicureo che possiede la coscienza che ogni grandezza della mente è corrisposta da una consapevolezza dei limiti della materia, ed è proprio questa linea d’ombra che genera la necessità del sapere.

I colori della rivolta, il volto di Lucifero, sono in France saccheggiati dall’affresco di Delacroix nella chiesa di Saint-Sulpice a Parigi, a cui sono dedicate molte pagine del romanzo. Delacroix dipinse una scandalosa rappresentazione di angeli i cui visi, piuttosto che rutilare di beatitudine, si attardano in scandalosi ghigni meditanti la rivolta. Proprio questo scandalo inserito nella serenità paradisiaca ha mosso l’intuizione del romanzo nella mente di Anatole France.

La propulsione di questa delacroixiana provocazione France la innesca nella costruzione di una antropologia demoniaca. Attraverso i ricordi del reduce Nectaire si costruisce una nuova storia della civiltà umana narrando dell’alleanza tra demòni e uomini, di come i primi, sensibili alla condizione misera degli uomini, iniziarono a consigliargli i saperi e le conoscenze per rendere migliore la loro esistenza. Anche nel libro di Enoch dell’Antico Testamento si racconta che angeli dannati hanno rivelato segreti agli uomini per causa dei quali il mondo è caduto in rovina. Nectaire, invece, mostra la storia come una imperitura battaglia tra Dio e l’alleanza tra demòni e uomini. In questa bizzarra reinterpretazione manichea France considera l’età antica come il momento di massima influenza dei demòni sugli uomini. Dioniso è Satana. Dioniso, archetipo della vita indistruttibile, tenta di far fuoriuscire l’uomo dalla minorità in cui Dio lo ha cacciato. La mitologia pagana, il politeismo greco e latino, questo culto della vite e del piacere, dell’amore e dell’arte, divengono, non senza un tocco di retorica arcadica, il riferimento della passata umanità libera in cui demòni e uomini vivevano felici. Tutto muta con l’avvento del cattolicesimo, dell’ideologia del sacrificio che Ialdabaoth attraverso suo figlio diffonde per sottomettere nuovamente l’uomo. Dinanzi a tale portento religioso, che relega la vita al dolore e alla penitenza, i demòni avranno immani difficoltà nel riuscire ancora a consigliare gli uomini. I nuovi angeli ribelli hanno però una saggezza sconosciuta al mondo degli uomini. Dal sonno dei demòni scaturirà la ragione, ossia la rinuncia al potere, il rifiuto dell’autorità come causa d’ogni errore, impossibile da orientare verso battigie di libertà. La consapevolezza di trovare nel potere l’origine di ogni aberrazione della ragione e del sentimento, rende l’Inferno, la terra stessa, luogo migliore del trono divino.

I demòni di Anatole France, con questo romanzo, assurgono nell’Olimpo del mito letterario a numi della crisi capaci di disvelare ciò che vi è di falso e disumano dietro l’ordine del bene. Questi demòni letterari indicano le strade che portano alla vita presa nel vortice del sapere, rapita nel tempo della passione, nell’ordine dell’anarchia, educata nel dubbio e nella musica, nell’amore per la materia e per le scienze della natura, al di là di ogni determinazione morale, giuridica, religiosa. Bellezze trascendenti ogni autorità che ormai soltanto dei demòni ribelli e nascosti possono ancora far avvampare nel cuore degli uomini del nostro tempo.

martedì, marzo 15, 2011

La Dottrina dei Padri e l'anarco-biocosmismo di Alexsandr Svjatogor



La Dottrina dei Padri e l'anarco-biocosmismo 1

di Alexsandr Svjatogor




1. Per noi che abbiamo sollevato lo stendardo di una nuova ideologia, la storia dell'anarchismo nella rivoluzione è interessante soprattutto riguardo al suo pensiero. Faremo riferimento alla corrente principale di questo pensiero, che si compone sul piano cronologico di due fasi.
Nella prima fase questo pensiero si mostra in debito senza condizioni con la Dottrina dei Padri. Aderisce a tale dottrina completamente e ciecamente. In quanto prigioniero della tradizione e acritico esso è monistico, motivo per cui si può utilizzare il concetto di «anarchismo monistico» come definizione appropriata di questa prima fase acritica.
La seconda fase, critica, nacque perché l'immediato salto nell'anarchia naufragò. La cruda realtà rivoluzionaria (del resto non può essere altrimenti) costrinse a rivedere il retaggio paterno.
Entrambe le fasi rivelarono da una parte l'insostenibilità della Dottrina dei Padri, dall'altra l'insostenibilità del pensiero anarchico in quanto tale. In seguito a ciò imbocco un vicolo cieco, dal quale secondo la nostra opinione solo il biocosmismo indica una via d'uscita.

2. Il conflitto del pensiero anarchico con la rivoluzione era una disputa su utopismo e realismo. Naturalmente l'utopismo si dimostrò inconsistente. La rivoluzione scaricò coloro che sostenevano la Dottrina dei Padri, soprattutto con la prospettiva tattica di un colpo. Tuttavia quando si comincia a dubitare della tattica, bisogna naturalmente mettere in dubbio pure la teoria. Il pensiero
andò avanti, fino alla revisione dell'ideologia, e dovette ammettere che la dottrina «aveva messo su pancia». E dal momento che così era, né una restaurazione né una riforma potevano esser d'aiuto. Ma il pensiero anarchico si era sottomesso ad un'autorità in maniera troppo forte, a discapito della propria creatività. In realtà avrebbe potuto scampare all'interno della propria dottrina alle proprie debolezze. Ma poiché debole e succube dell'autorità naufragò nel tentativo di uscire dal vicolo cieco.
La rivoluzione non significò solo la bancarotta del pensiero anarchico moderno. Significò pure la fine dell'anarchismo storico, perché lo spirito nuovo non può accontentarsi di concetti stretti e sopravvissuti. In questo modo la rivoluzione significò la necessità di un nuovo anarchismo (nella teoria e nella prassi). Ma superare la crisi, creare una nuova concezione e così indicare la via d'uscita dal vicolo cieco può farlo solo chi è indipendente dalla tradizione e libero dall'autorità, chi nel proprio creare e nei suoi assiomi rivela audacia rivoluzionaria.
Noi propaghiamo il biocosmismo - in opposizione al pensiero anarchico contemporaneo, vigliacco e debole - come un modo di pensare risoluto, audace e sano, come nuova concezione in opposizione alle dottrine del passato. Naturalmente non nutriamo alcuna grande speranza che il pensiero debole, anche quando dubita degli antenati, si rivolga a noi accogliendo il biocosmismo. Per fare ciò esso è troppo velleitario e meschinamente presuntuoso. Ma abbiamo tutti i motivi per sperare che le forze anarchiche fresche, sane e robuste, che hanno fatto l'esperienza della rivoluzione, si volgeranno al biocosmismo, e lo fanno già.

13.1 costrutti del vecchio anarchismo non hanno superato la prova del fuoco della rivoluzione. Ma né questo né un altro fuoco potrà mettere a fuoco e fiamme l'asse fondamentale della vita - la personalità umana vivente. Se gli edifici ideologici eretti su questa base vengono distrutti in un incendio, pure restano in piedi le fondamenta per nuovi edifici. Allo stesso tempo sorgono al posto degli edifici crollati con grande invaso, costruzioni grandiose che corrispondono alle esigenze del tempo e, cosa ancora più importante, alle esigenze della personalità (e della società).

14.1 nuovi edifici necessitano di un'estensione della base. Il concetto di personalità è inteso in modo troppo ristretto in tutte le vecchie concezioni anarchiche. Questa restrizione è un errore capitale delle dottrine anarchiche, per questa ragione queste dal primo giorno della loro esistenza non erano stabili internamente ed era solo questione di tempo fino a che il loro carattere illusorio venisse allo scoperto.
Nel vecchio anarchismo il problema della personalità non è stato tematizzato in modo adeguato. Ogni concezione si basa su di un concetto di personalità troppo unilaterale, superficiale. Al posto della personalità vitale è stata posta una persona sociopolitica, egoistica (Stiner) o altruistica (Godwin). Finora si è anche constatato in modo pseudoscientifico quanto piccolo e insignificante sia l'uomo (Kropotkin). Oppure si è concepita la personalità come dominatrice, come distruttrice e se ne è sminuito il carattere positivo, creativo. Con una parola non si è posta alla base la personalità, ma un'astrazione unilaterale della personalità.
La personalità è stata concepita nella sua staticità, in un cerchio ristretto dalla vita alla morte e non nel suo dinamismo, nella crescita delle sue forze creatrici. In rapporto alla personalità la morte è stata vista da tutte le dottrine anarchiche come assolutamente importante (È curioso che il pensiero anarchico
che protesta contro le autorità, non a sia levato contro l'autorità della morte).b personalità è stata considerata aldilà della sua spinta profonda verso l'immortalità e dunque aldilà della sua reale creatività.
Il vecchio anarchismo non aveva una rappresentazione positiva della personalità, ma piuttosto una negativa. Credeva di affermare la personalità, in realtà vi rinunciava e ne esprimeva cattive rappresentazioni, oscurò l'uomo vivente, lo lasciò al buio e lo sostituì con un'astrazione. Nella misura in cui l'anarchismo riduceva l'uomo e contemporaneamente trascurava il suo destino personale, lo condusse alla catastrofe individuale e sociale.
In ciò consiste l'errore fondamentale - un errore nelle fondamenta - di tutte le concezioni anarchiche. La radice era troppo striminzita e dunque anche le concezioni erano striminzite, unilaterali, astratte, prive di vita e utopistiche.

15. Noi non affermiamo la coscienza individuale nuda, non il volto sociopolitico, non l'egoista o l'altruista, non la maschera o l'astrazione, ma piuttosto la personalità umana vivente. Questa non si crea nell'egoismo o nell'altruismo. Non si infila in ogni astratto ambito. Alla sua base c'è l'istinto dell'immortalità, la spinta verso una vita e una creatività eterne. Essa cresce nelle sue forze creatrici fino a che si manifesta nell'immortalità e nel cosmo. La nuova concezione non deve rivelare e affermare un'astrazione, bensì l'uomo reale, vivente.
L'uomo non è un piccolo essere con un ridicolo desiderio di infinito onnicomprensivo, come affermò quasi scientificamente Kropotkin, collegandosi alla svolta copernicana in astronomia (lo stesso ritenevano lo slavofilo Danilevzkij e Spengler, che oggi fa tanto rumore). Davanti all'uomo si aprono grandi prospettive, come non se ne sono mai date. La lotta contro la morte non è per principio impossibile (esperimenti di Steinach, Andreev, Kravvov tra gli altri). La possibilità dell'immortalità (immortalismo) si lascia già fondare scientificamente, e le conquiste della fisica e della tecnica offrono la base per la considerazione scentifica della questione cosmica (interplanetarismo.

16. Il bene più alto è la vita immortale nel cosmo. Il peggior male è la morte. Intendiamo qui la vita reale e la morte reale. Tutti gli altri beni sono inclusi nella vita, ogni male affonda le sue radici nella morte. Quando si deduce la libertà dalla «necessità naturale» e si postula il diritto dell'uomo all'esistenza eterna nel cosmo, il biocosmismo diventa la questione della libertà massima e del massimo diritto della personalità.
Il bene più alto lo postuliamo come qualcosa che deve essere immediatamente realizzato - come creatività massima. Del biocosmismo sottolineiamo soprattutto il momento creativo. L'immortalità personale non è data, essa deve essere contesa, realizzata, creata. Si tratta qui non della resistenza dei perdenti, come ritiene la Bibbia, ma della creazione di coloro che non ci sono mai stati. Non ripristino ma creazione. Lo stesso vale per la conquista del cosmo. Immortalismo e interplanetarismo sono la meta massima, ma non ultima. Sono tappe, mezzi sulla via della creazione smisuratamente meravigliosa. Ma questa meta sta ancora davanti a noi e per questo è la più importante.
La nostra meta (la realizzazione della immortalità personale, la vita nel cosmo, la resurrezione) esclude una mistica che ci condurrebbe al caos e al vuoto. Questo è un compito della coscienza realistica. Ma noi non identifichiamo la meta con l'essere né costruiamo su datità, altrimenti dovremmo rinunciare a libertà, creatività e personalità.
Il biocosmismo sconfigge lo scetticismo e libera la creatività umana, nella misura in cui le attribuisce una forza inverosimile e uno slancio potente. Esso è un faro che guida gli uomini, esso è il fondamento e il filo rosso per le disposizioni personali e sociali. Solo il biocosmismo può definire e regolare l'intera società.

17. La vecchia società crolla. Vive la sua estate di san Martino, sfuggita al
tramonto l'orrore della notte le sta davanti. Il nostro compito è di creare sulla base della grande meta del biocosmismo una nuova vita, un nuovo essere, una nuova cultura.
La moderna società (civile) porta alla morte, si basa sulla morte. Poiché l'uomo oggi è mortale, lei considera l'assoluta morte della personalità. Essa è guastata dalla formula «la morte è ineludibile». Questa formula è stata sancita dalla religione e dalla coscienza scientifica antica. Questa formula ha fatto svanire presso l'uomo lo spirito dello sdegno di fronte alla morte. Quando la società moderna concepisce la morte e la fissazione nello spazio, sancisce tutti i mali della vita sociale. Se questo dovesse accadere ancora l'umanità sarebbe minacciata da una completa degenerazione fisica e morale. Una società siffatta deve essere distrutta fin nelle fondamenta.
La società deve fondarsi sul principio del biocosmismo. Quando una società afferma il diritto fondamentale di ciascuno alla vita eterna, non può sopportare una divisione in sfruttati e sfruttatori, schiavi e signori. Essa garantisce un massimo di sviluppo individuale e considerazione di sé. Sarà altamente armoniosa, sulla base dell'unità dell'ideale delle sue parti costitutive. Quando le idee del biocosmismo diventano conquiste di ciascuno (il contrario è impossibile) la società abbandona il suo potere, perché la sua idea fondamentale sarà da ciascuno realizzata liberamente.
Noi affermiamo l'unità totale a proposito della nostra meta. La lotta per l'immortalità individuale, per la vita nel cosmo è la volontà di tutti. Allo stesso tempo è da superare la localizzazione e fissazione nel tempo (la morte) e nello spazio non mediante sforzi individuali. Da qui deriva la necessità di solidarietà sociale. Solo l'unità nella grande meta garantisce la vittoria sulla morte e il cosmo. La lotta per l'immortalità e la vita nel cosmo è la vera base del nuovo essere sociale.

18. Nella nuova società gli uomini non si riuniscono sulla base di una costrizione, ma perché sono consapevoli della grossa meta comune. Una società che realizza l'inter-planetarismo e contrasta la morte sarà affermata da tutti, visto che realizza il massimo bene di ognuno. La meta massima comune esclude che si ricada a causa di qualcun altro nelle piccole mete. Per questo la fedeltà ad essa non deve essere regolata mediante un contratto (Proudhon). La volontà individuale e la cosa si ripetono qui all'infinito tra i compagni di lotta, allo stesso tempo ogni passo aumenta la potenza individuale in direzione del biocosmismo. Questa società è una «pistola o una spada, con cui tu rafforzi la tua forza naturale». Noi affermiamo l'individualità come anche la comunità più fortemente degli altri. Più forte il pendolo batte in una direzione, più forte è la sua ampiezza nell'altra. Quanto più siamo estremi individualisti, tanto più estremi siamo davanti alla comunità.

19. La nuova società non consta di piccole comunità o bande che «non provano alcun bisogno di espandersi» (Godvvin). Il vecchio pregiudizio e il pensiero errato dei piccoli spazi devono essere pensati come un obsoleto atavismo e come eredità del medioevo. Al gradino superiore c'è il massimo dello spazio. L'unità onnicomprensiva dell'uomo può realizzare le grandi idee solo in grandi spazi. La società biocosmica è globale e planetaria.

20. La società biocosmica è propria della libertà massima. Il problema richiede all'uomo una libertà inquietante. L'uomo (l'umanità) non era mai stato tanto affidato a sé stesso come nel biocosmismo. Non può sperare in Dio, in una vita dopo la morte. Egli vede la morte davanti a sé come una normale realtà e deve sconfiggere da solo senza aiuti estemi questo male, in un modo reale, seguendo una strada propria.

21. Nel biocosmismo gli uomini si alleano come compagni di lotta. La comunità di lotta è il contrario della fratellanza in quanto relazione di scambio non creativa.
Nella fratellanza i rapporti sono già dati, predeterminati dalla natura, per questo non sono creativi. Nel rapporto dei compagni di lotta al contrario niente è dato in anticipo, piuttosto si desidera e si è creativi. La fratellanza è un principio conservatore. Nella nostra tempesta di lotta per l'immortalità e il cosmo noi non affermiamo la fratellanza, ma la comunità di lotta.

22. Sul cammino del biocosmismo noi ci appoggiamo alla rivoluzione, all'azione al patos della classe rivoluzionaria. Il biocosmismo è nato nell'esplosione della rivoluzione - così noi siamo legati inseparabilmente con la rivoluzione, che è la nostra forza. L'ordine biocosmico delle cose entrerà in gioco dopo la vittoria della rivoluzione. Lo scopo della rivoluzione consiste nell'annientamento delle classi, che rappresenta una premessa imprescindibile perché la questione del biocosmismo venga proposta in misura globale. Tuttavia il biocosmismo in quanto programma massimo può già da ora promuovere l'unità, l'ispirazione e la vittoria della classe rivoluzionaria.

23. Presupponendo che lo stato si incamminerà sulla strada del biocosmismo, noi mettiamo l'accento sulla necessità di un rapporto positivo col sistema sovietico. Lo stato sovietico non va confuso con Io stato borghese. Da una parte i soviets rappresentano una organizzazione necessaria della lotta rivoluzionaria contro il vecchio mondo. Dall'altra parte si sono assunti la funzione di lottare contro la natura, cioè portano in sé la tendenza al biocosmismo.
Nel periodo di transizione i soviets non possono naturalmente divenire organi a tempo pieno della lotta contro il giogo della natura. Essi devono adempiere alla funzione della lotta con il mondo antico nella forma di una dittatura. Da qui deriva una certa costrizione, ma tale costrizione è di tipo completamente diverso rispetto a quella presente in uno stato borghese. Tutte le accuse contro lo stato come sistema di violenza e oppressione della libertà individuale sono prive di senso riguardo allo stato sovietico.
La vecchia forma stato apparterrà presto al passato. La nuova forma sovietica è diversa per fini e mezzi. Il sistema sovietico, che innanzitutto garantisce la liberazione dell'uomo dal giogo della natura esterna, promuove ora il risveglio della coscienza, liberando la personalità dal peso della tradizione. Come risultato della sovietizzazione cresce la coscienza della libertà umana e della responsabilità. Nei soviets gli uomini sono legati l'un l'altro sulla base della coscienza che la lotta presente richiede disciplina. Nei soviets l'uomo impara a rispettare se stesso e gli altri, mentre la società borghese, in quanto società di signori e schiavi, esclude la necessaria attenzione reciproca.
Nella misura in cui con la vittoria della rivoluzione la funzione della lotta contro il vecchio mondo svanirà, nello stato sovietico la funzione della lotta contro il giogo della natura guadagnerà significato. Le due funzioni che caratterizzano il cammino verso il biocosmismo, sono vicine, la questione dell'immortalismo e dell'universo devono essere messe già da oggi all'ordine del giorno.

(trad. it. dal tedesco di Tristana Dini)

Note
1 Svjagotor, Aleksandr, Doktrina otcov i anarchizim-biokosmism, in Biokosmist, 3-4, Mosca 1922, p. 3-21, estratti.

DA La Rosa di nessuno N 5 2010 Mimesis

venerdì, febbraio 18, 2011

Dioniso di Alessandro Chalambalakis Ctonia n6



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Dioniso è il capretto o il vitello sacrificale che si lascia divorare, è forza impetuosa che si offre, archetipo della zoé, del perpetrarsi ciclico della vita. Egli è anche legato alla solarità della potenza taurina così come, tramite la figura di Arianna, signora del labirinto, è in connessione col Minotauro e col culto di Zagreus (divinità cacciatrice, signore degli animali). Anche la ferocia e la furia felina della pantera sono espressioni del dionisiaco: la pelliccia di pantera così come l'animale stesso appaiono come elementi costanti in moltissime raffigurazione artistiche di scene bacchiche e lo stesso Dioniso è sovente raffigurato come colui che giunge a cavallo di una pantera.
La forte componente idillica, pastorale, bucolica - che qui emerge e che è indubbiamente essenziale alla mentalità greca - non è però da intendersi come espressione di una sorta di paradiso terrestre dove l'uomo semplicemente si riappropria dell'immediatezza naturale perduta. Esiste difatti un fortissimo rapporto[5] che lega l'universo erotico di Pan e Dioniso al tema del dolore: la dolorosa verità esperita e nella sacralità panica e in quella dionisiaca afferma difatti la tragedia del divenire, l'inabissarsi di ogni essere nel suo nulla, il fluire, tramite eros e thamtos, di ogni forma nell'informe, di ogni individuo nel tutto, di ogni vita nella morte.
La rottura orgiastica del principium individuationis apre a quella verità raccapricciante e angosciosa che è smentita di ogni forma, di ogni civiltà. Da questo punto di vista, animalità, estasi erotica, rapimento dionisiaco e timor panico sono perfettamente convergenti. Il fatto che l'etimo del temine 'tragedia' sia 'tràgosodia' (canto del capro), mette in luce la radice satiresca e rituale del teatro greco. La sintesi di uomo e capro nella figura del satiro, secondo Nietzsche, indica difatti «l'onnipotenza sessuale della natura che il Greco è abituato a considerare con reverente stupore» [6]

«[...] l'uomo civile greco si sentiva annullato rispetto al coro dei Satiri: e l'effetto immediato delia tragedia dionisiaca consiste in questo, che lo Stato e la società, e in genere gli abissi fira uomo e uomo cedono a un soverchiante sentimento di unità che riconduce al cuore della natura» [7].

La verità che in tale condizione si esperisce, secondo Nietzsche, si configura come un male, inteso come dolore originario, in quanto contiene in sé un perpetuo gioco di contrapposizione. Nietzsche descrive questa unità originaria come un qualcosa di etemamente sofferente e pieno di contraddizioni. Tale verità ha residenza estema rispetto allo Stato. È difatti una èk-stasis, uno stare fuori. Ciò che abita tale uscita, parallela all'uscire sia dal proprio Stato (inteso dunque come spazio politico) che dal proprio stato individuale ordinario, è il demone inteso come coscienza della tragica condizione umana rispetto all'ingenuità animale. Tale coscienza tragica si esplica perfettamente nella sintesi antropozoomorfa rappresentata dalle divinità silvestri. Il demone abita nello sguardo umano a quella verità che il non-civile indica. La foresta, il bosco, la silva, in quanto
geograficamente situati fuori dallo spazio politico (i relativo alla polis), divengono teatro di un inve; carattere demonico nei confronti del tragico rappc natura e uomo-animale.

«il coro ditirambico è un coro di trasformati, passato civile e la posizione sociale sono comp dimenticati» [8].

La smentita della civiltà - delle sue leggi, delle su apollinee, formali (nel senso di relative alla forma, al individuationis) - come menzogna è difatti compito del cirteo dionisiaco che, nella rottura di quell'indiv a favore dell'informe, mostra - nella vertigine del i danza, della commedia e della tragedia - l'abisso su pretenderebbe di fondarsi; mostra quindi il nulla dei fon l'assenza di reali orizzonti determinati e determinant quella insostenibile libertà - insostenibile poiché sacra poiché insostenibile - la cui è natura altro non è che baratro.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Renzo Novatore Verso il Nulla Creatore

Renzo Novatore

Verso il nulla creatore






I

La nostra epoca è un’epoca di decadenza. La civiltà borghese-cristiano-plebea è giunta da parecchio tempo al punto morto della sua evoluzione...
È giunta la democrazia!
Ma sotto il falso splendore della civiltà democratica, i più alti valori spirituali sono caduti infranti.
La forza volitiva, l’individualità barbara, l’arte libera, l’eroismo, il genio, la poesia, sono stati scherniti, derisi, calunniati.
E non in nome dell’"io", ma della "collettività". Non in nome dell’"unico", ma della "società".
Così il cristianesimo — condannando la forza primitiva e selvaggia del vergine istinto — uccise il "concetto" vigorosamente pagano della gioia terrena. La democrazia — sua figliola — lo glorificò facendo l’apologia di questo delitto e celebrandone la bieca e volgare grandezza…
Ormai lo sappiamo!
Il cristianesimo fu la lama avvelenata piantata brutalmente nella carne sana e palpitante di tutta l’umanità; fu una fredda ondata di tenebra spinta con furia misticamente brutale ad offuscare il tripudio sereno e festante dello spirito dionisiaco dei nostri padri pagani.
In una fredda serata invernale fatalmente piombata sopra un caldo meriggio d’estate! Fu egli — il cristianesimo — che sostituendo il fantasma del "dio" alla realtà palpitante dell’"io", si dichiarò nemico feroce della gioia del vivere, e si vendicò canagliescamente colla vita terrena.
Col cristianesimo la Vita fu mandata a rimpiangere nei paurosi abissi delle più amare rinunce; fu spinta verso i ghiacciai della rinnegazione e della morte. E da questa ghiacciaia di rinnegazione e di morte nacque la democrazia...
Poiché essa — la madre del socialismo — è figlia del cristianesimo.


II

Col trionfo della civiltà democratica venne glorificata la plebe dello spirito. Col suo feroce anti-individualismo — la democrazia — calpestò — perché incapace di comprenderla — ogni eroica bellezza dell’"io" anticollettivista e creatore.
I rospi borghesi e le rane proletarie si strinsero le mani in una comune volgarità spirituale, comunicandosi religiosamente nel calice di piombo contenente il viscido liquore delle stesse menzogne sociali che la democrazia agli uni e agli altri porgeva.
Ed i canti, che borghesi e proletari innalzarono alla loro spirituale comunione, furono un comune e fragoroso "Hurrà!" all’Oca vittoriosa e trionfante.
E mentre gli "hurrà!" scoppiavano alti frenetici, ella — la democrazia— si calcava il berretto plebeo sulla livida fronte, proclamando — bieca e feroce ironia — gli eguali diritti... dell’Uomo!
Fu allora che le aquile, nella loro consapevolezza prudente, batterono più forte le loro ali titaniche, librandosi — nauseate dal triviale spettacolo — verso le vette solitarie della meditazione.
Così, l’Oca democratica, rimasta regina del mondo e signora di tutte le cose, imperò padrona e sovrana.
Ma visto che al di sopra di lei qualcosa rideva attendendo, ella, per mezzo del socialismo, suo unico e vero figliolo, fece lanciare una pietra ed un verbo, nel basso dominio paludoso ove gracchiavano i rospi e le rane, per sollevare un pugilato ventristico, e farlo passare per una guerra titanica di idee superbe e di spiritualità. E nelle paludi, il pugilato avvenne... Avvenne così plateale, fino a schizzare il fango tanto in alto da insudiciare le stelle!
Così, colla democrazia, tutto fu contaminato. Tutto!
Anche ciò che vi era di migliore.
Anche ciò che vi era di peggiore.
Nel regno della democrazia, le lotte che si apersero tra capitale e lavoro, furono lotte rachitiche, larve impotenti di guerra, prive d’ogni contenuto d’alta spiritualità, e d’ogni valorosa grandezza rivoluziona¬ria, incapaci a creare un altro concetto di vita più forte e più bella!
Borghesi e proletari, pure urtandosi per questione di classe, di dominio e di ventre, rimasero pur sempre affratellati nell’odio comune verso i grandi vagabondi dello spirito, contro i solitari dell’idea. Contro tutti gli straziati del pensiero, contro tutti i trasfigurati da una superiore bellezza.
Colla civiltà democratica, Cristo ha trionfato...
"I poveri di spirito", oltre il paradiso dei cieli, hanno avuto la democrazia sulla terra.
Se il trionfo non fosse ancora completo, lo completerà il socialismo. Nel suo concetto teorico lo ha già da lungo tempo annunciato. Egli tende a "livellare" tutti i valori umani.
Attenti, o giovani spiriti!
La guerra contro l’uomo-individuo fu incominciata da Cristo in nome di Dio, fu sviluppata attraverso la democrazia in nome della società, minaccia di completarsi nel socialismo, in nome dell’umanità.
Se non sapremo distruggere in tempo questi tre assurdi quanto pericolosi fantasmi, l’individuo sarà inesorabilmente perduto.
Bisogna che la rivolta dell’"io" si espanda, si allarghi, si generalizzi!
Noi — i precorritori del tempo — abbiamo già acceso i fari!
Abbiamo acceso le torce del pensiero.
Abbiamo brandito la scure dell’azione.
E abbiamo infranto.
Abbiamo scardinato!
Ma i nostri "delitti" individuali devono essere l’annuncio fatale della grande tempesta sociale. Quella grande e tremenda tempesta che frantumerà tutti gli edifici delle menzogne convenzionali, che scardinerà i muri di tutte le ipocrisie, che ridurrà il vecchio mondo in un mucchio di macerie e di rovine fumanti!
Perché è da queste macerie di dio, della società, della famiglia e dell’umanità, che potrà nascere rigogliosa e festante la nuova anima umana. Quella nuova anima umana che sulle rovine di tutto un passato canterà la nascita dell’uomo liberato: dell’"io" libero e grande.


III

Cristo fu un paradossale equivoco degli evangeli. Fu un triste e doloroso fenomeno di decadenza, nato dalla stanchezza pagana.
L’Anticristo è il figlio sano di tutto l’odio gagliardo che la Vita ha covato nel segreto del suo seno fecondo, durante i venti e più secoli del dominio cristiano.
Perché la storia ritorna.
Perché l’eterno ritorno è la legge che regola l’universo. È il destino del mondo!
E l’asse a cui si aggira intorno la vita!
Per perpetuarsi.
Per ricorrersi.
Per contraddirsi.
Per rincorrersi.
Per non morire...
Perché la vita è un moto, un’azione.
Che rincorre il pensiero.
Che cerca il pensiero.
Che ama il pensiero.
E questo cammina, corre, si affanna.
Vuole trascinare la Vita nel regno delle idee.
Ma quando la via è impraticabile, allora, piange il pensiero.
Piange e si dispera...
Poi la stanchezza lo fa debole, lo rende cristiano.
Allora egli prende la sorella Vita per mano e cerca di confinarla nel regno della morte.
Ma l’Anticristo lo spirito dell’istinto più misterioso e profondo — richiama a sé la Vita, gridandole barbaramente: Ricominciamo!
E la Vita ricomincia!
Perché non vuole morire.
E se Cristo simboleggia la stanchezza della vita, il tramonto del pensiero: la morte dell’idea!
L’Anticristo simboleggia l’istinto della vita.
Simboleggia la resurrezione del pensiero.
L’Anticristo è il simbolo di una nuova aurora.




IV


Se la morente civiltà democratica (borghese-cristiano-plebea) riuscì a livellare l’anima umana, negando ogni alto valore spirituale emergente al di sopra si essa, non riuscì — fortunatamente
— a livellare le differenze di classe, di privilegio e di casta, le quali — come già abbiamo detto — rimasero divise soltanto per una questione di ventre.
Poiché — per gli uni e gli altri — il ventre rimase — bisogna pur confessarlo, e non confessarlo soltanto — come ideale supremo. E il socialismo tutto ciò lo comprese...
Lo comprese, e da abile — e praticamente forse utile, ormai speculatore — gettò il veleno delle sue grossolane dottrine di eguaglianza (eguaglianza di pidocchi, innanzi alla sacra maestà dello Stato sovrano) dentro i pozzi della schiavitù ove felice si dissetava la innocenza.
Ma il veleno che il socialismo sparse non era il veleno possente capace di dare delle virtù eroiche a chi lo avesse bevuto.
No: non era il veleno radicale capace a compiere il miracolo che innalza — trasfigurandola e liberandola — l’anima umana. Ma era un’ibrida miscela di "sì" e di "no". Un livido impasto di "autorità" e di "fede", di "Stato" e di "avvenire"!
Cosicché, col socialismo, la plebe proletaria si sentì ancora una volta vicina alla plebe borghese ed insieme si volsero verso l’orizzonte, attendendo fidenti il Sole dell’Avvenire !
E questo perché, mentre il socialismo non fu capace di tramutare le mani tremanti degli schiavi in tanti artigli iconoclasti, empi e rapaci; fu pure incapace di tramutare la gretta avarizia dei tiranni in alta e superiore virtù donatrice.
Col socialismo, il cerchio vizioso e vischioso, creato dal cristiane¬simo e sviluppato dalla democrazia, non fu spezzato. Anzi: si consolidò maggiormente... i
D Socialismo rimase in mezzo al tiranno ed allo schiavo come un ponte pericoloso ed impraticabile; come un anello falso di congiunzione; come l’equivoco del "sì" e del "no" di cui è impastato il suo assurdo principio informatore.
E noi abbiamo veduto, ancora una volta, il giuoco fatalmente osceno che ci ha nauseati. Abbiamo veduto socialismo, proletariato e borghesia, rientrare entrambi nell’orbita della più bassa povertà spirituale per adorare la democrazia. Ma essendo — la democrazia — il popolo che governa il popolo a colpi di bastone — per amore del popolo come un giorno Oscar Wilde ebbe a sentenziare — era logico che i veri liberi spiriti, i grandi vagabondi dell’idea, sentissero più forte il bisogno di spingersi decisamente verso l’estremo confine della loro iconoclastia di solitari, per preparare nel silenzioso deserto le agguerrite falangi delle aquile umane, che interverranno furenti alla tragica celebrazione del vespro sociale, per travolgere la civiltà democratica tra i loro artigli ferrigni, ed inabissarla nel vuoto d’un vecchio tempo che fu!







V

Quando i borghesi furono inginocchiati a destra del socialismo, nel sacro tempio della democrazia, si adagiarono tranquilla¬mente sul letto dell’attesa per dormire il loro assurdo sogno di pace. Ma i proletari, che bevendo il veleno socialista avevano perduto la loro innocenza felice, urlarono dalla parte sinistra, turbando il sonno tran¬quillo dell’idiota borghesia criminale.
Intanto, sulle più alte montagne del pensiero i vagabondi dell’idea vincevano la nausea, annunciando che qualche cosa simile al riso scrosciante di Zarathustra aveva sinistramente echeggiato...
Il vento dello spirito, simile all’uragano, avrebbe dovuto compenetrare l’anima umana e sollevarla impetuosamente nel turbine delle idee per travolgere tutti i vecchi valori nella tenebra del tempo, rialzando nel sole la vita dell’istinto sublimato dal nuovo pensiero.
Ma i rospi borghesi compresero, svegliandosi, che qualche cosa di incompreso gridava nell’alto, minacciando la loro bassa esistenza.
Sì: compresero che dall’alto giungeva una qualche cosa come una pietra, un rombo, una minaccia.
Compresero che la voce satanica dei frenetici precorritori del tempo annunciava una furibonda tempesta che, partendo dalla volontà rin-novatrice dei pochi solitari, esplodeva nelle viscere della società per raderla al suolo.
Ma non compresero (e non lo comprenderanno mai finché non saranno schiacciati) che ciò che passava sul mondo era l’ala possente d’una libera vita, nel battito della quale stava la morte dell’"uomo borghese" e dell’"uomo proletario", perché tutti gli uomini fossero "unici" ed "universali" al medesimo tempo.
E questo fu il motivo per cui tutte le borghesie del mondo suonarono a stormo le loro campane, coniate di falso metallo idealistico, chiamandosi in grande adunata.
E l’adunata fu generale...
Tutte le borghesie si raccolsero.
Si raccolsero fra i viscidi giunchi cresciuti nel pantano delle loro comuni menzogne e lì, nel silenzio del fango, decisero lo sterminio delle rane proletarie, loro serve e loro amiche...
Al feroce complotto fecero parte tutti i sacerdoti di Cristo e della democrazia.
Presenziavano pure tutti gli ex apostoli delle rane. La guerra fu decisa e il principe delle vipere nere benedisse le armi fratricide in nome di quel dio che disse "non uccidere", mentre il simbolico vicario della morte implorò la sua dea che venisse a danzare sul mondo.
Allora il socialismo — da abile acrobata e pratico saltimbanco — fece un balzo in avanti. Saltò sul filo teso della sentimentale speculazione politica, si cinse di nero la fronte; e, dolorando e piangendo, così più o meno, parlò: "Io sono il vero nemico della violenza. Sono nemico della guerra, e più nemico della rivoluzione. Sono il nemico del sangue".
E dopo avere ancora parlato di "pace" e di "eguaglianza", di "fede" e di "martirio", d’ "umanità" e di "avvenire", intonò una canzone sui motivi del "sì" e del "no", piegò il capo e pianse...
Pianse le lacrime di Giuda, che non sono neppure il "me ne lavo le mani" di Pilato! " "
E le rane partirono...
Partirono verso il regno della suprema viltà umana. Partirono verso il fango di tutte le trincee.
Partirono...
E la morte venne !
Venne ebbra di sangue e danzò macabramente sul mondo.
Per cinque lunghi anni...
Fu allora che i grandi vagabondi dello spirito, presi da nuova nausea, cavalcarono un’altra volta le loro libere aquile per librarsi vertiginosamente nella solitudine dei loro lontani ghiacciai a ridere e maledire. . :
Anche lo spirito di Zarathustra — il più vero amante della guerra e il più sincero amico dei guerrieri — dovette rimanere abbastanza nauseato e sdegnato poiché qualcuno lo sentì esclamare: "Voi dovete essere per me coloro che tendono gli sguardi in cerca del nemico — del vostro nemico. E in alcuni di voi divampa l’odio al primo sguardo. Voi dovete cercare il vostro nemico, combattere la vostra guerra, e ciò per le vostre idee!
E se la vostra idea soccombe, che la vostra rettitudine gridi al trionfo!".
Ma, ahimè! La predicazione eroica del barbaro liberatore a nulla valse!
Le rane umane non seppero distinguere il loro nemico, né combattere per le proprie idee. (Le rane non hanno idee!).
E non conoscendo il loro nemico, né avendo idee proprie, combatterono per il ventre dei loro fratelli in Cristo, per i loro eguali in democrazia.
Combatterono contro se stessi per il loro nemico. Abele, risorto, moriva per Caino una seconda volta.
Ma questa volta da sé!
Volontariamente...
Volontariamente, perché poteva rivoltarsi e non lo ha fatto...
Perché poteva dire: no!
O sì! :
Perché dicendo: "no", sarebbe stato forte! Perché dicendo: "sì", avrebbe dimostrato di "credere" alla "causa" per cui combatteva.
Ma non ha detto né "sì" né "no".
E partito!
Da imbelle!
Come sempre!
È partito...
È andato verso la morte!...
Senza sapere il perché.
Come sempre.
E la morte è venuta...
È venuta a danzare sul mondo: per cinque lunghi anni!
E danzò macabramente sulle fangose trincee di tutte le parti del mondo.
Danzò con piedi di folgore...
Danzò e rise...
Rise e danzò...
Per cinque lunghi anni!
Ah! Come è volgare la morte che danza senza avere sul dorso le ali di un’idea...
Che cosa idiota il morire senza sapere il perché...
Noi l’abbiamo veduta — quando danzava — la Morte.
Era una Morte nera, senza trasparenze di luce.
Era una Morte senz’ali!
Come era brutta e volgare...
Come era goffa la danza.
Ma pure danzava!
E come li falciava — danzando — tutti i superflui, e tutti quelli che c’erano di più. Tutti coloro per cui — dice il grande liberatore — fu inventato lo Stato.
Ma ohimè! Non soltanto quelli falciava...
La morte — per vendicare lo Stato — ha falciato anche i non inutili, anche i necessari!...
Ma coloro che non erano inutili, coloro che non c’erano di più, coloro che sono caduti dicendo di "no!"
Saranno vendicati.
Noi li vendicheremo.
Li vendicheremo perché erano fratelli nostri!
Li vendicheremo perché sono caduti con negli occhi le stelle.
Perché morendo hanno bevuto il sole.
Il sole della vita, il sole della lotta, il sole di un’Idea.








VI



Che cosa ha rinnovato la guerra?
Ov’è la trasfigurazione eroica dello spirito?
Ove le hanno appese le tavole fosforescenti dei nuovi valori umani?
In quale tempio sono state deposte le sacre anfore d’oro racchiudenti i cuori luminosi e fiammanti degli eroi dominatori e creatori?
Ov’è lo splendore maestoso del grande e nuovo meriggio?
Fiumi paurosi di sangue lavarono tutte le zolle e percorsero tutti i sentieri del mondo.
Torrenti spaventosi di lacrime fecero echeggiare il loro straziante lamento attraverso i vortici di tutta la terra: montagne di ossa e di carname umano ovunque biancheggiarono e ovunque imputridirono al sole.
Ma nulla si trasformò, nulla si evolse!
Solo il ventre borghese ruttò per sazietà e quello proletario urlò per troppa fame.
E basta!
Con Carlo Marx l’anima umana discese all’intestino.
Il ruggito che oggi passa sul mondo è sempre un ruggito ventrista.
Possa la nostra volontà trasformarlo in grido d’anima.
In tempesta spirituale.
In urto di libera vita.
In uragano di fulmini.
Possa la folgore nostra scardinare la realtà del presente, squarciare la porta dell’ignoto mistero dal sogno nostro anelato, e mostrarci la bellezza suprema dell’uomo liberato.
Perché noi siamo i folli precorritori del tempo.
I roghi.
I fari.
I segni.
I primi annunci.


VII


La guerra!
La ricordate?
Che cosa ha creato la guerra?
Ecco: La donna vendè il suo corpo e la sua prostituzione chiamò libero amore.
L’uomo, che s’ "imboscò" a fabbricare proiettili e a predicare la sublime bellezza della guerra, chiamò la sua viltà: "fine furberia e scaltrezza eroica!". Colui che visse sempre di infamia incosciente, di viltà, di umiltà, di indifferenza e di rinunce deboli, imprecò contro i pochi audaci — che aveva sempre detestato — perché non ebbero da soli la forza di impedire che il suo ventre non fosse squarciato da quelle armi ch’egli stesso aveva costruito per un vile tozzo di pane.
Perché anche i pezzenti dello spirito — coloro che, mentre la parte più nobile dell’umanità entra nell’inferno della vita, rimangono sempre fuori a scaldarsi — questi servi umili e devoti del loro tiranno, questi calunniatori incoscienti delle anime superiori, anche costoro, diciamo, non volevano partire.
Non volevano morire.
Si contorcevano, piangevano, imploravano, pregavano! Ma tutto ciò per un basso istinto di conservazione impotente ed animalesca, priva di ogni fremito eroico di rivolta e non per altre
questioni di umanità superiore, di raffinata profondità sentimentale, di bellezza spirituale.
No, no, no!
Nulla di tutto ciò!
Il ventre!
Il ventre animalesco soltanto.
Ideale borghese — ideale proletario — a ventre! Ma intanto la morte venne...
Venne a danzare sul mondo senza avere sul dorso le ali di un’idea!
E danzò...
Danzò e rise.
Per cinque lunghi armi...
E mentre sui confini, ubriaca di sangue, la morte senz’ali danzava, a casa, nel sacro abside dell’interno fronte, si declamava e cantava — sulle volgari "gazzette" della menzogna — la miracolosa evoluzione morale e materiale compiuta dalle nostre donne nonché la suprema vetta spirituale su cui ascendeva il nostro eroico fante glorioso. Colui che moriva piangendo, senza sapere il "perché".
Quante menzogne feroci, quanto cinismo volgare vomitavano sulle loro "gazzette" le bieche anime della democratica società e dello Stato...
Chi la ricorda la guerra?
Come gracchiavano i corvi...
I corvi e le civette!
E intanto la Morte danzava!
Danzava senza avere sul dorso le ali di un’idea!
Di un’idea pericolosa che feconda e che crea!
Danzava...
Danzava e rideva!
E come li falciava — danzando — i superflui. Tutti coloro che c’erano di più. Quelli per cui fu inventato lo Stato.
Ma, ohimè! Non soltanto quelli falciava...
Falciava anche quelli che avevano negli occhi raggi di sole, che avevano nelle pupille le stelle!




VIII


V’è l’arte epica, l’arte eroica, l’arte suprema che la guerra ci aveva promesso?
Ov’è la vita libera, il trionfo della nuova aurora, lo splendore del meriggio, la gloria festante del sole?
Ov’è la redenzione dalla schiavitù materiale?
Ov’è chi ha creato la fine e profonda poesia che doveva germinare dolorosamente in questo tragico e pauroso abisso di sangue e di morte, per dirci lo strazio silenzioso e crudele provato dall’anima umana?
Chi ce l’ha detta la parola dolce e buona che dice un mattino sereno dopo una terribile notte d’uragano?
Chi ce l’ha detta la parola dominatrice che fa grandi come il proprio dolore, puri nella bellezza e profondi nell’umanità?
Chi è, chi è mai il genio che ha saputo curvarsi con amore e con fede sopra le ferite aperteci nella carne viva della nostra vita, per accoglierne tutto il nobile pianto, acciocché il sereno riso dello spirito redentore potesse strappare gli artigli ai famelici mostri dei nostri errori passati per farci ascendere verso il concetto di un’etica superiore, ove, attraverso il principio luminoso della bellezza umana purificata nel sangue e nel dolore, potessimo ergerci forti e maestosi — come freccia tesa sull’arco della volontà — per cantare alla vita terrena la più profonda e soave melodia della più alta di tutte le nostre speranze ! Ove? Ove?
Io non la vedo!
Io non la sento!
Mi guardo attorno, ma altro non vedo che volgare pornografia, e falso cinismo...
Almeno un Omero dell’arte, ed un Napoleone dell’azione la guerra ci avesse dato...
Un uomo che avesse avuto la forza di distruggere un’epoca, di creare una nuova storia... Ma niente!
Né grandi cantori, né grandi dominatori, la guerra ci ha dato. Solo larve bugiarde e bieche parodie.


IX

La guerra è passata lavando la storia e l’umanità nel pianto e nel sangue, ma l’epoca è rimasta immutata. Epoca di disfacimento...
Il collettivismo è morente e l’individualismo non si è ancora affermato.
Nessuno sa ubbidire, nessuno sa comandare. Ma da tutto questo, al saper vivere liberi, c’è ancora di mezzo un abisso.
Abisso che potrà essere riempito soltanto col cadavere della schiavitù e quello dell’autorità.
La guerra non poteva riempire questo abisso. Poteva soltanto scavarlo più profondo. Ma ciò che la guerra non poteva fare, deve farlo la rivoluzione.
La guerra ha reso gli uomini più bestiali e plebei.
Più triviali e più brutti!
La rivoluzione deve renderli migliori.
Deve nobilitarli!



X


Ormai — socialmente parlando — siamo sdrucciolati nella china fatale, e non c’è più possibilità di tornare indietro.
Il tentarlo soltanto sarebbe un delitto.
Ma non un delitto nobile e grande.
Ma un delitto volgare. Un delitto più che inutile e vano. Un delitto contro la carne delle nostre idee.
Perché noi non siamo i nemici del sangue... Siamo i nemici della volgarità!
Ora che l’età del dovere e della schiavitù è agonizzante, vogliamo chiudere il ciclo del pensiero teorico e contemplativo per aprire il varco all’azione violenta, che è volontà di vita e tripudio di espansione.
Sulle macerie della pietà e della religione vogliamo erigere la durezza creatrice del nostro cuore superbo.
Noi non siamo gli ammiratori dell’ "uomo ideale" dai "diritti sociali", ma i proclamatori dell’ "individuo reale", nemico delle astrazioni sociali.
Noi lottiamo per la liberazione dell’individuo.
Per la conquista della vita.
Per il trionfo della nostra idea.
Per la realizzazione dei nostri sogni.
E se le nostre idee sono pericolose, è perché noi siamo coloro che amano vivere pericolosamente.
E se i nostri sogni sono folli, é perché siamo folli. Ma la nostra follia è la saggezza suprema.
Ma le nostre idee sono il cuore della vita;
ma i nostri pensieri sono i fari dell’umanità.
E ciò che la guerra non ha fatto deve farlo la rivoluzione.
Perché la rivoluzione è il fuoco della nostra volontà e un bisogno delle nostre anime solitarie, è un dovere dell’aristocrazia libertaria.
Per creare nuovi valori etici.
Per creare nuovi valori estetici.
Per comunizzare la ricchezza materiale.
Per individualizzare la ricchezza spirituale.
Perché noi — cerebralisti violenti e sentimentalisti passionali al medesimo tempo — comprendiamo e sappiamo che la rivoluzione e una necessità del dolore silenzioso che spasima nel basso, ed un bisogno dei liberi spiriti che spasimano in alto.
Perché, se il dolore che spasima in basso vuole ascendere nel sorriso felice del sole, gli spiriti liberi che spasimano in alto non vogliono più sentirsi le pupille offese dallo strazio della volgare schiavitù che li circonda.
Lo spirito umano è diviso in tre correnti: La corrente della schiavitù, la corrente della tirannia, la corrente della libertà!
Colla rivoluzione bisogna che l’ultima di queste tre correnti irrompa sulle altre due e le travolga.
Bisogna che crei la bellezza spirituale, che insegni ai poveri la vergogna della loro povertà, ed ai ricchi la vergogna della loro ricchezza.
Bisogna che tutto ciò che si chiama "proprietà materiale", "proprietà privata", "proprietà esteriore" diventi per gli individui ciò che è il sole, la luce, il cielo, il mare, le stelle.
E ciò avverrà!
Avverrà perché noi — gli iconoclasti — la violenteremo!
Solo la ricchezza etica e spirituale è invulnerabile.
E vera proprietà dell’individuo. Il resto no!
Il resto è vulnerabile! E tutto ciò che è vulnerabile sarà vulnerato.
Lo sarà dalla potenza spregiudicata dell’"io".
Dalla forza eroica dell’uomo liberato.
E al di là d’ogni legge, d’ogni morale tiranna, d’ogni società, d’ogni concetto di falsa umanità...
Noi dobbiamo tendere il nostro sforzo a tramutare la rivoluzione che si avanza in "delitto anarchico", per spingere l’umanità al di là dello Stato, al di là del socialismo.
Verso l’Anarchia.
Se con la guerra gli uomini non poterono sublimarsi nella morte, la morte ha purificato il sangue dei caduti.
E il sangue che la morte ha purificato — e che il suolo ha avida¬mente bevuto — ora urla di sotterra!
E noi solitari, noi non siamo i cantori del ventre, ma gli ascoltatori dei morti; della voce dei morti che urlano di sotterra!
Della voce del sangue "impuro" che si è purificato nella morte.
E il sangue di tutti i caduti urla!
Urla di sotterra!
E l’urlo di questo sangue chiama pure noi verso l’abisso... Ha bisogno di essere sprigionato!
O giovani minatori, siate pronti! Prepariamo torce e paramine.
Bisogna dissodare il terreno.
E tempo! È tempo! E tempo!
Il sangue dei morti dev'essere sprigionato. Vuole alzarsi dalle tenebrose profondità per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle.
Perché le stelle sono le amiche dei morti.
Sono le buone sorelle che li hanno veduti morire.
Sono coloro che tutte le sere vanno al loro sepolcro coi piedi di luce e dicono loro:
Domani!...
E noi — i figli del Domani — siamo venuti oggi a dirvi:
E tempo ! È tempo! È tempo!
E siamo venuti nelle ore antelucane...
In compagnia dell'alba e delle ultime stelle!
Ed ai morti abbiamo aggiunto altri morti...
Ma tutti coloro che cadono hanno nella pupilla una stella d'oro che brilla!
Una stella d'oro che dice:
"La viltà dei fratelli rimasti si tramuterà,in sogno creatore: in eroismo vendicatore!
Perché, se così non fosse, non meriterebbe di morire!".
Come dev’essere triste il morire.
Senza una speranza nel cuore... senza un rogo nel cervello; senza un gran sogno nell'anima; senza una stella d'oro che brilla nella nostra pupilla!



Il sangue dei morti — dei nostri morti — urla di sotterra. Noi lo udiamo chiaro e distinto quel grido. Quel grido che ci inebria di strazio e di dolore.
E non possiamo, né vogliamo, essere sordi a quella voce... noi.
Non vogliamo esserle sordi, perché la vita ci ha detto: "Chi è sordo alla voce del sangue non è degno di me. Perché il sangue è il mio vino; e i morti il mio segreto. Solo a colui che ascolterà la voce dei morti, scioglierò l'enigma del mio grande mistero!".
E noi risponderemo a questa voce:
Perché solo coloro che sanno rispondere alla voce dell'abisso possono conquistare le stelle!
Io mi rivolgo a te, o mio fratello! A te mi rivolgo e ti dico:
"Se sei di coloro che stanno inginocchiati sul cerchio di mezzo, chiudi gli occhi nella tenebra e precipitati nell'abisso.
Solo così potrai rimbalzare sulle più alte vette e spalancare le pupille tue grandi nel sole".
Perché non si può essere aquile se non si è palombari.
Non si può spaziare sulle vette quando si è incapaci alle profondità.
Nel basso abita il dolore, nell'alto il tormento.
Sul tramonto di tutte le età, sorge un'alba unica fra due vespri diversi.
Fra la luce vergine di quest'unica alba, il dolore del palombaro che è in noi deve congiungersi al tormento dell'aquila che pur vive in noi, per celebrare le nozze tragiche e feconde della perpetua rinnovazione.
Rinnovazione dell’"io" personale fra le tempeste collettive e gli uragani sociali.
Perché la solitudine perenne è solo dei santi che riconoscono in dio il loro testimonio. Ma noi siamo i figli atei della solitudine. Siamo i demoni solitari senza testimoni.
Nel basso, vogliamo vivere la realtà del dolore; nell'alto, il dolore del sogno...
Per vivere intensamente e pericolosamente tutte le battaglie, tutte le sconfitte, tutte le vittorie, tutti i sogni, tutti i dolori e tutte le speranze!
E vogliamo cantare nel sole, vogliamo urlare nei venti!
Perché il nostro cervello è un rogo sfavillante ove il gran fuoco del pensiero crepita e arde in folli e gioiosi tormenti.
Perché la purezza di tutte le albe, la fiamma di tutti i meriggi, la melanconia di tutti i tramonti, il silenzio di tutte le tombe, l'odio di tutti i cuori, il mormorio di tutte le foreste, ed il sorriso di tutte le stelle, sono le note misteriose componenti la musica segreta dell’anima nostra traboccante di esuberanza vitale.
Perché nel profondo del nostro cuore udiamo parlare una voce di umana individuazione così imperiosa e gagliarda che, spesse volte, nell’ascoltarla proviamo paura e terrore.
Perché la voce che parla, è la voce di Lui: il Demone alato delle nostre profondità.



XI


Ormai è provato…
La vita è dolore!
Ma noi abbiamo imparato ad amare il dolore, per amare la vita!
Perché nell’amare il dolore abbiamo imparato a lottare.
E nella lotta — nella lotta soltanto — sta la gioia del vivere nostro.
Restare sospesi a metà non è mestiere per noi.
Il cerchio di mezzo simboleggia il vecchio "sì e no".
L’impotenza del vivere e del morire.
È il cerchio del socialismo, della pietà e della fede. Ma noi non siamo socialisti...
Siamo anarchici. E individualisti, e nichilisti, e aristocratici.
Perché veniamo dai monti.
Da vicino alle stelle.
Veniamo dall’alto: da ridere e maledire!
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi, per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
E i roghi nostri saranno spenti soltanto quando l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare. E se quel giorno non dovesse venire, i nostri roghi continueranno a crepitare tragicamente fra la tenebra della notte eterna.
Perché noi amiamo tutto ciò che è grande.
Siamo gli amanti di ogni miracolo, i fautori d’ogni prodigio, i creatori d’ogni meraviglia!
Sì: lo sappiamo!...
Vi sono cose grandi nel bene come nel male.
Ma noi viviamo al di là del bene e del male, perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
Anche il "delitto".
Anche la "perversità".
Anche il "dolore"!
E noi vogliamo essere grandi come il nostro delitto!
Per non calunniarlo.
Vogliamo essere grandi come la nostra perversità! Per renderla cosciente.
Vogliamo essere grandi come il nostro dolore. Per esserne degni.
Perché veniamo dall’alto.
Dalla casa della Bellezza.
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
Fino l’ora in cui l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare.
Perché vogliamo celebrare la festa del gran prodigio umano.
Vogliamo che l’anima nostra vibri in un nuovo sogno.
Vogliamo che da questo tragico vespro sociale il nostro "io" ne esca calmo e fremente di luce universale. .
Perché siamo i nichilisti dei fantasmi sociali.
Perché sentiamo la voce del sangue urlare di sotterra.
Prepariamo le paramine e le torce, o giovani minatori.
L’abisso ci attende. Precipitiamoci in fondo: Verso il nulla creatore!







XII


Il nostro nichilismo non è nichilismo cristiano.
Noi non neghiamo la vita.
No! Noi siamo i grandi iconoclasti della menzogna. E tutto ciò che è proclamato "sacro" è menzogna.
Noi siamo i nemici del "sacro".
E vi è una legge "sacra"; una società "sacra"; una morale "sacra"; un’idea "sacra"!
Ma noi — i padroni e gli amanti della forza empia e della bellezza volitiva, dell’Idea violentatrice — noi, gli iconoclasti di tutto ciò che è consacrato — ridiamo satanicamente, d’un bel riso largo e beffardo.
Ridiamo!...
E ridendo teniamo l’arco della nostra pagana volontà di gioire sempre teso verso la piena integrità della vita.
E le nostre verità le scriviamo col riso.
E le nostre passioni le scriviamo col sangue.
E ridiamo!...
Ridiamo il bel riso sano e rosso dell’odio.
Ridiamo il bel riso azzurro e fresco dell’amore. Ridiamo!...
Ma ridendo ci ricordiamo, con somma serietà, di essere i legittimi figli, e i degni eredi, d’una grande aristocrazia libertaria che ci trasmise nel sangue satanici impeti di folle eroismo, e nella carne ondate di poesia, di soli e di canzoni!
Il nostro cervello è un rogo sfavillante, ove il crepitante fuoco del pensiero arde in gioiosi tormenti.
L’anima nostra è un’oasi solitaria sempre fiorita e festante ove una musica segreta canta le complicate melodie del nostro alato mistero.
E nel cervello ci urlano tutti i venti del monte; nella carne ci urlano tutte le tempeste del mare; tutte le Ninfe del Male; i nostri sogni sono cieli reali abitati da vergini muse frementi.
Noi siamo i veri demoni della Vita.
I precorritori del tempo.
I primi annunci!
La nostra esuberanza vitale ci ubriaca di forza e di sdegno. Ci insegna a disprezzare la Morte!







XIII



Oggi siamo giunti alla tragica celebrazione d’un grande vespro sociale.
Il crepuscolo è rosso.
Il tramonto è insanguinato.
L’ansia batte nel vento le sue ali frementi.
Ali rosse di sangue; ali nere di morte!
Il Dolore organizza nell’ombra l’esercito dei suoi figli ignoti.
La bellezza è nel giardino della Vita, e sta intrecciando ghirlande di fiori per incoronare la fronte degli eroi.
I liberi spiriti hanno già lanciato le loro folgori attraverso il crepuscolo.
Come primi annunci di fuoco: primi segnali di guerra!
L’epoca nostra è sotto le ruote della storia.
La civiltà democratica volge verso la tomba.
La società borghese e plebea si sfascia fatalmente, inesorabilmente!
II fenomeno fascista ne è la prova più certa e inconfutabile. Per dimostrarlo non ci sarebbe bisogno che di risalire il tempo e interrogare la storia.
Ma questo bisogno non c’è!
Il presente parla con abbastanza eloquenza!
Il fascismo altro non è che lo spasimo convulsionario e crudele d’una società plebea, smidollata e volgare, che agonizza tragicamente affogata nel pantano dei suoi vizi e delle sue proprie menzogne.
Egli — il fascismo — celebra questi suoi baccanali con roghi di fiamme, e orge malvagie di sangue.
Ma dal fosco crepitio dei suoi lividi fuochi non sprizza neppure una sola scintilla di gagliarda spiritualità innovatrice, mentre il sangue che sparge si tramuta in vino che i precorritori del tempo raccolgono tacitamente nei calici rossi dell’odio, destinandolo come bevanda eroica per comunicare tutti i figli del dolore sociale chiamati alla crepuscolare celebrazione del vespro.
Perché i grandi precorritori del tempo sono i fratelli e gli amici dei figli del dolore.
Del dolore che lotta.
Del dolore che ascende.
Del dolore che crea!
Noi prenderemo per mano questi fratelli ignoti per marciare assieme contro tutti i "no" della negazione, ed assieme salire verso tutti i "si" dell’affermazione; verso nuove albe spirituali: verso nuovi meriggi di vita.
Perché noi siamo gli amanti del pericolo; i temerari di tutte le imprese, i conquistatori dell’impossibile, i fautori e i precursori di tutte le "prove" !
Perché la vita è una prova!
Dopo la celebrazione negatrice del vespro sociale, vogliamo celebrare il rito dell’ "io": il grande meriggio dell’individuo integro e reale. Acciocché la notte più non trionfi. Acciocché la tenebra più non ci avvolga.
Acciocché il maestoso incendio del sole perpetui la sua festa di luce nel cielo e nel mare.





XIV


Il fascismo è un ostacolo troppo effimero ed impotente per impedire il corso dell’umano pensiero che irrompe al di là d’ogni diga e straripa al di là d’ogni segno, trascinando sui suoi passi l’azione.
È impotente perché è forza bruta. È materia senza spirito: è notte senz’alba! Il fascismo è l’altra faccia del socialismo. L’uno e l’altro sono due corpi senz’anima.

XV



Il socialismo è la forza materiale che, agendo all’ombra di un dogma, si risolve e dissolve in un "no" spirituale.
Il fascismo è un tisico del "no" spirituale che tende — infelice — ad un sì materiale...
L’uno e l’altro mancano di qualità volitive.
Sono i cerotti del tempo: i temporeggiatori del fatto!
Sono reazionari e conservatori.
Sono i fossili cristallizzati che il dinamismo volitivo della storia che passa travolgerà assieme.
Perché, nel campo volitivo dei valori morali e spirituali, i due nemici si equivalgono...
E si noti che, se il fascismo è nato, solo il socialismo ne è il complice diretto ed il padre responsabile.
Perché, se quando la nazione, se quando lo Stato, se quando l’Italia democratica, se quando la società borghese fremeva di spasimo e di agonia fra le mani nodose e poderose del "proletariato" in rivolta, il socialismo non ne avesse impedito vilmente la tragica stretta mortale — perdendo i lumi della ragione innanzi agli sbarrati occhi di lei — certo che il fascismo non sarebbe neppure nato, oltre a non avere vissuto.
Ma il goffo colosso senz’anima si è invece lasciato prendere — per tema che i vagabondi dell’idea spingessero il movimento di rivolta oltre il segno prestabilito — in un volgarissimo giuoco di bieca pietà conservatrice, e falso amore umano.
Così l’Italia borghese invece di morire ha partorito...
Ha partorito il fascismo!
Perché il fascismo è una creatura tisica e deforme, nata dagli amori impotenti del socialismo colla borghesia.
Uno n’è il padre, l’altra la madre. Ma l’uno e l’altra non ne vogliono la responsabilità.
Forse lo trovano un figlio troppo snaturato.
Ed è questo il perché lo chiamano "bastardo"!
Ed egli si vendica...
Già abbastanza infelice per essere nato così, si ribella al padre e oltraggia la madre...
E forse ha ragione...
Ma noi, tutto questo lo rileviamo per la storia.
Per la storia e per la verità, non per noi. Per noi — il fascismo — è un fungo velenoso piantato tanto bene nel marcio cuore della società, che proprio ci contenta...






XVI




Solo i grandi vagabondi dell’idea potranno — e dovranno — essere il luminoso fulcro spirituale della tempestosa rivoluzione, che cupa sul mondo si avanza...
Il sangue chiede sangue.
E vecchia storia!
Indietro non si può più tornare.
Tentare di tornare indietro — come fa il socialismo — sarebbe un delitto inutile e vano.
Noi dobbiamo precipitarci nell’abisso.
Dobbiamo rispondere alla voce dei morti.
Di quei morti che sono caduti con nelle pupille immense stelle d’oro.
Bisogna dissodare il suolo.
Sprigionare il sangue di sotterra!
Perché vuole ascendere verso le stelle.
Vuole bruciare le sue buone sorelle luminose e lontane che l’hanno veduto morire.
Dicono i morti, i morti nostri:
"Noi siamo morti con negli occhi le stelle.
Noi siamo morti con nelle pupille raggi di sole.
Noi siamo morti col cuore gonfio di sogni.
Noi siamo morti con nell’anima il canto della più bella speranza.
Noi siamo morti con nel cervello il fuoco di un’idea.
Noi siamo morti...
Come deve essere triste il morire come gli altri morti — i morti non nostri — senza tutto ciò nel cervello, nell’anima, nel cuore, negli occhi, nelle pupille!
Oh morti, oh morti!... Oh morti nostri! Oh torce luminose! Oh fari ardenti! Oh roghi crepitanti! Oh morti...
Ecco, siamo al crepuscolo!
La tragica celebrazione del grande vespro sociale si appressa. La nostra anima grande già si spalanca verso la vasta luce sotterranea, o morti!
Perché anche noi abbiamo negli occhi le stelle, il sole nelle pupille, il sogno nel cuore, il canto della speranza nell’anima e, nel cervello, un’idea.
Sì, anche noi, anche noi!
Oh morti, oh morti! Oh morti nostri! Oh torce! Oh fari! Oh roghi!
Noi vi abbiamo intesi parlare nel silenzio solenne delle nostre notti profonde.
Dicevate:
"Noi volevamo ascendere nel cielo del libero sole...
Noi volevamo ascendere nel cielo della libera vita...
Noi volevamo ascendere lassù, dove un giorno si fissò lo sguardo penetrante del pagano poeta:
Dove sorgono e stanno come inviolabili querce tra gli uomini i grandi pensieri; dove scende, invocata dai puri poeti, e serena tra gli uomini sta la bellezza; dove l’amore crea la vita e respira la gioia!".
Lassù, dove la vita tripudia e si espande in piena armonia di splendore...
E per questo, per questo sogno lottammo, per questa grande sogno morimmo...
E la nostra lotta fu chiamata delitto.
Ma il nostro "delitto" non deve essere considerato che come virtù titanica, che come sforzo prometeico di liberazione.
Perché fummo i nemici di ogni dominazione materiale e di ogni livellazione spirituale.
Perché noi, al di là di ogni schiavitù e di ogni dogma, vedemmo danzare libera e nuda la vita.
E la nostra morte deve insegnare a voi la bellezza del vivere eroico !
" Oh morti, oh morti! Oh morti nostri...
Noi l’abbiamo udita la vostra voce...
L’abbiamo udita parlare così, nel silenzio solenne delle nostre notti profonde!
Profonde, profonde,profonde!
Perché noi siamo i sensitivi.
Il nostro cuore è una torcia, la nostra anima è un faro, il nostro cervello è un rogo!...
Noi siamo l’anima della vita!...
Siamo gli antelucani che bevono la rugiada nel calice dei fiori. Ma i fiori hanno le radici fosforiche abbarbicate nell’oscurità della terra.
In quella terra che ha bevuto il vostro sangue.
Oh morti! Oh morti nostri!
Quel vostro sangue che urla, che rugge, che vuole essere sprigionato, per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle vostre lontane e luminose sorelle che vi hanno veduti morire.
E noi — i vagabondi dello spirito, i solitari dell’idea — vogliamo che l’anima nostra, libera e grande, spalanchi le sue ali nel sole.
Vogliamo che il vespro sociale sia celebrato in questo crepuscolo di società borghese, acciocché l’ultima notte nera si faccia vermiglia di sangue.
Perché i figli dell’aurora devono nascere dal sangue...
Perché i mostri della tenebra devono essere uccisi dall’alba...
Perché le nuove idee individuali devono nascere dalle tragedie sociali...
Perché gli uomini nuovi devono essere forgiati nel fuoco!
E solo dalla tragedia, dal fuoco e dal sangue, nascerà il vero Anticristo profondo d’umanità e di pensiero.
Il vero figlio della terra e del sole.
L’Anticristo deve nascere dalle macerie fumanti della rivoluzione per animare i figli della nuova aurora.
Perché l’Anticristo è colui che viene dall’abisso, per ascendere oltre ogni confine.
È il nemico volitivo della cristallizzazione, della prestabilizzazione, della conservazione!...
Egli è colui che sospingerà gli uomini attraverso le misteriose caverne dell’ignoto allo scoprimento perenne di nuove sorgenti di vita e di pensiero.
E noi — i liberi spiriti, gli atei della solitudine, i demoni del deserto senza testimoni — ci siamo già spinti verso le vette più estreme...
Perche ogni cosa con noi — deve essere spinta al massimo delle sue conseguenze.
Anche l’Odio.
Anche la Violenza.
Anche il delitto!
Perché l’Odio dà la forza.
La violenza scardina.
Il delitto rinnova.
La crudeltà crea.
E noi vogliamo scardinare, rinnovare, creare!
Perché tutto ciò che è volgarità pigmea deve essere superato.
Perché tutto ciò che vive deve essere grande.
Perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
E la vita deve essere bella!

XVII


Noi abbiamo ucciso il "dovere" acciocché la nostra brama di libera fraternità acquisti un valore eroico nella vita.
Noi abbiamo ucciso la "pietà" perché siamo barbari capaci al grande amore.
Noi abbiamo ucciso l’"altruismo" perché siamo egoisti donatori.
Noi abbiamo ucciso la "solidarietà filantropica" acciocché l’uomo sociale scavi il suo "io" più segreto e trovi la forza dell’"Unico".
Perché noi lo sappiamo. La Vita è stanca di avere amanti rachitici.
Perché la terra è stanca di sentirsi pestata da lunghe falangi di pigmei salmodianti preci cristiane.
Ed infine, perché siamo stanchi dei nostri fratelli, carogne incapaci alla pace e alla guerra. Inferiori all’odio e all’amore.
Stanchi e nauseati siamo...
E poi quella voce dei morti...
Dei morti nostri!
La voce di quel sangue che urla di sotterra!
Di quel sangue che vuole sprigionarsi per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle stelle che — benedicendoli — hanno brillato nelle loro pupille nell’ultimo momento della morte, trasformando i loro occhi sognanti in vasti dischi d’oro.
Perché gii occhi dei morti — dei nostri morti — sono dischi d’oro.
Sono meteore luminose che vagano nell’infinito per additarci il cammino.
Quel cammino senza fine che è la strada, dell’eternità.
Gli occhi dei nostri morti ci dicono il "Perché" della vita, mostrandoci il fuoco segreto che arde nel nostro mistero. Di quel nostro segreto mistero che nessuno ha cantato finora...
Ma oggi il crepuscolo è rosso...
Il tramonto è insanguinato...
Siamo prossimi alla tragica celebrazione del gran vespro sociale. Già sulle campane della storia il tempo ha battuto i primi colpi antelucani d’un nuovo giorno.
Basta, basta, basta!
È l’ora della tragedia sociale! Noi distruggeremo ridendo.
Noi incendieremo ridendo.
Noi uccideremo ridendo. .....
Noi esproprieremo ridendo.
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo libero è nato.
È nato colui che attraverso il pianto e il dolore ha imparato l’arte dionisiaca della gioia e del riso.
È giunta l’ora di affogare il nemico nel sangue...
È giunta l’ora di lavare l’anima nostra nel sangue. Basta, basta, basta!
Che il poeta tramuti in pugnale la sua lira!
Che il filosofo tramuti in bomba la sua sonda! Che il pescatore tramuti il suo remo in formidabile scure. Che il minatore esca armato del suo ferro lucente dagli antri micidiali delle oscure miniere.
Che il contadino tramuti in lancia guerriera la sua vanga feconda.
Che l’operaio tramuti il suo martello in falce e scure.
E avanti, avanti, avanti!
È tempo, è tempo — è tempo!
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo Libero è nato.
Avanti, avanti, avanti, o giocondi distruttori.
Sotto il labaro nero della morte, noi conquisteremo la Vita!
Ridendo!
E la faremo nostra schiava. Ridendo!
E l’ameremo ridendo!
Poiché gli uomini seri sono soltanto coloro che sanno operare ridendo.
E il nostro odio ride... Ride rosso. Avanti!
Avanti, per la totale distruzione della menzogna e dei fantasmi! Avanti, per l’integrale conquista dell’Individualità e della Vita!

Abbie Hoffman Il denaro brucia

venerdì, gennaio 07, 2011

IO FUI ...


IO FUI ...





Mi presento senza il clamore della critica-critica, io sono

non credo IO FUI un ciarlatano al di sopra di ogni regolamento

mi pento in ultima istanza

del bicchiere di vino bevuto di traverso

in alto diretto, jeb,

fuori i secondi a terra nel tappeto volante

della mia dislessia

applico e guido le leggi antiche dell'eresia

calore, ansia libera, adrenalina

dietro di me solo cenere di consonanti

con l'appiglio dell'errore ortografico

ad ogni angolo della tangente

tu mi sossurrii "Gli uomini sono tutti corrotti"



In altre parole IO FUI

un nevrotico pieno di se

un psicotico altamente infiammabile

in balia degli astri maldestri

una divinità che si è calata nella parte

la pillola della sincerità

che si è spogliata nuda

in un circo Togni

nata e vissuta nell'imperfezione

che grida vendetta!

Un continuo perpetuarsi dell'eterno ritorno

un ripetirore televisivo che esplode ridendo

e l'artista che tanta strada ha fatto

ha il suo palcoscenico da avant-spettacolo

per generare piccoli lampi di gratitudine

i suoi personaggi vivono e muoino

nella follia della fretta

di una frazione dell'armata secondo.