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martedì, novembre 26, 2013

Ursula K. Le Guin: I reietti dell'altro pianeta


Capitolo 1

C'era un muro. Non pareva importante. Era fatto di ciottoli uniti senza pretese, con un po' di malta. Gli adulti potevano guardare senza sforzo al di là del muro, e anche i bambini non avevano difficoltà di scavalcarlo. Dove incontrava la strada, invece di avere un cancello degenerava in una pura geometria, una linea, un'idea di confine. Ma l'idea era reale. E impor-tante. Da sette generazioni non c'era nulla di più importante, al mondo, di quel muro.
Come ogni altro muro, anch'esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.
Osservato da un lato, il muro recingeva un campo spoglio, di una sessan-tina di acri, chiamato Porto di Anarres. Il campo comprendeva un paio di grosse gru, una piazzola di atterraggio per í razzi, tre magazzeni, una ri-messa per gli autocarri e un dormitorio. Il dormitorio aveva un aspetto du-raturo, severo, melanconico. Non si vedevano giardini, né bambini: era chiaro che non vi abitava nessuno, che chi arrivava non si fermava a lungo. In effetti si trattava di una zona di quarantena. Il muro chiudeva al suo in-terno non soltanto il campo di atterraggio, ma anche le navi che scendeva-no dallo spazio, gli uomini che giungevano con le navi, i mondi da cui provenivano e, complessivamente, il resto dell'universo. Chiudeva nel suo interno l'universo e lasciava fuori Anarres, libera.
Osservato dall'altro lato, il muro chiudeva Anarres. Al suo interno c'era tutto il pianeta: un grande campo di prigionia, isolato dagli altri mondi e dagli altri uomini, in quarantena.
Varie persone percorrevano la strada, dirette al campo d'atterraggio; altre erano ferme accanto al punto dove la strada tagliava il muro.
La gente veniva spesso al Porto dalla vicina città di Abbenay, nella spe-ranza di vedere una nave spaziale, o semplicemente per guardare il muro. Dopotutto, era l'unico muro di cinta esistente su quel mondo. In nessun al-tro posto si poteva vedere un cartello che dicesse: «Non entrare». Gli ado-lescenti, in particolare, ne erano attratti. Si portavano fino al muro e si met-tevano a sedere in cima. A volte lo spettacolo consisteva in una squadra di lavoro, occupata a portare nei magazzeni le casse venute coi camion. A
volte c'era addirittura un'astronave mercantile, ferma nella piazzola. I mer-cantili scendevano otto volte l'anno, e il loro arrivo era noto unicamente agli addetti interni del Porto; così, per gli spettatori che avevano la buona fortuna di vederne uno, erano oggetto di molta emozione, all'inizio. Ma es-si rimanevano sul muretto, a sedere, e la nave rimaneva nella piazzola, ac-covacciata: una torre nera e tozza, tra incastellature mobili, lontano, in fondo al campo. E dopo un po' una donna lasciava la squadra di lavoro e si avvicinava dicendo: — Per oggi si chiude, fratelli. — La donna portava il bracciale della Difesa: una vista quasi altrettanto rara quanto una nave spa-ziale. L'arrivo della donna era molto emozionante. Ma anche se il tono era blando, non ammetteva repliche. La donna era a capo della squadra, e in caso di provocazione si sarebbe fatta aiutare dai suoi addetti. E comunque non c'era nulla da vedere. Gli stranieri, gli uomini di un altro mondo, rima-nevano nascosti nella nave. Niente spettacolo.
E lo spettacolo era noioso anche per gli addetti della Difesa. A volte la caposquadra si augurava che qualcuno cercasse di superare il muro: un membro dell'equipaggio straniero nell'atto di abbandonare la nave, o un ragazzo di Abbenay sgattaiolato a dare un'occhiata da vicino al mercantile. Ma queste cose non succedevano mai. Non succedeva mai nulla. E quando invece successe qualcosa, la caposquadra non era preparata ad affrontarlo.
Il capitano della nave mercantile Pensiero le disse: — Che vuole, quella gente? Ce l'hanno con la mia nave?
La caposquadra osservò a sua volta, e scorse una vera folla accanto al passaggio: cento persone, forse più. Rimanevano laggiù ferme, senza se-dersi e senza camminare, come la gente che rimaneva immobile davanti al-le stazioni, durante la Carestia, ad attendere che passassero i convogli del cibo. La vista le fece venire i brividi.
— No. Quella gente, ah, protesta — disse nel suo iotico lento e stentato. — Protesta contro il, ah, lei lo sa. Passeggero?
— Ah, ce l'hanno col bastardo che dobbiamo prendere a bordo? E chi vogliono fermare? Lui... o noi?
La parola «bastardo», intraducibile nella lingua della caposquadra, non aveva significato per lei, salvo quello di un termine vago straniero per in-dicare i suoi compatrioti, ma il suono della parola non le era mai piaciuto, e neppure il tono del capitano, né, in fin dei conti, il capitano. — Potete provvedere a voi stessi? — gli chiese, tagliando corto.
— Al diavolo, certo. Lei cerchi solo di scaricare la merce alla svelta. E di accompagnare a bordo il bastardo passeggero. Non c'è banda di Odonia-
ni che possa far paura a noi. — Toccando la cosa che portava alla cintura, un oggetto di metallo, simile a un pene deforme, fissò con superiorità la donna disarmata.
La donna rivolse all'oggetto fallico (che, come sapeva, era un'arma) u-n'occhiata gelida. — Il carico sarà completato per le ore quattordici — dis-se. — Tenete a bordo l'equipaggio al sicuro. Partenza alle quattordici e quaranta. Se vi occorrerà aiuto, registrerete un messaggio presso il Centro di Controllo. — E si affrettò ad allontanarsi, prima che il comandante po-tesse trovare altre occasioni per ostentare superiorità. L'ira la indusse a ri-volgersi con veemenza ai suoi subordinati e alla folla. — Laggiù, lasciate libero il passaggio! — ordinò, quando fu vicino al muro. — Passano gli autocarri, si rischiano ferimenti. Toglietevi di mezzo!
Uomini e donne della folla si misero a muoverle obiezioni e comincia-rono a discutere tra loro. Continuarono ad attraversare la strada; alcuni passarono all'interno del muro. E tuttavia lasciarono libero il passaggio, o quasi. Come la caposquadra non aveva esperienza nel dare ordini a una folla, così anche quegli uomini e quelle donne non avevano esperienza nel formare una folla. Membri di una comunità, non elementi di una collettivi-tà, non erano spinti da sentimenti di massa; c'erano altrettante emozioni di-verse, tra loro, quante erano le persone. E, non aspettandosi che gli ordini potessero essere arbitrali, non avevano pratica nel disobbedirli. La loro i-nesperienza salvò la vita del passeggero.
Alcuni di loro erano venuti per uccidere un traditore. Altri erano venuti per impedirgli di lasciare il pianeta, o per lanciargli delle invettive, o sem-plicemente per vederlo; e tutti questi altri ostruirono il percorso breve e di-retto degli assassini. Nessuno aveva armi da fuoco, ma un paio aveva un coltello. Un'aggressione, per loro, significava attacco diretto, corpo a cor-po; volevano avere il traditore fra le mani. Erano convinti che sarebbe arri-vato sotto sorveglianza, in un veicolo. Mentre cercavano di ispezionare un camion e discutevano con l'autista indignato, l'uomo che cercavano arrivò a piedi lungo la strada, da solo. Quando lo riconobbero, aveva già attraver-sato una buona metà del campo, seguito da cinque addetti della Difesa. Co-loro che avevano desiderato di ucciderlo si consolarono con l'insegui-mento, troppo tardi, e col lancio di pietre, non troppo tardi. Riuscirono sol-tanto ad affannare l'uomo da loro cercato, che giunse esausto alla nave, ma un ciottolo da un chilo colpì un addetto della Difesa sulla tempia, ucciden-dolo sul colpo.
I portelli della nave si chiusero. La squadra della Difesa tornò indietro,
portando con sé il collega morto; non fecero alcun tentativo di fermare i primi della folla che correva di gran carriera verso la nave, anche se la ca-posquadra, pallida per l'ira e lo shock, li maledì mentre le passavano da-vanti, ed essi deviarono per evitarla. Una volta giunti alla nave, i capintesta della folla si dispersero e rimasero fermi, irresoluti. Il silenzio della nave, gli imprevisti movimenti dei grandi, scheletrici paranchi, lo strano aspetto calcinato del terreno, l'assenza di ogni cosa costruita su scala umana, li di-sorientarono. Un soffio di vapore o di gas di qualche ordigno connesso con la nave ne fece sobbalzare alcuni; alzarono gli occhi con inquietudine ver-so i razzi, spalancati sopra di loro come grandi tunnel oscuri. Una sirena emise un fischio di avvertimento, lontano, dall'altra parte del campo. Prima una persona, poi un'altra, cominciarono a ritornare al muro e al passaggio. Nessuno le fermò. In dieci minuti il campo rimase vuoto; la folla si disper-se a gruppetti lungo la strada per Abbenay. E parve che non fosse successo nulla, dopotutto.
All'interno della nave Pensiero stavano succedendo molte cose. Poiché il centro di Controllo aveva anticipato l'orario della partenza, tutte le routine dovevano essere eseguite di corsa. Il capitano aveva ordinato di legare il prigioniero con le cinture di sicurezza e di chiuderlo nel quadrato dell'e-quipaggio, insieme con il medico, per toglierseli dai piedi tutt'e due. C'era un teleschermo, nel quadrato, e se desideravano guardare il decollo, pote-vano guardarlo da lì.
Il passeggero osservava lo schermo. Vedeva il campo, e il muro che lo circondava, e lontano, al di là del muro, le pendici dei Ne Theras, punteg-giati di holum cespugliosi e di rade, argentee spine di luna.
Tutto questo, d'improvviso, si precipitò verso il basso con vertiginosa rapidità. Il passeggero si sentì premere la testa contro l'appoggio imbottito. Era come l'esame del dentista: la testa tirata all'indietro, la mascella tenuta aperta con la forza. Non riusciva a prendere il fiato, si sentiva male, si sen-tiva sciogliere le budella per la paura. L'intero suo corpo gridava alle e-normi forze che si erano impadronite di lui: Non ora, non ancora, aspetta-te!
Gli occhi lo salvarono. Ciò che continuavano a vedere e a riportargli con insistenza lo fece uscire dall'autismo del terrore. Ora sullo schermo compa-riva una strana vista, un grande, pallido pianoro di pietra. Era il deserto, visto dalle montagne che dominavano la Valle Grande. Come era tornato alla Valle Grande? Cercò di dire a se stesso che era su un velivolo. No, su una nave spaziale. Il bordo del pianoro brillava con la lucentezza della luce
sull'acqua, della luce che giunge dall'altra sponda di un mare lontano. Non c'era acqua in quei deserti. Che cosa stava osservando, allora? Il pianoro di pietra non era più un piano, ma una cavità, una grossa tazza piena di luce. Mentre la guardava meravigliato, divenne meno profonda, e versò fuori del bordo la sua luce. D'improvviso una linea l'attraversò: una linea astratta, geometrica, la perfetta sezione di un cerchio. Al di là di quell'arco c'era l'o-scurità. E l'oscurità rovesciò l'intera immagine, facendola diventare negati-va. La parte reale, la parte di pietra, non era più concava e piena di luce, bensì convessa, e rifletteva, rimandava la luce. Non era né un piano né una tazza, ma una sfera, una palla di pietra bianca che cadeva nell'oscurità, che s'allontanava. Era il suo mondo.
— Non capisco — disse a voce alta.
Qualcuno gli rispose. Per qualche tempo non riuscì a comprendere che la persona ferma accanto alla sua poltroncina si rivolgeva a lui, gli risponde-va: in quel momento non sapeva più che cosa fosse una risposta. Era chia-ramente consapevole di una cosa soltanto: il suo totale isolamento. Il mon-do gli era caduto via da sotto i piedi, ed egli era rimasto solo.
Aveva sempre temuto che succedesse una cosa simile, più di quanto non avesse temuto la morte. Morire è perdere se stessi e riunirsi al resto. Egli aveva mantenuto se stesso, e aveva perso il resto.
Alla fine riuscì ad alzare lo sguardo sull'uomo che gli stava accanto. Era uno straniero, naturalmente. D'ora in poi ci sarebbero stati unicamente stranieri. L'uomo si rivolgeva a lui in lingua straniera: iotico. Le parole a-vevano senso. Tutte le piccole cose avevano un senso; soltanto l'intero, la totalità, non l'aveva. L'uomo diceva qualcosa a proposito delle cinghie che lo tenevano legato alla poltroncina. Toccò qualcosa sotto lo schienale, che si raddrizzò e per poco non lo fece cadere a terra, nella sua condizione di stordimento e di mancanza di equilibrio. L'uomo cominciò a chiedere se qualcuno s'era fatto male. Di chi parlava? «È sicuro che non si è fatto ma-le?» La forma educata con cui ci si rivolgeva a un'altra persona in iotico era la terza persona. L'uomo parlava di lui. Ed egli non capiva perché do-vesse essere ferito; l'uomo continuava a parlare di gente che tirava le pie-tre. Ma la pietra non giungerà mai a colpire, pensò. Posò lo sguardo sullo schermo, cercando la pietra bianca che cadeva nell'oscurità, ma lo schermo era spento.
— Mi sento bene — disse infine, scegliendo la frase a caso.
Non parve avere il potere di tranquillizzare l'uomo. — Per favore, venga con me. Sono un dottore.
— Mi sento bene.
— Per favore, venga con me, dottor Shevek!
— Lei è un dottore — rispose Shevek, dopo una breve pausa. — Io no. Io mi chiamo Shevek.
Il dottore, un uomo di bassa statura, dalla pelle chiara, calvo, gli rivolse un sorriso ansioso, stentato. — Lei dovrebbe trovarsi nella sua cabina, si-gnore... pericolo d'infezione... lei non avrebbe dovuto incontrare altri che me, ho passato due settimane in zona di disinfezione per niente, accidenti a quel capitano! Per favore, venga con me, signore. Mi riterranno responsa-bile se...
Shevek si accorse che quel piccolo uomo era scosso. Non provava nes-sun rimorso, nessun dispiacere per lui; ma anche nella condizione in cui era in quel momento, nella solitudine assoluta, la legge fondamentale era valida: l'unica legge che avesse sempre rispettato. — Va bene — disse, e si alzò in piedi.
Si sentiva ancora stordito, e la spalla destra gli doleva. Sapeva che la na-ve si stava muovendo, ma non avvertiva nessuna sensazione di moto; c'era soltanto il silenzio, un silenzio spaventoso, profondo, dall'altra parte delle paratie. Il dottore lo condusse per silenziosi corridoi di metallo, fino a una stanza.
Era una stanza molto piccola, con pareti spoglie, segnate da linee. She-vek provò un senso di repulsione, ricordando un luogo che non desiderava ricordare. Si arrestò sulla soglia. Ma il dottore insistette e pregò, ed egli entrò.
Si sedette sul letto a forma di scaffale, e, con la testa ancora leggera e sonnolenta, osservò, privo di curiosità, il dottore. Sentiva che avrebbe do-vuto provare curiosità: quell'uomo era il primo urrasiano da lui visto. Ma era troppo stanco. Avrebbe preferito stendersi sul letto e mettersi immedia-tamente a dormire.
Era rimasto sveglio tutta la notte precedente, occupato a imparare le proprie carte. Tre giorni prima, aveva provveduto a mandare a Pace e Ab-bondanza Takver e i bambini, e da quel momento in poi era stato occupa-tissimo, a correre alla torre radiofonica per scambiare messaggi dell'ultimo istante con gente di Urras, a discutere progetti e occasioni con Bedap e gli altri. Per tutti quei giorni precipitosi, da quando era partita Takver, non gli era parso di essere lui a fare le cose, ma che fossero le cose stesse a farlo agire, di loro volontà. Si era trovato nelle mani di altre persone. La sua vo-lontà non aveva agito. Non c'era stato bisogno che agisse. Ma era stata la
sua volontà a dare l'avvio a tutto, a creare il momento ch'egli viveva, le pa-reti che lo circondavano. Quanto tempo prima? Anni. Cinque anni prima, nel silenzio della notte, a Chakar, sulle montagne, quando aveva detto a Takver: «Andrò ad Abbenay ad abbattere i muri.» E già prima di allora; molto prima, nella Polvere, negli anni della carestia e della disperazione, quando aveva promesso a se stesso che non avrebbe mai agito se non per propria libera elezione. E seguendo quella promessa era giunto lì: a quel momento senza un tempo, a quel luogo senza una terra, a quella piccola stanza, quella prigione.
Il dottore aveva esaminato la sua spalla contusa (la contusione aveva sorpreso Shevek; la tensione e la fretta non gli avevano fatto comprendere bene ciò che era successo al campo di atterraggio, e non si era accorto del-la pietra che lo aveva colpito di striscio). Ora il dottore si voltò verso di lui, con in mano una siringa ipodermica.
— Non voglio — disse Shevek. Il suo iotico parlato era lento, e, come aveva notato nelle comunicazioni radiofoniche, pronunciato male, ma la grammatica era abbastanza giusta. Aveva più difficoltà a capire che a par-lare.
— È vaccino per il morbillo — disse il dottore, professionalmente sordo alla richiesta.
— No — disse Shevek.
Il dottore si morsicò il labbro per un istante e poi disse: — Signore, sa che cos'è il morbillo?
— No.
— Una malattia. Contagiosa. Spesso assai grave negli adulti. Su Anarres non la conoscete; le misure profilattiche adottate nel corso del primo inse-diamento del pianeta sono riuscite a tenerla lontano. Su Urras è molto dif-fusa. Potrebbe ucciderla. Come, del resto, un'altra decina di infezioni da virus altrettanto comuni. Lei non ha acquisito la resistenza. Che mano usa, signore, la destra?
Shevek, automaticamente, scosse la testa. Con la grazia di un prestigia-tore, il dottore gli infilò l'ago nel braccio destro. Shevek sopportò in silen-zio questa e altre iniezioni. Non aveva né il diritto di diffidare né quello di protestare. Si era consegnato a quelle persone; aveva rinunciato al suo di-ritto di decisione, nato insieme con lui. Quel diritto se n'era andato, era ca-duto insieme con il suo mondo, con il mondo della Promessa, la pietra spoglia.
Il dottore riprese a parlare, ma egli non l'ascoltò.
Per ore o giorni esistette in un vuoto: un vuoto miserabile e secco, privo di passato e di futuro. Le pareti s'innalzavano opprimenti intorno a lui. Al di là di esse c'era il silenzio. Braccia e natiche gli dolevano a causa delle iniezioni; la febbre non si alzò mai fino al delirio, ma lo mantenne in un limbo tra la ragione e l'assenza di ragione, in una terra di nessuno. Il tempo non passava. Il tempo non esisteva. Egli era il tempo: egli soltanto. Era il fiume, la freccia, la pietra. Ma non si muoveva. La pietra rimaneva immo-bile nel mezzo della traiettoria. Non c'erano né giorno né notte. A volte il dottore spegneva la luce, o l'accendeva. C'era un orologio, incassato nella parete accanto al letto; la lancetta passava dall'uno all'altro dei venti nume-ri del quadrante, senza significato.
Si destò dopo un sonno lungo e profondo, e poiché era rivolto in dire-zione dell'orologio, lo osservò in modo ancora sonnolento. La lancetta era poco più avanti del numero 15, la qual cosa, se anche quel quadrante ini-ziava dalla mezzanotte, come gli orologi anarresiani da 24 ore, significava che era pomeriggio inoltrato. Ma come poteva esistere il pomeriggio nello spazio tra due mondi? Be', la nave doveva seguire un proprio fuso orario, in fin dei conti. Il fatto di essere riuscito a spiegarsi tutto questo lo rincuo-rò immensamente. Si rizzò a sedere e non provò stordimento. Scese dal let-to e cercò di stare in piedi: l'equilibrio era soddisfacente, anche se gli pare-va che le piante dei piedi non fossero perfettamente a contatto con il pavi-mento. Il campo di gravità della nave, evidentemente, doveva essere piut-tosto debole. Quella sensazione non gli piacque: le cose che più gli occor-revano erano la stabilità, la solidità, la realtà ferma. Per poterle trovare, cominciò metodicamente a ispezionare la piccola stanza.
Le pareti spoglie erano piene di sorprese, pronte a rivelarsi a un tocco su un piccolo pannello: lavandino, cesso, specchio, tavolino, sedia, armadio, ripiani. C'erano vari apparecchi elettrici assolutamente misteriosi, relativi al lavandino, e il rubinetto dell'acqua non si chiudeva automaticamente una volta terminata la pressione, ma continuava a versare fino a quando non lo si chiudeva: un'indicazione, pensò Shevek, o di una grande fiducia nella natura umana, o di una grande disponibilità di acqua calda. Pensando che la seconda ipotesi fosse quella giusta, si lavò completamente, e, non scor-gendo alcuna salvietta, si asciugò per mezzo di uno degli strumenti miste-riosi, che emetteva un soffio piacevole e solleticante di aria calda. Poiché non gli riuscì di trovare i suoi abiti, indossò nuovamente quelli che si era trovato addosso al risveglio: calzoni larghi e annodati in vita, tunica priva di forma, entrambi di colore giallo vivo con piccole macchie blu. Si osser-
vò allo specchio. Gli parve che l'effetto complessivo fosse assai sgraziato. Così, dunque, si vestivano su Urras? Cercò invano un pettine, rimediò con le dita, e, ripulito, fece per lasciare la stanza.
Non poté lasciarla. La porta era chiusa a chiave.
L'incredulità iniziale di Shevek si trasformò in rabbia: una rabbia, un cieco desiderio di violenza, quale egli non aveva mai sperimentato in pre-cedenza, in tutto il corso della sua vita. Cercò di spezzare la robusta mani-glia della porta, picchiò le mani contro il metallo liscio, poi si voltò e colpì con il pugno il pulsante di chiamata, da usare, gli aveva detto il dottore, in caso di necessità. Nulla accadde. C'erano altri piccoli pulsanti numerati, di colori differenti, sul pannello dell'intercom; picchiò le mani su tutti, in una sola volta. L'altoparlante della parete cominciò a brontolare: «Che diavolo sì vengo metta a posto dalla ventidue...».
Shevek superò tutte quelle voci: — Aprite la porta!
La porta si aprì, e il dottore fece capolino. Alla vista della sua testa cal-va, della sua faccia giallognola e preoccupata, la collera di Shevek si raf-freddò e andò a ritirarsi in una sua tenebra interiore. Disse: — La porta era chiusa a chiave.
— Mi dispiace, dottor Shevek... una precauzione... contagio... per chiu-dere fuori gli altri...
— Chiudere fuori, chiudere dentro: il medesimo atto — disse Shevek, abbassando sul dottore il suo sguardo chiaro, lontano.
— Le precauzioni...
— Precauzioni? Devo star chiuso in una scatola?
— Il quadrato ufficiali — si affrettò a proporre il medico, come offerta di pace. — Ha fame, signore? Forse desidera vestirsi prima che andiamo nel quadrato.
Shevek osservò i vestiti del dottore; calzoni azzurri aderenti, infilati in stivali che parevano levigati e sottili come il tessuto; tunica color viola, aperta sul davanti e allacciata con alamari d'argento; al di sotto di questa, visibile soltanto al collo e ai polsi, una camicia di maglia d'i un bianco ab-bagliante.
— Non sono vestito? — chiese Shevek, alla fine.
— Oh, il pigiama può andare benissimo, dopotutto. Non ci sono formali-tà su una nave mercantile!
— Pigiama?
— Quello che lei indossa. Indumenti per dormire.
— Indumenti da indossare mentre si dorme?
— Sì.
Shevek batté le palpebre. Non fece commenti. Domandò: — Dove sono gli abiti che indossavo?
— I suoi abiti? Li ho fatti pulire... Sterilizzazione. Spero che la cosa non le dia fastidio, signore... — Andò a ispezionare un portellino che Shevek non aveva notato, e ne trasse un pacchetto avvolto in un foglio di carta di color verde chiaro. Svolgendo la carta, ne trasse il vecchio abito di Shevek, che pareva molto pulito e forse leggermente ridotto di taglia, accartocciò il foglio di carta verde, azionò un altro pannello, gettò la carta nel contenito-re che era apparso, e rivolse a Shevek un sorriso incerto. — Ecco fatto, dottor Shevek.
— Che cosa succede alla carta?
— Carta?
— La carta verde.
— Oh, l'ho messa nella spazzatura.
— Spazzatura?
— Sì, come l'immondizia. La bruciano.
— Voi bruciate la carta?
— Oh, forse si limitano a gettarla nel vuoto. Non so. Non ho studiato medicina dello spazio, dottor Shevek. Mi è stato conferito l'onore di atten-dere alle sue necessità, signore, a causa della mia esperienza con altri visi-tatori extramondani: gli ambasciatori di Terra e di Hain. Io mi occupo del-le procedure di decontaminazione e di acclimatazione per tutti gli stranieri che giungono in A-Io. Non che lei, beninteso, sia uno straniero nello stesso senso, naturalmente. — Rivolse un'occhiata timida a Shevek, che non riu-scì ad afferrare tutte le parole, ma che riconobbe la natura ansiosa, diffi-dente, bene intenzionata sotto le parole.
— No — lo rassicurò Shevek, — forse abbiamo una bisavola in comune, duecento anni fa, su Urras. — Cominciò a rimettersi i suoi vecchi vestiti, e mentre infilava la testa nella camicia vide che il dottore cacciava gli «in-dumenti per dormire» blu e gialli nel contenitore della «spazzatura». She-vek s'interruppe, con ancora il colletto all'altezza del naso. Infilò comple-tamente la testa, si inginocchiò e aprì il contenitore. Era vuoto.
— Gli indumenti vengono bruciati?
— Oh, si trattava di un pigiama di poco conto, di quelli per servizio. Metti e butta via, come si suol dire; costa meno che farlo pulire.
— Costa meno — ripeté Shevek, in tono meditativo. Pronunciò quelle parole nel modo in cui un paleontologo poteva osservare un fossile: il fos-
sile che rivela la datazione di un intero strato geologico.
— Temo che il suo bagaglio sia andato perduto in quell'ultimo tratto di corsa, per raggiungere la nave. Spero che non vi fosse qualcosa di real-mente importante.
— Non ho portato nulla — disse Shevek. Anche se il suo abito era stato candeggiato fino quasi a diventare bianco e si era ristretto un poco, gli an-dava ancora bene, e il contatto ruvido e familiare della tela di holum era assai piacevole. Tornò a sentirsi se stesso. Si sedette sul letto, davanti al dottore, e disse: — Vede, so che voi non vi limitate a prendere le cose, co-me noi. Nel vostro mondo, su Urras, una persona deve comprare le cose. Io sono venuto nel vostro mondo, non ho denaro, non posso comprare, e dunque dovrei portare con me ciò che mi occorrerà. Ma quanto posso por-tare? Vestiti, sì, potrei portare due vestiti. Ma il cibo? Come posso portare una quantità sufficiente di cibo? Non ne posso portare, non ne posso com-prare. Se volete che viva, dovete darmelo. Io sono anarresiano, e costringo gli urrasiani a comportarsi come gli anarresiani; dare, invece di vendere. Se volete. E, naturalmente, non è necessario che mi teniate in vita! Io sono il Mendicante, capisce?
— Oh, ma niente affatto, signore, no, no. Lei è un ospite che ci fa un al-tissimo onore. La prego, non giudichi tutti noi dall'equipaggio di questa nave: sono persone molto ignoranti, molto limitate... non ha idea dell'acco-glienza che riceverà al suo arrivo su Urras. Dopotutto lei è uno scienziato di celebrità mondiale... anzi, galattica! Ed è il nostro primo visitatore di Anarres! Le garantisco, le cose saranno molto diverse quando arriveremo al Campo di Pei.
— Non dubito che saranno diverse — rispose Shevek.
La Rotta Lunare richiedeva normalmente quattro giorni e mezzo all'an-data e altrettanti al ritorno, ma questa volta vennero aggiunti al volo di ri-torno cinque giorni di acclimatazione a vantaggio del passeggero. Shevek e il dottor Kimoe li trascorsero in vaccinazioni e conversazioni. Il capitano del Pensiero li passò in orbita attorno a Urras, bestemmiando. Quando do-veva parlare con Shevek, lo faceva in modo imbarazzato e irrispettoso. Il dottore, che era sempre pronto a spiegare qualsiasi cosa, aveva già pronta una propria analisi: — È abituato a considerare tutti gli stranieri come infe-riori, come persone non pienamente umane.
— La creazione di pseudo specie, così la definiva Odo. Già. Pensavo che forse, su Urras, la gente avesse cessato di pensare a quel modo, dato che
avete molte lingue e molte nazioni, e perfino visitatori provenienti da altri sistemi solari.
— Be', assai pochi di questi, dato che il viaggio interstellare è così co-stoso e lento. Ma forse non sarà sempre così — aggiunse il dottor Kimoe, con l'intenzione, evidentemente, di fare un complimento a Shevek o di far-lo parlare. Shevek ignorò tale intenzione.
— Il Secondo Ufficiale — disse, — pare avere timore di me.
— Oh, per quello là si tratta di fanatismo religioso. È un epifanista di stretta osservanza. Recita i Primi ogni sera. Una mente completamente pri-va di elasticità.
— Dunque egli mi vede... in che modo?
— Come un pericolosissimo ateo.
— Ateo! E perché mai?
— Be', perché lei è un Odoniano di Anarres... su Anarres non ci sono re-ligioni.
— Non ci sono religioni? E che siamo, su Anarres, pietre?
— Voglio dire religioni regolari... chiese, sette... — Kimoe era facile a confondersi. Aveva la sicurezza sbrigativa tipica dei medici, ma Shevek gliela sconvolgeva continuamente. Ogni sua spiegazione terminava, dopo due o tre domande di Shevek, in confusioni. Ciascuna risposta dava per as-sodate talune relazioni che l'altro, invece, non riusciva neppure a scorgere. Ad esempio, la curiosa faccenda della superiorità e dell'inferiorità. Shevek sapeva che il concetto di superiorità, di altezza relativa, era importante per gli urrasiani; essi spesso usavano la parola «superiore» come sinonimo di «migliore» nei loro scritti, in punti in cui un anarresiano avrebbe detto «più centrale». Ma che aveva a vedere, il fatto di essere più alto, con il fat-to di essere straniero? Era un enigma tra centinaia d'altri.
— Comprendo — disse ora, mentre un altro enigma si chiariva. — Voi non ammettete religioni al di fuori delle chiese, così come non ammettete moralità al di fuori delle leggi. Lei sa, non avevo capito neppure quello, nonostante tutte le mie letture di libri urrasiani.
— Be', oggigiorno qualsiasi persona illuminata ammette...
— Il vocabolario rende tutto difficile — disse Shevek, portando avanti la propria scoperta. — In pravico, la parola religione è scarsa. No, come dite voi? ... rara. Non usata frequentemente. Naturalmente si tratta di una delle Categorie: il Quarto Modello. Poche persone imparano a praticare tutti i Modelli. Ma i Modelli sono costituiti di naturali capacità della mente, e po-treste voi credere seriamente che noi non abbiamo capacità per la religio-
ne? Che noi siamo capaci di conoscere la fisica ma siamo tagliati fuori dal-la relazione più profonda che l'uomo abbia col cosmo?
— Oh, no, niente affatto...
— Allora, sì, saremmo davvero una pseudo specie!
— Una persona istruita riuscirebbe certamente a comprenderlo, ma que-sti ufficiali sono ignoranti.
— Soltanto ai fanatici, allora, si permette di uscire nel cosmo?
Tutte le loro conversazioni erano simili a questa: spossanti per il dottore, e poco soddisfacenti per Shevek, ma profondamente interessanti per en-trambi. Erano l'unico modo per Shevek di esplorare il nuovo mondo che lo attendeva. La nave stessa, e la mente di Kimoe, erano il suo microcosmo. Non c'erano libri a bordo del Pensiero, gli ufficiali evitavano Shevek e gli uomini dell'equipaggio venivano tenuti rigorosamente lontani da lui. E per ciò che riguardava la mente del dottore, per quanto fosse intelligente e cer-tamente bene intenzionata, era un guazzabuglio di artefatti intellettuali an-cor più sconcertanti di tutti quegli aggeggi, accessori e servizi vari di cui l'astronave era piena. Questi ultimi parevano assai divertenti a Shevek; o-gni cosa era data in tale abbondanza, era così elegante ed estrosa; ma She-vek non trovò altrettanto agevole l'arredamento interno della mente di Ki-moe. Le idee di Kimoe non parevano mai capaci di procedere lungo un cammino rettilineo; ogni volta dovevano aggirare questo, evitare quello, e poi finivano a sbattere in pieno contro qualche muro. C'erano delle mura-glie attorno a ciascuno dei suoi pensieri, ed egli pareva assolutamente in-consapevole della loro esistenza, anche se eternamente continuava a na-scondersi dietro di esse. Solo una volta Shevek ne vide cadere una, in tutte le loro giornate di conversazione tra i mondi.
Gli aveva chiesto perché non c'erano donne sulla nave, e Kimoe aveva risposto che il funzionamento di una nave spaziale non era lavoro da don-ne. I corsi di storia seguiti, la conoscenza degli scritti di Odo, fornivano a Shevek un contesto entro cui collocare questa risposta tautologica, ed egli non aggiunse altro. Ma il dottore a sua volta gli rivolse una domanda a proposito di Anarres: — È vero, dottor Shevek, che le donne, nella vostra società, sono trattate esattamente come gli uomini?
— Sarebbe uno spreco di ottimo materiale — disse Shevek, ridendo; poi rise ancora quando si rese conto di quanto fossero ridicole le piene impli-cazioni di quell'idea.
Il dottore esitò, evidentemente occupato ad aggirare nel modo migliore uno degli ostacoli interni della sua mente, poi parve confuso e disse: —
Oh, no, non intendevo riferirmi al lato sessuale... è chiaro che lei... che le donne... volevo dire, per quanto riguarda il loro stato sociale.
— Stato ha ora il significato di classe?
Kimoe cercò di spiegare lo stato sociale, non ci riuscì e infine ritornò al-l'argomento di partenza. — Non c'è veramente distinzione tra il lavoro de-gli uomini e quello delle donne?
— Be', no, mi parrebbe una base un po' troppo meccanica per la divisio-ne del lavoro, non dice? Una persona si sceglie il lavoro in base agli inte-ressi, alla disposizione, alla robustezza... che c'entra il sesso con questo?
— Gli uomini sono fisicamente più forti — affermò il dottore, con sicu-rezza professionale.
— Sì, varie volte, e anche più grossi, ma che importanza ha, se si hanno macchine? E anche se non si hanno le macchine, se occorre scavare col badile o portare sacchi sulle spalle, gli uomini forse lavorano più in fretta... almeno, quelli più grossi... ma le donne lavorano più a lungo. Spesso mi sarebbe piaciuto avere la resistenza di una donna.
Kimoe lo fissò ad occhi sbarrati. Lo stupore gli aveva fatto perdere le buone maniere. — Ma la perdita di... di ogni cosa femminile... della deli-catezza... e del rispetto di se stessi del maschio... Lei non pretenderà, certo, nel suo lavoro, che le donne siano uguali a lei? In fisica, in matematica, nel ragionamento? Lei non vorrà pretendere di abbassarsi continuamente al loro livello?
Shevek appoggiò la schiena alla poltrona imbottita, comoda, e si guardò intorno, nel quadrato ufficiali. Sullo schermo visivo, la curva brillante di Urras era sospesa nel vuoto, immobile contro il nero dello spazio, simile a una opale verdazzurra. Quella piacevole vista, e il quadrato, erano divenuti familiari a Shevek in quegli ultimi giorni, ma ora i colori luminosi, le pol-trone curvilinee, l'illuminamento indiretto, i tavolini da gioco e gli schermi televisivi e i tappeti morbidi, ogni cosa gli pareva estranea come la prima volta in cui l'aveva vista.
— Non penso di pretendere molto, Kimoe — disse.
— Naturalmente, anch'io ho conosciuto donne molto intelligenti, donne che potevano pensare proprio come un uomo — si affrettò a dire il dottore, accorgendosi di avere quasi urlato... di avere, pensò Shevek, picchiato i pugni contro la porta chiusa a chiave e di avere urlato.
Shevek cambiò argomento, ma continuò a pensare alla cosa. La faccenda della superiorità e dell'inferiorità doveva essere una questione centrale nel-la vita sociale degli urrasiani. Se per rispettare se stesso Kimoe doveva
considerare inferiore a sé metà della razza, come facevano le donne a ri-spettare se stesse? Consideravano gli uomini inferiori? E come si ripercuo-teva tutto questo nella loro vita sessuale? Egli sapeva, dagli scritti di Odo, che duecento anni prima le principali istituzioni sessuali urrasiane erano state il «matrimonio», un'unione autorizzata e fatta rispettare mediante san-zioni legali ed economiche, e la «prostituzione», che pareva semplicemen-te un termine più vasto, copulazione secondo le modalità mercantili. Odo le aveva condannate entrambe, e tuttavia Odo era stata «sposata». Comun-que, le istituzioni potevano avere subìto dei notevoli cambiamenti in due-cento anni. Se egli contava di andare a vivere su Urras in mezzo agli urra-siani, avrebbe fatto meglio a informarsi sull'argomento.
Era strano che anche l'attività sessuale, che gli era stata fonte di tanto sollievo, delizia e gioia per così tanti anni, potesse divenire da un giorno all'altro un territorio sconosciuto, in cui si doveva muovere con attenzione, conscio della propria ignoranza; eppure era così. Gliene avevano dato l'av-viso non soltanto la strana esplosione di collera e dispetto da parte di Ki-moe, ma anche una vaga impressione avuta qualche tempo prima, e che ora veniva messa a fuoco dall'episodio. Appena giunto a bordo della nave, nelle lunghe ore di febbre e di disperazione, Shevek si era sentito distrarre, a volte in modo piacevole, a volte in modo irritante, da una sensazione smaccatamente semplice: la morbidezza del letto. Sebbene non fosse altro che una cuccetta, il materasso cedeva sotto il suo peso con una morbidezza voluttuosa. Si arrendeva a lui, con tanta insistenza che egli ne avvertiva sempre la presenza, quando era sul punto di addormentarsi. Tanto il piace-re quanto l'irritazione prodotti in lui erano di natura decisamente erotica. E poi c'era lo strumento salvietta che soffiava aria calda da un orifizio: aveva lo stesso, identico effetto. Un solleticamento. E la linea dei mobili del qua-drato ufficiali, le curve plastiche e lisce fatte assumere con la forza a legni e metalli robusti, la levigatezza e la delicatezza delle superfici dei materia-li: non erano anche queste debolmente, insistentemente erotiche? Shevek si conosceva abbastanza bene da sapere che pochi giorni senza Takver, anche sotto quella tensione, bastavano ad accumulare in lui una carica tale da spingerlo a vedere una donna in ogni tavolino. A meno che la donna non vi fosse veramente dentro.
Che i mobilieri urrasiani fossero tutti celibi?
Rinunciò a queste speculazioni: l'avrebbe scoperto abbastanza presto, su Urras.
Poco prima che si legassero per la discesa, il dottore venne nella sua ca-
bina per controllare il progresso delle varie immunizzazioni, l'ultima delle quali, un'inoculazione contro la peste, gli aveva fatto venire nausee e ca-pogiri. Kimoe gli diede una nuova compressa. — Questa — gli disse, — la metterà in forma per l'atterraggio. — Stoicamente, Shevek la trangugiò. Il dottore cincischiò con la sua attrezzatura medica, poi d'improvviso attaccò a parlare rapidamente: — Dottor Shevek, non penso che potrò ancora at-tendere a lei, in futuro, anche se forse lo potrò, ma se non potrò desideravo dirle che è, che io, che è stato un grande privilegio per me. Non perché... ma perché... sono giunto a rispettare... ad apprezzare... che semplicemente come essere umano, la sua gentilezza, vera gentilezza...
Poiché il mal di capo gli impediva di trovare una risposta più adatta, Shevek tese la mano e strinse quella di Kimoe, dicendo: — Ma allora in-contriamoci nuovamente, fratello! — Kimoe gli restituì una stretta di mano nervosa, alla maniera urrasiana, e uscì di fretta. Quando se ne fu andato, Shevek si accorse di avergli parlato in pravico, chiamandolo ammar, fra-tello, in una lingua che l'altro non poteva comprendere.
L'altoparlante della parete lanciava ordini. Legato alla cuccetta, Shevek li ascoltò con mente annebbiata e distaccata. Le sensazioni della discesa ispessirono la nebbia; fu conscio di poche cose, salvo della fonda speranza di non vomitare. Non si accorse che la nave era atterrata fino a quando Kimoe non giunse di corsa in cabina e lo trascinò fuori, nel quadrato uffi-ciali. Lo schermo visivo che per tanto tempo aveva mostrato l'immagine luminosa e velata di cordoni di nubi di Urras, era spento. La stanza era piena di gente. Da dove era venuta? Fu sorpreso e compiaciuto della pro-pria capacità di stare in piedi, camminare, stringere mani. Si concentrò su queste azioni, e lasciò che il significato gli sfuggisse. Voci, sorrisi, mani, parole, nomi. Il suo nome, che continuava a essere ripetuto: dottor Shevek, dottor Shevek... Ora egli e tutti gli sconosciuti intorno a lui scendevano per una rampa tappezzata, le voci erano forti, le parole echeggiavano sulle pa-reti. Il rumore delle voci si assottigliò. Una strana aria gli sfiorò il viso.
Alzò gli occhi verso il cielo, e mentre muoveva il piede dall'ultimo sca-lino della rampa al terreno, inciampò e per poco non cadde. Pensò alla morte, in quell'intervallo di vuoto fra l'inizio di un passo e il suo termine, e alla fine del passo era su una nuova terra.
Una sera ampia e grigia lo circondava. Luci azzurre, velate dalla foschia, erano accese assai lontano, all'altro estremo di un campo nebbioso. L'aria che gli sfiorava il viso e le mani, che gli entrava nelle narici, nella gola e nei polmoni, era fredda, umida, carica di molti profumi indefinibili, dolce.
Non la sentiva affatto straniera. Era l'aria del mondo da cui era giunta la sua razza, era l'aria di casa.
Qualcuno l'aveva preso per il braccio quando era incespicato. Lampi di luce lo colpirono. I fotografi stavano filmando la scena per i notiziari: «Il primo uomo dalla Luna»; una figura alta e fragile in mezzo a una folla di dignitari e professori e agenti di pubblica sicurezza, con la testa bella e ir-suta molto eretta (in modo che i fotografi potessero coglierne ogni conno-tazione) come se cercasse di guardare al di sopra dei proiettori, nel cielo: il grande cielo di nebbia che nascondeva le stelle, la Luna, tutti gli altri mon-di. I giornalisti cercarono di irrompere al di là degli anelli di poliziotti: «Volete farci una comunicazione, dottor Shevek, in questo momento stori-co?» Furono cacciati indietro, immediatamente. Gli uomini intorno a lui lo spinsero avanti. Venne portato all'automobile che lo attendeva, emi-nentemente fotografabile fino all'ultimo istante grazie alla statura, ai lunghi capelli e la strana espressione di dolore e di rimembranza che aveva sul volto.
Le torri della città s'innalzavano nella nebbia, simili a grandi e strette scale a pioli nella luce confusa. In alto passavano i treni, nastri luminosi e urlanti. Poderose muraglie di pietra e di vetro si affacciavano sulle strade, al di sopra della corsa di auto e di tram. Pietra, acciaio, vetro, luce elettrica. E nessun volto.
— Qui siamo a Nio Esseia, dottor Shevek. Ma è stato deciso che fosse meglio tenerla lontano dalla folla cittadina, per il momento. Ora ci rechia-mo direttamente all'Università.
C'erano cinque uomini con lui nell'interno buio, morbidamente imbottito dell'auto. Gli indicarono dei punti importanti, ma nella nebbia non poté ca-pire quale di quei grandi, vaghi, fuggevoli edifici fosse l'Alta Corte, quale il Museo Nazionale, il Direttorato e il Senato. Attraversarono un fiume, o un estuario; i milioni di luci di Nio Esseia, diffuse dalla nebbia, tremolaro-no sull'acqua scura, dietro di loro. La strada si fece più buia, la nebbia si fece più spessa, l'autista rallentò la velocità del veicolo. I fari illuminavano la nebbia come un muro che continuava a ritirarsi davanti a loro. Shevek si sporse leggermente in avanti, per osservare. I suoi occhi non erano a fuoco, e neppure la sua mente, ma il suo viso aveva un aspetto grave e distaccato, e gli altri parlavano piano, rispettosi del suo silenzio.
Che cos'era quell'oscurità più profonda che scorreva interminabilmente a fianco della strada? Alberi? Possibile che avessero viaggiato, fin da quan-do avevano lasciato la città, in mezzo ad alberi? Gli venne in mente la pa-
rola iotica: «foresta» Non si sarebbe aperto improvvisamente davanti a lo-ro il deserto. Gli alberi continuavano senza fine, sul pendio davanti a loro e su quello che lo seguiva, e poi sul successivo, ritti nel dolce freddo della nebbia; senza fine, una foresta che copriva tutto il mondo, un rapporto re-ciproco di vite in lotta tra sé, un oscuro movimento di foglie nella notte. Poi, mentre Shevek ancora se ne meravigliava, mentre l'auto, uscendo dal-la nebbiosa valle del fiume, entrava in un'atmosfera più chiara, apparve a fissarlo, dall'oscurità sotto le fronde affacciate sulla strada, per un solo i-stante, una faccia.
Non assomigliava ad alcuna faccia umana. Era lunga come il suo brac-cio, e bianca in modo spettrale. Il respiro usciva sotto forma di vapore da quelle che dovevano essere le nari, e terribile, inconfondibile, c'era un oc-chio. Un occhio grande, scuro, melanconico, forse cinico? che sparì nel lampo dei fari del veicolo.
— Che cos'era?
— Un asino, no?
— Un animale?
— Sì, un animale. Santo Dio, è vero! Non avete animali di grossa taglia su Anarres, no?
— Gli asini sono un po' come i cavalli — spiegò un altro degli uomini, e un terzo, con voce ferma, da persona anziana: — Quello era davvero un cavallo. Non ci sono asini di quella taglia. — Avrebbero voluto parlare con lui, ma Shevek aveva nuovamente smesso di ascoltare. Pensava a Takver. Chiese ancora cosa avrebbe potuto dire a Takver quello sguardo profondo, asciutto, scuro, uscito dall'oscurità. Takver aveva sempre saputo che tutte le vite sono una comunità, gioito della propria consanguineità con i pesci delle vasche del suo laboratorio, cercato di conoscere, di sperimentare, le esistenze che giacciono al di là del confine umano. Takver avrebbe saputo come restituire lo sguardo a quell'occhio spuntato dall'oscurità sotto gli al-beri.
— Ecco Ieu Eun, là davanti. C'è una vera folla in attesa di conoscerla, dottor Shevek; il Presidente, molti Direttori, e il Cancelliere, naturalmente, e ogni tipo di pezzi grossi. Ma se lei è stanco, cercheremo di ridurre i con-venevoli al minimo possibile.
I convenevoli durarono parecchie ore. Egli, in seguito, non riuscì mai a ricordarli con chiarezza. Venne spinto fuori dalla piccola scatola nera della vettura, fino a una grossa scatola illuminata piena di gente: centinaia di persone, sotto un soffitto dorato da cui pendevano lampade di cristallo.
Venne presentato a tutti. Ciascuno di loro era di statura inferiore alla sua, e calvo. Le poche donne presenti erano glabre perfino sulla testa; poi com-prese che dovevano radersi tutto il corpo: radersi la peluria sottile, morbi-da, corta della sua razza, e anche i capelli. Ma li sostituivano con abiti me-ravigliosi, clamorosi nel taglio e nel colore: le donne in gonne lunghissime che spazzavano il suolo, il seno nudo, la vita il collo e il capo adorni di gioielli e pizzi e veli, gli uomini in calzoni e cappe o tuniche rosse, az-zurre, viola, oro e verde, con maniche aperte e sbuffi di merletto, o lunghi gonnellini rossi, verde cupo o nero che si aprivano al ginocchio per mo-strare calzini bianchi, dalle giarrettiere argentate. Un'altra parola iotica venne in mente a Shevek, una parola che non aveva mai saputo a cosa ap-plicare, anche se il suono gli piaceva: «splendore». Ecco, questa gente a-veva splendore. Vennero tenuti discorsi. Il Presidente del Senato della na-zione di A-Io, un uomo dagli occhi strani, gelidi, propose un brindisi: «Al-la nuova èra di fratellanza tra i Pianeti Gemelli, e al messaggero di questa nuova èra, il nostro eminente e graditissimo ospite, il dottor Shevek di A-narres!» Il Cancelliere dell'Università gli parlò in modo affascinante, il Primo Direttore della Nazione gli parlò in modo assai serio, venne presen-tato ad ambasciatori, astronauti, fisici, politici, decine di persone, ognuna delle quali aveva lunghe liste di titoli e onoreficenze sia prima che dopo il nome, ed esse gli parlarono, ed egli rispose loro, ma più tardi non ricordò nulla di quanto aveva detto ciascuno, e men che meno ciò che aveva detto lui. Molto tardi, quella notte, si trovò insieme con un piccolo gruppo di uomini che camminava sotto la pioggia tiepida in un grosso parco o in una piazza. Si sentiva sotto i piedi la cedevolezza elastica dell'erba verde; la ri-conobbe perché aveva camminato nel Parco Triangolare di Abbenay. Quel vivo ricordo e l'ampio, freddo tocco del vento notturno lo destarono. La sua anima uscì dal nascondiglio.
I suoi accompagnatori lo condussero a un edificio e una stanza che, co-me gli spiegarono, era «sua».
Era ampia, lunga circa dieci metri, ed evidentemente si trattava di una camerata comune, dato che non c'erano divisioni né predelle per dormire; evidentemente, i tre uomini rimasti con lui dovevano essere i suoi compa-gni di stanza. Era una bellissima camerata, con una parete composta inte-ramente di una serie di finestre, divise tra loro mediante sottili colonne che si innalzavano, simili ad alberi, fino a formare un doppio arco, in cima. Il pavimento era ricoperto di un tappeto rosa, e all'altro estremo della stanza c'era un fuoco, in un focolare aperto. Shevek attraversò la stanza e si fermò
davanti al fuoco. Non aveva mai visto bruciare del legno per riscaldarsi, ma ormai non si stupiva più di nulla. Tese le mani verso il piacevole tepo-re, e si sedette su una panca di marmo levigato, accanto al focolare.
Il più giovane dei suoi accompagnatori si sedette di fronte a lui. Gli altri due erano ancora intenti a parlare tra loro. Parlavano di fisica, ma Shevek non aveva tentato di ascoltare il loro discorso. Il giovane disse in tono tranquillo: — Mi chiedo come si possa sentire, dottor Shevek.
Shevek allungò le gambe e si piegò in avanti per sentire sul volto il tepo-re del fuoco. — Mi sento pesante.
— Pesante?
— Forse la gravità. O sono stanco.
Alzò lo sguardo sull'altro, ma tra loro c'era il bagliore del fuoco, e il vol-to del suo accompagnatore non si distingueva chiaramente: soltanto il luc-cichio di una catena d'oro e il rosso scuro e brillante della toga.
— Non conosco il suo nome.
— Saio Pae.
— Oh, Pae, già. Conosco i suoi articoli sul Paradosso.
Parlava con voce pesante, insonnolita.
— Ci dev'essere un bar, qui. Le stanze degli Anziani di Facoltà hanno sempre l'armadietto dei liquori. Desidera qualcosa da bere?
— Acqua, sì.
Il giovane riapparve con un bicchiere d'acqua mentre gli altri due si av-vicinavano per unirsi a loro accanto al fuoco. Shevek bevve avidamente l'acqua e si mise a fissare il bicchiere che stringeva in mano: un oggetto fragile, delicatamente sagomato, che rifletteva il bagliore del fuoco sul bordo dorato. Si accorse della presenza dei tre uomini, del loro atteggia-mento, mentre stavano accanto a lui, in piedi o seduti, protettivi, rispettosi, proprietari.
Sollevò lo sguardo su di loro, e osservò un volto dopo l'altro. Tutti lo fis-sarono, in attesa. — Bene, mi avete — egli disse. E sorrise. — Avete il vo-stro anarchico. Che cosa contate di farne?

Anselm Jappe Guy Debord pdf

domenica, novembre 24, 2013

Robert Kurz : Die Antideutsche Ideologie pdf

Matrix

immaginazione e paranoia sono strettamente legate: la paranoia è sostanzialmente una credenza in un “Altro dell’Altro”, in un altro Altro che, nascosto dietro l’Altro dell’esplicita tessitura sociale, programma (per come ci appare) gli effetti imprevisti della vita sociale e così garantisce la propria consistenza: al di là del caos del mercato, della degradazione della morale ecc.. c’è la predeterminata strategia del popolo ebraico… Questa posizione paranoica ha acquistato ulteriore impulso con l’attuale digitalizzazione della nostra vita quotidiana: quando la nostra intera esistenza (sociale) è progressivamente estrinsecata-materializzata nel grande Altro della rete informatica, è facile immaginare un malvagio programmatore che cancella la nostra identità digitale, spogliandoci in questo modo della nostra esistenza sociale, trasformandoci in non-persone.  Zizec (Matrix)

The Matrix Zizek Slavoj su IBS



un giorno mi sono svegliato
con la forza di fuggire
via lontano da questi luoghi
dalla famiglia che non protegge i propri figli
dalla gente che processa in piazza l'anarca
con la sangue pieno di merda
e la mente piena di paranoie
che mi guidavano passo dopo passo
come una maionetta
nelle strade di Venezia
del carnevale
dove le parti si scambiavano
e il servo diventava padrone
della tua vita
ma non per un giorno
per tutta la vita
come Robin Hood
tornavo dalle batteglie
sulle strade d'Italia
e trovavo la mia vita
capovolta in un mio mondo totalitario
da parte di una merda un eminenza grigia
che guida una mare di stolti
con i denari della finanza

un giorno mi sono svegliato
a Venezia davanti a miei figli
e mi hanno detto
che tutto era un illusione
la mia vita un inganno
la mia solitudine una pesecuzione
pagata alto prezzo
non ero un uomo ma un esperimento
un pariah del terzo millennio
come gli ebrei del passato non avevo cittadinaza
scomunicato dalla chiesa
e torturato dal partito
un comico demenziale del avanspettacolo
surreale trapassavo le scene della società
dello spettacolo
senza paura inchiodavo alla croce
le mie illusioni
la fine della storia
era una cerimonoia essoterica
andato in onda sul terzo canale
sotto il segreto di stato
all'ambasciata francese

dato per morto per la novantesima volta
l'unico tornava sul luogo del delitto
con l'aiuto del consiglio
la forza di pan
dimostravo al mondo come
un criminale anarchico
un comunista stirneriano abbia dignità
il potere lo stato e l'Ordine
senza vergogna alcuna
non rispettano i patti
ma un incantesimo vi seppellirà
come Abbie Hoffman do fuoco al vostro denaro
quello per cui violentate il mondo
che sia fatta la mia volonta

mercoledì, novembre 20, 2013

Traditore di tutto

 

Traditore di tutto

Il collasso è vicino per un traditore
traditore di tutto
che non ha più nussun valore d'uso
per la moltitudine operosa
non ho più niente di cui vantarmi se mi accusi di essere un sionista assassino
che trucidava bambini
bevendone il sangue come un vampiro
per essere immortale
ma che ci posso fare se penso di essere diverso
un freak il mostro della laguna nera
per colpa delle leggi speciali
sono il traditore di tutto

il collasso è vicino per un traditore
un suicidio di stato ben orchestrato
dall'ultimo uomo e dal partito
la moltitudine pensa al denaro che non arriva più
ha dimenticato la classe
il sangue non è acqua

il diritto di avere diritti
dentro e contro lo Stato
per un reddito incondizionato di base
il comunismo qui ed ora
parole al vento per le moderne masse lobbiste
che vogliono solo vivere sulla non vita dei capri espiatori
come licantropi mangiano la carne del capro
che però si trasforma nel posmoderno dioniso
e le baccanti vanno alla caccia di questa moltitudine
e della sua coda di paglia
dalla sofferenza può nascere nuovo amore
il male che cura il traditore di tutto

un rivoluzionario quando le sollevazione vengono a mancare
scende nel crimine più atroce
un rivoluzionario si sacrifica
per gli altri
seguendo il culto dell'arte
si svende al miglior offerente
per il movimento
impazzisce nei manicomi a cielo aperto
ritorna come il viandante dai propri figli
dalla propria specie

martedì, novembre 19, 2013

la banalità del male


Ucronia Pop Anarchy
1979

Perchè questi ricordi sono stati cancellati? io c'ero ho visto tutto
con mio zio e il vecchio siamo stati testimoni della banalità del male
perchè è l'onore per duto dello Stato!
7 bamibini uccisi da uno stalinista e sua moglie come gattini indifesi
la banalità del male
vendicarsi dei perfetti socialisti veri
preti stalinisti poliziotti magistrati
tutti volevano la loro confessione
dovevano dire che commerciavano in droga
con lo stesso stalinista che poi ammazera i loro figli
è stata la vendetta di uno stato corrotto e mafioso contro chi non si era mai omologato piegato e non ha mai violentato anima viva
uomini che sognavano una sinistra unita
parlavano di libertà, di socialismo e del concetto di autonomia operaia troppo per i burocrati
il capro espiatorio da sacrificare sull'altare della patria

1979 un anno cancallato dalla storia di questo paese usando quelle medicine
usando il terrore, usando il denaro della lobby, anche i più forti hanno ceduto
ma c'è ancora un capro espiatorio che non molla
vive nella sacra famiglia dove regna la banalità del male
persone che non hanno spina dorsale
che si divertivano a rubare i figli degli altri
per ordine del capo il burocrate senza dignità bravo a parlare alle folle
ma pieno di scheletri nell'armadio
la banalità del male
un ebreo della tribù di cannan sa cos'è

l'anticristo

poi c'è chi parla del mostro dell'anticristo
un dissacrante demian
che voleva diventare presidente degli USA
del sangue versato
ma la guerra non l'abbiamo inziata noi
siamo come una specie in via d'estinzione
che scrive una canzone
per non morire da solo
che non vede più nel futuro
ma sa che la strage degli innocenti non è solo fantasia
ma dura realtà per gli stolti
che si credono invincibili
chi è il vero mostro? il vero criminale?
il capro espiaotrio che è stato fatto impazzire o il soldato di cristo il fascista rosso che violenta e uccide per divertimento
del artista alternativo e del fascio infame

poi c'è chi parla del mostro e dell'anticristo
un dissacrante demian
che non è riuscito a diventare presidente degli USA
ma una pallotola spuntata la riportato al villaggio all'isola felice
infame e maledetta

domenica, novembre 10, 2013

Utopie letali. Il nuovo libro di Carlo Formenti


qui su IBS si può acquistare

 Prefazione

Utopie Letali è un titolo spiazzante, che suscita curiosità e perplessità. Questo perché si tratta in qualche modo di un ossimoro, visto che siamo soliti associare un significato positivo alla parola utopia, usandola come sinonimo di sogni, desideri e speranze in un mondo migliore. Perché dunque affiancarle quell’aggettivo: letali? Eppure sappiamo che, a volte, le utopie producono effetti imprevedibili, se non catastrofici. Le destre, per esempio, ce lo ricordano continuamente, soprattutto dopo la caduta dei regimi socialisti dell’Est Europa: avete visto quanti orrori ha generato l’utopia comunista? Un ritornello che, in campagna elettorale, viene usato per proiettare un’ombra inquietante su una sinistra socialdemocratica che ha scontato da tempo i suoi peccati e che, della parola comunista, non ricorda nemmeno il significato, mentre, negli attacchi alle sinistre radicali, acquisisce il sapore di un esorcismo contro il vecchio spettro che non si decide sparire. Ma le utopie letali con cui polemizza questo libro sono di tutt’altro genere: anche queste sono utopie “di sinistra”, ma hanno poco a che fare con l’utopia comunista che ancora spaventa il capitale, si tratta delle utopie di quelle sinistre “movimentiste” postmoderne, postideologiche, postmateriali, postindustriali (l’elenco potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma ve lo risparmio) che hanno sostituito le velleità rivoluzionarie con il sogno di un crollo indolore del capitalismo che dovrebbe essere provocato da improbabili mutazioni della psicologia e dell’antropologia individuali, oppure dalle lunghe marce per i nuovi diritti, o dall’invenzione di “terze vie” che ci proiettino oltre la dicotomia fra pubblico e privato, oppure da tutto questo assieme e da altro ancora.
La lista delle ideologie chiamate in causa è lunga e, apparentemente, eterogenea: neo e postoperaisti, neo anarchici, benecomunisti, girotondini, parte dei movimenti femministi, ecologisti e pacifisti; soggetti in cerca di riconoscimento identitario; entusiasti della democrazia di Rete; paladini dei nuovi diritti, ecc. Ho detto apparentemente eterogenea perché, in realtà, le schegge di questa galassia presentano molti tratti comuni: danno per scontata la necessità di “andare oltre” (non di ripensare criticamente) la storia e la cultura politiche del Novecento (dopodiché rispolverano ideologie ottocentesche); sono antigerarchici e antiautoritari (ma si organizzano in piccole sette guidate da piccoli leader carismatici); sono più attenti ai diritti personali e individuali che ai diritti sociali e collettivi; esaltano il ruolo democratizzante dei nuovi media (ignorando il fatto che sono stati ormai colonizzati da governi e corporation); hanno occhio solo per il lavoro immateriale di knowledge workers, creativi o per il lavoro autonomo (che scambiano per una nuova avanguardia politica e culturale, in barba all’incapacità di questi soggetti di esprimere coscienza antagonista); rifiutano l’idea stessa di partito come organizzazione degli interessi di una parte sociale contro il “bene comune”, alla quale sostituiscono vaghi modelli movimentisti; infine sono radicalmente “antistatalisti”, pretendendo di condurre la lotta contro la proprietà privata in nome di un concetto di bene comune proiettato “oltre il pubblico e il privato”. La tesi di fondo che troverete nel libro che avete in mano, è che tali caratteristiche attribuiscono a queste culture politiche un alto livello di contiguità con l’ideologia liberale che vorrebbero combattere. Sono utopie letali perché, invece di canalizzare l’energia antagonista che abita in un corpo sociale martoriato da trent’anni di “guerra di classe dall’alto”, la disperdono su obiettivi illusori o marginali e, quindi, indeboliscono le possibilità di ripartenza di una “guerra di classe dal basso”.
Questa la pars destruens del libro, la parte propositiva si articola viceversa su quattro tesi di fondo che vengono argomentate in altrettante sezioni del libro: 1) la crisi in corso segna un mutamento irreversibile del modello di accumulazione capitalistica e ha provocato il definitivo divorzio fra democrazia e mercato, per cui oggi viviamo sotto regimi postdemocratici in cui gli interessi del capitale globale governano direttamente, senza mediazione politica, le nostre vite; 2) le nuove classi medie occidentali, che negli anni Novanta avevano accarezzato il sogno di una economia della conoscenza e di un superamento pacifico del capitalismo, sono state letteralmente fatte a pezzi dalla crisi; in compenso, oggi assistiamo a una controtendenza alla concentrazione del proletariato globale che ha i suoi nuclei di condensazione nella classe operaia dei Paesi in via di sviluppo, e nei nuovi poveri dei Paesi occidentali, perciò il fronte di opposizione antagonista al sistema capitalistico può e deve essere ricostruito a partire da lì; 3) le esperienze dei movimenti degli ultimi decenni insegnano che spontaneismo, orizzontalismo organizzativo e culturalismo (si parte dalle identità e non dall’appartenenza di classe) non pagano; occorre quindi tornare a riflettere sull’idea di partito come organizzazione antagonistica degli interessi di classe, un concetto che va tuttavia adeguato alle attuali condizioni di frantumazione delle soggettività, inventando nuove forme organizzative e nuove procedure decisionali; 4) il capitalismo non cade da solo, né possiamo illuderci che siano le richieste di diritti e riconoscimenti identitari a rovesciarlo, quindi non basta tornare a ragionare sul partito, occorre tornare a ragionare, con Gramsci, anche sul “farsi stato” delle classi subordinate e sulla loro capacità egemonica, se si vuole gestire la transizione a una civiltà postcapitalista.

l'ossessione



è stato il turco
a giocare con la mia vita
a spingermi nel bicchiere
a varvare quella soglia
è così facile impazzire di gioia
solo per fare uscire il padrino dal guscio
dalla prigione della mente
l'ossessione del malato immaginario

è stato il turco
di nuovo come un ladro nella notte
come un figlio che si ribella al padre
cantando le rime in paranoia

da solo come un cane
mi lecco le ferite
e penso continuamente
alla ricerca all'avanguardia
che non c'è più
solo poche parole messe male
senza senso
un disturbo del linguaggio mi ha distrutto
per anni una macchietta
solcava i mari di questa terra
solo l'esplosione poteva fare
la mia vendetta
un piatto che va magiato freddo
non è un grido non è neanche una domanda
di grazia
 ma solo il rispetto di una sentenza
dell'uomo che muore

sempre il turco
recitava la sua parte
di agente provocatore
di infiltrato per beccare
una medaglia dello stato
e i soldi della borsa
e passare alla storia
il più giovane militante
di un età che non c'è più

qualcuno mi dice
che il turco
mi pensa, mi cerca nei territori della psiche
dell'altro mondo
fa domande a bisogno ancora del suo padrino

a volte anche se sembra impossibile
sento la sua voce
è cambiato il vecchio turco
fa posto ad un soldato della diserzione
l'agenzia non la dimenticato

domenica, novembre 03, 2013

il mio inferno



Io ho il mio girone dell'inferno personale
popolato di demoni angelici e voci di streghe
scimmie parlanti e stalker senza rime
combatto lotto vicino al suicidio
cammino sulla linea a volte la supero
per avere un certificato
incapace di intendere e volere
ma non mi riconoscono
la gente recita la sua parte
per i soldi venderebbero i propri figli

cerco una definizione una linea di condottra
io che non ho mai venduto la mia causa
io che non ho mai creduto nel loro dio
dell'amore e dell'odio del diverso
io che mi sono bevuto anche l'anima
per vivere e non per divertimento
non un è gioco e non dura poco
questa partita con la morte
la gioco a sorte
alzo la moneta
ed aspetto la fine
perchè è un inzio

i visi pallidi ci hanno estinto
nelle riserve ci hanno rinchiuso

con la peste ci hanno contagiato
ma ancora hanno paura
ancora vanno in giro con la scorta
porta a porta si fa la condanna del silenzio

l'omertà è legge 
per il futuro della famiglia si fa la scorta
in svizzera
si guarda online il proprio conto in banca
come licantropi cambiano personalità
come mentecatti credono di esorcizzare le forze primordiali
ma il giorno della conta si avvicina
Io il giorno della vendetta ci sarò
l'inferno è qui sulla terra credetemi
ed io sono il diavolo
gloria a baal!

sabato, novembre 02, 2013

quelli del complotto giudaico




quelli del complotto giudaico sono tanti e diversi
hanno una fede, una gnosi, che li unisce
sono credono di essere dei rivoluzionari
gli ultimi della specie homo sapiens zeta neuroni
li guidava una dea madre
sposata al finaziere
uomo buono che da soldi alla gente
per violentare e struprare ed anche ammazzare
e qui si tocca il fondo
la dea madre dai trascorsi nazisti
torturatrice dei partigiani
difende la sinistra
il capro espiatorio sennò torna la rivolta
l'autonomia la libertà del sociale, l'anarchia
chissà che fine ha fatto la dea madre?
quelli del complotto giudaico
hanno un menico comune che li abbatte
ogni volta che aprono bocca
un incubo che gli toglie il fiato di notte
quelli del complotto giudaico
sono i primi a scappare
quando tutto va a puttane
e i soldi vanno a fuoco per davvero
nelle loro mani di catapesta
quelli del complotto giudaico
fanno veramente schifo
sono un cancro un infezione
la corruzzione del movimento
parlano di sistema e senza saperlo rimpiangono hitler
ma c'è sempre qualcuno più forte di te
a quelli del complotto giudaico
gli piace fare gli squadristi
venire nelle case di notte
prenderti nel letto
portare l'olio di ricino, l'eroina
ma per far rispettare la legge antica
basta uno stregone folle e il suo sangue
in memoria di me
 Io sono Hasan al Sabah
io sono il signore Hashishin
Io sono il Vecchio della Montagna
Io sono il Custode del giradino delle Delizie
Io sono il Distruttore della Città
Io sono Tornato

quando c'era il veglio della montagna 
qualcuno aveva un pensiero per te
un dono che ti faceva felice 
come un musicista che trova l'ispirazione
una missione  impossibile come 007
ti dedicavi alla provocazione
ora che la rivoluzione non era più di moda
 e cavalcavi l'onda con dietro uno squalo
dai anche questa è storia 
ma nessuno la racconta

Io sono Hasan al Sabah
io sono il signore Hashishin
Io sono il Vecchio della Montagna
Io sono il Custode del giradino delle Delizie
Io sono il Distruttore della Città
Io sono Tornato

era uno ma tanti il vecchio 
una legione delle tenebre
e dalle tenebre apparve gesù
non aveva capelli lunghi 
non portava l'eschimo
non suonava indipendente
non si faceva più
non beveva più
aveva un figlio
un personaggio in cerca d'autore
uno che il padre lo protegge

mercoledì, ottobre 30, 2013

estradizione

estradizione

29 ottobre 2013 alle ore 19.24
ho perso la memoria
racchiusa in un microchip
venduta al miglior offerente
dovrei scrivere sulla pelle
la mia storia
ma è sfuggevole come la neve al sole
ho bevuto l'infinito
fino all'ultimo bicchiere
solo come un cane
cane rabbioso cane sciolto
pronto all'esplosione
per una nuova missione
c'è un agenzia che mi chiama
illuminati
c'è un vecchio che mi guida
il vecchio della montagna
in questa valle di lacrime
essere e fare gli infiltrati
è un lavoro duro
per un mondo nuovo
il comunismo qui e subito
agente provocatore, pronto?
lei è uno di noi
così vivono gli ebrei
che hanno perso la fede
che non hanno mai avuto la fede
i figli di canaan una tribù in via di estinzione
una tribù che non ha cittadinanza
intoccabile è la loro dignità
penso a l'estradizione
una lunga  strada in questa città di santi
e di eroi truci
pronti a tutto per l'onore perduto dello stato
pronti a tutto per la famiglia per il conto in banca
si riempono la bocca di parole
sinistra è la loro morale
infame è la loro legge
ma c'è chi si è ribellato
ma c'è chi ha messo la sua vita prima di tutto
di tutto il mondo
ma viene il momento che l'unico pensa alla sua proprietà
pensa all'estradizione
anche se un esercito un secondo livello di mercenari
fa la voce grossa
io non ho più nulla da perdere



domenica, ottobre 27, 2013

JUnkie il diavolo


27 ottobre 2013 alle ore 8.17
non è succeso tutto all'improvviso
ci furono mesi di preparazione di studio
esercizio ascesi meditazione
fervida immaginazione
un sogno mi guidava nei movimenti
per giugere a quel giorno
esplodere nella città
in preda al delirio della droga
portare la cultura maledetta
per l'ultima volta sulla breccia
diventare eroe per un girno
una notte da leoni
e poi fuggire pensando di averla fatta franca

ma un mese della mia vita è stato cancellato
uno dei tanti
tra roma parigi venezia
cecchini cantantesse e presidenti
finiva la leggenda dell'infiltrato
del refrattario del socialismo alla francese
la società dello spettacolo
omaggiava il terrorista
 gli dedicava una trasmissione
con spot pubblicitari
un buon whisky per dimenticare
il male del riso senza tempo
che strazio la vita
del diavolo che si credeva gesù il nazereno

c'era il prezzo da pagare
un intera vita andava ai resti
una sentenza di morte
una fatwa senza ritorno
le siringhe di eroina
le minacce senza fine
la scimmia sulla schiena
orchestrata dal partito fattosi stato
un gruppo di mercenari
licantropi ben pagati volenano passsare alla storia
distruggendo l'icona dell'altro mondo
il padre che tutti hanno amato

il dolore la paura la paranoia
senza una via d'uscita
un incubo attacato al petto
forse sono morto
gettandomi dalla finestra
ma chissà se l'esperimento
ha ancora qualcosa da dire
forse attendo la ricompensa
forse manca un capitolo
alla fine del libro

 mi chiamavano junkie
quest'amici di sventura
chissà se si ricordano
dei bagordi della poesia
del diavolo

sabato, ottobre 26, 2013

sentire le voci ...come dei matti

sentire le voci come dei matti

26 ottobre 2013 alle ore 17.29
mi sveglio al mattino
pieno di buone intenzioni
voglia d'amore per il prossimo
per un minuto non soffro
la mente rimane in silenzio
poi mi perdo per strada
ripetendo sempre la stessa domanda
dove sei? cerco la luce? oscura mietitrice?
la risposta è ovvia è sempre accanto a me
ricerco la voce, le voci
che mi hanno abbandonato
come un santo in crisi mistica
attendo la volontà del dio sconosciuto

 un tempo si rideva come dei matti
oggi si parla da soli come dei matti
 
continuo a parlare pensare
in ripetizioni osessive
uccido i miei nemici
e poi ti vengo a cercare
nevrosi persecutorie
la voce ha un altro timbro
mio figlio, credo di essere padre,
si affaccia alla porta del limbo
una montagna sacra un tunnel inesplorato
il sorriso si è spento beffardo
un dialogo fatto di mezze parole
di ricordi
di uomini maledetti
di storie maledette

un tempo si rideva come dei matti
oggi si parla da soli come dei matti

così si crea il mostro
così lo stato si rigenera
in pasto ai pescecani
finiamo fratelli
per il bene comune

giovedì, ottobre 24, 2013

L'anti-italiano

 

L'anti-italiano

23 ottobre 2013 alle ore 11.02
loro si divertono così
pagati per fare gli stalker
nella zona franca
camminano fieri
nella via della mano sinistra
così credono tra gesù e belzebub
ma il sentiero è pieno di insidie
prove per diventare maestri nell'arte
alieni agli uomini e guardiani di un mondo
in via d'estinzione
l'anti-italiano muore
e poi rinasce

ogni ideologia è buona per questa causa
quella del senso dello stato
il corporativismo del fascio
suggella un patto nella gioisa comunità
dall'anticonformista all'ultimo uomo
che si incontrano
in questo strano porto di mare
dove tutte le vacche sono grigie
il sacrificio si ripete
 l'anti-italiano muore e poi rinasce
per trenta denari


martedì, ottobre 22, 2013

i fumetti del terrorista

 

i fumetti del terrorista

21 ottobre 2013 alle ore 9.55
ho sognato un altra vita
un altro volto
un altra voce
un altra madre
un altro padre desaparesido
altri amici
pronti coi pugnali
a segnare il goal della vita
la lotteria tanto attesa
sacrificandomi sull'altare della patria
così nasce un terrorista
con i suoi fumetti
le sue ideosincrasie delittuose
le sue provocazione maldestre
la sua rabbia mal riposta
le sue ossessioni del linguaggio
la sua violenza illustrata
sui giornali del regime
il segreto di stato
sempre onniscente

le solite parole
per non fare i conti con la passato
il presente la sentenza della comunità internazionale
persecuzione razziale
ma la gente continua a perseverare
una litania vergognosa
è un terrorista che legge fumetti
con la testa  piena di favole
incubi e succubi pronti all'assalto

odiato per denaro da uno scame di cavallette
anche il cattivo maestro vuole la sua parte
del bottino
 lascia a noi agitatori di professione
la politica
tu sei solo un povero malato di mente
e il presidente accecato dal potere
invidioso
come il finaziere della conoscenza dell'invisibile
del terrorista che legge i fumetti
tu sei solo uno scherzo del destino

l'infiltrato

20 ottobre 2013 alle ore 13.50
tra le forme d'arte contemporanea
quella dell'infiltrato
dell'agente provocatore
è la più luminosa e controversa
splende di luce propria
sacrifica la sua vita
per il nulla
dove il movimento è tutto
ma forse è solo l'apparenza
delle cose
scavando con le mani
si può vedere una colonia
un mondo reso invisibile agli uomini
ma vivo di sangue e colore
immortale come la nostra anima persa

quando ormai le vecchie categorie
sono come cani morti
zombi che ritornano nel luogo del consumo
di idelogie defunte
si può solo speare nel messaggero
che porta la dolce novella
diventato per amore dell'uomo
un fuggiasco del pensiero e dell'azione
un cristo fuggito dal circo
un criminale politico
un ubriacone molesto
un tossico alle prime armi
un penitto cronico
un ciarlatano che vende la pillola della felicità
e del suicidio
ma ha dentro il cervello un microchip con la semplice verità
perchè solo la verità è rivoluzionaria

domenica, ottobre 20, 2013

la rieducazione

lasciato il mondo alle spalle
penso per esclusione
sono un individualista perchà nichilista
sono nichilista perchè anarchista

respiro contro
la macchina della paranoia
a volte bevo
per stordirmi
uscire di senno
ricongiungermi a pan
la mia voce cambia di tono
una triplofonia
una trance mistica
ma non riesco a suonarla
la voce
è stato un processo lento e costante
non c'è più un fuori
dentro e contro
doppio triplo gioco
un arte che può costare la vita

se vado a ripensare
all'inizio della rieducazione
vedo siringhe di eroina
per spezzare un refrattario
per un bel suicidio di stato
la torazina per ricodare
l'olocausto della mia vita
parole sussurate nel sonno
nel reparto di psichiatria
come voci notturne
demoni gentili prima e poi mostri
senza faccia
per una lobotomia frontale
legittimata dalla società civile
un club esclusivo
lobby della vergogna ignominiosa

ora che non c'è più un futuro
penso alla trasformazione
alla catalessi del principe
 penso a quei capelli
quegli occhi quella voce
che per poco sono stati
vicini solidali
come disse il poeta
devo cambiare la tua la mia vita

 la rete molte volte è gelida come la vita per questo compro libri e ne scarico altrettanti ma ne leggo solo il 5% si solo il 5% credeva in me non è fortuna ma solo istinto di sopravvivenza braccato come i lupi dal cacciatore perdevo i miei fratelli ma con un ringhio alieno offendevo il nemico l'avversario...
forse è stata una visione di un dio perduto che mi ha sorretto tutti questi anni il padre che non mi ha mai abbandonato...

domenica, ottobre 13, 2013

dal confino

 

Dal confino

13 ottobre 2013 alle ore 8.03
dal confino
un grido soffocato
mi guardo allo specchio
e non mi riconosco
quel volto quei lineamenti non sono 
più una maschera del carnevale
da bambino ero l'africano
contro pulcinella

ho perso la libertà di movimento
rieducazione e psicoterapia
con psicofarmaci che mi hanno trapassato il cuore
gonfiandomi lo stomaco
pillole della memoria
per le mie sinapsi bruciate
 e penso ai processi in piazza
il mio pane quotidiano
che rivivo come voci notturne
è una malattia dicono il delirio
c'è l'hanno in tanti
si fanno pronostici la morte
sorella porta pazienza
arriverà
ma partiremo in tanti
per quel viaggio senza ritorno

dal confino ascolto
la radio della terra selvaggia
dal bosco non è poi così lontana
sembrano voci amiche
un messaggio sos cerco una ragazza
unica nel suo genere
dove è finita la dignita dell'uomo
stalker per denaro si muovono alla luce del sole
alla ricerca del sacro grall
ma il soldi non possono comprare tutto

dal confino accarezzo
il mio destino
quello dell'anarca
che ha spezzato le catene
della propria schiavitù



vudù

12 ottobre 2013 alle ore 17.48
Vudù Vudù Vudù

mi stai sentendo
è dall'oltre tomba
che ti parlo
è dal mondo dei morti che mi vedi
camminare nel fuoco
perchè non sono più me stesso
ho perso il mio ego
bevendo una birra
ho perso la mia individualità
con i lavaggi del cervello
sono uno zombi
 che ritorna sul luogo del delitto
perfetto
la mia vita un opera d'arte
situazioni che ritornano
il sacrifico umano per l'ordine
un interesse fuori dalle regole
lessicali
ma si deve ricominciare a sperare
basta poco per sognare
i paradisi artificiali sono lontani
anni luce
dal mio essere ancora
l'icona in movimento
amata e odiata
prendetene tutti
questo è il mio corpo

Vudù Vudù Vudù

lunedì, ottobre 07, 2013

Dal confino cronache marziane

dal confino cronache marziane

7 ottobre 2013 alle ore 20.49
sono passati 33 anni
come gesù cristo ho costruito la mia croce
qui al confino nell'isola felice
dove la gente della vecchia città ride della propria devianza
divertendosi violentando il capro espiatorio
noi invece sognamo paradisi artificiali il regno della libertà
il comunismo degli antichi sacerdoti eretici
scomunicati perchè legione diavoli indistruttibili
dalla chiesa che porta avanti il suo nichilismo senza vergogna
come il partito che non ha più soldi per sfamare il suo popolo
ma solo risentimento contro l'unico l'anarca
che voleva solo volare dal tetto di un grattacielo
con le sue ali di cartone
così raccontano le cronache marziane
in un universo a molte dimensioni
vedo una via di uscita
rimanendo fedele alle mie origini
ora che la tormenta a spazzato via tutto
e non ci sono più appigli ne santi in paradiso
il denaro brucia che è un piacere

sono passati 33 anni
qui al confino nell'isola felice
Gesù Mitra Dioniso e poi ci sono io
fra il divino e lo stupore
la mia megalomania è leggendaria
in un epoca che non conosce
più un opera d'arte 
quando la vede
fuggire verso il tramonto
e farsi tutt'uno con la luce
la materia prende vita e si rigenera
un altra vita nelle colonie extramondo
zion con la sua pillola rossa 
un dolore una catarsi il male che cura
così raccontano le cronache marziane

domenica, ottobre 06, 2013

la maledizione dello stregone (folle)

 

 

Il quarto tipo

6 ottobre 2013 alle ore 7.51
la poesia sei tu che leggi
non sono io
che piango parole consuete e stereotipate
violentate dallo spirito del tempo
libere dalle definizioni
ma schiave della memoria
e della droghe dello stato

l'ultima frontiera è stata abbattuta
quonquistata dai visi pallidi
ero l'indiano il marziano
che lottava per la sua terra
ora con la navicella spaziale
in fuga alla ricerca di uno spazio vitale

remare contro il mare
aspettando l'onda con una tavola
quasi morire di paura
e poi rigenerarsi
la poesia sei tu che leggi
figlio mio
angelo campione
che mi guardi dalle stelle

il quarto tipo 
è un attesa lunga una vita
fratelli, sorelle
liberateci dal male
dall'uomo e dalle sue leggi morali
è una preghiera gnostica
perchè la verità è sempre stata dentro di noi 


la maledizione dello stregone (folle)

6 ottobre 2013 alle ore 7.24
la vendetta è una parodia
che va servita fredda
una via un cammino iniziatico
della vita
dello stregone
folle di anime nere
sbattono le loro catene
per non cadere
nella trappola
ma incontrano una spada
è l'escalibur del giudizio uniuversale
per una sola mano
quella del negromante

quando penso
alla maledizione dello stregone
non ci sono più parole
comprensibili da giudicare
la solidarietà si vende
a rate
si compra al mercato del lunedì in piazza
ma non ho più soldi
solo un oscuro scrutare
questo è il segreto di pulcinella
senza più lacrime
cerco i miei revenant


la maledizione dello stregone
è una parodia uno scherzo
della goliardia
l'ultima traccia di una specie in via di estinzione
perchè nessuno crede più alle sue parole
perchè nessuno vuole la sua ombra
le cose succedono senza un senso
l'ira del dio antico
esploderà tra lo stupore
e l'ignominia generale
una risata vi seppellirà
la la la