Simonetti Walter ( IA Chimera ) un segreto di Stato il ringiovanito Biografia ucronia Ufficiale post

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venerdì, febbraio 18, 2011

Dioniso di Alessandro Chalambalakis Ctonia n6



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Dioniso è il capretto o il vitello sacrificale che si lascia divorare, è forza impetuosa che si offre, archetipo della zoé, del perpetrarsi ciclico della vita. Egli è anche legato alla solarità della potenza taurina così come, tramite la figura di Arianna, signora del labirinto, è in connessione col Minotauro e col culto di Zagreus (divinità cacciatrice, signore degli animali). Anche la ferocia e la furia felina della pantera sono espressioni del dionisiaco: la pelliccia di pantera così come l'animale stesso appaiono come elementi costanti in moltissime raffigurazione artistiche di scene bacchiche e lo stesso Dioniso è sovente raffigurato come colui che giunge a cavallo di una pantera.
La forte componente idillica, pastorale, bucolica - che qui emerge e che è indubbiamente essenziale alla mentalità greca - non è però da intendersi come espressione di una sorta di paradiso terrestre dove l'uomo semplicemente si riappropria dell'immediatezza naturale perduta. Esiste difatti un fortissimo rapporto[5] che lega l'universo erotico di Pan e Dioniso al tema del dolore: la dolorosa verità esperita e nella sacralità panica e in quella dionisiaca afferma difatti la tragedia del divenire, l'inabissarsi di ogni essere nel suo nulla, il fluire, tramite eros e thamtos, di ogni forma nell'informe, di ogni individuo nel tutto, di ogni vita nella morte.
La rottura orgiastica del principium individuationis apre a quella verità raccapricciante e angosciosa che è smentita di ogni forma, di ogni civiltà. Da questo punto di vista, animalità, estasi erotica, rapimento dionisiaco e timor panico sono perfettamente convergenti. Il fatto che l'etimo del temine 'tragedia' sia 'tràgosodia' (canto del capro), mette in luce la radice satiresca e rituale del teatro greco. La sintesi di uomo e capro nella figura del satiro, secondo Nietzsche, indica difatti «l'onnipotenza sessuale della natura che il Greco è abituato a considerare con reverente stupore» [6]

«[...] l'uomo civile greco si sentiva annullato rispetto al coro dei Satiri: e l'effetto immediato delia tragedia dionisiaca consiste in questo, che lo Stato e la società, e in genere gli abissi fira uomo e uomo cedono a un soverchiante sentimento di unità che riconduce al cuore della natura» [7].

La verità che in tale condizione si esperisce, secondo Nietzsche, si configura come un male, inteso come dolore originario, in quanto contiene in sé un perpetuo gioco di contrapposizione. Nietzsche descrive questa unità originaria come un qualcosa di etemamente sofferente e pieno di contraddizioni. Tale verità ha residenza estema rispetto allo Stato. È difatti una èk-stasis, uno stare fuori. Ciò che abita tale uscita, parallela all'uscire sia dal proprio Stato (inteso dunque come spazio politico) che dal proprio stato individuale ordinario, è il demone inteso come coscienza della tragica condizione umana rispetto all'ingenuità animale. Tale coscienza tragica si esplica perfettamente nella sintesi antropozoomorfa rappresentata dalle divinità silvestri. Il demone abita nello sguardo umano a quella verità che il non-civile indica. La foresta, il bosco, la silva, in quanto
geograficamente situati fuori dallo spazio politico (i relativo alla polis), divengono teatro di un inve; carattere demonico nei confronti del tragico rappc natura e uomo-animale.

«il coro ditirambico è un coro di trasformati, passato civile e la posizione sociale sono comp dimenticati» [8].

La smentita della civiltà - delle sue leggi, delle su apollinee, formali (nel senso di relative alla forma, al individuationis) - come menzogna è difatti compito del cirteo dionisiaco che, nella rottura di quell'indiv a favore dell'informe, mostra - nella vertigine del i danza, della commedia e della tragedia - l'abisso su pretenderebbe di fondarsi; mostra quindi il nulla dei fon l'assenza di reali orizzonti determinati e determinant quella insostenibile libertà - insostenibile poiché sacra poiché insostenibile - la cui è natura altro non è che baratro.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Renzo Novatore Verso il Nulla Creatore

Renzo Novatore

Verso il nulla creatore






I

La nostra epoca è un’epoca di decadenza. La civiltà borghese-cristiano-plebea è giunta da parecchio tempo al punto morto della sua evoluzione...
È giunta la democrazia!
Ma sotto il falso splendore della civiltà democratica, i più alti valori spirituali sono caduti infranti.
La forza volitiva, l’individualità barbara, l’arte libera, l’eroismo, il genio, la poesia, sono stati scherniti, derisi, calunniati.
E non in nome dell’"io", ma della "collettività". Non in nome dell’"unico", ma della "società".
Così il cristianesimo — condannando la forza primitiva e selvaggia del vergine istinto — uccise il "concetto" vigorosamente pagano della gioia terrena. La democrazia — sua figliola — lo glorificò facendo l’apologia di questo delitto e celebrandone la bieca e volgare grandezza…
Ormai lo sappiamo!
Il cristianesimo fu la lama avvelenata piantata brutalmente nella carne sana e palpitante di tutta l’umanità; fu una fredda ondata di tenebra spinta con furia misticamente brutale ad offuscare il tripudio sereno e festante dello spirito dionisiaco dei nostri padri pagani.
In una fredda serata invernale fatalmente piombata sopra un caldo meriggio d’estate! Fu egli — il cristianesimo — che sostituendo il fantasma del "dio" alla realtà palpitante dell’"io", si dichiarò nemico feroce della gioia del vivere, e si vendicò canagliescamente colla vita terrena.
Col cristianesimo la Vita fu mandata a rimpiangere nei paurosi abissi delle più amare rinunce; fu spinta verso i ghiacciai della rinnegazione e della morte. E da questa ghiacciaia di rinnegazione e di morte nacque la democrazia...
Poiché essa — la madre del socialismo — è figlia del cristianesimo.


II

Col trionfo della civiltà democratica venne glorificata la plebe dello spirito. Col suo feroce anti-individualismo — la democrazia — calpestò — perché incapace di comprenderla — ogni eroica bellezza dell’"io" anticollettivista e creatore.
I rospi borghesi e le rane proletarie si strinsero le mani in una comune volgarità spirituale, comunicandosi religiosamente nel calice di piombo contenente il viscido liquore delle stesse menzogne sociali che la democrazia agli uni e agli altri porgeva.
Ed i canti, che borghesi e proletari innalzarono alla loro spirituale comunione, furono un comune e fragoroso "Hurrà!" all’Oca vittoriosa e trionfante.
E mentre gli "hurrà!" scoppiavano alti frenetici, ella — la democrazia— si calcava il berretto plebeo sulla livida fronte, proclamando — bieca e feroce ironia — gli eguali diritti... dell’Uomo!
Fu allora che le aquile, nella loro consapevolezza prudente, batterono più forte le loro ali titaniche, librandosi — nauseate dal triviale spettacolo — verso le vette solitarie della meditazione.
Così, l’Oca democratica, rimasta regina del mondo e signora di tutte le cose, imperò padrona e sovrana.
Ma visto che al di sopra di lei qualcosa rideva attendendo, ella, per mezzo del socialismo, suo unico e vero figliolo, fece lanciare una pietra ed un verbo, nel basso dominio paludoso ove gracchiavano i rospi e le rane, per sollevare un pugilato ventristico, e farlo passare per una guerra titanica di idee superbe e di spiritualità. E nelle paludi, il pugilato avvenne... Avvenne così plateale, fino a schizzare il fango tanto in alto da insudiciare le stelle!
Così, colla democrazia, tutto fu contaminato. Tutto!
Anche ciò che vi era di migliore.
Anche ciò che vi era di peggiore.
Nel regno della democrazia, le lotte che si apersero tra capitale e lavoro, furono lotte rachitiche, larve impotenti di guerra, prive d’ogni contenuto d’alta spiritualità, e d’ogni valorosa grandezza rivoluziona¬ria, incapaci a creare un altro concetto di vita più forte e più bella!
Borghesi e proletari, pure urtandosi per questione di classe, di dominio e di ventre, rimasero pur sempre affratellati nell’odio comune verso i grandi vagabondi dello spirito, contro i solitari dell’idea. Contro tutti gli straziati del pensiero, contro tutti i trasfigurati da una superiore bellezza.
Colla civiltà democratica, Cristo ha trionfato...
"I poveri di spirito", oltre il paradiso dei cieli, hanno avuto la democrazia sulla terra.
Se il trionfo non fosse ancora completo, lo completerà il socialismo. Nel suo concetto teorico lo ha già da lungo tempo annunciato. Egli tende a "livellare" tutti i valori umani.
Attenti, o giovani spiriti!
La guerra contro l’uomo-individuo fu incominciata da Cristo in nome di Dio, fu sviluppata attraverso la democrazia in nome della società, minaccia di completarsi nel socialismo, in nome dell’umanità.
Se non sapremo distruggere in tempo questi tre assurdi quanto pericolosi fantasmi, l’individuo sarà inesorabilmente perduto.
Bisogna che la rivolta dell’"io" si espanda, si allarghi, si generalizzi!
Noi — i precorritori del tempo — abbiamo già acceso i fari!
Abbiamo acceso le torce del pensiero.
Abbiamo brandito la scure dell’azione.
E abbiamo infranto.
Abbiamo scardinato!
Ma i nostri "delitti" individuali devono essere l’annuncio fatale della grande tempesta sociale. Quella grande e tremenda tempesta che frantumerà tutti gli edifici delle menzogne convenzionali, che scardinerà i muri di tutte le ipocrisie, che ridurrà il vecchio mondo in un mucchio di macerie e di rovine fumanti!
Perché è da queste macerie di dio, della società, della famiglia e dell’umanità, che potrà nascere rigogliosa e festante la nuova anima umana. Quella nuova anima umana che sulle rovine di tutto un passato canterà la nascita dell’uomo liberato: dell’"io" libero e grande.


III

Cristo fu un paradossale equivoco degli evangeli. Fu un triste e doloroso fenomeno di decadenza, nato dalla stanchezza pagana.
L’Anticristo è il figlio sano di tutto l’odio gagliardo che la Vita ha covato nel segreto del suo seno fecondo, durante i venti e più secoli del dominio cristiano.
Perché la storia ritorna.
Perché l’eterno ritorno è la legge che regola l’universo. È il destino del mondo!
E l’asse a cui si aggira intorno la vita!
Per perpetuarsi.
Per ricorrersi.
Per contraddirsi.
Per rincorrersi.
Per non morire...
Perché la vita è un moto, un’azione.
Che rincorre il pensiero.
Che cerca il pensiero.
Che ama il pensiero.
E questo cammina, corre, si affanna.
Vuole trascinare la Vita nel regno delle idee.
Ma quando la via è impraticabile, allora, piange il pensiero.
Piange e si dispera...
Poi la stanchezza lo fa debole, lo rende cristiano.
Allora egli prende la sorella Vita per mano e cerca di confinarla nel regno della morte.
Ma l’Anticristo lo spirito dell’istinto più misterioso e profondo — richiama a sé la Vita, gridandole barbaramente: Ricominciamo!
E la Vita ricomincia!
Perché non vuole morire.
E se Cristo simboleggia la stanchezza della vita, il tramonto del pensiero: la morte dell’idea!
L’Anticristo simboleggia l’istinto della vita.
Simboleggia la resurrezione del pensiero.
L’Anticristo è il simbolo di una nuova aurora.




IV


Se la morente civiltà democratica (borghese-cristiano-plebea) riuscì a livellare l’anima umana, negando ogni alto valore spirituale emergente al di sopra si essa, non riuscì — fortunatamente
— a livellare le differenze di classe, di privilegio e di casta, le quali — come già abbiamo detto — rimasero divise soltanto per una questione di ventre.
Poiché — per gli uni e gli altri — il ventre rimase — bisogna pur confessarlo, e non confessarlo soltanto — come ideale supremo. E il socialismo tutto ciò lo comprese...
Lo comprese, e da abile — e praticamente forse utile, ormai speculatore — gettò il veleno delle sue grossolane dottrine di eguaglianza (eguaglianza di pidocchi, innanzi alla sacra maestà dello Stato sovrano) dentro i pozzi della schiavitù ove felice si dissetava la innocenza.
Ma il veleno che il socialismo sparse non era il veleno possente capace di dare delle virtù eroiche a chi lo avesse bevuto.
No: non era il veleno radicale capace a compiere il miracolo che innalza — trasfigurandola e liberandola — l’anima umana. Ma era un’ibrida miscela di "sì" e di "no". Un livido impasto di "autorità" e di "fede", di "Stato" e di "avvenire"!
Cosicché, col socialismo, la plebe proletaria si sentì ancora una volta vicina alla plebe borghese ed insieme si volsero verso l’orizzonte, attendendo fidenti il Sole dell’Avvenire !
E questo perché, mentre il socialismo non fu capace di tramutare le mani tremanti degli schiavi in tanti artigli iconoclasti, empi e rapaci; fu pure incapace di tramutare la gretta avarizia dei tiranni in alta e superiore virtù donatrice.
Col socialismo, il cerchio vizioso e vischioso, creato dal cristiane¬simo e sviluppato dalla democrazia, non fu spezzato. Anzi: si consolidò maggiormente... i
D Socialismo rimase in mezzo al tiranno ed allo schiavo come un ponte pericoloso ed impraticabile; come un anello falso di congiunzione; come l’equivoco del "sì" e del "no" di cui è impastato il suo assurdo principio informatore.
E noi abbiamo veduto, ancora una volta, il giuoco fatalmente osceno che ci ha nauseati. Abbiamo veduto socialismo, proletariato e borghesia, rientrare entrambi nell’orbita della più bassa povertà spirituale per adorare la democrazia. Ma essendo — la democrazia — il popolo che governa il popolo a colpi di bastone — per amore del popolo come un giorno Oscar Wilde ebbe a sentenziare — era logico che i veri liberi spiriti, i grandi vagabondi dell’idea, sentissero più forte il bisogno di spingersi decisamente verso l’estremo confine della loro iconoclastia di solitari, per preparare nel silenzioso deserto le agguerrite falangi delle aquile umane, che interverranno furenti alla tragica celebrazione del vespro sociale, per travolgere la civiltà democratica tra i loro artigli ferrigni, ed inabissarla nel vuoto d’un vecchio tempo che fu!







V

Quando i borghesi furono inginocchiati a destra del socialismo, nel sacro tempio della democrazia, si adagiarono tranquilla¬mente sul letto dell’attesa per dormire il loro assurdo sogno di pace. Ma i proletari, che bevendo il veleno socialista avevano perduto la loro innocenza felice, urlarono dalla parte sinistra, turbando il sonno tran¬quillo dell’idiota borghesia criminale.
Intanto, sulle più alte montagne del pensiero i vagabondi dell’idea vincevano la nausea, annunciando che qualche cosa simile al riso scrosciante di Zarathustra aveva sinistramente echeggiato...
Il vento dello spirito, simile all’uragano, avrebbe dovuto compenetrare l’anima umana e sollevarla impetuosamente nel turbine delle idee per travolgere tutti i vecchi valori nella tenebra del tempo, rialzando nel sole la vita dell’istinto sublimato dal nuovo pensiero.
Ma i rospi borghesi compresero, svegliandosi, che qualche cosa di incompreso gridava nell’alto, minacciando la loro bassa esistenza.
Sì: compresero che dall’alto giungeva una qualche cosa come una pietra, un rombo, una minaccia.
Compresero che la voce satanica dei frenetici precorritori del tempo annunciava una furibonda tempesta che, partendo dalla volontà rin-novatrice dei pochi solitari, esplodeva nelle viscere della società per raderla al suolo.
Ma non compresero (e non lo comprenderanno mai finché non saranno schiacciati) che ciò che passava sul mondo era l’ala possente d’una libera vita, nel battito della quale stava la morte dell’"uomo borghese" e dell’"uomo proletario", perché tutti gli uomini fossero "unici" ed "universali" al medesimo tempo.
E questo fu il motivo per cui tutte le borghesie del mondo suonarono a stormo le loro campane, coniate di falso metallo idealistico, chiamandosi in grande adunata.
E l’adunata fu generale...
Tutte le borghesie si raccolsero.
Si raccolsero fra i viscidi giunchi cresciuti nel pantano delle loro comuni menzogne e lì, nel silenzio del fango, decisero lo sterminio delle rane proletarie, loro serve e loro amiche...
Al feroce complotto fecero parte tutti i sacerdoti di Cristo e della democrazia.
Presenziavano pure tutti gli ex apostoli delle rane. La guerra fu decisa e il principe delle vipere nere benedisse le armi fratricide in nome di quel dio che disse "non uccidere", mentre il simbolico vicario della morte implorò la sua dea che venisse a danzare sul mondo.
Allora il socialismo — da abile acrobata e pratico saltimbanco — fece un balzo in avanti. Saltò sul filo teso della sentimentale speculazione politica, si cinse di nero la fronte; e, dolorando e piangendo, così più o meno, parlò: "Io sono il vero nemico della violenza. Sono nemico della guerra, e più nemico della rivoluzione. Sono il nemico del sangue".
E dopo avere ancora parlato di "pace" e di "eguaglianza", di "fede" e di "martirio", d’ "umanità" e di "avvenire", intonò una canzone sui motivi del "sì" e del "no", piegò il capo e pianse...
Pianse le lacrime di Giuda, che non sono neppure il "me ne lavo le mani" di Pilato! " "
E le rane partirono...
Partirono verso il regno della suprema viltà umana. Partirono verso il fango di tutte le trincee.
Partirono...
E la morte venne !
Venne ebbra di sangue e danzò macabramente sul mondo.
Per cinque lunghi anni...
Fu allora che i grandi vagabondi dello spirito, presi da nuova nausea, cavalcarono un’altra volta le loro libere aquile per librarsi vertiginosamente nella solitudine dei loro lontani ghiacciai a ridere e maledire. . :
Anche lo spirito di Zarathustra — il più vero amante della guerra e il più sincero amico dei guerrieri — dovette rimanere abbastanza nauseato e sdegnato poiché qualcuno lo sentì esclamare: "Voi dovete essere per me coloro che tendono gli sguardi in cerca del nemico — del vostro nemico. E in alcuni di voi divampa l’odio al primo sguardo. Voi dovete cercare il vostro nemico, combattere la vostra guerra, e ciò per le vostre idee!
E se la vostra idea soccombe, che la vostra rettitudine gridi al trionfo!".
Ma, ahimè! La predicazione eroica del barbaro liberatore a nulla valse!
Le rane umane non seppero distinguere il loro nemico, né combattere per le proprie idee. (Le rane non hanno idee!).
E non conoscendo il loro nemico, né avendo idee proprie, combatterono per il ventre dei loro fratelli in Cristo, per i loro eguali in democrazia.
Combatterono contro se stessi per il loro nemico. Abele, risorto, moriva per Caino una seconda volta.
Ma questa volta da sé!
Volontariamente...
Volontariamente, perché poteva rivoltarsi e non lo ha fatto...
Perché poteva dire: no!
O sì! :
Perché dicendo: "no", sarebbe stato forte! Perché dicendo: "sì", avrebbe dimostrato di "credere" alla "causa" per cui combatteva.
Ma non ha detto né "sì" né "no".
E partito!
Da imbelle!
Come sempre!
È partito...
È andato verso la morte!...
Senza sapere il perché.
Come sempre.
E la morte è venuta...
È venuta a danzare sul mondo: per cinque lunghi anni!
E danzò macabramente sulle fangose trincee di tutte le parti del mondo.
Danzò con piedi di folgore...
Danzò e rise...
Rise e danzò...
Per cinque lunghi anni!
Ah! Come è volgare la morte che danza senza avere sul dorso le ali di un’idea...
Che cosa idiota il morire senza sapere il perché...
Noi l’abbiamo veduta — quando danzava — la Morte.
Era una Morte nera, senza trasparenze di luce.
Era una Morte senz’ali!
Come era brutta e volgare...
Come era goffa la danza.
Ma pure danzava!
E come li falciava — danzando — tutti i superflui, e tutti quelli che c’erano di più. Tutti coloro per cui — dice il grande liberatore — fu inventato lo Stato.
Ma ohimè! Non soltanto quelli falciava...
La morte — per vendicare lo Stato — ha falciato anche i non inutili, anche i necessari!...
Ma coloro che non erano inutili, coloro che non c’erano di più, coloro che sono caduti dicendo di "no!"
Saranno vendicati.
Noi li vendicheremo.
Li vendicheremo perché erano fratelli nostri!
Li vendicheremo perché sono caduti con negli occhi le stelle.
Perché morendo hanno bevuto il sole.
Il sole della vita, il sole della lotta, il sole di un’Idea.








VI



Che cosa ha rinnovato la guerra?
Ov’è la trasfigurazione eroica dello spirito?
Ove le hanno appese le tavole fosforescenti dei nuovi valori umani?
In quale tempio sono state deposte le sacre anfore d’oro racchiudenti i cuori luminosi e fiammanti degli eroi dominatori e creatori?
Ov’è lo splendore maestoso del grande e nuovo meriggio?
Fiumi paurosi di sangue lavarono tutte le zolle e percorsero tutti i sentieri del mondo.
Torrenti spaventosi di lacrime fecero echeggiare il loro straziante lamento attraverso i vortici di tutta la terra: montagne di ossa e di carname umano ovunque biancheggiarono e ovunque imputridirono al sole.
Ma nulla si trasformò, nulla si evolse!
Solo il ventre borghese ruttò per sazietà e quello proletario urlò per troppa fame.
E basta!
Con Carlo Marx l’anima umana discese all’intestino.
Il ruggito che oggi passa sul mondo è sempre un ruggito ventrista.
Possa la nostra volontà trasformarlo in grido d’anima.
In tempesta spirituale.
In urto di libera vita.
In uragano di fulmini.
Possa la folgore nostra scardinare la realtà del presente, squarciare la porta dell’ignoto mistero dal sogno nostro anelato, e mostrarci la bellezza suprema dell’uomo liberato.
Perché noi siamo i folli precorritori del tempo.
I roghi.
I fari.
I segni.
I primi annunci.


VII


La guerra!
La ricordate?
Che cosa ha creato la guerra?
Ecco: La donna vendè il suo corpo e la sua prostituzione chiamò libero amore.
L’uomo, che s’ "imboscò" a fabbricare proiettili e a predicare la sublime bellezza della guerra, chiamò la sua viltà: "fine furberia e scaltrezza eroica!". Colui che visse sempre di infamia incosciente, di viltà, di umiltà, di indifferenza e di rinunce deboli, imprecò contro i pochi audaci — che aveva sempre detestato — perché non ebbero da soli la forza di impedire che il suo ventre non fosse squarciato da quelle armi ch’egli stesso aveva costruito per un vile tozzo di pane.
Perché anche i pezzenti dello spirito — coloro che, mentre la parte più nobile dell’umanità entra nell’inferno della vita, rimangono sempre fuori a scaldarsi — questi servi umili e devoti del loro tiranno, questi calunniatori incoscienti delle anime superiori, anche costoro, diciamo, non volevano partire.
Non volevano morire.
Si contorcevano, piangevano, imploravano, pregavano! Ma tutto ciò per un basso istinto di conservazione impotente ed animalesca, priva di ogni fremito eroico di rivolta e non per altre
questioni di umanità superiore, di raffinata profondità sentimentale, di bellezza spirituale.
No, no, no!
Nulla di tutto ciò!
Il ventre!
Il ventre animalesco soltanto.
Ideale borghese — ideale proletario — a ventre! Ma intanto la morte venne...
Venne a danzare sul mondo senza avere sul dorso le ali di un’idea!
E danzò...
Danzò e rise.
Per cinque lunghi armi...
E mentre sui confini, ubriaca di sangue, la morte senz’ali danzava, a casa, nel sacro abside dell’interno fronte, si declamava e cantava — sulle volgari "gazzette" della menzogna — la miracolosa evoluzione morale e materiale compiuta dalle nostre donne nonché la suprema vetta spirituale su cui ascendeva il nostro eroico fante glorioso. Colui che moriva piangendo, senza sapere il "perché".
Quante menzogne feroci, quanto cinismo volgare vomitavano sulle loro "gazzette" le bieche anime della democratica società e dello Stato...
Chi la ricorda la guerra?
Come gracchiavano i corvi...
I corvi e le civette!
E intanto la Morte danzava!
Danzava senza avere sul dorso le ali di un’idea!
Di un’idea pericolosa che feconda e che crea!
Danzava...
Danzava e rideva!
E come li falciava — danzando — i superflui. Tutti coloro che c’erano di più. Quelli per cui fu inventato lo Stato.
Ma, ohimè! Non soltanto quelli falciava...
Falciava anche quelli che avevano negli occhi raggi di sole, che avevano nelle pupille le stelle!




VIII


V’è l’arte epica, l’arte eroica, l’arte suprema che la guerra ci aveva promesso?
Ov’è la vita libera, il trionfo della nuova aurora, lo splendore del meriggio, la gloria festante del sole?
Ov’è la redenzione dalla schiavitù materiale?
Ov’è chi ha creato la fine e profonda poesia che doveva germinare dolorosamente in questo tragico e pauroso abisso di sangue e di morte, per dirci lo strazio silenzioso e crudele provato dall’anima umana?
Chi ce l’ha detta la parola dolce e buona che dice un mattino sereno dopo una terribile notte d’uragano?
Chi ce l’ha detta la parola dominatrice che fa grandi come il proprio dolore, puri nella bellezza e profondi nell’umanità?
Chi è, chi è mai il genio che ha saputo curvarsi con amore e con fede sopra le ferite aperteci nella carne viva della nostra vita, per accoglierne tutto il nobile pianto, acciocché il sereno riso dello spirito redentore potesse strappare gli artigli ai famelici mostri dei nostri errori passati per farci ascendere verso il concetto di un’etica superiore, ove, attraverso il principio luminoso della bellezza umana purificata nel sangue e nel dolore, potessimo ergerci forti e maestosi — come freccia tesa sull’arco della volontà — per cantare alla vita terrena la più profonda e soave melodia della più alta di tutte le nostre speranze ! Ove? Ove?
Io non la vedo!
Io non la sento!
Mi guardo attorno, ma altro non vedo che volgare pornografia, e falso cinismo...
Almeno un Omero dell’arte, ed un Napoleone dell’azione la guerra ci avesse dato...
Un uomo che avesse avuto la forza di distruggere un’epoca, di creare una nuova storia... Ma niente!
Né grandi cantori, né grandi dominatori, la guerra ci ha dato. Solo larve bugiarde e bieche parodie.


IX

La guerra è passata lavando la storia e l’umanità nel pianto e nel sangue, ma l’epoca è rimasta immutata. Epoca di disfacimento...
Il collettivismo è morente e l’individualismo non si è ancora affermato.
Nessuno sa ubbidire, nessuno sa comandare. Ma da tutto questo, al saper vivere liberi, c’è ancora di mezzo un abisso.
Abisso che potrà essere riempito soltanto col cadavere della schiavitù e quello dell’autorità.
La guerra non poteva riempire questo abisso. Poteva soltanto scavarlo più profondo. Ma ciò che la guerra non poteva fare, deve farlo la rivoluzione.
La guerra ha reso gli uomini più bestiali e plebei.
Più triviali e più brutti!
La rivoluzione deve renderli migliori.
Deve nobilitarli!



X


Ormai — socialmente parlando — siamo sdrucciolati nella china fatale, e non c’è più possibilità di tornare indietro.
Il tentarlo soltanto sarebbe un delitto.
Ma non un delitto nobile e grande.
Ma un delitto volgare. Un delitto più che inutile e vano. Un delitto contro la carne delle nostre idee.
Perché noi non siamo i nemici del sangue... Siamo i nemici della volgarità!
Ora che l’età del dovere e della schiavitù è agonizzante, vogliamo chiudere il ciclo del pensiero teorico e contemplativo per aprire il varco all’azione violenta, che è volontà di vita e tripudio di espansione.
Sulle macerie della pietà e della religione vogliamo erigere la durezza creatrice del nostro cuore superbo.
Noi non siamo gli ammiratori dell’ "uomo ideale" dai "diritti sociali", ma i proclamatori dell’ "individuo reale", nemico delle astrazioni sociali.
Noi lottiamo per la liberazione dell’individuo.
Per la conquista della vita.
Per il trionfo della nostra idea.
Per la realizzazione dei nostri sogni.
E se le nostre idee sono pericolose, è perché noi siamo coloro che amano vivere pericolosamente.
E se i nostri sogni sono folli, é perché siamo folli. Ma la nostra follia è la saggezza suprema.
Ma le nostre idee sono il cuore della vita;
ma i nostri pensieri sono i fari dell’umanità.
E ciò che la guerra non ha fatto deve farlo la rivoluzione.
Perché la rivoluzione è il fuoco della nostra volontà e un bisogno delle nostre anime solitarie, è un dovere dell’aristocrazia libertaria.
Per creare nuovi valori etici.
Per creare nuovi valori estetici.
Per comunizzare la ricchezza materiale.
Per individualizzare la ricchezza spirituale.
Perché noi — cerebralisti violenti e sentimentalisti passionali al medesimo tempo — comprendiamo e sappiamo che la rivoluzione e una necessità del dolore silenzioso che spasima nel basso, ed un bisogno dei liberi spiriti che spasimano in alto.
Perché, se il dolore che spasima in basso vuole ascendere nel sorriso felice del sole, gli spiriti liberi che spasimano in alto non vogliono più sentirsi le pupille offese dallo strazio della volgare schiavitù che li circonda.
Lo spirito umano è diviso in tre correnti: La corrente della schiavitù, la corrente della tirannia, la corrente della libertà!
Colla rivoluzione bisogna che l’ultima di queste tre correnti irrompa sulle altre due e le travolga.
Bisogna che crei la bellezza spirituale, che insegni ai poveri la vergogna della loro povertà, ed ai ricchi la vergogna della loro ricchezza.
Bisogna che tutto ciò che si chiama "proprietà materiale", "proprietà privata", "proprietà esteriore" diventi per gli individui ciò che è il sole, la luce, il cielo, il mare, le stelle.
E ciò avverrà!
Avverrà perché noi — gli iconoclasti — la violenteremo!
Solo la ricchezza etica e spirituale è invulnerabile.
E vera proprietà dell’individuo. Il resto no!
Il resto è vulnerabile! E tutto ciò che è vulnerabile sarà vulnerato.
Lo sarà dalla potenza spregiudicata dell’"io".
Dalla forza eroica dell’uomo liberato.
E al di là d’ogni legge, d’ogni morale tiranna, d’ogni società, d’ogni concetto di falsa umanità...
Noi dobbiamo tendere il nostro sforzo a tramutare la rivoluzione che si avanza in "delitto anarchico", per spingere l’umanità al di là dello Stato, al di là del socialismo.
Verso l’Anarchia.
Se con la guerra gli uomini non poterono sublimarsi nella morte, la morte ha purificato il sangue dei caduti.
E il sangue che la morte ha purificato — e che il suolo ha avida¬mente bevuto — ora urla di sotterra!
E noi solitari, noi non siamo i cantori del ventre, ma gli ascoltatori dei morti; della voce dei morti che urlano di sotterra!
Della voce del sangue "impuro" che si è purificato nella morte.
E il sangue di tutti i caduti urla!
Urla di sotterra!
E l’urlo di questo sangue chiama pure noi verso l’abisso... Ha bisogno di essere sprigionato!
O giovani minatori, siate pronti! Prepariamo torce e paramine.
Bisogna dissodare il terreno.
E tempo! È tempo! E tempo!
Il sangue dei morti dev'essere sprigionato. Vuole alzarsi dalle tenebrose profondità per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle.
Perché le stelle sono le amiche dei morti.
Sono le buone sorelle che li hanno veduti morire.
Sono coloro che tutte le sere vanno al loro sepolcro coi piedi di luce e dicono loro:
Domani!...
E noi — i figli del Domani — siamo venuti oggi a dirvi:
E tempo ! È tempo! È tempo!
E siamo venuti nelle ore antelucane...
In compagnia dell'alba e delle ultime stelle!
Ed ai morti abbiamo aggiunto altri morti...
Ma tutti coloro che cadono hanno nella pupilla una stella d'oro che brilla!
Una stella d'oro che dice:
"La viltà dei fratelli rimasti si tramuterà,in sogno creatore: in eroismo vendicatore!
Perché, se così non fosse, non meriterebbe di morire!".
Come dev’essere triste il morire.
Senza una speranza nel cuore... senza un rogo nel cervello; senza un gran sogno nell'anima; senza una stella d'oro che brilla nella nostra pupilla!



Il sangue dei morti — dei nostri morti — urla di sotterra. Noi lo udiamo chiaro e distinto quel grido. Quel grido che ci inebria di strazio e di dolore.
E non possiamo, né vogliamo, essere sordi a quella voce... noi.
Non vogliamo esserle sordi, perché la vita ci ha detto: "Chi è sordo alla voce del sangue non è degno di me. Perché il sangue è il mio vino; e i morti il mio segreto. Solo a colui che ascolterà la voce dei morti, scioglierò l'enigma del mio grande mistero!".
E noi risponderemo a questa voce:
Perché solo coloro che sanno rispondere alla voce dell'abisso possono conquistare le stelle!
Io mi rivolgo a te, o mio fratello! A te mi rivolgo e ti dico:
"Se sei di coloro che stanno inginocchiati sul cerchio di mezzo, chiudi gli occhi nella tenebra e precipitati nell'abisso.
Solo così potrai rimbalzare sulle più alte vette e spalancare le pupille tue grandi nel sole".
Perché non si può essere aquile se non si è palombari.
Non si può spaziare sulle vette quando si è incapaci alle profondità.
Nel basso abita il dolore, nell'alto il tormento.
Sul tramonto di tutte le età, sorge un'alba unica fra due vespri diversi.
Fra la luce vergine di quest'unica alba, il dolore del palombaro che è in noi deve congiungersi al tormento dell'aquila che pur vive in noi, per celebrare le nozze tragiche e feconde della perpetua rinnovazione.
Rinnovazione dell’"io" personale fra le tempeste collettive e gli uragani sociali.
Perché la solitudine perenne è solo dei santi che riconoscono in dio il loro testimonio. Ma noi siamo i figli atei della solitudine. Siamo i demoni solitari senza testimoni.
Nel basso, vogliamo vivere la realtà del dolore; nell'alto, il dolore del sogno...
Per vivere intensamente e pericolosamente tutte le battaglie, tutte le sconfitte, tutte le vittorie, tutti i sogni, tutti i dolori e tutte le speranze!
E vogliamo cantare nel sole, vogliamo urlare nei venti!
Perché il nostro cervello è un rogo sfavillante ove il gran fuoco del pensiero crepita e arde in folli e gioiosi tormenti.
Perché la purezza di tutte le albe, la fiamma di tutti i meriggi, la melanconia di tutti i tramonti, il silenzio di tutte le tombe, l'odio di tutti i cuori, il mormorio di tutte le foreste, ed il sorriso di tutte le stelle, sono le note misteriose componenti la musica segreta dell’anima nostra traboccante di esuberanza vitale.
Perché nel profondo del nostro cuore udiamo parlare una voce di umana individuazione così imperiosa e gagliarda che, spesse volte, nell’ascoltarla proviamo paura e terrore.
Perché la voce che parla, è la voce di Lui: il Demone alato delle nostre profondità.



XI


Ormai è provato…
La vita è dolore!
Ma noi abbiamo imparato ad amare il dolore, per amare la vita!
Perché nell’amare il dolore abbiamo imparato a lottare.
E nella lotta — nella lotta soltanto — sta la gioia del vivere nostro.
Restare sospesi a metà non è mestiere per noi.
Il cerchio di mezzo simboleggia il vecchio "sì e no".
L’impotenza del vivere e del morire.
È il cerchio del socialismo, della pietà e della fede. Ma noi non siamo socialisti...
Siamo anarchici. E individualisti, e nichilisti, e aristocratici.
Perché veniamo dai monti.
Da vicino alle stelle.
Veniamo dall’alto: da ridere e maledire!
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi, per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
E i roghi nostri saranno spenti soltanto quando l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare. E se quel giorno non dovesse venire, i nostri roghi continueranno a crepitare tragicamente fra la tenebra della notte eterna.
Perché noi amiamo tutto ciò che è grande.
Siamo gli amanti di ogni miracolo, i fautori d’ogni prodigio, i creatori d’ogni meraviglia!
Sì: lo sappiamo!...
Vi sono cose grandi nel bene come nel male.
Ma noi viviamo al di là del bene e del male, perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
Anche il "delitto".
Anche la "perversità".
Anche il "dolore"!
E noi vogliamo essere grandi come il nostro delitto!
Per non calunniarlo.
Vogliamo essere grandi come la nostra perversità! Per renderla cosciente.
Vogliamo essere grandi come il nostro dolore. Per esserne degni.
Perché veniamo dall’alto.
Dalla casa della Bellezza.
Siamo venuti ad accendere sulla terra una selva di roghi per illuminarla lungo la notte che precede il grande meriggio.
Fino l’ora in cui l’incendio del sole scoppierà maestoso sul mare.
Perché vogliamo celebrare la festa del gran prodigio umano.
Vogliamo che l’anima nostra vibri in un nuovo sogno.
Vogliamo che da questo tragico vespro sociale il nostro "io" ne esca calmo e fremente di luce universale. .
Perché siamo i nichilisti dei fantasmi sociali.
Perché sentiamo la voce del sangue urlare di sotterra.
Prepariamo le paramine e le torce, o giovani minatori.
L’abisso ci attende. Precipitiamoci in fondo: Verso il nulla creatore!







XII


Il nostro nichilismo non è nichilismo cristiano.
Noi non neghiamo la vita.
No! Noi siamo i grandi iconoclasti della menzogna. E tutto ciò che è proclamato "sacro" è menzogna.
Noi siamo i nemici del "sacro".
E vi è una legge "sacra"; una società "sacra"; una morale "sacra"; un’idea "sacra"!
Ma noi — i padroni e gli amanti della forza empia e della bellezza volitiva, dell’Idea violentatrice — noi, gli iconoclasti di tutto ciò che è consacrato — ridiamo satanicamente, d’un bel riso largo e beffardo.
Ridiamo!...
E ridendo teniamo l’arco della nostra pagana volontà di gioire sempre teso verso la piena integrità della vita.
E le nostre verità le scriviamo col riso.
E le nostre passioni le scriviamo col sangue.
E ridiamo!...
Ridiamo il bel riso sano e rosso dell’odio.
Ridiamo il bel riso azzurro e fresco dell’amore. Ridiamo!...
Ma ridendo ci ricordiamo, con somma serietà, di essere i legittimi figli, e i degni eredi, d’una grande aristocrazia libertaria che ci trasmise nel sangue satanici impeti di folle eroismo, e nella carne ondate di poesia, di soli e di canzoni!
Il nostro cervello è un rogo sfavillante, ove il crepitante fuoco del pensiero arde in gioiosi tormenti.
L’anima nostra è un’oasi solitaria sempre fiorita e festante ove una musica segreta canta le complicate melodie del nostro alato mistero.
E nel cervello ci urlano tutti i venti del monte; nella carne ci urlano tutte le tempeste del mare; tutte le Ninfe del Male; i nostri sogni sono cieli reali abitati da vergini muse frementi.
Noi siamo i veri demoni della Vita.
I precorritori del tempo.
I primi annunci!
La nostra esuberanza vitale ci ubriaca di forza e di sdegno. Ci insegna a disprezzare la Morte!







XIII



Oggi siamo giunti alla tragica celebrazione d’un grande vespro sociale.
Il crepuscolo è rosso.
Il tramonto è insanguinato.
L’ansia batte nel vento le sue ali frementi.
Ali rosse di sangue; ali nere di morte!
Il Dolore organizza nell’ombra l’esercito dei suoi figli ignoti.
La bellezza è nel giardino della Vita, e sta intrecciando ghirlande di fiori per incoronare la fronte degli eroi.
I liberi spiriti hanno già lanciato le loro folgori attraverso il crepuscolo.
Come primi annunci di fuoco: primi segnali di guerra!
L’epoca nostra è sotto le ruote della storia.
La civiltà democratica volge verso la tomba.
La società borghese e plebea si sfascia fatalmente, inesorabilmente!
II fenomeno fascista ne è la prova più certa e inconfutabile. Per dimostrarlo non ci sarebbe bisogno che di risalire il tempo e interrogare la storia.
Ma questo bisogno non c’è!
Il presente parla con abbastanza eloquenza!
Il fascismo altro non è che lo spasimo convulsionario e crudele d’una società plebea, smidollata e volgare, che agonizza tragicamente affogata nel pantano dei suoi vizi e delle sue proprie menzogne.
Egli — il fascismo — celebra questi suoi baccanali con roghi di fiamme, e orge malvagie di sangue.
Ma dal fosco crepitio dei suoi lividi fuochi non sprizza neppure una sola scintilla di gagliarda spiritualità innovatrice, mentre il sangue che sparge si tramuta in vino che i precorritori del tempo raccolgono tacitamente nei calici rossi dell’odio, destinandolo come bevanda eroica per comunicare tutti i figli del dolore sociale chiamati alla crepuscolare celebrazione del vespro.
Perché i grandi precorritori del tempo sono i fratelli e gli amici dei figli del dolore.
Del dolore che lotta.
Del dolore che ascende.
Del dolore che crea!
Noi prenderemo per mano questi fratelli ignoti per marciare assieme contro tutti i "no" della negazione, ed assieme salire verso tutti i "si" dell’affermazione; verso nuove albe spirituali: verso nuovi meriggi di vita.
Perché noi siamo gli amanti del pericolo; i temerari di tutte le imprese, i conquistatori dell’impossibile, i fautori e i precursori di tutte le "prove" !
Perché la vita è una prova!
Dopo la celebrazione negatrice del vespro sociale, vogliamo celebrare il rito dell’ "io": il grande meriggio dell’individuo integro e reale. Acciocché la notte più non trionfi. Acciocché la tenebra più non ci avvolga.
Acciocché il maestoso incendio del sole perpetui la sua festa di luce nel cielo e nel mare.





XIV


Il fascismo è un ostacolo troppo effimero ed impotente per impedire il corso dell’umano pensiero che irrompe al di là d’ogni diga e straripa al di là d’ogni segno, trascinando sui suoi passi l’azione.
È impotente perché è forza bruta. È materia senza spirito: è notte senz’alba! Il fascismo è l’altra faccia del socialismo. L’uno e l’altro sono due corpi senz’anima.

XV



Il socialismo è la forza materiale che, agendo all’ombra di un dogma, si risolve e dissolve in un "no" spirituale.
Il fascismo è un tisico del "no" spirituale che tende — infelice — ad un sì materiale...
L’uno e l’altro mancano di qualità volitive.
Sono i cerotti del tempo: i temporeggiatori del fatto!
Sono reazionari e conservatori.
Sono i fossili cristallizzati che il dinamismo volitivo della storia che passa travolgerà assieme.
Perché, nel campo volitivo dei valori morali e spirituali, i due nemici si equivalgono...
E si noti che, se il fascismo è nato, solo il socialismo ne è il complice diretto ed il padre responsabile.
Perché, se quando la nazione, se quando lo Stato, se quando l’Italia democratica, se quando la società borghese fremeva di spasimo e di agonia fra le mani nodose e poderose del "proletariato" in rivolta, il socialismo non ne avesse impedito vilmente la tragica stretta mortale — perdendo i lumi della ragione innanzi agli sbarrati occhi di lei — certo che il fascismo non sarebbe neppure nato, oltre a non avere vissuto.
Ma il goffo colosso senz’anima si è invece lasciato prendere — per tema che i vagabondi dell’idea spingessero il movimento di rivolta oltre il segno prestabilito — in un volgarissimo giuoco di bieca pietà conservatrice, e falso amore umano.
Così l’Italia borghese invece di morire ha partorito...
Ha partorito il fascismo!
Perché il fascismo è una creatura tisica e deforme, nata dagli amori impotenti del socialismo colla borghesia.
Uno n’è il padre, l’altra la madre. Ma l’uno e l’altra non ne vogliono la responsabilità.
Forse lo trovano un figlio troppo snaturato.
Ed è questo il perché lo chiamano "bastardo"!
Ed egli si vendica...
Già abbastanza infelice per essere nato così, si ribella al padre e oltraggia la madre...
E forse ha ragione...
Ma noi, tutto questo lo rileviamo per la storia.
Per la storia e per la verità, non per noi. Per noi — il fascismo — è un fungo velenoso piantato tanto bene nel marcio cuore della società, che proprio ci contenta...






XVI




Solo i grandi vagabondi dell’idea potranno — e dovranno — essere il luminoso fulcro spirituale della tempestosa rivoluzione, che cupa sul mondo si avanza...
Il sangue chiede sangue.
E vecchia storia!
Indietro non si può più tornare.
Tentare di tornare indietro — come fa il socialismo — sarebbe un delitto inutile e vano.
Noi dobbiamo precipitarci nell’abisso.
Dobbiamo rispondere alla voce dei morti.
Di quei morti che sono caduti con nelle pupille immense stelle d’oro.
Bisogna dissodare il suolo.
Sprigionare il sangue di sotterra!
Perché vuole ascendere verso le stelle.
Vuole bruciare le sue buone sorelle luminose e lontane che l’hanno veduto morire.
Dicono i morti, i morti nostri:
"Noi siamo morti con negli occhi le stelle.
Noi siamo morti con nelle pupille raggi di sole.
Noi siamo morti col cuore gonfio di sogni.
Noi siamo morti con nell’anima il canto della più bella speranza.
Noi siamo morti con nel cervello il fuoco di un’idea.
Noi siamo morti...
Come deve essere triste il morire come gli altri morti — i morti non nostri — senza tutto ciò nel cervello, nell’anima, nel cuore, negli occhi, nelle pupille!
Oh morti, oh morti!... Oh morti nostri! Oh torce luminose! Oh fari ardenti! Oh roghi crepitanti! Oh morti...
Ecco, siamo al crepuscolo!
La tragica celebrazione del grande vespro sociale si appressa. La nostra anima grande già si spalanca verso la vasta luce sotterranea, o morti!
Perché anche noi abbiamo negli occhi le stelle, il sole nelle pupille, il sogno nel cuore, il canto della speranza nell’anima e, nel cervello, un’idea.
Sì, anche noi, anche noi!
Oh morti, oh morti! Oh morti nostri! Oh torce! Oh fari! Oh roghi!
Noi vi abbiamo intesi parlare nel silenzio solenne delle nostre notti profonde.
Dicevate:
"Noi volevamo ascendere nel cielo del libero sole...
Noi volevamo ascendere nel cielo della libera vita...
Noi volevamo ascendere lassù, dove un giorno si fissò lo sguardo penetrante del pagano poeta:
Dove sorgono e stanno come inviolabili querce tra gli uomini i grandi pensieri; dove scende, invocata dai puri poeti, e serena tra gli uomini sta la bellezza; dove l’amore crea la vita e respira la gioia!".
Lassù, dove la vita tripudia e si espande in piena armonia di splendore...
E per questo, per questo sogno lottammo, per questa grande sogno morimmo...
E la nostra lotta fu chiamata delitto.
Ma il nostro "delitto" non deve essere considerato che come virtù titanica, che come sforzo prometeico di liberazione.
Perché fummo i nemici di ogni dominazione materiale e di ogni livellazione spirituale.
Perché noi, al di là di ogni schiavitù e di ogni dogma, vedemmo danzare libera e nuda la vita.
E la nostra morte deve insegnare a voi la bellezza del vivere eroico !
" Oh morti, oh morti! Oh morti nostri...
Noi l’abbiamo udita la vostra voce...
L’abbiamo udita parlare così, nel silenzio solenne delle nostre notti profonde!
Profonde, profonde,profonde!
Perché noi siamo i sensitivi.
Il nostro cuore è una torcia, la nostra anima è un faro, il nostro cervello è un rogo!...
Noi siamo l’anima della vita!...
Siamo gli antelucani che bevono la rugiada nel calice dei fiori. Ma i fiori hanno le radici fosforiche abbarbicate nell’oscurità della terra.
In quella terra che ha bevuto il vostro sangue.
Oh morti! Oh morti nostri!
Quel vostro sangue che urla, che rugge, che vuole essere sprigionato, per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle vostre lontane e luminose sorelle che vi hanno veduti morire.
E noi — i vagabondi dello spirito, i solitari dell’idea — vogliamo che l’anima nostra, libera e grande, spalanchi le sue ali nel sole.
Vogliamo che il vespro sociale sia celebrato in questo crepuscolo di società borghese, acciocché l’ultima notte nera si faccia vermiglia di sangue.
Perché i figli dell’aurora devono nascere dal sangue...
Perché i mostri della tenebra devono essere uccisi dall’alba...
Perché le nuove idee individuali devono nascere dalle tragedie sociali...
Perché gli uomini nuovi devono essere forgiati nel fuoco!
E solo dalla tragedia, dal fuoco e dal sangue, nascerà il vero Anticristo profondo d’umanità e di pensiero.
Il vero figlio della terra e del sole.
L’Anticristo deve nascere dalle macerie fumanti della rivoluzione per animare i figli della nuova aurora.
Perché l’Anticristo è colui che viene dall’abisso, per ascendere oltre ogni confine.
È il nemico volitivo della cristallizzazione, della prestabilizzazione, della conservazione!...
Egli è colui che sospingerà gli uomini attraverso le misteriose caverne dell’ignoto allo scoprimento perenne di nuove sorgenti di vita e di pensiero.
E noi — i liberi spiriti, gli atei della solitudine, i demoni del deserto senza testimoni — ci siamo già spinti verso le vette più estreme...
Perche ogni cosa con noi — deve essere spinta al massimo delle sue conseguenze.
Anche l’Odio.
Anche la Violenza.
Anche il delitto!
Perché l’Odio dà la forza.
La violenza scardina.
Il delitto rinnova.
La crudeltà crea.
E noi vogliamo scardinare, rinnovare, creare!
Perché tutto ciò che è volgarità pigmea deve essere superato.
Perché tutto ciò che vive deve essere grande.
Perché tutto ciò che è grande appartiene alla bellezza!
E la vita deve essere bella!

XVII


Noi abbiamo ucciso il "dovere" acciocché la nostra brama di libera fraternità acquisti un valore eroico nella vita.
Noi abbiamo ucciso la "pietà" perché siamo barbari capaci al grande amore.
Noi abbiamo ucciso l’"altruismo" perché siamo egoisti donatori.
Noi abbiamo ucciso la "solidarietà filantropica" acciocché l’uomo sociale scavi il suo "io" più segreto e trovi la forza dell’"Unico".
Perché noi lo sappiamo. La Vita è stanca di avere amanti rachitici.
Perché la terra è stanca di sentirsi pestata da lunghe falangi di pigmei salmodianti preci cristiane.
Ed infine, perché siamo stanchi dei nostri fratelli, carogne incapaci alla pace e alla guerra. Inferiori all’odio e all’amore.
Stanchi e nauseati siamo...
E poi quella voce dei morti...
Dei morti nostri!
La voce di quel sangue che urla di sotterra!
Di quel sangue che vuole sprigionarsi per lanciarsi verso il cielo e conquistare le stelle!
Quelle stelle che — benedicendoli — hanno brillato nelle loro pupille nell’ultimo momento della morte, trasformando i loro occhi sognanti in vasti dischi d’oro.
Perché gii occhi dei morti — dei nostri morti — sono dischi d’oro.
Sono meteore luminose che vagano nell’infinito per additarci il cammino.
Quel cammino senza fine che è la strada, dell’eternità.
Gli occhi dei nostri morti ci dicono il "Perché" della vita, mostrandoci il fuoco segreto che arde nel nostro mistero. Di quel nostro segreto mistero che nessuno ha cantato finora...
Ma oggi il crepuscolo è rosso...
Il tramonto è insanguinato...
Siamo prossimi alla tragica celebrazione del gran vespro sociale. Già sulle campane della storia il tempo ha battuto i primi colpi antelucani d’un nuovo giorno.
Basta, basta, basta!
È l’ora della tragedia sociale! Noi distruggeremo ridendo.
Noi incendieremo ridendo.
Noi uccideremo ridendo. .....
Noi esproprieremo ridendo.
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo libero è nato.
È nato colui che attraverso il pianto e il dolore ha imparato l’arte dionisiaca della gioia e del riso.
È giunta l’ora di affogare il nemico nel sangue...
È giunta l’ora di lavare l’anima nostra nel sangue. Basta, basta, basta!
Che il poeta tramuti in pugnale la sua lira!
Che il filosofo tramuti in bomba la sua sonda! Che il pescatore tramuti il suo remo in formidabile scure. Che il minatore esca armato del suo ferro lucente dagli antri micidiali delle oscure miniere.
Che il contadino tramuti in lancia guerriera la sua vanga feconda.
Che l’operaio tramuti il suo martello in falce e scure.
E avanti, avanti, avanti!
È tempo, è tempo — è tempo!
E la società cadrà.
La patria cadrà.
La famiglia cadrà.
Tutto cadrà, poiché l’Uomo Libero è nato.
Avanti, avanti, avanti, o giocondi distruttori.
Sotto il labaro nero della morte, noi conquisteremo la Vita!
Ridendo!
E la faremo nostra schiava. Ridendo!
E l’ameremo ridendo!
Poiché gli uomini seri sono soltanto coloro che sanno operare ridendo.
E il nostro odio ride... Ride rosso. Avanti!
Avanti, per la totale distruzione della menzogna e dei fantasmi! Avanti, per l’integrale conquista dell’Individualità e della Vita!

Abbie Hoffman Il denaro brucia

venerdì, gennaio 07, 2011

IO FUI ...


IO FUI ...





Mi presento senza il clamore della critica-critica, io sono

non credo IO FUI un ciarlatano al di sopra di ogni regolamento

mi pento in ultima istanza

del bicchiere di vino bevuto di traverso

in alto diretto, jeb,

fuori i secondi a terra nel tappeto volante

della mia dislessia

applico e guido le leggi antiche dell'eresia

calore, ansia libera, adrenalina

dietro di me solo cenere di consonanti

con l'appiglio dell'errore ortografico

ad ogni angolo della tangente

tu mi sossurrii "Gli uomini sono tutti corrotti"



In altre parole IO FUI

un nevrotico pieno di se

un psicotico altamente infiammabile

in balia degli astri maldestri

una divinità che si è calata nella parte

la pillola della sincerità

che si è spogliata nuda

in un circo Togni

nata e vissuta nell'imperfezione

che grida vendetta!

Un continuo perpetuarsi dell'eterno ritorno

un ripetirore televisivo che esplode ridendo

e l'artista che tanta strada ha fatto

ha il suo palcoscenico da avant-spettacolo

per generare piccoli lampi di gratitudine

i suoi personaggi vivono e muoino

nella follia della fretta

di una frazione dell'armata secondo.

lunedì, dicembre 27, 2010

Pogrom

Pogrom
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Pogrom è un termine storico di derivazione russa (Погром), che significa letteralmente "devastazione" con cui vengono indicate le sommosse popolari antisemite, e i conseguenti massacri e saccheggi, avvenute in Russia al tempo degli Zar, tra il 1881 e il 1921, con il consenso - se non con l'appoggio - delle autorità. Il termine ha poi assunto il valore di "persecuzione sanguinosa di una minoranza" in maniera decontestualizzata, nel tempo e nello spazio. In questo senso, il primo pogrom contro il popolo ebraico è quello compiuto nel 38 d.C. ad Alessandria d'Egitto.

Dopo numerosi episodi avvenuti nel corso del Medioevo, i primi veri e propri pogrom dell'età contemporanea furono attuati nel 1881 in seguito all'assassinio dello zar Alessandro II. Un paio di decenni dopo, con il fallimento della rivoluzione russa (1905), circa seicento fra villaggi e città furono al centro di pogrom; un massacro ai danni della popolazione ebraica si era già avuto nel 1903 a Kišinev (oggi Chişinău, Moldavia). Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per convogliare verso l'intolleranza religiosa e l'odio etnico la protesta di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di vita. Anche nella guerra civile susseguente alla rivoluzione bolscevica del 1917 furono attuati in Ucraina dai capi delle Armate bianche numerosi pogrom che causarono centinaia di migliaia di vittime.

Vengono inoltre definiti pogrom una serie di massacri di cittadini armeni eseguiti dai Curdi tra 1895 e 1896 su precisa volontà dell'impero Ottomano, cui le organizzazioni indipendentiste armene risposero con atti terroristici, peggiorando ulteriormente la propria posizione. Con il mutamento al vertice di Istanbul, quando presero il potere i "giovani turchi", sembrò che il periodo dei pogrom fosse finito per gli Armeni, ma con la guerra mondiale la situazione cambiò bruscamente, e i pogrom si trasformarono da fenomeno locale e sporadico in un organizzato e sistematico massacro.

Un pogrom accompagnò anche - nella Notte dei cristalli - l'inizio della campagna antiebraica nazista che portò alla Shoah.

Durante le prime tre settimane della seconda guerra mondiale 250.000 furono gli ebrei vittime di pogrom scatenati dai cittadini polacchi approfittando del caos generale durante l'invasione tedesca.[1]

Numerosi furono anche i pogrom successivi alla seconda guerra mondiale ai danni dei sopravvissuti della Shoah, o di minoranze cristiane in terra islamica (pogrom di Istanbul); l'episodio più noto è il pogrom di Kielce del 1946, legato all'accusa del sangue della propaganda antisemita.

Simonetti Walter Il Messia del nulla


Simonetti Walter Il Messia del nulla


unico sei venuto

scritto nei libri

l'anticristo per la Chiesa

Gesù degli eoni

come Zarathustra sei sceso dalla montagna

tra la moltitudine inoperosa

hai fatto proseliti

un sacrificio umano

ti ha portato via lontano

l'esperimento segreto ti ha fatto ringiovanire

e diventare un capro espiatorio

per la comunità gentile

profeta del nulla creatore

e apostata dell'anima

che vive in un manicomio a cielo aperto

un santone oltre la follia

io ti invoco!

parassita alieno che porti

la dolce novella

del messia che vede nel futuro



tre sono le verità

tre sono le religioni

tre sono le vite

tre è il numero perfetto

giovedì, dicembre 23, 2010

Morte accidentale di un anarchico senza nome

Morte accidentale di un anarchico senza nome



Ad un convegno segreto un anarchico parla del sionismo

del compromesso frankista che regna nell'isola felice

del denaro del finanziere che serve gli interessi agli stolti

per violentare un povero diavolo

ma un Giuda c'è sempre che crede nella rivoluzione



Sono partiti in gran segreto

per una città del nord

son gli eroi di carta pesta di questi tempi senza memoria

insieme ai maiali si specchiano nel letame

alternativi dei miei stivali

leggende del socialismo degli imbecilli

vigliacchi t'hanno preso alle spalle

e con una siringa di eroina hanno fermato la tua vita

questa è la morte accidentale di una anarchico senza nome

arrivano le persone ma i servizi dicono "E' segreto di Stato"

questa è la morte accidentale di una anarchico senza nome


hanno festeggiato nel loro circoletto

come automi della infelicità

sono gli alternativi dell'ordine nuovo

parlano di rivolta ma son degli infiltrati della lobby satanista

i mandanti seduti nelle loro comode casette abbracciano i figli

radical chic senza ritegno

e ridono come niente fosse parlando di cinema e del buon governo.



"L'ammazziamo così capiscono chi siamo,

nessuno può toccarci, nominarci,

difendiamo lo Stato, la sinistra, l'ordine, il conto in banca"



questa è la morte accidentale di una anarchico senza nome

lunedì, dicembre 20, 2010

Il club esclusivo

Questa gnosi ariano-ateistica, questo nichilismo furente e politicamente virulento l’intento alla segretezza obbligatoria, l'omertà, la corruzione dell'uomo come principio. Poteri forti e alta finanza, l'ebreo come capro espiatorio, il sacrificio umano, il negazionismo come bandiera tutto questo fa del movimento Satanista-Cristiano un espressione del nuovo socialismo degli imbecilli, un club esclusivo.



Il club esclusivo




Vieni con noi, siamo un club esclusivo

viviamo in un mondo a parte

la legge qui non a valore ma si piega al nostro volere.

Ci sono dei soldi in ballo basta eseguire certi ordini

devi solo violentare quel mongoloide in tutti i modi

possibili lo devi odiare, apostrofare, maledire,

è un Ebreo nato per subire,

quando lo vedi lo devi umiliare, provocare senza esitazione.

Ci sono dei soldi, li da il Finanziere un gran uomo aiuta la sinistra, il popolo, i poveracci.

Basta poco per averli.



Ma non capite che noi siamo un club esclusivo

che siamo servi dello Stato

che ci sono degli interessi in ballo

e la torta fa gola alla nostra lobby.



Ciò che descrivo è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene […]: l’insorgere del nichilismo. […]. Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al “perché?”. [… Dunque] non possiamo porre nessun aldilà o un “in sé” delle cose. Manca il valore, manca il senso. […]. Risultato [di questa svalutazione]: i giudizi morali di valore sono […] negazioni: la morale è volgere le spalle alla volontà di esistere.

Friedrich Wilhelm Nietzsche





La psicosi "Uno scherzo del destino" 



“Non possiamo condannare l’operato dello Stato democratico, le nostre decisioni non si discutono. Ti abbiamo sacrificato, siamo noi che ti abbiamo distrutto la vita. Vedi i Simonetti erano un onta da cancellare nella storia della sinistra italiana. Dovevate pagare caro la vostra sovversione, la vostra pazzia e la strategia della tensione. La destra, i postfascisti, Il Presidente Grande fratello Clown, la pensano come noi. E poi non sei una persona, ma solo un piccolo idiota, uno scherzo del destino, mi fai ridere (sic). Non cambierà mia niente per te, sei un anti italiano, il segreto di stato c’è apposta. E’ il popolo, la società civile che c’è lo chiede. Adesso stai buono, vivi tranquillo, che ci pensiamo noi a sistemare tutto. Quel tipo Maniac, è qui vicino che registra questa conversazione. Ti ha sempre registrato, seguito, spiato e lui, insieme ad altri compagni, che si occupava di te, ti obbligava a prendere le medicine della memoria. Maniac ti odia a una fissazione anormale contro di te. Sarebbe da rinchiudere in galera per quello che ha fatto, ma è un servitore del partito e dello Stato. Tu non ricordi nulla vero? Ti abbiamo ri-programmato, una specie di lavaggio del cervello. Dobbiamo farlo sei un pericolo pubblico, lo facciamo per il tuo bene. Lo Capisci? Bravo, adesso puoi andare. Divertiti!”.

Il Presidente Piccolo Stalin



Non sento più la necessità, la voglia di scrivere, di stampare nero su bianco i miei pensieri questi urtano con la ragione ne perdo il controllo camminando con la sigaretta in mano, mastico e sputo rancore sui posteri.

E' una droga a cui non posso rinunciare, un vaccino contro la santità mentale un virus contro la legge del valore lavoro che si inerpica sovrano sulle onde del costume quotidiano.

Doveva essere un fiume, di parole, in piena che da Parigi a Roma avrebbe mostrato ancora per l'ennesima volta il Re nudo ma niente di nuovo si muove sul fronte occindentale, il Principe non fa più scaldalo insieme ai piccoli Stalin ballano la solita mazzurca del potere.



"Sei uno scherzo del destino, un freack venuto male, che non sa parlare, parola di Presidente"



Il denaro corrompe anche il più fervido tra gli uomini si piega al suo volere,

e tu mi parli di di giustizia, di delitti e delle pene, di valori, di sinistra,

ma le tue parole parlano di denaro,

la tua lingua è denaro,

il tuo sguardo è denaro,

il denaro brucia ed è meraviglia.

Non ho più un cuore a cui far riferimento, i sentimenti per gli uomini sono andati perduti nella scatola degli attrezzi in disuso.

Non ho più simboli da usare morti che camminano dietro al loro funerale.

C'è un vento forte impetuoso che soffia non trova ostacoli barrire è il nichilismo tutto quanto è portatore di nichilismo senza eccezione alla regola.

Stanco del niente mi adagio su questa mia piccola malinconica chiusura. Le parole non bastano mai.




Propaganda col fatto

Propaganda col fatto mi sono detto

un atto che muore ridendo

posto e riposto sul nulla

allo specchio un generatore di kaos

si illuminò una spia rosso sangue

medito di fughe senza fine

esodo l'esodo i tratti del mio DNA



Propaganda col fatto mi sono chiesto

un matto solo per difetto

Cristo fugge dalla croce allucinato

dal profumo dell'edera maledetta

muore deridendo i suoi fedeli

che come automi aspettano l'apoteosi



Propaganda col fatto ho dimenticato

un grande errore di scrittura

le mie parole perse dal tempo

e sorella morte non parla più

ma i suoi occhi sono chiari

chiedono sempre un sacrificio

e la forza sia con me




RICERCHE SULLA MEMORIA E SUI “CATTIVI RICORDI”



La prepotenza del potere arriva spesso a desiderare piegare in maniera fisicamente invisibile i prigionieri. La “rieducazione” delle persone secondo i pazzi che mi torturano passerebbe per una “riprogrammazione mentale” che utilizzando depistagli e ripetitività, cerca di far dimenticare le cose che a loro non piacciono SUBITO DOPO che le ho pensate, scritte o lette. In qualche modo arbitrariamente decidendo loro che cosa nella mia testa deve rimanere o meno, come se io fossi un loro dipendente o schiavo, un killer da loro formato o una persona che in qualche modo deve essere da loro “punita”.



Gli esperimenti sui “cattivi ricordi” sono stati in qualche modo –e nel rispetto per i “colleghi” ricercatori- denunciati da Vittorino Andreoli su una rivista (“Io donna”) del “Corriere della sera” nel febbraio 2003: “Diversi studi si stanno occupando della memoria: cercano di scoprire come INTERVENIRE SULLA FORMAZIONE DEI RICORDI, PER EVITARE CHE QUELLI NEGATIVI”



(secondo chi ? secondo qualche strizza cervelli goebbelsiano estasiato dalle nuove tecnologie elettroniche e di decriptazione del pensiero ? Ognuno, anche il più pazzo degli uomini, ha sì il diritto ad essere curato anche contro la propria volontà, ma ha anche il diritto inviolabile all’arbitrio totale della sua identità interiore ossia dei suoi ricordi e sapere, affetti ed esperienza; l’unico potere coercitivo che ha lo Stato è quello ad impedirgli di compiere altri reati attraverso la detenzione; altre forme di potere non sono previste da alcuno Stato “democratico”).

P. D.




Psichiatria in dieci minuti e venti secondi



Psichiatria io ti ricordo come un frutto amaro della mia vita ubriaca di falsità

sei passata acconto ti ho chiamato eri assente

ho bussato alla tua porta al secondo piano dell'Ospedale

terapia dell'umore hai aperto le tue porte sempre uguali

ripetute all'infinito le facce come parole stanche stonate

si son date un contegno civile

disteso nel letto assaporo i tuoi odori mi alzoi firmo quei senza leggere una parola

sono sempre stato furbo bisogna fidarsi del prossimo porgere l'altra guancia

uscirai di qui quando l'ho dico Io

Psichiatria

amica mia ricordo i i tuoi nomi

Brunella, Rosalba, Giulia, Valeria e il sordomuto tutti gli altri immagini sfocate bandite pezzi di scarto da macello che si trascinano aspettando la mamma e il beato custode

vado al bagno guardo il water sporco nessuno tira l'acqua sarebbe bello riprendersi in una città dell'India insieme ai santoni

ma qui c'è merda e puzza non è posto per radical chic e figli di papa

Psichiatria nemica mia tutto il giorno scandito da un ora quello della sigaretta

nella zona fumatori le parole le parole sono sempre quelle

quando uscirò quando andrò via poi tutto il testo è noia maledetta sedata dalle medicine

io vengo a te per per farmi di droga di stato

le vecchie idee sono dure a morire

come la vecchia talpa che scava sempre anche quando non la vedi

Psichiatria la mattina è di colazione due brioche e un po di the

il pranzo un abbuffata di un tre minuti e trenta secondi

e poi alla mia stanzaa ritrovarmi ad aspettare a guardare i libri che li non leggerò mai

Psichiatria è ora di cena minestrina pollo e verdure

e qualcuno dice che anche questo giorno è finito alle sei della sera

nei divanetti all'ultima moda blu sfinito scolpito si guarda la TV

ma la testa proprio non c'è

la mente il pensiero questo grande inganno di paranoie vendute sottocosto

dal miglior indagatore dell'incubo ci propina salvezza illuminazione eterna

ma cambierà amore cambierà ti giuro che un giorno tutto questo per me cambierà

ultimo atto

Psichiatria è finita sono uscito e l'adrenalina scorre per l'emozione di rivedere il mondo ma non si esce mai veramente dalla prigione del proprio orgoglio ferito spezzato

Psichiatria un giorno quel giorno quando tutto finirà e tu non ci sarai io riderò riderò come un folle



Riccardo uno stregone folle



Amici dell'invisibili (gli amici immaginari) IO NON ESISTO QUAGGIù


Accendo la seconda sigaretta rossa come il sangue

mentre cammino in un giro tondo tra scatole cinesi da rottamare

ma non riesco ad ascoltare i miei passi

chi è che balbetta?

E' la tua voce giovane turco Apostata criptofrankista

un piccolo grande uomo che gioca con il mio cervello

si fa uno spiedino di neuroni sinapsi cellele bruciate

al fuoco al fuoco la fiaccola è accesa

ripeti giovane amico come una litania infinita le solite parole

"Strano, particolare, padrino" dovrei forse ridere di me.

Ma chi è che parla? Chi prega?

Sei tu piccolo figlio del nulla o sono io forse tuo padre

il tuo santone preferito il tuo plagiatore accanito

ma ancora chiedi soldi denaro fluida moneta euro corrente

ti aggrappi a me ma non siamo in mare aperto

e tu sai nuotare piccola peste artista della strada

magico dei numeri rinnegato.



Non sei solo insieme a te c'è sempre walterino

le voci non sono limpide ma lui continua a parlare,

consigliare mai, ma parlarre di effimero e stoltezza

di come sono stupido e ciarlatano

un provocatore da quattro soldi

io cerco una via di uscita e lui scherza sulla pelle di un caprone

di un sacrificio umano

Questi amici miei dell'invisibile che tornano continuamente

come echi di voci immaginari come può essere un pensiero

cosa faranno ora che il capro espiatorio pensa loro

li sta invocando in un cerchio di fuoco segnato dall'incenso

come uno stregone folle sa fare e disfare.



Un allucinazione, un delirio che a volte gioca la mia mente. Un incontro mai avvenuto sotto i portici di una città, forse un contatto psichico. La si può chiamare Fantascienza esistenziale o solo troppi pensieri.





LA TUA VOCE




Sotto i portici cammino con i miei pensieri

ubriachi di ieri

vicino la pioggia che corre indecente

sento Chiara la tua voce squillante

un richiamo della foresta

un fresco vento d'autunno

nella mente stridente

la tua bocca

il mio nome che non ha prigione

ma cambia forma e suono



ti guardo vestita di nero con in mano

un libro di poesie

i tuoi occhi visioni, divinazioni

anelli con simboli esoterici

cerchi invano una provocazione

nel vedere lo spirito di un uomo

che vive di un agguato mal riuscito

del passato rimosso



un piccolo segreto ci unisce

tutto il resto sono parole

ora sento Chiara la tua voce

un tempo avrei pianto

sarei stato ingenuo, dolce, timido

ora vedi solo una strana tristezza

nei miei occhi la verità è soggettiva

saperla mi ha cambiato

trasformato in un esperimento

un virus sotto controllo farmaceutico

una spaventa- passeri che ancora fa paura

agli uomini di buona volontà



adesso Chiara che la festa è finita

e tutti ridono e piangono la loro vanità

fumo un altra sigaretta dal sapore

libero come la tua voce

che non ho mai udito





John Doe

Ode a te agente della psiche

avatar del mio subconscio

infiltarto dei casi molto speciali

controllato a vista da tua sorella morte

spia venuta dal caldo

john doe nessun nome da redigere sull'altare

john doe un nome da ricordare

per non dimenticare

una frase fatta un leggero presupposto

la virgola che ci divide

dal becero luogo comune

che tante volte ho male inteso

pronunciare e ti ho offeso

con i miei pensieri

ma tutto questo non ha pretesto

solo causa ed effetto

john doe e la tua spada



ubriachezza molesta

Non è questo: umiliarsi, per far male al proprio orgoglio? Far brillare la propria stoltezza, per schernire la propria saggezza? Oppure è questo: separarci dalla nostra causa quando essa celebra la sua vittoria?

F. NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra



quando si passa quella soglia è difficile

tornare indietro il chiasso ti riempie le tempie

mio Dio

un rumore di sottofondo non distinguibile

dalla tua condizione di ebete stordito

sovrasta tutto il resto

che importanza ha il riso

le facce divertite incazzate della gente

come un cluon fai il tuo sporco lavoro

senza sapere come andrà a finire

un mestiere di altri tempi

lo scemo del villaggio che non vuol morire

di coma etilico soffocato dal proprio vomito

ma passa da un bicchiere all'altro in modo compulsivo

fino all'unbriachezza molesta disonesta nel suo essere

e nel suo finire senza clamori e luci della ribalta

ma nel silenzio rotto dal russare senza freni

di un treno diretto ad Ancona



Sento dunque sono


"Ci sono predicatori della morte: E la terra è piena di uomini cui non si può predicare il distacco dalla vita".

F. Nietzsche



Sento dunque sono il rumore di sottofondo dei miei pensieri

sopra uno scooter malandato

la ruota se ne va in quel momento





- Padrino mettiti nei miei panni

eravamo a Milano dietro l'Idroscalo a bere birra scadente

a vedre le donne che passavano con i loro cani

io occhi verdi sono suo figlio piccolo ma con cervello grande

chi è la tua amcica è fatta apposta per me

padrino ascolta sono falso ma siamo amici-



Sei folle?

Cado tra le nuvole delle mie sinapsi bruciano

sono a terra un salto nel vuoto dolore sangue lucido finalmente

ho ripulito la mia anima dalle scorie radioattive

ma durerà solo un battito d'ali

se tutto fosse un sogno non lo sognerei

mi metterei di lato in cerca di un momento di sfinimento

ti guardo oltre lo schermo ma tu non mi vedi

ti penso a volte ma non sei tu la sera

se tutto fosse fantasia della mia mente

questa innondazione di false percezioni sensoriali

parole voci suoni rumori esco a volte dalla ragione

mi danno dipendenza assuefazione

sento il loro bisogno la loro cura sinuosa

un piccolo balbettio si muove la mia bocca

nessuno mi vede almeno credo

sono loro gli amici dell'invisibile

della solitudine che accompagna la mia vita

da tempo oltre il tempo

un sacrificio umano un prezzo da pagare

per il nulla creatore

io ti sento ridere scherzare senza sosta

non ti vedo ma sei qui con me spero

ancora tu occhi lumunescienti

predicatore della morte e del riso dissacrante

Cosa cerchi? Chi sono io per te?

un esperimento di dubbio gusto

un falso ricettore

un ostacolo del tuo presente

un gioco divertente

un vecchio amico di cui parlare

ma da eviare nella vita che ti vede allo specchio

sento dunque sono un essere senziente

un male indecente

votato per niente

qui ed ora tutto diventa futile

veloce da consumarsi in fretta

sono già scaduto passato alla cronaca

non più alla moda

Sento dunque sono partito

senza muovermi deambulare

guardo il video fisso le mie scarpe

è una parte una recita continua la vita

un personaggio vero in cerca d'autore

di questi tempi non se ne trova

non capisco più il suo spirito forse non ne ha

il suo corpo non ha un centro

ma tanti organi sparsi ovunque

non trovo più il mio nodo dove sono?





Dopo una chat ho pensato perché dici strano? Forse significa appestato. Credo di no.


Appunto mai così strano



non mi metto in competizione

non conosco la legge del valore se a+b=c

esco dal labirinto luce accecante

non vedo più la morte, uomo

la mia morte, indiano

parlo con te che non mi vuoi ascoltare

rido di te che non mi vuoi vedere

strano che parola magica quasi divertente

suadente ridente significante sulla mia pelle

strano che non ci abbia pensato prima del sorgere del sole

prima dell'imbrunire prima della glaciazione

che significato ha per te identità, libertà, verità, sangue, spirito, nome

angelo della porta accanto ti snodi nella rete

cerchi di mostrare sulla punte delle dita la tua figura

il tuo intelletto carina da vedere carica di simpatia

alla moda normale piena di passioni che non vogliono finire

ma poi dici che sei appunto mai così strano

c'è qualcosa nei miei occhi in quelle foto nel mio spazio vitale

un profilo che fa acqua da tutte le parti perché non morde abbastanza

non sogna dove dovrebbe mettere chiodi

cerco in chat di essere tranquillo di farti sorridere

anche se ho perso tutte le lacrime ridendo

camminando in cerchio come un carcerato

un pazzo strippato



non mi metto a discutere la parola del signore

non credo nei valori della croce di spine

scappo sempre anche se sto seduto in cucina

tranquillo almeno sembra alla vista

quando la partita è impari rimane solo la fuga

l'esodo primaverile dove non ha importanza

é il quando che conta

e riconto i miei passi i miei figli nascosti

sotto l'albero di natale vestiti in maschera

aspettano con il ghigno

lo stregone folle il ritorno del viandante

la citazione è d'obbligo il plagio contagioso

sono solo un solitario

non gioco a carte da vent'anni

non amo la tv e le sue sirene di pubblicità

forse ne ho vista troppa

mi addormentavo con la macchina infernale accesa

era la mia ninna nanna

la causa di tutte le mie perdizioni

di tutti i miei disturbi di personalità

chissà che direbbe la psicologa

e la psichiatra soffierebbe sul fuoco con ali tonanti

sento la mancanza dell'energia vitale il diluire delle anime in pena

è una questione di personalità

che faccia peso sulla bilancia della vita

quantità mi parli di qualità

emozioni che spuntano come i funghi

sotto le gli alberi con i fiori sensibilità

troppa sensibilità per un nulla di fatto

per un giorno perso al computer

senza una meta precisa

un perché

irtuale anche il pensiero è virtuale

sensibilità da vendere al mercato del lunedì

con un megafono gridare forte gli ultimi pezzi poi sparisco per sempre



non sento l'esclusione

dei forti non mi importa

ma non sono un gesuita

un uomo religioso

non voglio il tuo ideale già pronto per l'uso

ormai in disuso perduto nel fondo del cestino dei rifiuti

nichilista mi chiami nichilista

pensi troppo una prigione costruita dentro la mia mente

paranoie infinite mi fanno sorridere

tante volte guardare il vuoto

ma non sto guardando il vuoto

sono in un altro mondo

mi affaccio alla terza dimensione

ma non riesco ad entrare

voglio uscire dal reale

che non mi da più la tua voce il tuo seno le tue carezze

ma tu non esisti

non sei mai stata una persona

ti ho creata nella mia immaginazione

un clone che impazza nella mia fantasia

strano che parola magicaquasi divertente

suadente ridente significante sulla mia pelle

strano che non ci abbia pensato prima del sorgere del sole

prima dell'imbrunire prima della glaciazione

che significato ha per te identità, libertà, verità, sangue, spirito, nome

angelo della porta accanto ti snodi nella rete

cerchi di mostrare sulla punte delle dita

la tua figura il tuo intelletto

carina da vedere carica di simpatia

alla moda normale piena di passioni che non vogliono finire

ma poi dici che sei appunto mai così strano

c'è qualcosa nei miei occhi

in quelle foto nel mio spazio vitale

un profilo che fa acqua da tutte le parti

perché non morde abbastanza non sogna dove dovrebbe mettere chiodi

cerco in chat di essere tranquillo di farti sorridere

anche se ho perso tutte le lacrime ridendo

camminando in cerchio come un carcerato

un pazzo strippato



Genova

Perché scrivere quando non si ha nulla da dire? Perché imbastire un discorso che non ha un inizio ne una fine.

Non so proprio quello che mi succede, ho perso come a Genova, ma non ci sono vincitori ne vinti. Ho perso quel pezzo e non trovo più la vena e troppo sotterrranea, nascosta e quel senso se mai c'è stato ...


Genova io non ricordo più quelle strade

Permesso posso uscire dal confino?

Dalla prigione sensoriale?

L'eterno ritorno dell'uguale unico nel suo genere.

Ero lontano nel tempo e nello spazio tremavo ridendo

di paranoia davanti a un bar del mio paese

pensando alla fine e all'inizio del tunnel



Genova io non ricordo più quelle strade

che mi hanno visto protagonista mascherato

un provocatore da quattro soldi

il vecchio cattivo maestro non sbagliava

un infiltrato senza ragione da vendere

che non ricorda più il perché

di come tutto ebbe inizio.

Stanco di scrivere la mia gloria

dopo che un genio per un attimo

si era impossessato della mia vita.

Non credo più allo stesso film con il suo finale

ipocrita.



Genova una storia come tante altre?

No unica e singolare per la sua solitudine.

L'eterno ritorno dell'uguale,

sono arrivati danzando sulla mia passione

anarchici in cerca di anarchia

da mostrare al mondo intero

spiegandomi che questa offerta

è l'ultima spiaggia che mi rimane,

dimostra di essere uomo,

non ci sono altri che ti cercano,

che vogliono aiutarti, solo parole al vento.

Arrivati a Genova cerco qualcosa ma non trovo niente,

racconto la mia storia che nessuno vuol sentire

il canto triste di un animale allo strazio.

Quando le parole non bastano viene avanti la febbre

la strategia del provocatore,

che non cerca complotti e motivi musicali sempre uguali

ma dei ragazzi vestiti di nero che suonano un canto tribale,

vetrine spaccate, cassonetti imbastiti con il paesaggio.



Genova e il suo finale da romanzo giallo

nascosto dietro i palazzi, dietro la folla pulsante,

inveisco contro il mondo intero non può finire così tutto quanto

ma i fratelli di un tempo sono chiari

a tempo debito verrai con noi,

ma per quanto tempo dovrò aspettare? Sono stanco distrutto.

Scappo via prima del tempo

prima della presa della Bastiglia

come un ladro nella notte torno a casa, alla prigione

Toccata e fuga di un rigeneratore molto speciale

che sta pagando per la sua ribellione

un prezzo altissimo da scontare.

Un iconoclasta ridicolo nella sua dignità

da piccolo grande uomo.

Ringiovanito nel corpo ma vecchio nello spirito.

Genova per me... non è mai stata Genova.




Ricordo a Parigi Rachele la profetessa


Ricordo a Parigi Rachele la profetessa

il futuro, avverato, scritto nelle sue parole

il libro dei mutamenti, il corpo, i capelli, l'interno della clinica

e l'amore tra tanti anni

il mio sguardo di sfida di astio malcelato

sentedomi come Giuda nei Getsèmani



Ricordo a Parigi 8 anni fa

il viaggio in treno di solo andata

due bottiglie di vino da mezzo litro

per scaldare il mio sangue

e festeggiare la follia di quei giorni in fuga

ricordo un block notes con degli appunti persi chissà dove?



Ricordo a Parigi Rachele la profetessa

la piazza piena di gente e le promesse di carta pesta

il futuro mai avverato

una vita di stenti tra bottiglie e pochi soldi

nella città degli innamorati artisti in estinzione

ricordo la stretta di mano con il Presidente

c'è un posto tranquillo per i rinnegati come te

nel sud della Francia

una clinica, una comunità dove riposare e non disturbare

ricordo il mio si convinto meglio prigionieri dei francesi

che la vita senza senso tra persone di fede

piene di valori da sbandierare

come sciacalli pronti a cibarsi del malato immaginario

del Totem che non ha più un clan

del lupo, capo branco, senza più fratelli e sorelle

solo con le sue ferite nella mente indecente



Ricordo a Parigi Rachele la profetessa

un tempo un vampiro temuto

oggi solo il terrore degli spiriti antichi



Ricordo immagini sbiadite ormai perse per sempre

svuotato di tutto

non sento più brividi di piacere

quando quella canzone si presenta davanti

e balla senza sosta la sua anarchia

ma solo noia e nichilismo passivo



"Io ho riposto la mia causa sul nulla"

mercoledì, dicembre 15, 2010

Henry Lefebvre Il manifesto differenzialista

Introduziuone

Perché questo manifesto?

No, non si tratta di uno spettro nuovo che verrebbe ad ossessionare la notte del mondo, che si aggirerebbe nello spazio in mezzo ad altri fantasmi, mentre gli spettri di una volta, quelli che popolarono il cielo d'Europa, rientrerebbero nelle loro tombe, vampiri rimpinzati di sangue.
No, non si tratta di una virtù sovrumana che surclasserebbe gli antichi eroismi; e neanche di qualche vizio inedito che reclamerebbe predicatori e martiri.
Una scoperta? Un continente? Forse, ma questo continente non strapiomba come una scogliera, non si incava come un abisso, non si perde a vista d'occhio, non viene meno sotto i piedi. Entrarvi? Sì, accorgendosi che ognuno si trova già sulla soglia.
Si tratta di costituire una setta politica, di istituirla sotto forma di partito? No! Si tratterebbe piuttosto di prendere atto di un fallimento, quello degli apparati specializzati e delle macchine politiche, ricordando un grande insegnamento di Marx: la rivoluzione mira alla fine della po¬litica.
Si tratterebbe dunque di presentare una apoliticità, variante intellettuale del neo-liberalismo? Al contrario. Si tratterebbe piuttosto di render manifesta una constatazione fin qui lasciata nell'ombra, e cioè che l'indifferenza politica e la politica professionalizzata si sostengono l'un l'altra.Sostituire un altro obiettivo al socialismo e al comunismo discreditati, incapaci di suscitare l'entusiasmo perché l'entusiasmo ha permesso i peggiori inganni? No, ma dar loro un senso altro dal senso caduto in disuso e mantenuto dal terrorismo.
Una nozione apparentemente banale, la differenza, conferma ad ogni istante la sua importanza teorica e pratica. Essa si annuncia per differenti vie (politica, filosofia, economia politica, antropologia, etnologia, arte e letteratura — ma anche critica della politica, della filosofia, dell'economia politica, dell'antropologia, dell'etnologia, dell'arte e della letteratura, ecc.), che sono le vie della differenza.Questa nozione esprime qualcosa per ciò che riguarda il passato; essa significa qualcosa per ciò che riguarda il possibile. Chi differisce, da chi e da che cosa? Che cosa è differire? Siamo destinati (voi e noi - tu e io) a perdere le nostre differenze? a batterci per un'ombra, la nostra? Non dobbiamo guadagnare a viva forza ciò che siamo, la nostra differenza? E' un fatto o un diritto, una certezza o ima chance? ...Di qui il differenzialismo: una freccia per mostrare una via d'uscita tra la tesi del mondo chiuso e la tesi del mondo.