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mercoledì, dicembre 11, 2013

Introduzione a Robert Kurz “La fine della politica a l´apoteosi del denaro”

 

Introduzione: L’apoteosi del denaro

Introduzione a Robert Kurz “La fine della politica a l´apoteosi del denaro”, manifesto libri, Roma 1997

Anselm Jappe
La società della merce ha consumato da tempo la sua sostanza tanto economica quanto politica e procede su una sottile lastra di ghiaccio. Si può non essere d’accordo con l’analisi di Kurz in ciò che riguarda i tempi che prevede per il manifestarsi di una crisi catastrofica anche in Europa occidentale, ma sarebbe difficile contestare la sua affermazione secondo cui una formazione sociale almeno bisecolare volge ormai al tramonto, un tramonto non pacifico. Le resistenze che suscita il passaggio all’economia globalizzata e al “nuovo ordine mondiale” sono sotto gli occhi di tutti. Le forze dell’”antagonismo sociale” non hanno più bisogno di escogitare strumenti per mettere in difficoltà il potere e per rompere il consenso che lo circonda. La questione non è più se ci saranno turbolenze che rompono il quieto vivere del “mondo unificato”, ma sapere quale direzione prenderanno. Sono passati i tempi in cui ogni protesta di massa, ogni opposizione all’ordine costituito sembravano quasi automaticamente situarsi in un’ottica di emancipazione sociale e dunque essere degni oggetti dell’entusiasmo della “sinistra”. Gran parte dei moti di protesta sociale, tanto di più fuori d’Europa, non entrano più nei classici schemi di destra e sinistra e finiscono al servizio di chi non ha certo per progetto un’umanità liberata. In questa situazione, la critica sociale assume – potenzialmente – un ruolo mai avuto prima. Le reazioni degli uomini al folle corso dell’economia della merce verso l’abisso non sono affatto programmate, ma dipendono largamente da ciò che essi sanno. E’ assai cinico deplorare la diffusione degli integralismi, del razzismo, dell’estrema destra ecc. se al contempo si dichiara “utopica” o “superata” qualsiasi critica globale di un sistema in cui, evidentemente, per una parte crescente dei suoi abitanti non c’è più posto. E per riprendere il filo di questa critica globale, non c’è bisogno di guardare indietro, di nutrire nostalgia per le mitologie leniniste, di rispolverare i valori della Resistenza, di sventolare disperatamente bandiere rosse, di entusiasmarsi per Che Guevara. In crisi è infatti proprio quella critica sociale che, sia pure come controfaccia, faceva parte integrante del mondo oggi al tramonto.
Kurz è tra i pochi autori a fornire elementi per una critica globale (anche se in un linguaggio che purtroppo non sempre ne facilita la comprensione). La critica del lavoro astratto e del valore conduce necessariamente alla critica del modo di produzione, dunque dei meccanismi di base della società moderna. Essa è perciò il contrario di quella critica diretta unicamente contro il denaro, la speculazione, lo strapotere della finanza, cioè la critica della sola sfera della circolazione. Questa critica riduttiva oggi è ampiamente diffusa, fino a essere professata da Berlusconi, che da presidente del consiglio annunciò una legge contro “la speculazione”, e dal presidente francese Chirac, che definì la speculazione “l’aids dell’economia”. Questa accusa contro gli aspetti più visibili della follia economica viene ripetuta dal papa come dai centri sociali, dalla destra “sociale” come da Rifondazione comunista. Non mette in discussione le forme basilari della socializzazione capitalistica – il lavoro, la merce, il denaro -, bensì ne propone una distribuzione diversa. In questa visione, il lavoro dell’”onesto produttore” è al di sopra di ogni sospetto, mentre il problema consiste solo nel suo ingiusto sfruttamento da parte di uno strato parassitario. Addomesticato o rovesciato questo strato (a seconda dei gusti con l’esortazione morale, la regolazione keynesiana o la rottura rivoluzionaria), tutti i problemi sarebbero risolti. Questa forma di anticapitalismo, ben lungi dall’essere una mezza verità, svolge, anche a insaputa di chi la propone, la funzione di canalizzare verso obiettivi secondari e forme innocue (dal punto di vista della società capitalistica) il malcontento sociale. In un momento in cui anche a livello di massa si comincia a percepire vagamente che il lavoro, unica fonte di sostentamento nella società capitalistica, sta diventando raro come l’aria respirabile nelle metropoli, è un compito essenziale per i gestori del mondo indicare qualche presunta responsabilità personale, sacrificare qualche speculatore e qualche politico corrotto, per salvare l’insieme. Questi due saggi di Kurz sottraggono il terreno a due tra le forme più diffuse di questa critica sociale “di regime”, Her Majesty’s opposition : l’atteggiamento di opporre il lavoro, la “base sana” della società, agli “eccessi” causati dallo strapotere del denaro, dall’”avidità di profitto” ecc.; e l’illusione che una sfera “politica”, luogo del confronto democratico, possa imporre regole al mercato, senza discuterlo in quanto tale.
“L’ascensione del denaro” (Die Himmelfahrt des Geldes), pubblicato sul numero 16/17 di Krisis (autunno 1995), esamina il problema del credito, della speculazione e del capitale finanziario e annuncia che il gigantesco castello di carta dei circuiti creditizi mondiali non potrà più prolungare di molto la sua vita. Il crollo non sarà però lo scoppio di una bolla di sapone, ma avrà delle ripercussioni gravissime sull’economia “reale”, dalle cui difficoltà deriva l’ipertrofia finanziaria (e non viceversa). Il denaro non è una semplice escrescenza rispetto al processo produttivo, come suggerisce tanta falsa critica del capitalismo, bensì la forma che il lavoro astratto necessariamente assume. Denaro e lavoro sono diversi stadi nello stesso processo di creazione del valore di scambio. Ma il denaro, apparentemente, si autoriproduce e può perciò crescere più velocemente della massa di lavoro impiegato dal capitale, diventando allora ciò che Marx chiama “capitale fittizio”, e cioè capitale che non è frutto di un reale plusvalore. Dall’inizio di questo secolo, il continuo aumento del capitale fisso (macchinari, ecc.) necessario per impiegare la forza-lavoro ha costretto il capitale a far ricorso al credito, cioè a consumare in anticipo lavoro ancora da svolgere. Ma per molti anni sono stati effettivamente realizzati guadagni in grado di saldare il debito. Mentre inizialmente i crediti avevano solo il compito di mettere in moto una produzione che poi avrebbe dovuto camminare da sola (keynesismo), sempre più essi sono serviti per pagare i sempre più numerosi settori non produttivi (infrastrutture, ecc.) di cui hanno bisogno i settori produttivi.
Questi ultimi sono, secondo Kurz, da identificare con quella produzione che rientra in un nuovo ciclo della produzione, a prescindere dal fatto se questa si svolga in settori statali o privati, nell’industria o nei servizi. Queste ultime osservazioni sono particolarmente importanti per un dibattito in ambito marxista che non è mai arrivato a nessuna conclusione sulla questione del “lavoro produttivo e improduttivo”, e che non ha neanche compreso l’importanza della questione.
Sempre più crediti sono inoltre richiesti per pagare le sovvenzioni che permettono alle molte industrie nazionali rese non competitive dal continuo innalzamento degli standard produttivi globali, di resistere sul mercato mondiale. Già il fordismo non entrava più nei canoni del capitalismo classico che si finanziava con i propri mezzi, poiché il fordismo comportava un’enorme estensione del lavoro non produttivo e aveva bisogno di grossi interventi statali, cioè creditizi. La forte crescita in termini assoluti è però riuscita a compensare ancora per diversi decenni la diminuzione relativa della produttività. Ci si è abituati a supplire a questa perenne riduzione del lavoro veramente produttivo con un’illimitata creazione di liquidità, resa possibile dal fatto che, con l’abbandono della base aurea, il denaro è diventato del tutto desostanzializzato e poggia adesso solo sulla fiducia nella capacità degli Stati di pagare, fiducia che un giorno finirà col venire meno. A partire dall’inizio degli anni Settanta, con il definitivo affievolirsi dell’accumulazione reale, il credito non fa altro che simulare un processo produttivo – nel senso di produzione di plusvalore – quasi inesistente. Si è creata una montagna di crediti, di cui i famosi debiti del Terzo Mondo sono solo una minuscola frazione. Già adesso, la massa di denaro non derivante da un reale processo produttivo di plusvalore si svaluta nell’inflazione (e deflazione) strutturale che, sul livello mondiale, è elevatissima, anche se i paesi ricchi riescono ancora a esportare il problema. Ma se in seguito a una crisi di fiducia si cercasse di investire nell’economia reale le migliaia di miliardi di dollari di “capitale fittizio”, avverrebbe un immediato collasso mondiale.
Fin qui il saggio di Kurz. In questa situazione, comincia a diffondersi, a sinistra come a destra, la convinzione che l’economia di per sé funzioni e che le turbolenze derivino solo dalle mene di un gruppo transnazionale di speculatori che vogliono guadagnare senza lavorare. Proprio come nel periodo pre-nazista, i risentimenti degli “onesti produttori” contro i “parassiti” in alto (alta finanza, tradizionalmente considerata “ebraica”; casta dei politici) e in basso (immigrati; persone che vivono di assistenza pubblica) possono produrre una situazione esplosiva. Per chi non vuole ammettere l’esaurirsi della dinamica capitalistica, “la finanza”, o direttamente “l’ebreo”, rappresentano allora il lato “cattivo”, considerato eliminabile, del capitale.
Non a caso, un altro articolo di Kurz nello stesso numero di Krisis (“L’economia politica dell’antisemitismo”) analizza, dimostrandone la matrice antisemita, il diffondersi in Germania di teorie neo-proudhoniane, apparentemente bizzarre, che propongono di abolire l’interesse monetario e il denaro, esaltando al contempo il “lavoro onesto” e la merce. Segni preoccupanti si possono comunque trovare anche in Italia, quali le contestazioni, organizzate dalla destra, al conferimento di un’onorificenza al finanziere G. Soros a Bologna; e i primi ballon d’essai per riproporre anche “da sinistra” l’equazione “capitalismo uguale a ebrei” e il conseguente tentativo di lanciare un “revisionismo” alla Faurisson.
“La fine della politica” (Das Ende der Politik), uscito sul numero 14 di Krisis (1994), sostiene che la politica non è una categoria ontologica, sovratemporale, così come non lo sono il lavoro e l’economia. Queste forme sono nate dalla dissoluzione della precedente forma dominante di feticismo sociale, quella religiosa, che abbracciava l’intera sfera sociale. L’economia della merce è la forma di totalità vigente nella società moderna, ma non è in grado da sola di instaurare dei rapporti diretti tra i singoli “soggetti di mercato”, che hanno dunque bisogno di un’istanza regolativa. Nasce perciò una sfera funzionale complementare, la politica. Questa, nonostante la sua natura in fondo secondaria, derivata, acquista durante la fase ascendente della società della merce una sua apparente autonomia. L’enfasi della politica, il tentativo di governare la società tramite interventi regolativi, viene portata avanti inizialmente dalle forze “progressiste” contro la vecchia società dei ceti, più tardi anche dalla destra, e culmina nei partiti di massa, nelle grandi ideologie e nei regimi totalitari. La destra si è “impegnata” nel superamento dei vecchi localismi, spronando la creazione degli Stati nazionali; la sinistra si è battuta per la democrazia e il socialismo, superando le vecchie divisioni dei ceti. In questo modo, la destra come la sinistra hanno assicurato la vittoria completa della società della merce, con la sua forma uguale per tutti, su tutti i particolarismi precedenti. Dopo la seconda guerra mondiale comincia un movimento inverso, in cui la politica perde man mano le sue possibilità di intervento: come risultato della contrazione dell’accumulazione capitalistica analizzata in “L’ascensione del denaro”, si esauriscono i mezzi economici a disposizione dello Stato, e la politica perde ogni possibilità di agire. Infatti, ogni intervento deve essere finanziato, e lo Stato non può creare moneta. Così si rivela il suo carattere non-autonomo, di cui si era persa temporaneamente memoria. La politica si riduce a politica economica e cancella tendenzialmente le differenze “politiche” tra destra e sinistra; prevale comunque il liberismo, in quanto espressione politica della sovranità dell’economico, sui “politicisti” di destra e di sinistra (comunisti, fascisti ecc.). Ma la politica non può scomparire completamente, poiché serve un’istanza che, oltre a occuparsi delle infrastrutture, medi tra i diversi interessi di per sé incapaci di tener conto della totalità sociale. Come l’economia della merce è sottratta alla volontà dei soggetti – ed è questo precisamente il feticismo -, così essa è irraggiungibile dalla forma politica che assume questa volontà. Fallisce così uno dei temi preferiti della sinistra, la richiesta di “interventi politici” per imbrigliare l’”economia”, concepita come mera sfera parziale della società e non come totalità. La crisi dell’economia, cioè la continua riduzione del lavoro veramente “produttivo” (di capitale), genera anche la crisi della politica, soprattutto indirettamente, sottraendole i mezzi di intervento. La politica resta impotente di fronte ai nuovi problemi ecologici – come dimostra Kurz discutendo la proposta per una “tassa sul consumo energetico” -, all’esaurirsi del lavoro, allo sconvolgimento del rapporto tra i sessi, al declino dello Stato nazionale. Alla periferia del sistema mondiale questo crollo è già avvenuto, e anche nei paesi più sviluppati avanza a grandi passi. Il pericolo non è costituito da un nuovo totalitarismo in grado di sottomettersi l’intera società, ma da una nuova barbarie, da un’”economia del saccheggio” come ultimo stadio del libero mercato.
E’ senza dubbio uno degli aspetti forti di questo saggio dimostrare il carattere totalmente illusorio della politica della sinistra – anche di quella apparentemente più radicale, ma in fondo sempre keynesiana – che crede sufficiente la buona volontà, cioè l’intervento politico, per imporre al capitale dei limiti. Anche l’enfasi posta sulla “democratizzazione” fa parte dell’illusione politicistica. Si torna sempre a concepire l’antagonismo nella società feticistica della merce come uno scontro tra volontà coscienti, e si continua a invertire il rapporto tra politica ed economia. Ma se la società fosse capace di dettare legge al suo mercato, invece di ricerverne legge, non si tratterebbe più di una società feticistica. Sono invece proprio la globalizzazione e il neoliberismo ad aver dimostrato che non si possono più modificare le categorie-base del capitalismo: ogni misura politica a spese del capitale in un determinato paese lo induce soltanto a muovere altrove. L’unica alternativa realistica è allora la loro abolizione.
Due parole sulla traduzione: è da tenere conto che le numerose costruzioni con “a/secondo/in forma-merce” (organizzata secondo la forma-merce, riproduzione sociale in forma di merce, “pianificazione” nella forma-merce, attività in forma di merce, sistema di regolazione in forma di merce, totalità in forma di merce, separazione operata dalla forma-merce [= warenförmige Trennung], soggetto determinato dalla forma-merce [= warenförmiges Subjekt]) traducono sempre lo stesso aggettivo warenförmig, alla lettera: “merciforme”. La forma-merce, il trionfo della pura quantità, è ben lungi dall’essere un fenomeno puramente economico, bensì costituisce un “fenomeno sociale totale” (per utilizzare la formula di Marcel Mauss); perciò si può ben parlare di una società, di una politica, di un comportamento ecc. la cui struttura riproduce quella della forma-merce.
Le costruzioni con “ascesa” (o talvolta “penetrazione”, oppure “diffusione”) – fase di ascesa, storia della loro ascesa, stadio dell’ascesa, modo di ascesa, forma dell’ascesa – traducono quasi sempre parole composte con Durchsetzung : si tratta del processo con cui l’economia e il modo di socializzazione del capitalismo hanno soppiantato progressivamente tutte le forme precapitalistiche, occupando capillarmente l’intero territorio sociale.
La traduzione di questi due saggi copre solamente una piccola parte della produzione recente di ciò che forse un giorno sarà chiamato “Scuola di Norimberga”. Mentre Kurz ha scritto un libro sulla storia del capitalismo (Die Schmerzgrenze der Marktwirtschaft [La soglia critica dell'economia di mercato], Eichborn, Francoforte 1997), Ernst Lohoff ha analizzato il crollo della Jugoslavia in quanto paradigma della fine catastrofica della modernità (Der dritte Weg in den Bürgerkrieg [La terza via verso la guerra civile], Horlemann, Unkel 1996) e Lohoff e Norbert Trenkle hanno prodotto uno studio dettagliato sulle conseguenze che avrebbe l’attuazione dell’Unione monetaria.

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